Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3
Part 33
Desiderava questi sopra ogni cosa spacciarsi tosto, nascondeva in petto dubbi e ansietà, ma rendeasi intanto grazioso alla Corte[511] e grato al popolo con le liberalità; comprava co’ doni gli amici del Re, spiava di questo l’animo chiuso, e lo vinceva con l’eloquenza delle parole, con la scioltezza dei modi e con l’acutezza sua nel giudicare le cose di Stato e le nature di quanti erano Signori e Principi in Italia. Scorreano due mesi e la pace non si conchiudeva: tra ’l Papa ed il Re correano pratiche, mal cuoprendo questi l’avere promossa quell’andata di Lorenzo, ed ora trattare separatamente con lui d’accordarsi. Del che il Papa offeso molto, negava l’onore suo e della Chiesa essere in salvo se non andasse Lorenzo in Roma ad umiliarsi ai piedi di lui; questo essere in obbligo il re Ferrando di procurare, _avendo Lorenzo nelle sue mani_.[512] Il quale di queste pratiche insospettito, si partiva da Napoli; nè posso io credere che ciò fosse senza consenso del Re: ed era fermo in Gaeta il primo di marzo, quando gli giunse da questi una lettera scritta in latino molto ampia e solenne (forse era lettera da mostrare più che da credere), che lo richiamava in Napoli con istanza grandissima, dicendogli avere dal Papa avuta ogni sicurezza.[513] Ma ciò nonostante Lorenzo avendo proseguito il suo cammino, il Re gli faceva correre dietro il trattato da lui bell’e sottoscritto; ed era quegli appena tornato in Firenze, dove fu accolto con grande letizia e popolare benevolenza, quando la notizia della pace, molto da ognuno desiderata, lo fece salire in maggior gloria e reputazione.
Era una pace quale potessero i Fiorentini allora sperarla. Imperocchè delle cose di Romagna si faceva compromesso nel Re, nulla avendo stipulato a favore di quei Signori i quali stavano in protezione della Repubblica; non era promessa la restituzione de’ paesi tolti, ma rimaneva ciò pure in arbitrio di Ferrando; s’obbligava la città a pagare per un corso di anni al Duca di Calabria una certa somma di danari a titolo di condotta; vi era poi anche pattuita la liberazione dei Pazzi rinchiusi nella fortezza di Volterra. Fermaronsi dopo quell’accordo le dubbiezze, tra le quali sembravano esitare dopo l’andata di Lorenzo le risoluzioni degli altri Principi, ammirati anch’essi di quell’ardimento e incerti a qual fine dovesse riuscire. Milano aveva ratificato la pace, ed era entrato nella Lega già stretta tra il Re e la Repubblica di Firenze. Ma per contrario i Veneziani, che aveano cercato impedire quella unione, trovato il Papa di quella essere malcontento, fecero nel mese d’aprile con esso una lega separata, dalla quale usciva non molto dopo un’altra guerra. In Toscana aveva il Duca di Calabria pubblicato prima una tregua, dopo la quale sotto colore di guardarsi per la venuta che si aspettava in Italia del Duca d’Angiò, era egli andato a porsi in Siena; dove facendosi arbitro delle discordie ivi accese tra’ diversi Ordini o _Monti_ nei quali era diviso quel popolo, già stava sul punto di farsene signore; antico disegno della Casa d’Aragona, e cominciato dall’avo Alfonso quando egli muoveva guerra ai Fiorentini. Era anche avvenuto nei principii dell’inverno, durante la tregua, che i Fregosi, con aggressione improvvisa, s’impadronissero di Sarzana: del che la Repubblica essendosi richiamata al Duca di Calabria, questi, sebbene riconoscesse violata la tregua, vietava però ai Fiorentini muovere le armi per la recuperazione di quella città. Per tutto ciò stavano essi in timore grandissimo, e quel Duca dicevasi in Siena poco nascondere la speranza di farsi signore di tutta Toscana. La pace ottenuta in Napoli da Lorenzo potea finire in un tranello.[514]
Ma intanto un subito ed a tutta Italia molto pauroso accidente fermava ad un tratto le imprese dei Principi, costretti ad unirsi per la comune difesa. Viveva tuttora Maometto II, il quale respinto dalla espugnazione di Rodi per il valore maraviglioso di quei Cavalieri, ma sempre insaziabile di fare conquiste, mandava parte delle sue galere lungo le coste d’Italia, dove il pascià che le comandava, messi in terra sei mila soldati, s’impadronì della città d’Otranto; e in quella, vuotata con strage orribile degli abitatori, fortificatosi, ed avendo seco un qualche numero di cavalli, scorreva e predava le terre all’intorno. I Veneziani ebbero accusa d’avere chiamati costoro per odio contro al re Ferrando;[515] e un ambasciatore Turco attribuiva l’impresa d’Otranto alle suggestioni loro.[516] Nè andava immune da quel sospetto lo stesso Lorenzo, il quale per mezzo dei mercanti fiorentini aveva grande entratura in Costantinopoli, e dopo che egli ebbe ottenuto dal Sultano la consegna del Bandini, diceano potere appresso a lui ogni cosa.[517] Fruttò a Lorenzo quella discesa del Turco la pace in Toscana, e poi dal Pontefice l’assoluzione dell’interdetto. Imperocchè Alfonso duca di Calabria accorso a difendere l’Italia da quell’insulto barbarico, abbandonava lo Stato di Siena del quale era egli già come in possesso, e insieme, con suo dolore gravissimo, la conceputa speranza di cose maggiori: per quella partita Siena rimaneva in molto lunghe perturbazioni.[518]
Innanzi la fine di quell’anno 1480 i Fiorentini, udito che il Papa si muterebbe dalla ira sua qualunque volta si umiliassero a domandare perdono, prima gli mandarono Antonio Ridolfi e Piero Nasi a fare dimostrazione dell’animo loro e ad accertarsi di quello del Papa. Dai quali essendo già preparate le cose, andava in Roma un’ambasciata di dodici cittadini, primi dei quali erano Francesco Soderini vescovo di Volterra e Luigi Guicciardini. Portavano le Istruzioni, che se fosse l’assoluzione indugiata così da mostrare poca voglia di concederla, «o se per averla si chiedessero danari, o se la città avesse a fare qualche dimostrazione per osservanza dell’interdetto, o se fosse esclusa dalla universale benedizione qualche persona in particolare, o se altra condizione potesse riuscire alla città o in pubblico o in particolare ignominiosa,» dovessero gli Ambasciatori partirsi da Roma, «supplicando la Santità sua che si degni bene considerare l’atto, che la nostra città ha fatto inverso quella Santa Sede e Sua Beatitudine per debito nostro, come è debito d’ogni cristiano venerare quella Santa Sede ed a quella umilmente inclinarsi; e quello, da altra parte, che a quell’atto si conviene, e quale sia l’ufficio pastorale; perchè non dubitiamo quello non ha fatto ancora, lo farà altra volta, quando e come meglio parrà alla Santità Sua.[519]» Ma il Papa non pose con savio consiglio alcuna sorta di condizione; e gli Ambasciatori entrati in Roma di notte tempo, e ricevuti quindi in concistoro segreto, vennero, nel giorno prima determinato, ad aspettare nel Portico innanzi la chiesa di San Pietro, della quale poichè furono aperte le porte, trovarono il Papa assiso nella sedia pontificale e circondato da molto numero di Cardinali; al quale prostratisi, e in nome della città chiesto perdono dei falli commessi, il Papa, osservate le rituali cerimonie, diede ad essi e alla città piena e universale assoluzione.[520] Dopo di che uscirono dalla chiesa accompagnati ed onorati molto degnamente, com’era usanza con gli ambasciatori: in seguito aggiunse il Papa condizione, che i Fiorentini armassero quindici galee contro al Turco.
CAPITOLO VII.
GOVERNO DI LORENZO. — MOTI DIVERSI E INDI PACE UNIVERSALE D’ITALIA. — MORTE DI LORENZO. [AN. 1480-1492.]
Quando Lorenzo fu di pochi giorni tornato da Napoli, parve a lui essere occasione di fermare per sempre lo Stato nella dipendenza sua, ed era in parte anche necessità. In altro luogo diremo quel che riguardasse le sue private sostanze, le quali erano da più tempo assai danneggiate; ma quelle ancora di molti cittadini venivano offese, oltrechè dalle gravezze, dalla molta difficoltà che avea il Monte a pagare gl’interessi del pubblico debito che a tante famiglie facea patrimonio: per questo e per altri titoli importava a quei dello Stato avere le mani libere, ed ai nuovi e più efficaci provvedimenti assicurare continuità.
Infino a qui gli Accoppiatori facevano ogni due mesi le scelte pe’ Magistrati dalle borse ch’erano a mano; si volle adesso creare un ordine permanente, al quale spettasse eleggere a tutti gli uffici, e che insieme avesse il governo in sè medesimo dello Stato. A questo fine i Signori che allora sedevano, avuta la non difficile approvazione dei Consigli del Cento e del Popolo e del Comune, procedendo come se fossero Parlamento, ma senza nè suono di campana, nè convocazione di popolo in Piazza, elessero trenta cittadini, i quali dovessero aggiungersi altri duecentodieci; che tutti insieme e co’ Signori e Collegi avessero piena autorità e balìa quanta ne aveano i tre Consigli, con facoltà di delegarne altrui quella parte che a loro piacesse. E questi medesimi al venturo mese di novembre, che soleva essere il tempo degli squittinii, dovessero farli per tutti gli uffici, coll’aggiunta però di altri dodici per Quartiere a nominazione dei Signori che allora sarebbero. Vollero poi che i detti trenta e dugentodieci insieme co’ Signori e Collegi che volta per volta saranno in ufficio, compongano un nuovo Consiglio maggiore da continuare perpetuamente, e che abbia potestà sovrana per ogni titolo di diritto. Vietarono entrare nel detto Consiglio per ogni casa e consorteria oltre ad un certo ristretto numero; ma eccettuarono da ogni divieto anche di età, due Case da nominarsi: io mi figuro che l’una fosse quella dei Medici, e l’altra di poca significazione. A niuno privato fosse lecito di fare petizione, ovvero proposta a quel Consiglio, dovendosi ogni deliberazione ordinatamente partire dai Signori con osservanza delle forme stabilite, cosicchè al Consiglio null’altro spettasse fuorichè il diritto di concedere a quelle sanzione.
Subito dopo un’altra Provvigione portava a _Settanta_ il numero dei _Trenta_; ai quali _Settanta_ si apparteneva la scelta ogni due mesi della Signoria e dei Magistrati, così però che la detta scelta ogni anno spettasse a metà numero, cioè a _Trentacinque_; gli altri _Trentacinque_ sottentrando nell’anno veniente, e così alternandosi cotesto supremo e capitalissimo diritto. Nel resto i _Settanta_ insieme avessero la prerogativa e la direzione di ogni cosa, riempiendo da sè medesimi le vacanze, così da formare essi un Senato, ovvero Collegio che mai non morisse; a questo ordine era data speranza di essere assunti al termine dell’ufficio i Gonfalonieri, qualora però avessero in quello un partito favorevole, cioè quando non fossero a chi governava dispiaciuti. Non valesse, per avere luogo nell’Ordine dei _Settanta_, il divieto di coloro ch’erano allo specchio, se non perchè avessero la facoltà sola di consigliare, ma non quella di votare; al che racquistassero il diritto, appena fossero in pari con le gravezze. Dai _Settanta_ si traggano ogni sei mesi _Otto_ chiamati di Pratica, dai quali dipendano le faccende di fuori, le ambascerie, e le condotte, e così le relazioni con gli altri stati in pace ed in guerra, salvo però l’essere approvati gli stanziamenti nelle loro forme consuete; ma i Dieci di guerra potevano al caso eleggersi sempre. Dallo stesso Ordine ogni sei mesi si traggano pure Dodici, appellati Procuratori per il Governo delle cose dentro, ai quali appartenga regolare le prestanze, governare il Monte, avere ingerenza nelle cose delle Mercanzie, e in quelle spettanti ai Consoli del mare. Si traggano pure gli Otto di Balìa, dei quali era stata già prima ristretta l’autorità che avevano grandissima nelle cose criminali e affatto arbitraria in quelle di Stato; ma col tempo aveano voluto conoscere ancora nei casi civili, il ch’era stato ad essi tolto.[521] L’antico e fondamentale Ordine della Repubblica era mantenuto in ciò, che la parte riservata alle Quattordici Arti Minute, nel Priorato e in tutti generalmente gli uffici inferiori, rimaneva ad esse anche nel nuovo Ordine conservata.[522]
Per questo Ordine dei _Settanta_ lo Stato ebbe forma tutta la vita di Lorenzo, e fu ripigliato dai Medici quando tornarono dopo l’esiglio al governo della città. Ora di quel nuovo e forte Ordine, prima cura doveva essere provvedere alle necessità dell’erario: mantennero sempre nel distribuire le gravezze l’antica regola del Catasto, ma come indice, o come traccia che non obbligava i Governanti a seguitarla; che anzi temendo quella egualità rigorosa che s’era cercata per via del Catasto, la condussero sotto Lorenzo da una forma più ancora di prima sottile e moltiplice d’imposizione progressiva, che allora chiamavano _Decima Scalata_, e che ai Medici piacque sempre perchè favoriva se altro non fosse, nelle apparenze, quel minuto popolo nel quale sapevano avere un amico più certo e stabile d’ogni altro.[523] Si trova in certi casi, che dove i compresi nel grado inferiore pagavano delle loro rendite il _ventesimo_, i più elevati pagavano il _sesto_. Molta era la scienza e l’esperienza di queste cose che aveano gli uomini Fiorentini; e come Cosimo avea fatto, così anche Lorenzo col gioco ingegnoso degli sgravi e degli aggravi otteneva di porre l’arbitrio là dove appariva che la sola legge governasse. A questo modo blandiva gli amici, batteva i contrari, teneva in sospeso la fortuna degl’incerti; e mentre impediva il troppo innalzarsi d’alcune famiglie, faceva intendere alla moltitudine degli uomini quieti, non d’altro curanti che delle mercanzie loro, come dallo starsi a lui aderenti, dipendesse l’andare innanzi e prosperare.
In mezzo alle tante spese della guerra,[524] il Monte era stato costretto mancare alle scadenze delle paghe degl’interessi ai creditori: provviddero a questo con varie industrie, e col terminare la vendita dei beni spettanti alla parte Guelfa e all’ufficio della Torre; da quella vendita non s’eccettuava che il Palagio della Parte e un’altra casa. Più tardi, allo stesso fine ricercarono e fecero a molti cittadini pagare i debiti arretrati col Comune; «benchè la più parte si fossino composti con li ufficiali del Monte, e pagate le loro composizioni;» che parve essere legge iniqua.[525] Dai tempi di Cosimo vedemmo la Cassa della Repubblica mescolarsi con la privata di lui; ma egli avendo prospera sempre la mercanzia, sebbene talvolta usasse ad ampliarla i danari del Comune, sovveniva spesso anche del suo alle pubbliche necessità. Era il contrario di Lorenzo, il quale Magnifico di sua natura, e tanto più largo spenditore quanto proseguiva più vaste ambizioni, e dei traffici negligente,[526] reggeva la sua privata sostanza usando la pubblica: le angustie del Monte aveva in gran parte causate egli stesso, e con l’artifizio di certi uomini sottilissimi lo faceva servire a pro suo; di che gli venivano accuse grandissime. Coloro stessi che amministravano i banchi dei Medici in tante piazze d’Europa, o per avere mal fatto, o perchè erano divenuti per sè troppo ricchi, talvolta accadeva gli si voltassero contro. Un Battista Frescobaldi, il quale essendo stato Console in Pera, ebbe ivi parte alla consegna del Bandini, ora con due compagni aveva fatto disegno d’uccidere Lorenzo nel Carmine; ma fu scoperto prima ed impiccato. Questa ed un’altra simile trama che un Baldinotti da Pistoia aveva ordita per ammazzarlo al Poggio a Caiano, fu detto muovessero dal conte Girolamo Riario.[527]
Intorno ad Otranto continuava un anno la guerra con molta lode d’Alfonso duca di Calabria, nel mare essendosi alle galere del Re aggiunte quelle che il Pontefice aveva messo sotto al comando di Paolo Fregoso arcivescovo di Genova, prelato che molto s’intendeva delle armi e dei tumulti nella patria sua. Era la primavera dell’anno 1481: un grande conflitto, e forse una tremenda sciagura, a tutta Italia sovrastava, imperocchè sulle coste di Dalmazia opposte alle nostre si radunava un esercito d’altri venticinque mila Turchi, i quali doveano dalla Vallona passare in Otranto, e quivi aprire più vasta guerra: quando, per la morte di Maometto II due suoi figli contendendosi la successione con le armi, il Pascià d’Otranto andò al soccorso del maggior figlio Baiazet, in cui rimase l’impero; ed i lasciati nella città capitolarono con Alfonso, il quale pigliava a soldo alcune centinaia di quei Turchi a lui rimasti poi fedelissimi. Cessato così tanto pericolo all’Italia ed al Pontefice, ripigliava questi, seguendo suo genio, le armi congiunte allora a quelle dei Veneziani, e la tempesta cadea questa volta addosso al Duca di Ferrara. Quivi il Senato esercitava per un suo Visdomino una sorte di giurisdizione gravosa al Duca ed ai Ferraresi, obbligati anche a non valersi del molto sale ch’aveano in casa, ma provvedersene a Venezia; donde erano grandi e spessi disgusti, che la Repubblica fomentava siccome occasioni a farsi più innanzi. Aveva in Romagna Girolamo Riario, dopo la signoria d’Imola, ottenuta quella di Forlì, vacata per morte di Pino degli Ordelaffi, la cui successione essendo dubbiosa tra due fanciulli, il Papa, fatto arbitro, finì la contesa col dare lo Stato in feudo al nipote. Il quale aspirando a cose maggiori, e a queste più acceso dai Veneziani che aveano allora bisogno del Papa, recossi a Venezia con istraordinaria pompa a ristringere la lega e a disegnare la guerra; accolto con tali onorificenze dal Senato, che le maggiori non si sarebbono fatte allo stesso Imperatore, scrive un infedele ministro del Conte Girolamo, che era salariato da Lorenzo.[528]
Così era l’Italia venuta a dividersi in due grandi Leghe, e dai confini dei Veneziani a quelli di Napoli era guerra dappertutto. Conduceva un forte esercito di quella Repubblica Roberto da San Severino, e Roberto Malatesti le genti del Papa: avevano a fronte, Alfonso duca di Calabria ed il vecchio Federigo duca d’Urbino. Contrapponeva questi guerra faticosa sul Po all’esercito dei Veneziani entrato nel Polesine di Rovigo; guerra crudelissima pe’ luoghi infetti d’aria pestilenziale nel calore della state: perivano dicesi oltre a ventimila tra paesani e soldati; perdè la Repubblica tre suoi Commissari andati al campo; e lo stesso prode e buon Federigo, fattosi condurre infermo a Bologna, terminava con molto pianto de’ suoi la vita gloriosamente esercitata. I Veneziani, avuto il Polesine, stringeano per molte battaglie Ferrara; e intanto era un’altra guerra nel Parmigiano dei Rossi di Parma Conti di San Secondo contro al Duca di Milano, un’altra in Romagna tra il Bentivogli di Bologna ed il Riario. In quel della Chiesa i Fiorentini, condotti da Costanzo Sforza, aveano riposto nella Città di Castello Niccolò Vitelli: e il Duca di Calabria, coll’aiuto dei Colonnesi e dei Savelli nemici al Papa (d’onde erano nate le prime vertenze tra questi e Ferrando),[529] devastava tutto il paese attorno a Roma, essendo ruina e sangue fin dentro alla città stessa. Nè fine vedevasi a quella inutile distruzione, quando Roberto Malatesta ebbe un nobile pensiero: disposte con ordine intorno a sè tutte le sue genti, studiate le mosse, prefisso il luogo alla battaglia, veniva a giornata con tutto l’esercito d’Alfonso a Campomorto presso Velletri; dove molte ore essendosi combattuto con tanto insolita pertinacia che oltre a mille morti giaceano sul campo, ottenne Roberto insigne vittoria; e il Duca di Calabria, che aveva gran parte de’ suoi cavalieri lasciata prigione, dovette la propria sua salvezza ai Turchi pigliati in Otranto de’ quali si aveva formato una guardia. Roberto, infermato per le fatiche della battaglia, non potette goderne la gloria, essendo egli morto pochi giorni dopo in Roma, dov’ebbe onorata sepoltura. Eragli suocero Federigo duca d’Urbino, al quale aveva raccomandato la cura della famiglia e dello Stato: questi infermo in Bologna, e non sapendo l’uno dell’altro, a Roberto aveva raccomandato la sua: morivano entrambi nel giorno medesimo.[530]
Non lasciò Roberto figli legittimi, talchè i Fiorentini avuto sentore di qualche disegno del Conte Girolamo contro allo Stato dei Malatesti, mossero genti ad impedire ogni invasione da quella banda. Cercavano intanto di recare al Papa offesa più viva col promuovere quanto era in essi, o almeno col fare che a lui suonasse all’intorno quella proposta di Concilio, che Luigi XI avea messa innanzi, come si è detto, che ora l’imperatore Federigo III per le vertenze germaniche accennava di ripigliare, ed alla quale i Re di Spagna e d’Ungheria si confidava che inclinerebbero, a tutti essendo venuta in odio la turbolenza di Sisto IV, e quel continuo guerreggiare per fini privati. Il re Ferrando avea già eletto gli Ambasciatori suoi al Concilio; e proponeva che oltre a quelli di ciascun Principe collegato, un altro dovesse rappresentare in comune tutta la Lega.[531]
Doveva il Concilio adunarsi in Basilea, volendo che fosse continuazione dell’antico da più anni interrotto; e se ivi non potesse, faceano pensiero di tenerlo in Pisa. Un vescovo _Crainense_[532] aveva la residenza in Lubiana; uomo tedesco, e favorito dall’Imperatore, si dava gran moto per quella convocazione. Ma in siffatte opere gli esperti e savi uomini sempre temono che il fine oltrepassi il segno cercato: così del Concilio alcun poco si discorse, ma nulla si fece; e un Baccio Ugolini mandato oratore in quella città, scriveva private lettere a Lorenzo, nelle quali mostra fino dal principio di non averne fede alcuna, trattando la cosa giocosamente con motti arguti, i quali sapeva andare a genio di Lorenzo.[533]