Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3

Part 45

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Poi è il Consiglio del Popolo, che sono dieci per Gonfalone, e tutti i Consoli dell’Arti insieme co’ Signori, e Collegi, e certi altri ufici, che sono in tutto circa dugento cinquanta, per lo qual consiglio s’hanno a conservare le leggi, e statuti, e ordini di Comune già fatti per li Signori, e Collegi, e se non si vincesse per le due parti del detto consiglio insieme col loro colle fave nere, e bianche in segreto, non vale niente, e non può andare innanzi.

E quello, che sarà confermato per lo detto consiglio, bisogna, che vada poi un’altra volta a partito in un altro consiglio, che si chiama consiglio del Comune, dove sono circa dugento insieme co’ Signori, e Collegi, e non essendo confermato, e vinto per le due parti, simile in questo secondo consiglio non vale, ma le cose giuste, e utili, e oneste si vincono, e intendesi essere legge di Comune.

L’uficio de’ Dieci di balìa, che sono eletti a boce, ovvero colle fave sanza farne borsa, sono uomini valenti, e scelti, e pratichi, e non si fanno, se non a tempo di guerra, e costoro hanno allora di fuori della città, e ne’ fatti della guerra tutta la balía, e potenza de’ Signori, e di tutto il Comune.

L’uficio degli Otto della guardia hanno a stare desti, e attenti contro di chi cercasse di fare, o facesse alcune cose contro al reggimento, e contro alla città, o castelli, o terre del Comune, e non hanno balía di punire, ma di mettere il colpevole nelle mani del Rettore, che ne faccia giustizia.

L’uficio de’ Regolatori sono sei, e hanno a provvedere sempre tutte le rendite, e entrate del Comune, che elleno si mantengano buone, e non sieno maculate, e ’n tutte le spese, che si fanno, provvedere che ’l Comune non sia ingannato, e fare rivedere le ragioni de’ Camarlinghi, e fare riscuotere da chi deve dare.

Sono altri uficiali, che si dicono Governatori delle Gabelle delle Porti; oggi si chiamano Maestri di Dogana, e del sale, vino, e contratti, che hanno assai faccende a provvedere, che ’l Comune non sia ingannato.

L’uficio de’ Capitani di Parte guelfa è grande, e d’onoranza più per memoria dell’antica virtù, e operazioni operate sotto quel segno, che per cose, che al dì d’oggi abbiano a fare. Hanno a ricevere molte rendite, e spenderle in onore della Parte guelfa.

L’uficio dei Dieci della Libertà è di grande importanza, e dassi a uomini di molta scienza, e pratichi, e hanno a udire le querele di molti, che sono molestati civilmente alla ragione per vigore di strumenti, e carte, e dicono, o non essere stato vero, o avere pagato, o non doversi giudicare per quella via, o essersi obbrigati per inganni, o fraude, e sì costoro hanno a conoscere se la cosa il merita, e strignerli a fare compromesso, e che si vegga per via d’equità, e di discrezione, e molto giova questo uficio allo aiuto di persone povere, che non hanno da spendere in piatire, e in procuratori, e avvocati.

Uficiali d’Abbondanza si fanno solo in tempo di carestia, acciocchè la Terra stia abbondevole di grano per la povera gente, e allora usano bellissimi modi a fare contro alla carestia.

Uficiali di Grascia hanno a provvedere sopra le mulina, e mugnai, che rendano a’ cittadini buona ragione, e tengono ragione di molte cose contro a coloro, che non sono sottoposti ad alcuna Arte.

Sono appresso uficiali di pupilli, e vedove, eletti a boce, buoni, e onesti uomini, che temano Iddio, e amino misericordia, e fanno tenere conto, e ragione di tutti e’ pupilli, che sono lasciati sotto loro governo per insino che sieno in età perfetta.

Uficiali di Castella hanno a provvedere sempre, che le castella, e rocche, e fortezze del Comune sieno salde, e fare racconciare dove bisognasse, e sieno bene fornite d’opera, e da vivere, e sieno bene guardate, e che v’è mandato tenga la famiglia, che dee tenere.

Uficiali della Torre, hanno a mantenere, e migliorare ponti, e mura della città, e contado, fare racconciare i lastrichi delle vie, quando sono guasti, e provvedere a tetti, e sporti, e ruine.

Uficiali di Condotta sono sopra soldare, e fare rassegnare gente d’arme.

Molti altri ufici di Comune, che sarebbe lungo a dire, e ciascuno ha sua casa, dove si raunano, e scrivani, e camarlinghi.

Sono dipoi i Consoli dell’Arte, e ciascuna Arte ha sua casa, e residenza molto onorate, e ornate, dove si raunano due dì per lo meno ogni settimana, a tenere ragione, e udire, e giudicare, e quale Arte ha otto Consoli, e quale sei, e ’n quale sono quattro, secondo che è maggiore, e di maggiore faccenda, e alla sentenza de’ Consoli non si può appellare. Ogni Arte può conoscere, e giudicare la quistione di qualunque, che si richiamasse contro a un sottoposto a quella tale Arte, e contro a ciascuno, che non fusse sottoposto ad alcun’Arte, quando il sottoposto di quell’Arte si richiamasse di quel tale.

L’uficio della Mercatanzia sono uno uficiale forestiere dottore di legge civile, con sei consiglieri cittadini de’ più notabili, e savj, e pratichi uomini dell’Arti dette, uno di ciascun’Arte delle cinque maggiori, che se ne trae fuori quella de’ giudici, e notai, e quella de’ vaiai, e pellicciai, e poi uno come tocca per sorta intra tutte le XIV Arti, cioè le XIV minori, e con esse è quella de’ vaiai, e pellicciai, e pigliasi quello ordine perchè quelle cinque Arti, cioè mercatanti, cambiatori, lanaiuoli, setaiuoli, e speziali, sono mercatanti, e di loro sono eletti a questo uficio pochi, ma solamente que’ sono i vantaggiati, e innanzi a questo uficio vengono tutte le grandi quistioni, e gran casi di tutto il mondo, e liti di cose fatte per mare, e per terra, e di compagnie, e di falliti, e di rappresaglie, e d’infiniti casi, e dannovisi giustissimi giudicj, e notabili determinazioni, e alle loro sentenze non si può appellare. Questo uficio ha una casa, e un palazzo assai grande, e onorato, e ornato, e magnifico, e dura l’uficio de’ Sei tre mesi, e l’uficiale forestiere sei mesi, e bisogna, che tenga ferma abitazione nel detto palazzo egli, e suoi notai, e famigli, e non vi può menare sua donna, nè figliuoli.

Resta a dire de’ tre rettori principali, Podestà, Capitano, Esecutore, che bisogna, che sieno forestieri, di luogo di lungi a Firenze per lo meno miglia sessanta, e dura l’uficio loro mesi sei, e non può tornare altra volta infra dieci anni, nè egli, nè suoi giudici, se non fusse per deliberazione del Comune vinta per gli consigli, che interviene rade volte. Questo si fa perchè quello Rettore non abbia parenti, nè amici, nè conoscenti, nè grandi, nè minori, se non gli ordini, e le leggi della città, i quali dee osservare, e hanno grandissima balìa, e stanno con grandissima onoranza. In prima

Il detto Podestà tiene con seco quattro giudici dottori in legge civile, e sedici notai, perchè alla sua corte si piatisce di tutti i casi civili, di reditadi, di testamenti, e lasci di dote, di compre e vendite, di tutti e’ casi, de’ quali apparisce strumento pubblico, e hanno a conoscere, e terminare di ragione; poi dee tenere molta famiglia, e cavalli, e ha di salario in sei mesi fiorini dumilatrecento, e sta in un bellissimo palagio, e non può essere Podestà, nè Capitano in Firenze alcuno, se non conte, o marchese, o cavaliere, e che sia guelfo, e l’esecutore conviene, che sia il contrario, e non de’ detti gradi, ma che sia uomo popolare, e guelfo, e ’l Capitano, e ’l Podestà, e lo Esecutore hanno tutti balìa sopra i condannati, e sbanditi, e contro a tutti i micidj, e furti, e falsarj, e ogni cosa criminale. Il Capitano si dice del Popolo, e il segno suo è per guardia della città, e dello Stato, e reggimento d’essa, e ha balìa di fatto contro a chi tentasse alcuna cosa contro a reggimento; lo Esecutore ha balìa di fatto solamente contro a’ grandi uomini in difensione de’ popolani, e minori, e questo fu trovato per antico tempo a riprimere la superbia de’ maggiori, e farò senza più dire degli ufici drento della città.

Ma gli uficj di fuori sono quegli, di che i cittadini avanzano, e hanno salario, e premio, e sono i principali, e maggiori; in prima

Capitano di Pisa, Capitano d’Arezzo, Capitano di Pistoia, Capitano di Volterra: questi sono Signori di quelle Terre, mentre che durano sei mesi di tali ufici, e hanno balía per la guardia della Terra di ragione, e di fatto sanza misura. Appresso Podestà di Pisa, Podestà d’Arezzo, Podestà di Pistoia, Capitano di Cortona, Capitano del Borgo a San Sepolcro, Podestà di Prato, Podestà di Colle, Podestà di San Gimigniano, Podestà di Monte Pulciano, e altri, che hanno a governare i casi civili, e criminali, e menare suo’ giudici, e famigli assai, e sono molto onorati. Poi sono Vicario di San Miniato, Vicario di Val di Nievole, e di Pescia, Vicario di Firenzuola, Vicario di Poppi, e del Casentino, Vicario d’Anghiari, tre Vicariati in quello di Pisa; Capitano dell’Alpe di Pistoia, e Capitano di Romagna, e di Castrocaro, Vicario di Poppi, e di tutto il Casentino, Podestà di Castiglione Aretino, Podestà, ovvero Capitano di Maremma di Pisa. Poi sono tanto numero di Podestà in tutte l’altre terre, che sarebbe troppo lungo dire, a volerle sapere. A questi ufici sono eletti in Firenze buoni, e discreti cittadini il più che si può, e vanno in detti luoghi per acquistare chi onore, e chi avere, e chi l’una cosa, e chi l’altra; e interviene spesso, che sono di quelli, a chi viene fatto d’acquistare in tutto, o in parte di quel ch’è detto, e alcuna volta il contrario, cioè vergogna, e danno, perocchè i fatti degli uomini di Firenze non possono essere nascosi, e hanno troppi occhi addosso, e chi fa bene, n’acquista il merito, e chi fa male tosto è manifesto, ed è punito, e corretto, e gastigato per debito di giustizia, e per esemplo degli altri; e quando detti uficiali tornano in Firenze delle dette Terre, sono bene esaminate l’opere fatte per loro, e a ciascuno è retribuito a Firenze secondo il merito, e per la virtù di questa giustizia i buoni sono sempre invitati, e confortati a ben fare, e i rei e malvagi, puniti e spaventati, e il bene cresce, e il male si spegne, e seguitano una concordia in Firenze di grandi, e minori, e mezzani onorati ciascuno secondo suo grado, e secondo i loro meriti, che ne seguita una melodia sì dolce, che la sente il Cielo, e muove i santi ad amare questa città, e difenderla da chi volesse guastare tanto tranquillo e pacifico stato.

Appresso vi sono, come dissi in principio, il gran numero di buoni uomini e donne, che sempre con orazioni e limosine, e sante operazioni impetrano da Dio misericordia contro a’ viziosi, che non può essere, che non ve ne sieno, a tale che per amore de’ buoni Nostro Signore Iddio ha guardata, e conservata quella città, e accresciuta quanto altra città d’Italia. Amen.

DESCRIZIONE DELLE FESTE DI SAN GIOVANNI.

Quando ne viene il tempo della Primavera, che tutto il Mondo rallegra, ogni Fiorentino comincia a pensare di fare bella Festa di San Giovanni, che è poi a mezza la State, e di vestimenti, e di adornamenti, e di gioie ciascuno si mette in ordine a buon’otta; chiunque ha a fare conviti di nozze, o altra Festa s’indugia a quel tempo per fare onore alla Festa mesi due innanzi, si comincia a fare il Palio, e le veste de’ Servitori, e’ pennoni, e le trombe, e i Palj del drappo, che le Terre accomandate, e del Comune danno per censo, e ceri, e altre cose, che si debbono offerere e invitare gente a procacciare cose per li conviti, e venire d’ogni parte cavalli per correre il Palio, e tutta la Città si vede in faccenda per lo apparecchiamento della Festa, e gli animi de’ giovani, e delle donne, che stanno in tali apparecchiamenti; non resta però, che i dì delle Feste, che sono innanzi, come è Santo Zanobi, e per la Ascensione, e per lo Spirito Santo, e per la Santa Trinità, e per la Festa del Corpo di Cristo, di fare tutte quelle cose, che allegrezza dimostrino, e gli animi pieni di letizia, ed ancora ballare, sonare, e cantare, conviti, e giostre, e altri giuochi leggiadri, che pare, che niuna altra cosa s’abbia a fare in que’ tempi infino al dì della vigilia di San Giovanni.

Giunti al dì della vigilia di San Giovanni, la mattina di buon’ora tutte le Arti fanno la mostra fuori alle pareti delle loro botteghe di tutte le ricche cose, ornamenti, e gioie; quanti drappi d’oro e di seta si mostrano, ch’adornerebbero dieci Reami! quante gioie d’oro, e d’ariento, e capoletti, e tavole dipinte, e intagli mirabili, e cose, si appartengono a fatti d’arme, sarebbe lungo a contare per ordine.

Appresso per la Terra in sull’ora della terza si fa una solenne pricissione di tutti i Cherici, Preti, Monaci, e Frati, che sono grande numero di Regole, con tante Reliquie di Santi, che è una cosa infinita, e di grandissima divozione, oltre alla maravigliosa ricchezza di loro adornamenti, con ricchissimi paramenti addosso, quanti n’abbia il Mondo, di veste d’oro, e di seta, e di figure ricamate, e con molte Compagnie d’uomini secolari, che vanno ciascuno innanzi alla regola, dove tale Compagnia si raguna, con abito d’Angioli, e suoni e stromenti d’ogni ragione, e canti maravigliosi, facendo bellissime rappresentazioni di que’ Santi, e di quelle Reliquie, a cui onore la fanno. Partonsi da Santa Maria del Fiore, e vanno per la Terra, e quivi ritornano.

Poi dopo mezzo giorno, e alquanto passato il caldo, circa all’ora del Vespro tutti i Cittadini sono ragunati ciascuno sotto il suo Gonfalone che sono sedici, e per ordine primo, e secondo, e così succedendo vanno l’uno Gonfalone drieto all’altro, e in ciascuno Gonfalone tutti i suoi Cittadini a due a due andando innanzi i più degni, e i più antichi; e così seguendo infino a’ garzoni riccamente vestiti, a offerere alla Chiesa di San Giovanni un torchietto di cera di libbre una per uno, avendo i detti Gonfaloni spesse volte, o la maggiore parte d’essi innanzi da sè uomini con giuochi d’onesti sollazzi, e belle rappresentazioni. Le strade, dove passano, sono tutte adorne alle mura e al sedere di capoletti, spalliere, e pancali, i quali sono coperti di zendadi, e per tutto è pieno di donne giovani, e fanciulle vestite di seta, e ornate di gioie, e di pietre preziose, e di perle, e questa offerta basta infino al coricare del sole, e fatto l’offerta, ciascuno cittadino, e donna si tornano a casa a dare ordine per la mattina seguente.

La mattina di San Giovanni chi va a vedere la piazza de’ Signori, gli pare vedere una cosa trionfale, e magnifica, e maravigliosa, che appena che l’animo vi basti. Sono intorno alla gran piazza cento torri, che paiono d’oro, portate quali con carrette, e quali con portatori, che si chiamano ceri, fatti di legname, di carta, e di cera con oro, e con colori, e con figure rilevate, voti drento, e drento vi stanno uomini, che fanno volgere di continovo, e girare intorno quelle figure. Quivi sono uomini a cavallo armeggiando, e quali sono pedoni con lance, e quali con palvesi correndo, e quali sono donzelle, che danzano a rigoletto. In su essi sono scolpiti animali, e uccelli, e diverse ragioni d’alberi, pomi, e tutte cose, che hanno a dilettare il vedere, e il cuore.

Appresso intorno alla ringhiera del Palagio vi ha cento pali, o più nelle loro aste appiccati in anelli di ferro, e i primi sono quelli delle maggiori città, che danno tributo al Comune, come quello di Pisa, d’Arezo, di Pistoia, di Volterra, di Cortona e di Lucignano, e di Castiglione Aretino, e di certi Signori di Poppi, e di Piombino, che sono raccomandati del Comune, e sono di velluto doppi, quale di vaio, quale di drappo di seta, gli altri tutti sono di velluto, o d’altri drappi, o taffettà listrati di seta, che pare una maravigliosa cosa a vedere.

La prima offerta, che si fa la mattina, sì sono i Capitani della Parte guelfa con tutti i cavalieri, essendovi ancora Signori, Ambasciadori, e Cavalieri forestieri, che vanno con loro con grande numero de’ più onorevoli cittadini della Terra, e col Gonfalone del segno della Parte guelfa innanzi portato da uno de’ loro donzelli in su uno grosso palafreno vestito di sopravvesta di drappo, e il cavallo covertato infino a terra di drappo bianco col segno della Parte guelfa.

Poi seguono i detti pali portati a uno a uno da un uomo a cavallo, quale uomo ha il cavallo covertato di seta, e quale no: come sono per nome chiamati, e’ vannosi a offerere alla chiesa di San Giovanni. E questi pali si danno per tributo delle Terre acquistate dal Comune di Firenze, e di loro raccomandati da un certo tempo in qua.

I ceri soprascritti, che paiono torri d’oro, sono i censi delle Terre più antiche de’ Fiorentini, e così per ordine di degnità vanno l’uno drieto all’altro a offerere a San Giovanni, e poi l’altro dì sono appiccati intorno alla chiesa dentro, e stanno tutto l’anno così infino all’altra Festa, e poi se ne spiccano i vecchi, e de’ pali fassene paramenti, e palj da altari, e parte de’ detti palj si vendono allo ’ncanto.

Dopo questi si va a offerere una moltitudine maravigliosa, e infinita di cerotti grandi, quale di libbre cento, quale cinquanta, quale più, quale meno, per infino in libbre dieci di cera accesi, portati in mano da’ contadini di quelle ville, che gli offerano.

Dipoi vanno, a offerere i Signori della Zecca con un magnifico cero portato da un ricco carro adorno, e tirato da un paio di buoi covertati col segno ed arme di detta Zecca, e sono accompagnati i detti signori di Zecca da circa di quattrocento tutti venerabili uomini matricolati, e sottoposti all’Arte di Calimala Francesca, e de’ Cambiatori, ciascheduno con begli torchietti di cera in mano di peso di libbre una per ciascuno.

Dipoi vanno a offerere i Signori Priori, e loro Collegi colli loro Rettori in compagnia, cioè Podestà, Capitano, e Assecutore, con tanto ornamento, e servidori, e con tanto stormo di trombe, e di pifferi, che pare, che tutto il mondo ne risuoni.

E tornati, che’ Signori sono, vanno a offerere tutti i corsieri, che sono venuti per correre il Palio, e dopo loro tutti i Fiamminghi, e Bramanzoni, che sono a Firenze tessitori di panni di lana, e dopo questi sono offerti dodici prigioni, i quali per misericordia sono stati tratti di carcere per li opportuni consigli a onore di San Giovanni, i quali sieno gente miserabili, e sienvi per che cagione si voglia.

Fatte queste cose e offerte, uomini, e donne tornano a casa a desinare, e come ho detto, per tutta la città si fa quel dì nozze, e gran conviti con tanti pifferi, suoni, e canti, e balli, feste e letizia, e ornamento, che pare, che quella Terra sia il Paradiso.

Dipoi dopo desinare passato il mezzo dì, e la gente s’è alquanto riposata, come ciascuno s’è dilettato, tutte le donne, e fanciulle ne vanno dove hanno a passare quelli corsieri, che corrono al Palio, che passano per una via diritta per lo mezzo della città, dove sono buon numero d’abitazioni, e belle case, ricche, e di buoni cittadini, più che in niuna altra parte, e dall’uno capo all’altro della città per quella diritta via piena di fiori sono tutte le donne, e tutte le gioie, e ricchi adornamenti della città, e con grande festa, e sempre vi sono molti signori, e cavalieri, e gentiluomini forestieri, che ogni anno delle terre circostanti vengono a vedere la bellezza, e magnificenza di tale festa, ed evvi per detto corso tanta gente, che par cosa incredibile, di forestieri, e cittadini, che chi non lo vedesse, non lo potrebbe credere, nè immaginare.

Dipoi al suono de’ tre tocchi della campana grossa del Palagio de’ Signori, i corsieri apparecchiati alle mosse si muovono a correre, ed in sulla torre si veggono per li segni delli ragazzi, che su vi sono, quello è del tale, e quello è del tale, venuti da tutti i confini d’Italia i più vantaggiati corsieri barbereschi del mondo, e chi è il primo, che giugne al palio, lo guadagna, il quale è portato in sur una carretta triunfale con quattro ruote adorna con quattro lioni intagliati, che paiono vivi, uno in sur ogni canto del carro, tirato da due cavalli covertati col segno del Comune loro, e due garzoni, che gli cavalcano, e guidano; il quale è molto grande, e ricco palio di velluto chermisi fine in due pali, e tra l’uno e l’altro uno fregio d’oro fine largo un palmo foderato di pance di vaio, e orlato d’ermellini infrangiato di seta, e d’oro fine, che in tutto costa fiorini 300 o più, ma da un tempo in qua s’è fatto d’alt’e basso broccato d’oro bellissimo, e spendesi fiorini 600 o più.

Tutta la gran piazza di San Giovanni, e parte della via è coperta di tende azzurre con gigli gialli, la chiesa è una cosa di maravigliosa figura; ed altro tempo richiederà a parlare d’essa, quando aremo a dire degli ornamenti di quella città. (_Questo l’autore non fece mai._)

Nº VI.

(Vedi pag. 170.)

Vogliamo qui dare l’elenco delle Ambascerie e Commissioni affidate a Rinaldo degli Albizzi, che si leggono per disteso nella più volte citata pubblicazione del signor Guasti. A noi giovano come saggio della politica operosità di quegli anni e del grande credito di cui godeva Rinaldo in Firenze.

I.

1399, 23 _luglio_.

Mandato a Montalpruno per l’edificazione d’una bastia.

II.

1399, 13-16 _agosto_.

Mandato a incontrare Giovanni Orsino ambasciatore del re Ladislao.

III.

1399, 29 _novembre_.

Andando Capitano d’Assisi gli è commesso dalla Signoria di parlare in Cortona con Uguccione dei Casali.

IV.

1402, 22 _giugno_ — 13 _luglio_.

Mandato in Rimini a Carlo Malatesti dal quale ottiene il passo di quel Porto alle mercanzie dei Fiorentini.

V.

1404, 3-11 _marzo_.

Mentre è Potestà di Rimini, viene a Firenze mandato da Carlo Malatesti per interessi dipendenti dalla condotta che egli teneva.

VI.

1404, 11 _marzo_.

Sotto nome di messer Maso suo padre, e all’insaputa dei Dieci di Balìa, ha commissione dai Signori di trattare con Carlo Malatesti per far pace tra il Comune di Firenze e il Duca di Milano.

VII.

1404, 26 _aprile_ — 11 _maggio_.

Torna a Firenze per commissione del Malatesti a proposito di questo trattato.

VIII.

1404, 24 _maggio_ — 6 _giugno_.

Torna di nuovo pel trattato stesso.

IX.

1404, 11 _agosto_ — 4 _settembre_.

Mandato dal Malatesti per accordare la Repubblica di Firenze con gli Ubertini e i Conti di Bagno.

X.

1405, 1-11 _gennaio_.

Essendo Potestà di Città di Castello è mandato da quel Comune a visitare il cardinale Landolfo Maramaldo vescovo di Bari.

XI.

1405, 18 _gennaio_ — 2 _febbraio_.

Viene a Firenze per esporre certe doglianze del re Ladislao in aggravio dei Fiorentini.

XII.

1405, 3-14 _febbraio_.

Sempre Potestà della Città di Castello va per commissioni private a Perugia e a Todi.

XIII.

1405, 22 _febbraio_ — 29 _marzo_.

Dai Castellani è mandato allo stesso Cardinale, e poi da questo a Napoli e quindi a Firenze per notificare alla Signoria ciò che aveva fatto col Re.

XIV.

1405, 13-28 _settembre_.

Per commissione della Signoria è mandato a Città di Castello e in altri luoghi per cagione della guerra che era tra’ Castellani e gli Ubaldini della Carda.

XV.

1406, 6 _luglio_ — 15 _agosto_.

Nuova commissione ai suddetti per le stesse cagioni.

XVI.

1506, 24 _agosto_ — 9 _novembre_.

Mandato a Innocenzio VII in Roma e al re Ladislao in Napoli per indurli a non dare aiuto a’ Pisani.

XVII.

1406, 26 _novembre_ — 23 _dicembre_.

Mandato a stipulare un accordo generale tra i Castellani co’ loro amici e gli Ubaldini.

XVIII.

1407, 4-19 _gennaio_.

A Perugia per la stessa pace.

XIX.

1407, 20 _febbraio_ — 20 _marzo_.

A Perugia per le cose stesse.

XX.

1407, 17-28 _settembre_.

Al Monte di Santa Maria per mettere accordo tra que’ Marchesi.

XXI.