Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3
Part 44
Diamo per tenore delle presenti licentia et libera facultà al nobile huomo Gino di Neri Capponi d’andare, come et quando fia di suo piacere, in qualunque luogo di nimici del nostro Comune, et a parlare chon qualunque di loro, chon quella chonpagnia vorrà seco menare. Comandando per tenore delle presenti che, per cagione di questa andata, nè a lui nè a chui menasse seco, per tempo alcuno, possa essere imputato alcuna cosa; imperò che elli va di nostra saputa et consentimento e sappiamo ciò ch’elli va per fare. Sì che niuno a questo s’opponga per alcuna cagione. E per fede di questo abbiamo fatto fare queste patenti lettere sugellate de nostri sugelli. Data Florentie, die XXV octobris, XI Ind., MCCCC secundo.
_Bartholomeo de Corbinellis Gino de Caponibus et Bernardo de Cavalcantibus, de officio Decem balie Comunis Florentie. Et Matheo de Castellanis et Iacobo de Gianfigliazis, Commissariis Comunis Florentie in campo contra Pisas._
Carissimi nostri. Noi abbiamo veduto quanto fedelmente e solicitamente voi vi sete afaticati perchè la città di Pisa vengha nelle mani del nostro Comune. E perciò vorremo che alcuno segnio nel cospetto di ciascheduno n’aparisse. Il perchè vi piaccia essere et stare contenti farvi nel nome di Dio Cavalieri, nella presa che di Pisa si farà. La qual cosa sarà a noi e a questo popolo grande piacere, e a voi e alle vostre famiglie honore e perpetua fama. E perchè questo abbia effecto, scriviamo al magnifico Cavaliere messer Luca dal Fiesco, nostro capitano generale di guerra, che, in nome del Gonfaloniere della iustitia della nostra città per lo popolo di Firenze, vi debbia promuovere alla degnità della Cavallaria. Et la lettera vi mandiamo con questa. E di poi, si farà qua verso le vostre persone quello che si richiede e conviene. Avisandovi che noi non vogliamo che alcuno altro nostro cittadino si faccia Cavaliere, sanza nostra expressa licentia. E a questo provedete per modo che ’l nostro scrivere abbia effecto. Data Florentie, die VIII octobris MCCCCVI.
_Bartolomeo de Corbinellis et Gino de Caponibus._
Noi non v’abbiamo scripto perchè abbiamo lasciata la graveza di ciò a’ Dieci della Balía. Hora abbiendo sentito degli inconvenienti che sono costà, ci è necessità lo scrivervi. E questo è, che noi abbiamo udito che in Pisa è rimasa poca gente della nostra da cavallo e da piede e singularmente da cavallo, la quale voi avete mandata a pigliare le castella. Oltre a ciò sentiamo che in Pisa è tornata molta gente di cittadini, di quelli che non v’erano quando voi v’entrasti, e che molti contadini vi sono venuti e tutto dì vi vengono, e che v’è entrato e entra molta vituaglia. Di che, considerati i pericoli che potrebbono seguitare, vogliamo e comandianvi che la gente d’arme, la quale voi, poi che entrasti in Pisa, mandasti fuori a pigliare le castella, che sanza indugio la facciate tornare dentro in Pisa. E le roche e’ casseri delle castella fornite di fanti a sofficientia; e delle castella non ci pare per ora da dubitarne, tegnendo bene la città. E quando questa gente d’arme è dentro, che voi siate forti, fate di mandarne fuori di Pisa chi v’è dentro tornato poi che voi v’entrasti. E oltre a ciò de’ cittadini che vi sono da più, mandatecene qua una brigata quelli che paiono a voi che sete in sul fatto. E dopo a questo mandate uno bando che ciascuno Pisano o habitante in Pisa, a pena dell’avere e della persona, debbia, infra quelle parecchi hore che voi porrete di termine, avere portata ogni arme da offendere e da difendere in quello luogo che vi pare, mettendolo nel bando nominatamente, e quella arme mettete in luogo salvo; e poi fate cercare a ciascuno le case, et torne quanta n’avessono, e punire rigidamente chi non avesse apresentata l’arme, passato il termine del bando. E provedete che victuaglia non v’entri se non dì per dì, che sentiamo molta ve ne abonda. Et date modo che de’ contadini non v’entrino in quantità o in modo che pericolo alcuno ne potesse seguire. E queste cose fate solicitamente e con buono modo, che tutto lasciamo sopra le vostre spalle, tanto che di qua si provegga. E fate bene e diligentemente guardare e alle porte e in ogni altro luogo ove bisogna, sì che della città di Pisa vi rendiate bene sicuri. Ancora abbiamo sentito, che de’ nostri soldati insieme con alcuni Pisani e sanza, ànno tolte delle cose e traportate d’una casa in altra, et etiandio tolte per loro; la qual cosa ci dispiace infino a l’anima. E pertanto fate riducere queste cose ne’ primi luoghi dove s’erano, e provedete per modo che i soldati non faccino ruberie o villanie a persona. E chi il contrario facesse, fate punire per modo che sia exemplo a ciascuno di non errare. Data Florentie, die XIII octobris MCCCCVI, a hore XXIII ½.
Duplicata die XVI octobris MCCCCVI, hora XVII.
Abbiamo sentito che certe lecta, panni e altre cose e arnesi di Piero Gaietani e di monna Giovanna sua sirocchia e della Maria et Iva sue nipoti, le quali cose erano nel monasterio di santo Mazeo in Pisa, poi che ’l nostro Comune prese la città predetta, certi de’ Gambacorti le tolsono e transportarono dove piacque loro. Il perchè voliamo che, se voi trovate che le dette cose sieno state tolte, da poi che voi entrasti nella città di Pisa, che voi le facciate tutte sequestrare, a petitione del detto Piero e tenerle salvamente. Data Florentie ut supra, die XVI octobris, hora XVII.
_Gino de Caponibus Capitaneo Pisarum._
Noi t’abbiamo scripte più lettere, del mandar qua de’ cittadini Pisani che fussino huomini di capo e d’avere seguito, e apti a scandalo novità: e ultimamente mandasti una scripta di centotrè o circa, de’ quali ne sono venuti pochi più che i mezi, come per gli Dieci della Balìa è stato scripto costà, e mandati i nomi di chi mancha. E veggiamo che tu curi pocho del nostro scrivere e poco conto ne fai, chè non ci ài voluti mandare quegli huomini che sono la sicurtà del nostro Comune a cavargli di Pisa e fargli venire qua; anzi ài fatto a tuo modo, o per preghiere o per amicitia o per che cagione si sia. Et àci mandato uno campanaio, che tu medesimo scrivi che egli si stava in quello di Lucha a fare campane. E pertanto noi ti comandiamo, sotto pena della nostra gratia, che veduta questa lettera, tu ci mandi quelli che mancano del numero de’ predetti. Et oltre a ciò, ci manda quelli cinquanta, i quali ti debbono avere dati scripti i dieci Proveditori di Pisa. E ancora ci manda circa XXV altri Pisani, i nomi de’ quali ti mandiamo in questa lettera interchiusi. Et oltre a questi, se in Pisa à altri huomini che habbino seguito e sieno capi da fare ragunate o novità, mandacegli qua, e sieno quanti si vogliono. E a tutti fa’ comandamento che in brevissimo termine sieno innanzi a noi, a pena dell’avere e della persona. E se tu non vorrai obedire, come ài fatto infino a qui, noi terremo di modi che ti dispiaceranno, e manderemo costà persone che ci ubidiranno. E d’una cosa ti certifichiamo, che i nostri cittadini non sono disposti a volere tenere tanto exercito in Pisa, da cavallo e da piede, quanto forse tu ti dài a intendere; anzi vogliamo limitare la spesa e trarre di cittadini di Pisa tanti, e fargli stare qua che noi ne possiamo vivere securi. Sì che, apriti bene gli hurecchi, e fa’ quello che ti scriviamo, altrimente non te ne loderai. E rispondici a quello che ti scriviamo e con lettere e con fatti. Dat. Florentie, die XXIII novembris MCCCCVI hora XXIII.
_Gino de Capponibus Capitaneo Pisarum._
Dilettissimo nostro. Colle presenti ti mandiamo una scritta suggellata, nella quale sono scripti cierti Pisani in numero CVIII, e quali pe’ nostri precessori, e pe’ Collegi e altri uffici che anno balìa de’ fatti di Pisa, è stato solennemente diliberato che debbino star qua a Firenze a’ confini; tra quali, come per essa scripta comprenderai, certi sono che oltre all’avere eglino a stare qua a’ confini, ci ànno ancora a conducere tutta la loro famiglia. E per volere noi dare executione alla sopra detta deliberatione, e acciò che detti Pisani non caggino nella infrascripta grave pena; vogliamo e comandianti, che prestamente tu comandi a ciaschuno Pisano, e quali nella detta scritta nominatamente si contengono, che per tutto el presente mese di marzo, debbono essere qua, e quelli ch’ànno a menare le famiglie secondo la forma della detta scritta, fra ’l detto termine ce la debbono avere condotta. Notificando a ciaschuno de’ detti Pisani, come pur quelli della Balìa di Pisa è stato deliberato, che qualunche non si rapresenterà come di sopra si dice, per tutto el presente mese, e chi ci à a conducere le famiglie e non ce l’avesse condotte al detto termine, s’intendono essere e sono condannati nell’avere e nella persona, e così contra loro e ne’ loro beni si procederebbe. E se alcuno di quegli che nella detta scritta si contengono fussi absente e in luogo non troppo longincho, come nel contado di Pisa o a Luccha o a Siena o a Bolognia o a Gienova o ne’ contadi d’alcuno de’ detti luoghi; vogliamo che, preso ch’arai la informatione dove sieno, che prima questo facci alle loro chase significare o a’ loro più proximi coniuncti, e poi pe’ messi della corte o per altri e quali sopra ciò diputassi, personalmente e per iscriptura faccia loro el comandamento che sotto la detta pena qua debbano essere al termine predetto. E se avessi informatione che alcuno della detta scripta fussi qui a Firenze, non obstante questo, vogliamo che alle case loro e a quegli che sono loro più coniuncti facci fare simile comandamento. E se alcuno de’ Priori che sono al presente in ufficio si contenesse nella detta scripta, a loro notifica che, fra otto dì dal dì ch’aranno diposto l’ufficio, si debbano qua rapresentare sotto la detta pena dell’avere e della persona. Tu vedi che questa è materia che à bisognio di diligentia, e che tosto vi sia data executione, considerato la pena grave nella quale eglino incorrono non ubidiendo. Oltra ciò fa’ che di tutte le notificationi e richieste le quali a’ predetti farai, e de’ raporti d’esse notificationi e richieste, ne facci fare negli atti della tua corte autentica scriptura; la copia della quale poi ci manderai, però che non vogliamo ch’alcuno si possa schusare non ubidendo, con pretendere ignorantia e non gli essere stato notificato. Avisandoli, che quando qua vengono, s’ànno a rapresentare dinanzi al nostro Podestà di Firenze.
Quello si dice de’ Priori di Pisa, che notifichi loro come fra gli otto dì dal dì che diporranno l’ufficio; non vogliamo che faccia questa notificatione o che in alcuno modo ne parli, se non quando diporranno l’ufficio: prima non ci pare honesto.[577]
_Gino de Capponibus._
Noi non ti potremo, Gino, scrivere in quanta displicentia e turbatione ci sia stato il caso, il quale abbiamo sentito costà ne’ dì passati essere corso, cioè di quella fanciulla la quale pare che di casa di Nicholaio Aragonesi fussi tolta per certi soldati, non sappia’ però chi si sia stato. Oltracciò abbiamo sentito, che per te assai è stata martoriata e con aqua e con colla la detta fanciulla, vogliendo tu ritrovare chi fussi stato quello o quegli che avessi commesso cosa tanto abominevole vituperosa e trista. E più pare, secondo che abbiamo informatione da persona degna di fede, che oltre al villano caso, che avvenne l’altrieri di quella fanciulla de’ Lanfranchi che fu guasta, essere state poste schale per intrare a honeste donne e bennate. Questi casi quanto e’ sieno abominabili, di quanta infamia alla nostra città e quanto pericolosi, non che tu, Gino, ma qualunque rozzo facilemente il può giudicare. E sai che nel mondo niuna displicentia e iniuria si può fare a chi è huomo, nè adducerlo in maggiore displicentia che vedersi sforzare le donne loro, e l’onestà d’esse (chè sai quanto è cara cosa) contaminare e vituperare. Quanti stati e reggimenti per questo siano stati soversi, quanti morti e guerre di ciò sieno seguite ne’ tempi passati e ne’ moderni, a te può essere noto, conciosiacosa che, da poi che ’l mondo principiò, rare sobversioni di reggimenti siano stati, che da simile materia non abbino avuto principio. Ma pure, pognendo che in questo niuno pericolo fossi, la cosa in sè è tanto villana e tanto trista e di tanta infamia sono a chi à el governo, che in nessuno modo sono da patire sanza grave punitione. E veggiamo chiaramente, Gino, che ogni dì averranno simili inconvenienti e quali un dì potrebbono generare grande schandalo, se in questo principio non ci si piglia tale forma, che nessuno ardisca a comettere cose sì scellerate. E però vogliamo e a te strettissimamente comandiamo, che in questo fatto tu proceda in forma e modo che per tutti si cognoscha e vega, in quanto dispiacere e odio siano a noi queste abominabili cose, e sia tale esempro e terrore a qualunche che nessuno ardischa più di commettere cose tanto scellerate. E se intorno acciò, perchè quanto ti scriviamo abbia luogo, bisognasse che per la nostra Signoria si facessi alcuno provedimento, prestamente per messo proprio ce ne rendi avisati. La fanciulla la quale sentiamo che anchora ài in prigione vogliamo ti sia raccomandata; però che sai, le fanciulle essere semplice e non cognoscere gli uomini co’ quali non praticano: et ecci stato amiratione, che lei abbi posto alla tortura, benchè pensiamo non l’abbi fatto sanza grande cagione. Data Florentie, die XX mensis iunii MCCCC septimo, Ind. XV.
Nº V.
(Vedi pag. 146.)
ORDINE DEGLI UFFICI DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE.
L’ordine della città è diviso principalmente in quattro parti, o chiamansi Quartieri, e ’l primo è il Quartiere di Santo Spirito, e ’l secondo, quello di Santa Croce, e ’l terzo quello di Santa Maria Novella, e ’l quarto quello di San Giovanni. Ciascuno Quartiere è diviso per quattro Gonfaloni, che sono in tutto sedici, e ogni Gonfalone ha suo segno, non bisogna nominargli. Appresso v’è l’ordine delle Arti, che sono partite in ventuna, i nomi delle quali è buono a sapere per molte cose, che hanno a seguire, a meglio intenderle. La prima è l’Arte de’ Giudici, e Notai, e questa ha un Proconsolo sopra’ suoi Consoli, e reggesi con grande autorità, e puossi dire essere il ceppo della ragione di tutta la Notarìa, che si esercita per tutta la Cristianità, e indi sono stati i gran Maestri, e autori, e componitori d’essa. La fonte de’ dottori delle leggi è Bologna, e la fonte de’ dottori della Notarìa è Firenze.
Appresso è l’Arte de’ Mercatanti, che trafficano in grosso fuori di Firenze, che niun’altra città ne potrebbe de’ suoi tanti annoverare, quanti sono il numero di quegli.
La terza è l’Arte de’ Cambiatori, che si può dire, che l’Arte del cambiare per tutto il mondo sia quasi tutta nelle mani de’ Fiorentini, perchè per tutte le buone città di mercatanzìe tengono fattori a fare cambi.
La quarta è l’Arte della Lana, e più panni, e più fini fanno fare in Firenze, che in alcuno altro luogo, e i suoi Maestri sono grandi, e buoni onorati cittadini, e sanno fare.
La quinta è l’Arte della Seta, e li drappi d’oro, e di seta, e degli orafi, delle quali Arti si lavora nobilmente, e massime dei drappi.
La sesta è l’Arte degli Speziali, e de’ Medici, e Merciai, ed è grande Arte in numero di persone.
La settima è quella de’ Vaiai, e Pellicciai, e infino a qui si chiamano le sette Arti maggiori.
Poi sono le quattordici, che si chiamano Arti minori, ciascuna è distinta, e ordinata, secondo sua faccenda, Linaiuoli, e Rigattieri insieme, Calzolai, Fabbri, Pizzicagnoli, Macellari, che si chiamano Beccai, Vinattieri, Albergatori, Coreggiai, Quoiai, Corazzai, Chiavaiuoli, Maestri di murare, Maestri di legname, e Fornai.
I Signori si chiamano Priori dell’Arti, e Gonfaloniere di Giustizia del Popolo e Comune di Firenze, e sono otto Priori, cioè due di ciascuno Quartiere, e un Gonfaloniere di Giustizia, che ogni volta muta Quartiere per ordine, sicchè ogni Quartiere ha la sua volta il Gonfaloniere di Giustizia, e tutti sono scelti uomini, e più vantaggiati, e provati, e quegli quasi ha essere il capo di tutti i Priori, e ha andare innanzi, e non può essere alcun Gonfaloniere di questi, che non abbia compiuto il tempo di quarantacinque anni, e la mattina, che entra in uficio, gli è dato in mano il Gonfalone della Giustizia, che è la croce vermiglia nel campo bianco in un gran Gonfalone di drappo, il quale tiene in camera sua, e quando bisognasse aoperarlo, e salisse con esso a cavallo, tutto il popolo lo debba seguire, e andargli dreto, e ubbidirlo.
E’ Priori sono otto, de’ quali sei hanno a essere dell’Arti maggiori, e duo delle quattordici Arti minori, e di questo uficio non possono essere insieme due consorti, nè parenti per linea masculina, nè da indi a un anno; e chi è di detto ufficio, non può essere altra volta, se non passati tre anni dal dì finisce tale uficio.
E ’l primo uficio comincia in Calen di gennaio, e dura due mesi, e così poi l’altro in Calen di marzo, e seguita per tutto l’anno, sicchè in un anno si mutano sei volte; e la mattina quando entrano in uficio, si fa festa per tutta la città colle botteghe serrate, e tutto il popolo va alla piazza per fare compagnia a quegli, che escono dell’uficio passato, e tornano a casa, ciascuno co’ suoi più prossimi vicini, o amici, o parenti, e quegli, che hanno fornito l’uficio de’ due mesi, lasciano l’uficio a’ nuovi, che entrano, e hannogli prima due dì informati di tutte le cose, che hanno tra le mani.
Questi due mesi stanno sempre in Palagio fermi, e in Palagio mangiano, e dormono, e ogni dì stanno a collegio a sedere a udire, e diterminare il bisogno del Comune, e hanno tra loro per ordine uno di loro sempre Proposto, e tocca a ciascuno la sua volta per sorta, e dura tre dì, e tutti gli altri hanno in que’ tre dì a seguire il Proposto, e va innanzi allato al Gonfaloniere, e quello, che è Proposto, è signore di proporre, e mettere a partito fra loro ciò, che a lui pare, e sanza lui que’ tre dì non si può fare alcuna cosa.
Le loro deliberazioni si fanno segrete con fave nere e bianche, e hanno un frate segretario, che riceve in uno bossolo le dette fave; ciascuno glie ne dà in mano una segretamente, e coperta, e il frate la riceve, e mette nel bossolo. Le nere dicono sì, e le bianche dicono no, a volere essere vinto, e deliberato, e’ si conviene che sieno le due parti nere.
Ciascuno ha la sua camera nel Palagio fatta per ordine, e per Quartiere, e quella del Gonfaloniere è in capo di tutte, e ciascuno ha al suo servigio un donzello, che lo governa in camera di ciò fa bisogno, e simile lo serve alla mensa di tagliare, e di ciò fa bisogno, e sono nove donzelli orrevoli, e costumati, e stanno fermi in Palagio, e così ciascuno ha due serventi da mandare in qua, e ’n là, dove fusse bisogno, e al servigio di tutto l’uficio sono cento famigli, che per ordine vanno vestiti di verde, e portano certi segni di Comune, i quali hanno a fare compagnia innanzi, e dietro a’ detti Signori, quando vanno fuori, e hanno a andare per gli cittadini quando i Signori gli vogliono, e questi cento famigli hanno un Capitano forestiero, che si chiama Capitano de’ fanti, il quale è sopra tutti, e hagli a tenere in ordine, e correggere, ed è molto onorato.
E sono di tanta preminenza questi famigli de’ Signori, che quando un di loro fusse dato per compagnia a uno, che avesse bando della persona, o debito, non è alcuno rettore, nè uficiale, nè cittadino, che per la vita sua dicesse, o facesse nulla contro a quel tale, e ’l detto famiglio si concede per partito, e diliberazione de’ detti Signori.
Alla mensa de’ Signori non siede alcun altro, che loro e ’l loro notaio, e’ Signori forestieri, o Ambasciadori di Signori, o di Comuni quando, gli volessono fare onore, o alcuna volta per festa i rettori, e certi uficiali cittadini.
E la mensa de’ detti Signori, si dice, che è sì bene apparecchiata, e riccamente ornata, e pulitamente servita, quanto mensa d’alcun’altra Signoria, e per ordine; e come sono diputati ogni mese alla loro mensa fiorini trecento d’oro, tengono pifferi, e sonatori, e buffoni, e giocolari, e tutte cose da sollazzo, e da magnificenza, ma poco tempo vi mettono, che di presente sono chiamati dal Proposto, e posti a sedere per attendere a’ bisogni del Comune, che sempre abbonda loro faccenda, e mai non vi manca che fare.
Hanno appresso di loro un Notaio, che sta due mesi in Palagio come loro, e alla loro mensa, il quale non ha a fare altro, se non a scrivere le loro deliberazioni.
Hanno un altro Notaio fermo in perpetuo, aiuta quando fa bisogno, e ’l quale tiene i libri delle leggi, e ordini del Comune, e ha a scrivere, e a tenere conto di tutte le informagioni che si fanno per li Signori, e Collegi con loro Consigli.
Hanno uno Cancelliere, che sempre ne sta fermo in Palagio; i quali hanno a scrivere tutte le lettere, e pistole, che si mandano a’ principi del mondo, e a qualunque signoria, e privata persona per parte del Comune, i quali sono sempre poeti, e di grande scienza.
Tutti costoro hanno bisogno di tenere sotto loro molti, che scrivano, e facciano quelle cose, che sono ordinate loro.
L’uficio, e balìa, e autorità, e potenza de’ detti Signori è grande senza misura; ciò che vogliono, possono, mentre che dura il loro uficio, ma non aoperano questa potenzia, se non in certi casi necessari, e stremi, e di rado; anzi seguitano secondo gli ordini fatti per lo Comune, e non possono essere dopo l’uficio compiuto sindacati, nè corretti d’alcuna cosa, che fatta avessono, se non per baratterìa, o simonìa, e questo ha a conoscere uno uficiale, e rettore forestiere, che si chiama Esecutore degli ordini, e quando non ci è, succede in suo luogo, il Podestà di Firenze.
Poi è l’uficio de’ sedici Gonfalonieri delle compagnie e comincia adì otto di gennaio, e dura per quattro mesi, sicchè in un anno si mutano tre ufici; questi hanno sempre a ogni richiesta de’ Signori, che è quasi ogni dì essere a’ loro piedi a consigliare come fanno i cardinali, e ’l Papa, e la mattina, che entrano, si fa festa a botteghe serrate, e stanno i Signori in sulla ringhiera fuori del Palagio, e simile i rettori con loro, e uno de’ detti rettori monta in un’altra ringhiera, o vogliamo dire pergamo, e fa una bella orazione a onore di quella signoria, e de’ Gonfalonieri, e a ciascuno è dato il suo Gonfalone in mano, e con trombe, e pifferi innanzi se ne vanno a casa loro accompagnati, e onorati da tutto il popolo, e tutti gli uomini del Gonfalone vanno in compagnia col suo, e dreto al suo Gonfaloniere, e ciascuno Gonfalone ha sotto se tre pennoni di quel segno medesimo, che si danno dove i Gonfaloni; costoro non hanno a fare altro, se non a’ bisogni essere con quel segno a seguire il suo Gonfalone.
Poi v’è uno uficio, che si chiama Dodici buoni uomini, che sono tre di ciascun Quartieri, e dura tre mesi; cominciano per il primo uficio adì 15 di marzo, e durano mentre che ’l dì cresce, e a mezzo giugno, che comincia il dì a scemare, entrano gli altri, e durano infino che ’l dì è uguale alla notte; poi gli altri infino al minorare, dipoi gli altri infino a’ dì iguali di mezo marzo, e questo è con certo misterio, e hanno a stare ciascuno dì, quando i Signori mandano per loro, a’ loro piedi a consigliare, e per ordine di Comune sono molte cose di grande importanza, che non si possono fare per gli Signori sanza i Dodici.
Questi due ufici, Gonfalonieri, e Dodici si dicono Collegi, e sono molto onorati appresso de’ Signori.