Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3
Part 32
Intanto il Papa ed il Re avevano cominciato la guerra in Toscana. Fecero di questa Capitano generale Federico duca di Urbino, e seco era Alfonso duca di Calabria primogenito del Re: i quali essendo nei primi giorni del mese di luglio giunti ai confini presso Montepulciano, un trombetta del duca di Calabria recava in Firenze un Breve del Papa in data dei sette di luglio. Con esso notificava ai Fiorentini, come non potendo più tollerare l’ingiurie che da Lorenzo dei Medici in diversi tempi erano state fatte alla Sedia Apostolica, si trovava costretto prender le armi contro a lui, acciocchè liberata la città di Firenze da cosiffatto tiranno, potesse egli volgersi con l’aiuto di tutti i principi e delle repubbliche dei Cristiani alla impresa dei Turchi. Credeva pertanto quella prudentissima Repubblica vorrebbe ultimamente risolversi ai partiti migliori, la quale verrebbe a perdere sè medesima, quando ella volesse in tanto dannosa servitù continuare; e chi ciò consigliasse, oltre all’opporsi insiememente alla religione ed ai comandi della cristiana repubblica, darebbe segno che Dio l’avesse tolto affatto d’intelletto: quindi la confortava a considerare diligentemente quello che si metteva a fare, conchiudendo che una volta fosse cacciato Lorenzo, restituirebbe alla Repubblica di Firenze l’antica amicizia. Lette queste lettere, e non parendo a Lorenzo che fosse bastante una deliberazione dei Consigli, ma che dove andava della sua persona dovess’egli parlare col popolo, avendo in Palagio radunato grande numero di cittadini, cominciò a dire: «Che delle cose passate non voleva entrare a parlare, sì perchè non gli accadeva scusare sè, nè accusare altri, poichè la Repubblica intorno a ciò avea pronunziato, e sì perchè avrebbe desiderato che di tanto fiera crudeltà la memoria si spegnesse. Dolergli bene sino al profondo del cuore, che un Vicario di Cristo in tanta dignità posto, ed abbattutosi in tempi di tanto pericolo alla Cristianità, fosse potuto scendere a perseguitare con tanto furore un uomo privato, e perciò a muovere tale guerra ad una sì eccelsa Repubblica e della Chiesa benemerita. Non saper se in lui maggiore fosse l’obbligo che alla sua patria doveva sentire per averlo con tale costanza difeso e protetto, o il dolore dell’esser egli per altrui colpa cagione di porre in tanto scompiglio quella città ch’egli amava più della vita sua. Bastargli in quanto a sè, che di nulla lo rimordesse la coscienza; sperando nel resto che la Repubblica, con l’aiuto di Dio e per la prudenza dei suoi cittadini, agevolmente si sarebbe in breve con gloria dalle presenti molestie liberata. La quale se intanto la morte o l’esilio di lui credesse utile alla comune salvezza, egli la vita e l’avere e il sangue de’ figli largamente alla patria profferiva.» Fu a Lorenzo in poche parole risposto da chi a ciò era stato eletto, ch’egli stesse di buon animo, perciocchè a lui conveniva di vivere e di morire con la sua Repubblica; e per fargli conoscere ch’eglino di lui quella cura aveano che di caro e buon cittadino si deve, gli deputarono dodici uomini per guardia della sua persona. La Repubblica trattava nelle solenni occasioni Lorenzo come semplice cittadino, ma intanto con dargli una guardia alla persona sua lasciavagli fare un altro passo verso il Principato.[496]
Essendo in tal modo assicurati della città, i Reggitori si diedero per via dei soliti balzelli a procacciarsi moneta, ed a raccogliere in gran fretta genti quante poterono per l’Italia. I Veneziani, richiesti secondo l’obbligo della lega, fecero avanzare alcune squadre in Toscana, ma in poco numero e a rilente, allegando non avere essi obbligo a questa guerra che era mossa contro a persona privata. Nè dal Duca di Milano venne quell’aiuto che sarebbe bisognato: mandava però alcune squadre, delle quali erano condottieri Alberto Visconti e Giovan Giacomo Trivulzio che fu capitano poi di tanta fama: questi aveva seco Teodoro giovanetto, suo nipote. Giugneano frattanto le genti assoldate al campo verso Arezzo; v’era Niccola Orsini conte di Pitigliano, e Currado anch’egli di casa Orsini, e Ridolfo Gonzaga fratello del Marchese di Mantova con due figli. Comparivano di mano in mano Giberto dei Signori di Coreggio e due figli di Ruberto Malatesta, e Tommaso di Saluzzo e un Martinengo di Brescia, e altri Capitani ch’aveano condotti; Commissario generale di tutto l’esercito fu eletto Iacopo Guicciardini. Ritrattisi indietro, e posto guardia a quelle vie per dove i nemici si credeva che potessero avere in animo di passare, si fortificarono al Poggio Imperiale sopra alla terra di Poggibonsi, luogo opportunissimo alla difesa ch’era bisogno fare più stretta e più raccolta che fosse possibile, dovendo con meno di quaranta squadre stare incontro a più di sessanta: in ogni squadra erano venti uomini d’arme e quaranta balestrieri tutti a cavallo, ed i valletti sui cavalli di riscossa. Intanto i Senesi, già entrati in guerra, davano ai nemici comodità di passi e di vettovaglie: ed era grandissimo disavvantaggio ai Fiorentini la mancanza d’un Capitano generale cui tutti obbedissero. Aveano trattato con Ercole da Este duca di Ferrara: ma i Veneziani faceano difficoltà a condurlo, negando dare essi le forze della Repubblica in mano a un principe confinante ed al quale erano poco amici:[497] nè i Duchi d’Urbino e di Calabria aveano capitani allora in Italia che gli agguagliassero di riputazione; Federigo era personalmente nemico a Lorenzo, e Sisto in lui fidava molto.[498] Laonde i nemici entrati nel Chianti, e cavalcando forte, posero il campo sotto alla Castellina, di là spingendosi all’intorno; e da una parte nella Val d’Elsa, dall’altra nei poggi che sovrastano il Valdarno facevano guasti e ruberie ed arsioni con grande ruina. Quindi, avuta dopo alquanti giorni d’oppugnazione la Castellina e poi Radda, tennero lungo assedio a Brolio e ad altri luoghi dei Ricasoli; i quali per avere fatta buona prova, e infine vedutosi pigliare e abbruciare quei loro castelli, ebbero dalla Repubblica privilegi e ricompense, essendo anche stati fatti abili agli uffici.[499] Era il mese di settembre, e infine giugneva Ercole da Este che avea consentito d’essere Capitano Generale dei Fiorentini e del Duca di Milano in questa guerra, con la speranza che i Veneziani poi l’accettassero. Il quale di persona, e con l’aggiunta di nuovi soldati, andò a porsi con tutto il nerbo delle sue forze nel campo munito sopra a Poggibonsi. Allora i nemici, sgombrato il Chianti e voltisi a un tratto verso la Valle di Chiana, poneano assedio al Monte San Savino; per il che al Duca di Ferrara entrato nelle terre dei Senesi, ai quali avea tolte alcune castella, fu necessità d’abbandonare quella impresa, molto importando a lui di soccorrere Monte San Savino. Intorno al quale raccoltosi il grosso dei due eserciti era molta guerra, quando il Capitano dei nemici avendo chiesta tregua d’otto giorni, quello dei Fiorentini la concedeva con mal consiglio; imperocchè non appena finita la tregua che il Duca di Ferrara invano cercava di prorogare, quello d’Urbino avendo stretta con maggiori opere la terra, l’ottenne a patti; di là stendendosi pei luoghi che sovrastano alla Chiana dove, essendo giunto il mese di novembre, potea svernare agiatamente.
Fin dai principii di quella guerra avea la Repubblica a Roma inviato un’altra volta ambasciatore Donato Acciaioli; il quale tornando senza alcun effetto, andava in sua vece Guid’Antonio Vespucci, peritissimo nel diritto. Il Papa scendeva più tardi a qualche proposizione d’accordo: chiedesse perdono la Repubblica, innalzasse una Cappella espiatoria per le uccisioni fatte nel caso dei Pazzi, promettesse di non fare offesa al Patrimonio della Chiesa, ma i due Stati scambievolmente si assicurassero; pagasse le spese della guerra, o a compensazione di questa rendesse il Borgo San Sepolcro, e, secondo scrivono taluni, cedesse Modigliana e Castrocaro. Non erano tali quelle proposte che a Lorenzo fosse possibile consentirle: altiero per indole, ed ora costretto stare sul duro per mantenere a sè la parte dell’uomo offeso, nè volea fare espiazione pel fatto dei Pazzi, nè che la Repubblica soffrisse per lui diminuzione. Sperava egli assai dalla Francia, dove era mandato Donato Acciaioli reduce da Roma; il quale però giunto in Milano quivi moriva, e la Repubblica decretava onori insigni alla memoria di quel cittadino fra tutti egregio; e perchè di lui, astinentissimo com’egli era, sapea la famiglia essere in povere condizioni, prendeva i figliuoli sotto la tutela sua, e con beneficî molti e durevoli gli risollevava.[500] Andava in suo luogo, già essendo col Papa rotte le pratiche, Guid’Antonio Vespucci: il re Luigi XI aveasi presa molto caldamente a petto la causa dei Fiorentini e di Lorenzo, e sin da principio mandato in Firenze a risedervi come ambasciatore Filippo di Argenton signore di Comines, del quale abbiamo a stampa Memorie assai celebrate.[501] Questi dimorava qui un intero anno; e fu detto, nè senza buoni argomenti, Lorenzo averselo allora e poi sempre conciliato per danari. Così nel concerto degli encomiatori di Lorenzo entrò anche la voce d’un uomo straniero. Faceva più volte Luigi XI promessa al Vespucci d’intervenire con le armi, ed in Firenze aspettavano cinquecento lance francesi, che mai non giunsero, perchè il Re non era largo di fatti come di parole, e tutto inteso a fortificare la monarchia dentro, avea in abominio le guerre esterne. Col Papa bensì, perchè era difendere la libertà della monarchia, andò più innanzi che non facessero gli stessi confederati della Repubblica di Firenze. L’imperatore si contentava mandare qui e in Roma a fare dimostrazioni ed a portare parole di pace: lo stesso avean fatto Mattia Corvino re d’Ungheria, e presso che tutti gli altri monarchi della Cristianità, commossi da quelle esorbitanze di Sisto, e avendo, sebbene diversamente ciascuno, pigliato a difendere la causa de’ Fiorentini. Ma fattosi innanzi più vivo degli altri Luigi XI, mandava un’ambasciata di sei tra ecclesiastici e secolari, i quali fermatisi prima in Firenze, recavano al Papa forti parole, con la minaccia di levare da Roma i prelati francesi, e di togliere al Papa ubbidienza finchè la sua causa fosse giudicata da un generale Concilio. Si facevano a questo fine congregazioni in Francia di teologi. Era Sisto in molto grande perplessità, e abbiamo una lettera scritta a lui dal buono e savio cardinale Iacopo Ammannati, dove con caldezza d’animo devoto al Papa e alla Chiesa, e usando parole tali che Sisto non se ne offendesse, cerca di condurlo ai consigli temperati, mostrando i pericoli gravi che alla Chiesa poteano venire se andassero innanzi quelle dimostrazioni dei Francesi.[502] Dalle quali scosso, proponeva Sisto che, facendo tregua, fosse la causa dei Fiorentini compromessa nei Re di Francia e d’Inghilterra, e per terzo nel Legato da lui mandato a questo effetto; e se i tre non convenissero, nell’Imperatore e nel suo figlio Massimiliano, marito alla erede degli Stati di Borgogna: ma questi essendo come l’Inglese contrari a Francia, era naturale non soddisfacessero ai Fiorentini, che rifiutarono di accettare il compromesso.[503]
Muovevangli anche gli uffici prestati a loro difesa dai Veneziani che, avendo fatta pace col Turco, erano divenuti o almeno apparivano più vivi e più pronti nelle cose della lega.[504] Teneano in Firenze dal principio della guerra ambasciatore Bernardo Bembo; ed a Venezia in ricambio andava Tommaso Soderini, autorevole, e vecchio amico di quella Repubblica. Grandi imprese erano messe innanzi tra lui e il Senato pel nuovo anno: assalire con le galere le coste di Puglia, fare scendere in Italia il Duca d’Angiò: per l’una e per l’altra parve che la spesa fosse troppa, e nulla si fece. Tra’ collegati, su’ Fiorentini soli cadrebbe a ogni modo tutto il pondo della guerra. Temevano anche di rimanere scoperti verso Genova, perchè i Lucchesi, sebbene di nome fossero nella lega, desideravano in fondo dell’animo sopra ogni cosa l’abbassamento della Repubblica di Firenze. E questa mandava ad osservarli ed a contenerli Piero di Gino di Neri Capponi, giovane ancora; il quale rimasto quell’inverno in Lucca, sul cominciare di primavera, perchè gli umori bollivano, gli si levò contro un grande tumulto di popolo armato, dal quale scampava con difficoltà la vita. Imperocchè gli animi erano ivi molto accesi da Cola Montano che, stato consigliero ma non esecutore della uccisione di Galeazzo, in Lucca viveva, paese tra’ pochi allora in Italia dove fosse libertà; ed in Lorenzo perseguitava un altro tiranno.[505] Aveva quel popolo pigliato speranza da un appressarsi di nemici inverso i confini di Pisa e di Lucca; del che erano state queste le cagioni. Morto Galeazzo duca di Milano, voleano i fratelli di lui avere parte nel governo dello Stato, il quale rimase alla vedova duchessa Bona tutrice del figlio Giovanni Galeazzo: gli zii Lodovico, Ascanio e due altri, ebbero esilio; e Lodovico sceso in Lunigiana, s’intendeva di là con Ferrando e co’ fuorusciti genovesi, tanto che Genova dopo molta varietà di casi tornava libera; ma il nuovo Doge, Battista Fregoso, vivea in amicizia con lo Stato di Milano. Roberto da San Severino, capitano di molto nome e che teneva per gli zii, trovandosi escluso da Genova, si mosse con quattro mila soldati e con l’intesa del re Ferrando ad assaltare la Toscana dal lato di Pisa.
I Fiorentini, colti alla sprovvista, mandarono subito a Pisa Commissari che nel paese facendo raccolta di uomini comandati contenessero il primo impeto, radunando in Val di Nievole altre genti le quali impedissero ogni moto dei Lucchesi. Aveano ordinato anche al Duca di Ferrara venisse ad opporsi, con quella parte che fosse necessaria del suo esercito, a Roberto da San Severino; ma questi, dopo essere corso fino alle mura di Pisa, voltò indietro, per non avere forze bastanti, e si ricondusse nelle sue stanze di Lunigiana. Il Duca tornava su’ confini del Senese, dove si vedeva che sarebbe la guerra grossa, molto i nemici ivi essendosi rafforzati. I Fiorentini dal canto loro aveano condotto, con aggradimento dei Veneziani, il Conte Carlo da Montone e Deifebo dell’Anguillara; agli stipendi loro da quei de’ nemici erano venuti il prode Roberto Malatesta e Costanzo Sforza signore di Pesaro: ottennero anche, che il Duca di Ferrara fosse riconosciuto Capitano generale di tutta la lega; ed era in Toscana venuto il Marchese di Mantova ai soldi dei Signori di Milano. Facevano grande disegno di avere Perugia col mezzo del Conte Carlo per le aderenze sue nella città; ma egli infermatosi, moriva in Cortona. E pur nonostante continuando Roberto Malatesta le incursioni nel Perugino, gli mossero contro il Prefetto di Roma nipote del Papa e Matteo da Capua che aveva portato un rinforzo di quindici squadre. I quali venuti a giornata con Roberto non lungi dal lago Trasimeno, furono dalla virtù sua rotti con perdita degli alloggiamenti ed uccisione di molti nobili cavalieri e di gran numero di soldati. Fu allora costretto il campo nemico fare una mossa da quella banda; al che il Capitano dei Fiorentini che era sul Poggio Imperiale, visto il terreno sgombro all’intorno, uscì con parte delle sue schiere, ed ebbe per forza Casole, terra grossa dei Senesi. Ma ivi accadde che nel saccheggio nate questioni per la preda tra’ soldati di Mantova e quei di Ferrara, e quindi contesa tra’ due Signori, e un’altra essendone tra Roberto Malatesta e Costanzo Sforza, che nemmeno essi poteano più stare insieme, convenne partire l’esercito in due; il che fu ruina di tutta l’impresa. Imperocchè i nemici con arte sapiente raccoltisi insieme nelle estremità di Val di Chiana, ed ivi per numero e per agevolezza di movimenti potendo con grande vantaggio combattere così gli andati nel Perugino come i rimasti in sul Senese, impedivano ogni mossa da entrambe le parti; il che era mandare in lungo la guerra con danno gravissimo dei Fiorentini. I quali ebbero da Venezia soli mille uomini d’arme, che poco fecero per le usate circospezioni di quella Repubblica; ed in Lombardia essendo turbate le cose, non che di là venissero nuove genti, furono costretti l’Estense e il Gonzaga partirsi dal campo. Era il fine dell’estate, quando i nemici accortisi come sul Poggio Imperiale si faceva mala guardia, partitisi a un tratto dal Ponte a Chiusi, a grandissime giornate vennero ad assalire quelli del Poggio. I quali dall’impeto improvviso sbigottiti, vilissimamente si fuggirono, abbandonando quel forte sito ch’era difesa della città di Firenze: per il che in fretta richiamate dal Perugino le genti, e insieme con quelle le quali erano sul Senese facendo testa ne’ poggi di San Casciano, sebbene fossero in tempo da porre la città in salvo, non impedirono che i nemici sparsi giù per la Val d’Elsa, prese altre castella, andassero in forza alla espugnazione di Colle. Fu molto gloriosa quivi la difesa per sessanta giorni, concorrendovi misti ai soldati i cittadini e le donne istesse con grande amore per la Repubblica. Ma infine Colle cedette anch’esso ai 14 novembre 1479. E un altro assalto contro ai Fiorentini si cominciava in Romagna da Roberto di San Severino per la mutazione di fresco avvenuta nello Stato di Milano.[506]
Quivi la Duchessa, debole e povera di consiglio e stretta dalle arti e dalle forze dei cognati, gli avea ricevuti a partecipare nel governo e nella tutela del figlio bambino; ma in breve fu ella necessitata partirsi, ed a Lodovico rimase lo Stato come in libera signoria. Il quale essendo nuovo ed ambizioso e già conosciuto tra gli altri principi artifiziosissimo, nessuno vedeva da quale parte inclinerebbe: Lorenzo temeva sopra ogni cosa la congiunzione di lui col Re, della quale aveva già qualche sentore. Quindi era al Medici necessità farsi innanzi e precorrere gli eventi: la guerra sarebbegli nel terzo anno gravissima, ignorando egli sopra quali amici potesse contare. Ed inoltre era la città stracca, essendo percossa in quegli anni anche dalla peste, e voci insolite s’udivano fin dentro ai Consigli, accusando gli errori commessi, le perdute spese, le ingiuste gravezze: cagione lui solo dei pubblici danni. Vedeva Lorenzo per tutto ciò, che a salvare la città e sè stesso gli era necessità ricorrere a un forte partito; rompere la Lega ad ogni costo, ed egli gettandosi in braccio all’uno dei due nemici come incurante di sè medesimo, destare negli uomini con un grande atto ammirazione. Con Sisto, impossibile o sempre mal ferma vedea l’amicizia; nel Re gli pareva doversi fidare, qualora a lui si abbandonasse: rischio pur v’era ma necessario, e qui all’ardire si congiugnea la prudenza; dove poi l’ardire sopravanzasse, valeva la fiducia che in sè medesimo riponeva, egli sentendosi nato a vincere col forte ingegno le difficoltà e a trarsi dietro gli altrui voleri.
Avea mandato fino dai 24 novembre[507] al Re chiedendo salvocondotto, e con l’offerta di darglisi in braccio, Filippo Strozzi mercante che a Napoli era pervenuto a grande ricchezza, destro e capace a molte cose. Era anche d’intesa co’ due Capitani dell’esercito nemico, ai quali scriveva il giorno stesso della partenza essersi indotto a quel partito pei loro consigli, ed ora pigliarlo di buonissima voglia per la gran fede che in essi poneva.[508] E già il Re aveva mandato a Livorno due galere sottili a ricevere ed a condurre Lorenzo a Napoli. Il quale avendo prima conferito questo suo pensiero con pochissimi, fece la sera dei sei dicembre chiamare in Palagio dai Dieci una Pratica di circa quaranta dei più principali cittadini, ed egli levatosi disse: «averli fatti chiamare per conferire con loro una sua deliberazione, nella quale non ricercava lo consigliassero ma solamente che lo sapessero: aver egli considerato quanto la città avesse bisogno di pace, massime non volendo i Collegati fare il debito loro; e perchè i nemici pretendevano l’odio loro non essere contro alla città ma contro a lui solo, avere proposito di trasferirsi personalmente a Napoli: questa andata parere a lui utilissima; perchè se i nemici volevano lui, l’avrebbero nelle mani, ma se volevano l’amicizia pubblica, questo essere modo a intendersi presto e a migliorare le condizioni della pace; se altro volevano, questa andata lo dimostrerebbe, e i cittadini si sforzerebbero con qualche modo più vivo di difendere la libertà e lo Stato: conoscere in quanto pericolo si mettesse, ma esser disposto preporre la salute pubblica alla sua; chè oltre al debito universale dei cittadini verso la patria, era particolare suo per aver egli avuto dalla città più benefici e grado maggiore che alcun altro: sperare coloro ch’erano presenti non mancherebbero di salvargli lo Stato e l’essere, e così raccomandare a loro sè, la sua casa, e la famiglia: e soprattutto sperare che Dio, risguardando alla giustizia pubblica, e alla sua buona intenzione privata, aiuterebbe questo pensiero; e quella guerra che si era principiata col sangue del suo fratello e suo, si poserebbe e quieterebbe per le sue mani.[509]»
Dette queste cose, uscì dal Palagio e si partì di Firenze la notte medesima. Giunto a San Miniato al Tedesco scrisse alla Signoria, scusandosi del non averle prima comunicato questo suo disegno perchè i tempi volevano fatti e non parole. A Livorno ebbe dai Dieci il mandato d’ambasciatore al re Ferrando, con facoltà libera di conchiudere quanto il popolo Fiorentino. Quindi salito a Vada sulle galere, giunse in Napoli ai 18 dicembre. Quivi ebbe dal Re tanto amorevoli accoglienze che egli medesimo si credette avere in mano la pace, ed a Firenze ne scrisse; ma tosto dipoi s’avvidde le cose andare in lungo, o che il Re temesse d’offendere il Papa, o che veramente, come fu creduto, aspettasse di vedere se accadesse qualche mutazione nello Stato di Firenze. Qui erano molto gli animi sospesi: ricordavano il tradimento da questo Re istesso fatto a Iacopo Piccinino; e se Lorenzo venisse a capitar male, benchè non mancasse chi se ne sarebbe rallegrato, i cittadini più non fidavano gli uni negli altri così, da mettere in comune la Repubblica com’era stata nei tempi addietro. Forse che aveva Lorenzo nella fantasia sperato di conseguire un effetto pronto ed intero; ma era sempre a lui grande necessità tornare portando una pace non tanto cattiva, bene essendosi egli apposto, dovere quell’atto animoso rialzare la parte sua, della quale intanto i principali rimasti in Firenze si adopravano con ogni dimostrazione di forza a mantenere bassi e disgregati i molti contrari. Questi veramente non può dirsi formassero parte, perchè non aveano disegni fermi nè capi che fossero dagli altri seguiti: il solo Girolamo Morelli, stato lungamente ambasciatore in Milano e ora dei Dieci, troviamo che fosse per autorità e senno in tanta grazia che già molti a lui s’accostavano; e non che gli altri capi del Reggimento, Lorenzo stesso n’ebbe paura.[510]