Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3

Part 46

Chapter 463,593 wordsPublic domain

1408, 27 _giugno_ — 1 _luglio_.

A Lucca per accompagnare Gregorio XII verso Siena a fare accordo con Paolo Guinigi.

XXII.

1408, 2-20 _luglio_.

Torna a Lucca per seguitare la detta commissione.

XXIII.

1408, 18-31 _ottobre_.

Essendo de’ Dieci al governo di Pisa è mandato per comporre certa differenza tra il Capitano di Livorno e quello del Porto Pisano.

XXIV.

1409, 19-22 _gennaio_.

A Niccola castello di Lunigiana e a Sarzana per questione di confini col Governatore di Genova.

XXV.

1409, 24 _aprile_ — 3 _maggio_.

Ambasciatore ai Cardinali radunati in Pisa per il Concilio.

XXVI.

1410, 21-22 _settembre_.

Essendo Potestà di Prato è mandato a Firenze da quel Comune per una questione di gravezze.

XXVII.

1410, 10-17 _novembre_.

A Siena mandato dalla Signoria di Firenze per un trattato di pace col re Ladislao.

XXVIII.

1410, 21-26 _dicembre_.

Di nuovo a Siena per la conchiusione di detta pace.

XXIX.

1412, 23 _maggio_ — 16 _giugno_.

Mandato dai Sei della Mercanzia a Ferrara e a Venezia per certe gravezze imposte in questa città sui forestieri.

XXX.

1413, 1-11 _gennaio_.

Mandato di commissione privata a Rimini a cercare accordo tra Giovanni XXIII e Gregorio XII.

XXXI.

1414, 6-18 _maggio_.

A Siena per incontrarsi con ambasciatori del re Ladislao.

XXXII.

1414, 8 _ottobre_ — 23 _dicembre_.

A Napoli per trattare accordo tra Giovanni XXIII e la regina Giovanna II.

XXXIII.

1418, 29 _settembre_ — 7 _novembre_.

Fa parte della grande ambasceria mandata al nuovo Papa Martino V che egli accompagna da Pavia a Milano fino a Mantova.

XXXIV.

1420, 9-12 settembre.

Mandato con altri ad accompagnare papa Martino da Firenze sino ai confini di Siena.

XXXV.

1421, 25 _settembre_ — 1422, 2 _gennaio_.

In Roma a papa Martino e quindi in Napoli alla regina Giovanna e poi ad Alfonso d’Aragona ch’era in campo contro a Luigi d’Angiò con varie commissioni e della Signoria di Firenze e del Papa.

XXXVI.

1423, 19 _marzo_ — 13 _aprile_.

Al Legato di Bologna e quindi a Venezia dove insieme con gli ambasciatori del Duca di Savoia tratta l’accordo tra l’Imperatore e quella Signoria.

XXXVII.

1423, 22 _aprile_ — 6 _maggio_.

Di nuovo al Legato di Bologna per alcune mosse del Duca di Milano.

XXXVIII.

1423, 7-23 _maggio_.

Di nuovo a Bologna per trattare un accordo col Legato.

XXXIX.

1423, 7-17 _giugno_.

Di nuovo a Bologna per le stesse cose.

XL.

1423, 31 _agosto_ — 1 _dicembre_.

A Carlo re e Pandolfo Malatesti, il quale essendo Capitano dei Fiorentini, l’Albizzi rimane presso lui commissario nella guerra contro al Visconti.

XLI.

1424, 31 _gennaio_ — 26 _febbraio_.

A Ferrara per la riconciliazione tra il Comune di Firenze e il Duca di Milano.

XLII.

1424, 2-22 _maggio_.

A Venezia per mantenere quella Signoria nella Lega contro al Visconti.

XLIII.

1424, 30 _maggio_.

Stando a Pratovecchio ha commissione di ricercare gli andamenti di un certo sbandito.

XLIV.

1424, 5 _giugno_.

Dallo stesso luogo per cose private.

XLV.

1424, 19 _giugno_ — 28 _novembre_.

Ambasciatore a Martino V perchè si dichiari contro al Duca di Milano.

XLVI.

Commissione di trattare essendo in Roma per la pace col Duca.

XLVII.

1425, 11 _luglio_ — 1426, 20 _gennaio_.

Di nuovo a Roma per la detta guerra.

XLVIII.

1426, 1 _febbraio_ — 11 _giugno_.

All’Imperatore in Vienna e quindi nell’Ungheria allo Spano per la pace tra detto Imperatore e la Repubblica di Venezia; poi a Venezia, a Ferrara e a Bologna per la pace col Visconti.

XLIX.

1427, 28 _ottobre_ — 1428, 13 _gennaio_.

A Venezia di nuovo per conchiudere la detta pace.

L.

1429, 16-19 _giugno_.

Va incontro al Principe di Salerno nipote di Martino V.

LI, LII, LIII.

1429.

Qui è laguna nel manoscritto, supplito ampiamente nella edizione; Rinaldo, prima Vicario in Valdarno è uno dei Conservatori di Legge, va poi Commissario contro ai Volterrani ribellati.

LIV.

1429, 15 _dicembre_ — 1430, 21 _marzo_.

Uno dei Commissari nella guerra contro Lucca (a questa Commissione va unito gran numero di sue lettere private).

LV.

1431, 2-3 _giugno_.

È mandato dai Dieci a dare il bastone di Capitano generale a Micheletto degli Attendoli.

LVI.

1433, 8-21 _febbraio_.

In Siena all’imperatore Sigismondo.

Seguono in fine al III volume delle Commissioni quattordici Appendici concernenti tra molte altre cose una disputa di filosofia religiosa che Rinaldo sostenne da giovane, il grado e l’uffizio di Senatore di Roma che egli tenne i primi sei mesi del 1432, la portata dei suoi averi, i testi delle sentenze pronunziate contro Rinaldo degli Albizzi, il tempo della sua morte e cose risguardanti la sua famiglia ec.

Nº VII.

(Vedi pag. 250.)

TRE LETTERE DELLA SIGNORIA DI FIRENZE A NERI CAPPONI, ORATORE A SIENA, PER IL CASO DI BROLIO. OTTOBRE 1434.

(Dal Registro originale ad an. nel R. Archivio di Stato.)

_Nerio Gini._

Karissimo nostro. Noi siamo avisati da te della perfecta dispositione et optima volontà de la Signoria di Siena, et quanto cordialmente dispiace loro il caso di Brolio. Et quanto se offerano con ogni loro possa per correggier questo scandolo. Commendiamo la tua diligentia, et siamo più che certi de la perfecta volontà di cotesti magnifici Signori et karissimi fratelli nostri. Et perchè queste sono cose che al tutto bisogna che sieno corrette et gastigate, sì per honore di Comune, sì etiandio per dare exemplo agl’altri che non ardischino d’atentare simile materia, ci pare necessario di ragunare le forze et monstrare a messer Antonio l’error suo. Et pertanto sarai con cotesti magnifici Signori et ringrazierali de l’offerte per parte di questa Signoria, et richiederali che voglano concorrere insieme con noi colle forze loro, o almeno con parte d’esse forze, acciò ch’el caso di messer Antonio si corregga, o per forza, se lui vorrà pure perseverare nella sua audacia, o per altra via; perchè non dubitiamo che, vedendo messer Antonio le forze de’ Sanesi et nostre concorrere contra lui, piglerà partito di levarsi da tale temerità. Intorno a questa parte d’aver le forze di cotesta Signoria, metterai ogni diligenza; chè non dubitiamo sarà facile, vedute le proferte loro et la loro optima dispositione. Oltra di questo richiederai cotesti magnifici Signori che voglano in tutte l’altre cose apartenenti a correptione di questo facto procedere, et con restrignere i congiunti di messer Antonio et con fare gl’altri rimedii che si soglon fare contra i citadini inobedienti et concitatori di scandoli et di brighe. Noi da l’altra parte manderemo et genti d’armi et fanti a piè et provederemo a tutte le cose oportune per raquistare il Castel nostro, occupato sotto nostro salvocondotto sanza alcuna lealtà o fede; però ch’el nostro honore richiede che così facciamo, nè vediamo poter fare di meno. Dat. Florentie, die XII octobris 1434.

_Nerio Gini._

Karissimo nostro. Per l’altra lettera ti scriviamo quanto in verità richiede l’onor del Comune nostro, et così voglamo che tu mandi ad executione. Pur nientedimeno nel segreto, ci pare che, potendo acconciare la cosa per via di concordia sanza entrare in briga d’avere a metter campo et simili cose, sia miglior partito et molto più utile. Et pertanto, quello che ti scriviamo ne l’altra lettera, sia aperto et in dimostratione. Et s’elli s’adopera quella via, adoperisi ad effecto che l’amico discenda a voler lasciare i’ luogo di concordia. Et nientedimeno, per tutte l’altre vie che ti paiono verisimili et apte a partorir concordia, seguiterai, perchè nel vero è pur utile non avere a far pruova. Et se pure tu diliberi d’andare personalmente, guarda di giucar del sicuro.

Hora, tu se’ molto intendente, adopera come tu credi che ben sia. Dat. Florentie, die XII octobris 1434.

_Nerio Gini._

Noi abbiamo questa mattina una tua lettera de’ dì XIII et hieri n’avemo una de’ dì XII a hore XVI, et abbiamo le copie de le lettere scripte a messer Antonio et de le sue risposte, et anchora la copia de la lettera scripta a te. Tutto raccolto comprendiamo che lui desideri sommamente l’acordo. Per la tua ultima ci chiedi risposta. Noi ti rispondemo a’ dì XII, et mandamoti le lettere per Victorio nostro cavallaro. Sì che noi teniamo che a dì XIII di buona hora, tu dovessi havere la risposta che tu cerchi da noi; et quanto allora ti scrivemo manderai ad executione. Quelle ti mandamo per Victorio furono due lettere. Ne la prima ti commettavamo che tu richiedessi la Signoria di Siena delle loro forze et genti per strignere messer A. a lasciar quello luogo o torglele per forza, et simile che tu richiedessi la Signoria di Siena a procedere contra messer A. et contra le cose sue et suoi congiunti. Nè l’altra lettera era in secreto, che a noi pareva più utile seguitare la via de l’acordo per non avere a entrare in difficultà di por campo etc. Hora questo era l’effecto de le due lettere sotto brevità; et così metterai ad executione. Parlandosi d’acordo, monsterrai fare da te et non per nostra commissione, et monsterrai questi essere tuoi pensieri et tuoi avisi. Veggiamo che tu aspecti risposta da’ Sanesi, et pensiamo che da messer A. tu harai con buono modo già sentito et tastato dove gli va il pensiero. Di tutto aspectiamo aviso da te, et tu colla tua usata prudentia seguita in quel modo ti parrà più utile. Et di costì non partirai sanza nostra licenza. Dat. die XIIII octobris 1434.

Nº VIII.

(Vedi pag. 362.)

ISTRUZIONE DI SISTO IV A MESSER ANTONIO CRIVELLI MANDATO SUO AL RE FERRANDO. RISGUARDA LE COSE DI CITTÀ DI CASTELLO, TENUTA DA NICCOLÒ VITELLI.

(Codice nº 22, manoscritto appresso di noi.)

Primo, che la Santità di Nostro Signore per il passato è stata infamata con le calumnie. Che per la benevolenza che portava a messer Nicolò Vitelli, gli consentiva che tenesse la Città di Castello in tirannia, con carico et vittuperio della Sede Apostolica; et che poteva sodisfare all’honor di Santa Chiesa, et indur quella Città a obedienza d’essa, et non voler che, per l’amicitia sua, stesse alienata dal Dominio Ecclesiastico; et che se haverebbe in breve tempo che con questo esempio molte altre terre della Chiesa verrebbono ad essere in peggior conditione di detta Città, et lo stato della Chiesa, in tempo suo, si verrebbe ad anichilare et perdere. Et perchè S. S., dessiderando di purgar quest’infamia, più volte ha fatto intendere a messer Nicolò che l’amava, et che se egli amava S. S. et l’honor di S. Chiesa, deverebbe mostrare obedienza, et farla monstrare anco a detta Città, et l’uno, et l’altra saltem monstrarla con il segno di venire a far riverenza a S. Beatitudine alla quale poteva venir sicuramente; et già sono tre anni, che mai ha voluto venire; et, _quod peius est_, i Governatori mandati per S. S. _fuerunt potius gubernati quam gubernatores_. Onde sa Dio che S. S. continuamente ha hauto gran dispiacere di mente per l’honor di S. Chiesa, et per l’amor che porta a esso messer Nicolò.

Doppo, è seguita l’esperienza dell’infamia data a S. S., cioè che per essempio di quella città, l’altre della Chiesa venivano in peggior conditione, come si è visto di Todi et di Spoleto, in modo che S. B. è stata necessitata mandar le genti d’arme et esseguire quel che è seguito. Et trovandosi dette genti in ordine, vedendo il Legato che si erano accquetate le terre mosse già con l’essempio di Città di Castello, et che l’esemplare rimaneva; ricordandosi che quando il Cardinal di S. Sisto fu in Milano, il signor Duca non solo laudò l’impresa perchè messer Nicolò si riducesse all’obbedienza con la detta città, ma confortò che per honor di S. S. et di S. Chiesa si dovesse fare ogni opera per ridurcelo, et volesse veder particolarmente se messer Nicolò era nominato nella lega per collegato; la Maestà del Re, dubitando se fosse obbligato a difenderlo, e trovando che N. S. disse che la cosa stava bene et che si poteva fare; ricordandosi adunque di questo il Legato, et considerando che il Duca et i Fiorentini sono una cosa medema; gli parve (et così ancho teneva per certo S. S.) che non solo il Duca et i Fiorentini non fossero per opporsi, ma per agiutar S. S., per rendere et usar gratitudine de i beneficii fatti da lei all’uno et all’altro, et dell’amore che ha portato loro, massime essendo giustissima la dimanda et impresa di S. S.; con voler solo la vera obedienza, la quale per nulla ragione se li può negare.

Et certissima causa è che, quando alcuno dei sudditi dell’altre Potenze d’Italia non prestassero la debita obedienza, non si comportaria, et non solo si cercaria che tornassero all’obedienza, ma s’esterminariano ad essempio degli altri; et a questo effetto gli pareria, bisognando, che ogn’uno fusse tenuto d’aiutarli. Et, _ne longe exempla petantur_, quando Volterrani, non sudditi dei Fiorentini, mancorno della sola devotione loro, i Fiorentini vi mandarono il campo et chiesero a S. S. aiuto. La quale, per l’amicitia che teneva seco et benevolenza che portava a quella Comunità, gli aiutò di grandissimo animo con le gente d’armi a sue spese. Onde saria stato et saria molto più giusto che, ricercando S. S. l’obbedienza immediate da messer Nicolò, subito ciaschuna dell’altre Potenze non solo se gli fosse opposta, ma havesse prestato et prestasse aiuto et favore al giusto et honesto dessiderio di S. S. Et certamente che se li è opposto et oppone, tocca il cuor di S. S., così come haveria toccato a ciascun di loro se gli fusse stato fatto il simile; nè possono negare che non si siano portati più ingratamente che habbiano potuto verso S. B. Et tanto più hanno monstrato il poco rispetto che hanno hauto a quella, quanto che è bastato loro l’animo d’affermare messer Nicolò esser tra li raccomandati della Lega particolare; et per questo volerlo mantenere a non prestar la debita obedienza a S. S.: il che con nulla ragione si potrà mai monstrare che lo possan fare.

Et tanto meno, quanto mai messer Niccolò non fu dato per raccomandato, nè per la Maestà del Re, nè per il signor Duca di Milano nè per li Fiorentini nè per la Lega particolare. Et se dai Fiorentini fu nominata Città di Castello, ella però in quel tempo era suddita del Papa, nè per detta nominatione se li poteva levare la vera obedienza; _imo_, denegandosi S. S. veniva ad esser grandemente offesa et lacessita, _adeo_ che tutte l’altre Potenze per vigor della lega generale son tenuti et obligati difendere et aiutar S. S.; et molto più i Fiorentini che gli altri, per haver veduto l’essempio et provato l’esperienza in S. B., nel caso di Volterra, la quale era stata nominata da Papa Pavolo per raccomandata, et non era suddita dei Fiorentini nè tenuta all’obedienza de quelli, come è tenuto messer Niccolò, non nominato in nessuna Lega, a S. S.: et conseguentemente non procedevano contra Volterrani con quella giustificatione che procede S. B. Et nondimeno, quella prestò loro aiuto et favore, senza allegar tal denominatione; mostrando fare stima dei Fiorentini et amarli. Et per molti altri benefitii che ha fatto S. S. a quella Città, et massime a Lorenzo, il quale fra gli altri beneficii che ha recenti da S. B., ha guadagnato con quella un Tesoro.

Et in quanto si supplica S. S. che voglia haver per raccomandato messer Nicolò, si risponde che la Maestà del Re sa che, havendo prima fatto supplicare S. B. che riceva in gratia decto messer Nicolò, fu risposto che sempre l’ha amato et ama, et è contenta S. B. riceverlo in gratia, con questo che gli presti la debita obedienza, nel modo che S. S. rispose all’ambasciatore, mandato da messer Nicolò, et secondo il tenor dei Brevi mandati. Et a questo fine S. B. ha scritto a Fiorenza all’ambasciatore che debbia eseguire. Et se il signor Duca et i Fiorentini non sono in tutto alieni da ogni honestà et giustitia, non solo non consentiranno a quello et non si opponeranno ma favoriranno, acciò sia (come è ragionevole) sodisfatto all’honesto dessiderio di N. S., il quale certamente merita di esser commendato, aiutato et favorito, quando non si vogliano portar seco malignamente et non haver rispetto nè a Dio nè alla giustizia.

Et in quanto a quel che per parte loro si domanda, cioè che S. S. desista dall’impresa, S. S. resta pessimamente sodisfatta di tal rechiesta, la quale tocca l’honor di quella et di S. Chiesa; il quale honore S. B. è solita di preporre a tutte le cose di questo Mondo, et alla vita propria. Et veramente se da essi Signori gli fusse domandato quanto ha et di quanto può lecitamente disporre, lo concederia volontieri et più presto che desistere da così giusta impresa, per lo grandissimo vittuperio et infamia che ne segueria a S. S., l’honore et reputation di cui sarriano ad un tratto seppeliti; oltre il grandissimo et incomparabil danno et pericol di perdere con sì fatto essempio tutto lo Stato della Sede Apostolica etc.

Per le quali ragioni et molte altre, che giustissimamente muoveno la mente di S. S., havendo già incominciato l’impresa et proceduto tanto inanzi, sarrebbe troppo grave errore il lassarlo, ad ingiusta requisitione di qual si voglia. Et perciò sta in fermo et constante proposito di voler la vera obedienza di messer Nicolò et da quella città, come è pur giusto nè si può negare con ragione.

Nº IX.

(Vedi pag. 370, 384.)

La _Confessione_ che segue fu scritta da Giovan Battista da Montesecco, mentre era in carcere dopo la Congiura e il giorno innanzi ch’egli morisse. Ma convien dire che avessero a lui promesso la vita salva, e che il pover uomo se lo tenesse per certo, perchè in altro modo non s’intenderebbe come avesse egli potuto distendere quella scrittura, dove appare tranquillo animo, il linguaggio essendo piano, scorrevole e ordinato bastantemente. Ebbe essa le firme del Potestà di Firenze, di due Priori e quattro Monaci di Badia, di San Marco e di Cestello, i quali attestarono avere veduto cogli occhi loro il Montesecco scrivere la dichiarazione, dove egli afferma essere sua quella scrittura che ad essi stava allora innanzi. Si è detto come Bartolommeo Scala Segretario la inviasse ai maggiori potentati in un con altre giustificazioni della Repubblica e in risposta al Breve di Sisto IV. Confessa lo Scala avere tolti via per _buone ragioni_ alcuni passi della Confessione, e il manoscritto ha veramente alcuni spazi lasciati in bianco e da noi segnati con puntolini; potevano essere parole che irritassero, contro all’intenzione di Lorenzo, il re Ferrando, il che riesce assai probabile in quel luogo dove il Montesecco, a fine di _pungere_ e _riscaldare_ Jacopo dei Pazzi, accenna ai favori che avrebbe l’impresa; nè il crederlo disdice per le altre lacune. Le sottoscrizioni aggiunte alla Copia nel giorno della pubblicazione sono è vero della Curia di un Arcivescovo ch’era tutto devoto a Lorenzo; ma il fatto appunto delle lacune è buono argomento a dimostrarne l’autenticità. Fu divulgata quattro mesi dopo: ma che di pianta fosse inventata, oltre che ne sembra essere impossibile, reputiamo che un falsario il quale avesse voluto da cima a fondo servire a Lorenzo, l’avrebbe scritta in altro modo. Quella scena che ivi si narra come avvenuta in Camera del Papa, pare a noi che abbia di que’ caratteri che non si mentiscono, e con pace dell’Alfieri io credo essere quello il vero Sisto. Noi pubblichiamo l’Originale archetipo di quella Scrittura che andò alle Corti tale qual’è in questo Archivio di Stato: fu stampata la prima volta sopra una copia e con qualche menda dall’Adimari tra’ Documenti aggiunti alla _Coniuratio Pactiana_ di Angelo Poliziano, Napoli 1769, ma senza le ultime sottoscrizioni; in questo modo fu riprodotta poi dal Fabroni e da più altri.

Questa serà la confessione, la quale farà Giovan Baptista da Monte Secco de sua mano propria, in la quale farà chiaro a omne uno l’ordene et el modo dato per mutar lo stato de la ciptà de Fiorenza, comentiando dal principio infine alla fine, nè lasciando cosa alchuna inderietro, _imo_ i’ narrando tucte le persone con chi lui n’aveva hauto colloquio, e particularmente narrando le punctali parole hauto con tucti quelli chon chi n’à parlato. E prima con l’Arcivescovo e Francescho de’ Pazzi ne parlai in Roma, in la camera del detto Arcivescovo, dicendome volerme revellare uno suo secreto e pensiero, che havevano più tempo hauto in core; e qui con sacramento volse che io gli promettessi tenerli secreti, nè de questa cosa parlarne nè non parlarne si non quanto saria el bisogno, e quanto pareria e vorria a loro; et io così gli promisi.

L’Arcevescovo comenciò a parlare, facciendome intendere como lui e Francesco avevano el modo a mutar lo Stato di Firenza, e che determinavano ad omne modo farlo, e che ci voleva l’aiuto mio. Io glie respuosi che per loro faria ogni cosa, ma essendo soldato del Papa e del Conte, io non ci podeva intervenire. Lor mi rispuoson: Como credi tu che noi facemo questa cosa sanza consentimento del Conte? _imo_ ciò che si cercha e che se fa, per exaltarlo e magnificarlo, chosi lui chome noi, e per mantenerlo i’ nello Stato suo; avisandoti che se questa cosa non se fa, non glie daria del suo Stato una fava; perchè Lorenzo de’ Medici glie vol mal di morte, nè credo che sia huomo al mondo, a chi lui voglia peggio; e dopo la morte del Papa non cercherà mai altro che torgli quello poco Stato, e farlo mal capitar de la persona, perchè da lui se sente grandemente ingiuriato. E volendo io ’ntender el perchè e la cagione Lorenzo era così inimico del Conte, mi disse cose assai sopra a questa parte, e della Depositeria e dell’Arcievescovato di Pisa, e più cose che seriano longhe a scrivere; e in fine fu facta questa conclusione, che dove concorreva l’onore e utole del Conte et el lor, io mi sforzaria a fare _iuxta posse_ tucto quello che pel Conte me sarà comandato. E tucte queste cose furono commune frallo Arcievescovo e Francesco, e che un altro dì se devesse essere insieme et con il Conte proprio, e pigliar determinatione de quello s’aveva da far; et così se remase etc. La cosa rimase così per parechie giorni, nè me fo dicto altro; ma bene so che fra l’Arcievescovo e Francesco et el Signor Conte ne fo in questo tempo parlato più volte.