Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3

Part 31

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Al che si offrivano facili e pronte le occasioni per non avere essi alcuna usanza di guardarsi; giovani, piacevansi di praticare alla libera con gli altri giovani: siffatti modi, tutti fiorentini, vedemmo anche essere presso i Medici accortezza. Ma in questo era la difficoltà, che bisognava opprimerli insieme, perchè il superstite non avesse a vendicare l’ucciso: pensarono a coglierli lontani tra loro, tanto che uno non potesse soccorrere l’altro, e quindi aspettavano se Giuliano andasse a Piombino per le nozze che si trattavano con la figlia di quel Signore, o Lorenzo a Roma come si diceva.[484] Ma frattanto correvano i giorni, e la cosa era in bocca di molti. Allora, fosse disegno o caso, Raffaello Riario nipote a Girolamo, giovanetto che non giungeva a’ vent’anni, essendo a studio in Pisa, fatto in quei giorni dal Papa Cardinale, venne in Firenze per andare quindi Legato a Perugia. Era occasione di feste e conviti, dove i due fratelli per onorare il Cardinale converrebbero: alloggiava egli a Montughi in una villa di Iacopo dei Pazzi, il quale invitava seco a desinare Lorenzo e Giuliano, ma questi impedito da leggera infermità non intervenne. Un altro convito dato al Cardinale dai Medici nella loro villa presso Fiesole, non parve porgesse comoda occasione. Giunse infine il giorno della domenica 26 aprile: il Cardinale era invitato a solenne desinare in casa Medici, s’allestivano le mense, mettevansi fuori gli addobbi splendidissimi della Casa. Innanzi assisteva il Cardinale ad una Messa in Santa Maria del Fiore: Lorenzo e Giuliano doveano andare a quella Messa per fare corteggio al Cardinale ed accompagnarlo quindi a casa loro. Deliberarono i congiurati quella mattina medesima di compiere in chiesa, senza più indugio, l’attentato.

Aveano assegnato il punto e l’ordine all’impresa quando il sacerdote, avendo fatta la comunione, finisce la Messa; perchè allora il tocco delle campane del Duomo darebbe il segno all’arcivescovo Salviati ed a Iacopo Bracciolini e agli altri cui era commesso d’occupare a forza il Palagio. Voleano che Giambatista da Montesecco avesse la cura di ammazzare Lorenzo, Francesco de’ Pazzi e Bernardo Bandini, Giuliano. Ma Giambatista prima addolcito dalla umanità di Lorenzo e avendo orrore di commettere tanto eccesso in chiesa, ricusò dicendo che a ciò l’animo non gli basterebbe; il luogo suo ebbero Antonio da Volterra e Stefano sacerdote. La chiesa era piena di popolo, i due Fratelli passeggiavano intorno al Coro, quando venuto il punto, Francesco de’ Pazzi e Bernardo Bandini ch’erano presso a Giuliano con armi corte gli traversarono il petto sicch’egli cadde subito in terra; ma quelli pure gli si gittarono sopra e lo finirono con altri colpi: in quel furore Francesco de’ Pazzi di propria mano sbadatamente ferì sè stesso in una gamba. Antonio da Volterra e Stefano prete assalivano Lorenzo, ma questi se ne avvide in tempo, e cavò l’arme e si difese, non avendo egli avuto altro che una leggera ferita nel collo. Francesco de’ Pazzi, tutto che ferito, e Bernardo Bandini accorrevano per ammazzare anche lui, ucciso avendo Francesco Nori che gli era appresso; ma Lorenzo saltò in Coro, e passando dinanzi all’altare uscì di faccia alla sagrestia nuova, dove molti essendo accorsi de’ suoi, lo misero dentro e chiusero la porta ch’era di bronzo, e Piero suo padre l’avea fatta fare. Quivi, tra gli altri, si trovò Agnolo Poliziano che descrisse la Congiura: sentivano fuori tumulto e grida e remore d’armi, nulla sapevano di Giuliano. Stati poco tempo, udirono molti farsi alla porta gridando: uscite; non erano certi che fossero amici, ma un giovane Sigismondo della Stufa ch’era ivi con gli altri, salito per una scaletta sulla cantoria dell’Organo, tornò assicurando ch’erano a difesa di Lorenzo: il quale uscito dopo circa un’ora ch’era stato in sagrestia, fu in mezzo a grande compagnia d’armati menato a casa. I congiurati veduto ch’ebbero Giuliano morto e Lorenzo in salvo, chi in qua e chi in là s’erano dispersi. Il giovinetto Cardinale che udiva la Messa, rimasto solo tutto spaurito accanto all’altare, fu poi raccolto da’ suoi preti, e quando fu tempo, da due degli Otto con guardia bastante condotto in Palagio e ivi ritenuto.

Intanto l’arcivescovo Salviati, uscito di chiesa col dire che andava a visitare sua madre, s’era recato al Palagio; seco avea Iacopo suo fratello conscio del fatto, ed un cugino che nulla sapeva e Iacopo Bracciolini e certi Perugini fuorusciti ed altri, in tutto forse trenta armati. Dei quali rimasti alcuni a guardare la porta, l’Arcivescovo saliva con pochi, e trovato che la Signoria desinava, chiese parlare al Gonfaloniere; il quale subito si levò da tavola e fece in camera entrare seco l’Arcivescovo, che disse avere certe commissioni da fare a lui proprio in nome del Papa. Era Gonfaloniere quel Cesare Petrucci che stato in Prato Commissario nel tumulto del 1470, di bassa fortuna era salito a quel grado pel favore di Casa Medici: il quale s’accorse che l’Arcivescovo nel parlare si mutava in viso e non attaccava parola da trarne costrutto; poi voltandosi verso l’uscio, si spurgava come se volesse fare cenno a gente di fuori. Al che subito il Gonfaloniere, come esperto di quelle mischie, saltato fuori dall’uscio e chiamati a sè i compagni e quei ministri che si trovarono in Palagio, usando le armi che il caso offerse, bastarono contra ogni mossa dei congiurati; dei quali anche era avvenuto ch’entrati certi in una stanza e chiuso l’uscio, ch’era a colpo, non ne potessero quindi uscire. In questo mezzo giungeva in Piazza Iacopo de’ Pazzi, venuto da casa con molti congiunti, e amici, egli a cavallo e seco forse un centinaio d’uomini armati; dei quali taluni, essendo la porta in mano dei loro, salivano su. La Signoria ed il Palagio correvano pericolo; ma in Piazza sebbene avesse Iacopo gridato il nome della Libertà, perch’era come di lingua morta, niuno si mosse; e invece accorreva da ogni parte gente devota ai Medici che gridava Palle. Di questi essendo entrati tanti in Palagio da assicurarsi dei congiurati ch’erano sopra; chiusero la Porta, e perchè di fuori il Pazzi co’ suoi facevano segno di combatterla, quei di dentro saliti in alto sul ballatoio gli allontanarono co’ sassi che la Signoria teneva sempre lassù per difesa: cosicchè a Iacopo fu necessità tornarsi a casa, dove aspettato se per la città nascesse qualche rumore di libertà, poichè fu certo essere il contrario, fattosi aprire la porta alla Croce, fuggiva con parte de’ suoi in Romagna. Ma lui ritrattosi, era la porta del Palagio stata riaperta, dove entrati molti, raccontarono il fatto come avvenne in chiesa, e Giuliano ed il Nori uccisi, ed il pericolo di Lorenzo. Al che senz’altri discorsi il Petrucci e gli Otto, tra ira e paura, ordinarono che l’Arcivescovo così com’era, co’ suoi Salviati e con Iacopo di Poggio fossero appiccati alle finestre del Palagio a vista del popolo, e che tutti gli altri ch’erano dentro fossero gettati, morti o semivivi, fuor delle finestre. Altri erano stati in quella furia tagliati a pezzi, in tutti ventisei; tra’ quali alcuni preti e servitori del Cardinale: fra tutti uno solo potè salvarsi, che dopo quattro giorni rinvenuto sotto a certe legna e quasi che morto dalla fame, gli fu perdonato.

A casa i Medici accorrevano da tutti gli ordini della città, chi a offrire sè stesso, chi ad accertarsi dell’accaduto, ciascuno agitato da incerte passioni. La strada era piena di popolo, e tutti chiedeano vedere Lorenzo, il quale dovette mostrarsi alla finestra fasciato il collo da un asciugatoio. Ma intanto in Palagio avevano dato il segno alla plebe, la quale non fu sorda a rispondere, aizzata e al sangue condotta dai cagnotti di Casa Medici. Corse alle case dei Pazzi, e avendo trovato in quelle Francesco solo, che per la ferita s’era gittato sul letto, così mezzo ignudo com’era, lo condussero al Palagio, dove fu accanto agli altri impiccato. Quindi spiando dove si fosse alcun dei Pazzi ricoverato, trovarono Giovanni d’Antonio negli Agnoli, e Galeotto di Piero che cercava di rifugiarsi, vestito da femmina, in Santa Croce; e pure quei due furono condotti in Palagio. La Signoria intanto spacciava lettere e cavallari attorno, ordinando dovunque taluno di costoro capitasse, fossero presi ed a Firenze condotti; quivi recati il dì seguente di Mugello tre altri dei Pazzi con alcuni fanti di quei del Montesecco, furono alle finestre del Palagio impiccati. La plebe infuriava sopra i cadaveri bestialmente, e trascorrendo per le vie, faceva temere a molti che non volesse mettere la città a sacco, nè fu repressa che a grande stento. Renato de’ Pazzi, che avea biasimato la congiura, come si è detto, ma che la sapeva, cercando fuggire in veste di contadino, fu preso e a quel modo com’era, impiccato. Reo fu Lorenzo a non salvarlo, e quella morte sola ebbe compianto universale nella città: Renato altro non poteva. Andando con gli altri faceva contro alla coscienza sua, denunziarli era iniqua opera, e mettersi prima in salvo era questo pure un’accusarli e sè non assolvere vivendo sempre poi svergognato; nocque a lui essere tenuto savio, e perchè nel popolo aveva credito e benevolenza, parve a chi teneva lo Stato che fosse tal uomo da levarselo dinanzi.

Il dì seguente venne messer Iacopo de’ Pazzi, il quale fuggendo era stato raggiunto in sull’Alpi, e venne in lettiga perchè reggere non si poteva e fu a quel modo menato in Palagio; dove egli ebbe la sorte degli altri, avendo per via pregato invano quelli Alpigiani che l’uccidessero. Nè a questo solo strazio era serbato quell’uomo, tenuto prima felice ed invidiato per grado e ricchezze, e capo egli di famiglia fiorentissima, e vissuto fino alla vecchiezza nei primi onori della città. Imperocchè essendo prima sotterrato in Santa Croce, e poi levatasi fama ch’egli fosse morto bestemmiando, s’attribuivano certe lunghe pioggie che in quei giorni avvennero, all’essere egli stato sepolto in luogo sacro. Laonde i Signori nottetempo fattolo levare di chiesa, lo mandarono a sotterrare lungo le mura; ma i fanciulli (guidati da uomini scelleratissimi) cavatolo anche di lì, col capestro ch’egli aveva alla gola, lo trascinarono alle case sue gridando: _aprite a messer Iacopo de’ Pazzi_; nè sarebbe finita quella nefandità se la Signoria, per cavarlo ad essi di mano, non lo avesse fatto pigliare e gettare in Arno, che allora grosso di molte acque portava quel corpo a galla, spettacolo di orrore insieme e di compassione. I due feritori di Lorenzo presi in Badia, pendevano il dì poi con gli altri dalle finestre del Palagio. Ivi ed in Piazza i morti sommarono tra impiccati e tagliati a pezzi, chi dice il minor numero a settanta, e chi il maggiore presso a cento. Giovan Battista da Montesecco, preso nei giorni stessi e lungamente esaminato, dopo avere scritta quella Confessione della quale abbiamo discorso, ebbe il capo mozzo sopra la porta del Palagio del Potestà. Bernardo Bandini e Napoleone Franzesi riuscirono a porsi in salvo, ma il secondo moriva l’anno dipoi nelle armi del Duca di Calabria, venuto a campo sopra a Firenze. Bernardo Bandini ricoverato in Costantinopoli, fu per ordine del Sultano preso e consegnato a un Antonio di Bernardetto dei Medici, che Lorenzo aveva mandato apposta in Turchia: così era grande la potenza di quest’uomo e grande la voglia di farne mostra, e che non restasse in vita chi aveagli ucciso il fratello: fu egli appiccato appena giunto.

Nè per tutto il mese di maggio seguente cessavano le condanne delle quali abbiamo il testo, profferite dal magistrato degli Otto di Guardia e Balìa, che ne ingiungeva la promulgazione al Potestà: questi era Matteo de’ Toscani milanese. Tutti quei della famiglia Pazzi che uccisi non furono, andarono in fondo alla torre di Volterra, eccetto Guglielmo che per avere in moglie la Bianca sorella di Lorenzo fu solamente confinato a cinque miglia lontano dalla città: abbiamo notizia come sei anni dopo, dimorassero la moglie in Firenze ed egli in Roma, trattato dai Medici con benignità riservata e contegnosa, come uomo perdonato e che potesse tornare in grazia di parente.[485] La famiglia dei Salviati rimase in grado, e fu poco dopo imparentata con Casa Medici. I fratelli del Bandini, due altri figliuoli del Poggio, tutta l’antica ed illustre famiglia dei Franzesi da Staggia e alcuni dei Corsi, come sospetti, e molti che il Magistrato inquisitore e giudice andava in qua e in là raggranellando, furono o carcerati o confinati o resi inabili agli uffici; il che dicevano ammonire, continuando tuttavia quel nome usato in antico dal magistrato di Parte guelfa; ma ora negli Otto stava quell’arbitrio che si appellava giurisdizione. Un Vespucci, amicissimo dello Stato ma che aveva salvato un colpevole, fu condannato in perpetuo alla carcere nelle Stinche, poi liberato. Frattanto i Pazzi erano dipinti nella facciata del Palazzo del Bargello impiccati come traditori col capo all’ingiù.[486] Chi avesse in moglie una discendente di Andrea dei Pazzi era ammonito egli ed i figli suoi, e le fanciulle che si maritassero di quella prosapia recavano seco il divieto nelle case dove elle entravano: una provvigione della Signoria ordina queste cose, e che il nome dei Pazzi in perpetuo rimanga abolito costringendo a mutar casato quei che rimanevano; e che sieno cancellate le armi loro dovunque si trovino, e le insegne e le iscrizioni d’onore, sien’anche in case private; e che il Canto de’ Pazzi pigli altro nome; e che l’onorificenza del Carro e dell’appiccare il fuoco nella solennità del Sabato Santo fosse tolta alla famiglia dei Pazzi. La quale rimase, di numerosissima ch’ella era, come annullata, e sebbene fosse poi restituita negli onori, non racquistò mai l’antica grandezza.

Questo fine ebbe la Congiura de’ Pazzi; l’aveano tramata senza consenso dentro nè favore popolare, e, quel che fu peggio, con intelligenze fuori odiose a chiunque bramasse in Firenze col torre via i Medici recuperare la libertà: poi quella strage in luogo sacro, in ora solenne, e l’uccisione di Giuliano che il popolo amava, destarono affetti incontro ai quali nulla aveano essi fuorchè un pensiero d’istituire, facendo a mezzo con la Casa dei Riari, non so quale forma d’incerta repubblica o di tirannide. Acquietati gli animi, furono a Giuliano celebrate esequie magnifiche: riseppesi ch’era incinta di lui una donna dei Gorini; ed il fanciullo, che nacque pochi mesi dopo, nutrito e cresciuto nella compagnia dei figli che aveva Lorenzo, divenne papa Clemente VII.[487]

CAPITOLO VI.

GUERRA CON SISTO IV. — LORENZO DE’ MEDICI A NAPOLI. [AN. 1478-1480.]

Quando giunse a Roma la prima notizia del fatto atroce, risedeva in quella città per la Repubblica, oratore, Donato Acciaioli. Era egli ora per la seconda volta inviato a Sisto, le commissioni difficili e odiose e in tutto aliene dall’animo di Donato; il quale andatovi per ubbidienza di buon cittadino, faceva il meglio. Quali poi fossero le cose segrete che aveva a trattare, tace il biografo di lui (come suole fare sovente) «per non offendere chi non l’avrebbe per bene.» Inteso pertanto ch’ebbero a Roma del Cardinale preso e dell’Arcivescovo impiccato, se ne fece grandissimo caso; e il Conte Girolamo riscaldò il Papa ed il Collegio dei Cardinali quanto potè a farne dimostrazione contro all’ambasciatore Fiorentino. Quindi egli stesso con molto numero di fanti armati andò alla casa dove l’Acciaioli dimorava, salì su, e gli disse d’andare con lui: poi, senza badare nè al diritto inviolabile d’ambasciatore, nè alle dignitose proteste che invano questi faceva, messolo in mezzo a quei soldati, lo menò in Palazzo. Qui giunto Donato, volle essere subito condotto al Papa, il quale alle forti parole di lui, giurato avendo sopra il suo petto che di questo caso non ne sapeva nulla, e dimostrato che gli dispiacesse, gli diede licenza d’andarsene a casa. Non era mancato pensiero di metterlo in Castel Sant’Angelo, ma gli Ambasciatori di Venezia e di Milano dichiararono che il bene ed il male che fosse a lui fatto verrebbe da essi riguardato come cosa loro. Così egli rimase in Roma tranquillo, ma scorato ed avvilito per l’onore offeso della sua città, e intimorito delle conseguenze che ne uscirebbero. A Firenze scrisse, rendessero subito il giovane Cardinale Raffaello di San Giorgio, che era stato preso; al Papa avea dato fede che ciò era stato fatto per cavarlo di mano al popolo, e che ogni volta che lo rivolesse, lo renderebbero; il che aveva per lettere anche promesso la Signoria. La quale era stata a ciò confortata anche dal re Ferrando, che prometteva, facendo questo, non ne seguiterebbe alcuno scandalo di quei gravissimi, i quali altrimenti potevano uscirne.

A questo effetto aveva il Papa mandato a Firenze il Vescovo di Perugia; il quale essendovi più giorni rimasto, non potè ottenere che lo rendessero.[488] Era un pegno in mano delle robe e delle persone dei molti Fiorentini che stavano in Roma: aveano scritto a quei mercanti che al più presto mettessero in salvo le robe ed uscissero di Roma; il che essendo giunto alle orecchie del Papa, e temendo egli il grave danno che ne verrebbe ai cortigiani che aveano danari nei loro banchi, mandò gente ai passi perchè non uscissero, e poi ne fece taluni mettere in Castello, di dove furono liberati in capo ad alcune ore, data promessa di non si muovere. Questo abbiamo da una lettera a Lorenzo dei Medici, scritta dal Cardinale decano Vescovo d’Ostia, ch’era egli medesimo stato in Castello alla liberazione di quei mercanti. Gli annunzia, il Papa con tutto il Collegio avere eletto una congregazione di cinque Cardinali a fare il processo per via di giustizia contro alla Repubblica di Firenze, se non si renda liberamente il Cardinale di San Giorgio: esorta quindi Lorenzo, come affezionato a lui, «che di tal cosa non si pigli passione alcuna, ma con ogni istanza procuri quella liberazione; altrimenti quello che unanimiter il Sacro Collegio ha deliberato per i detti Deputati, si manderà ad esecuzione con ogni celerità: della qual cosa a noi rincrescerà assai, perchè sapete che il Sacro Collegio non more mai; e, al parere nostro, per voi non fa pigliare questa impresa, della quale ne poteria seguire gran mancamento e scandalo alla detta vostra Excelsa Comunità.[489]»

Pare a noi che il vescovo d’Ostia volesse distinguere i procedimenti del Sacro Collegio _che non muore mai_, da quello che il Papa facesse di proprio moto e di passione. Questi da principio aveva mandato lettere di condoglianza ai Fiorentini, dei quali scriveva in altro luogo, non essersi fatti per anche rei d’alcuna offesa contro all’ecclesiastica dignità.[490] Pure doveva sapere dell’Arcivescovo impiccato e del Cardinale preso; ma quegli ben troppo se lo aveva meritato, e il Cardinale contava rendessero. Mordevalo intanto la parte che egli ebbe nell’atroce fatto; pensava le accuse che a lui ne verrebbero maggiori del vero, e del mal esito si doleva. Ma il Conte Girolamo gli faceva suonare alle orecchie le acerbe accuse e le parole che in Firenze andavano, senza ritegno alcuno, contro alla persona stessa del Pontefice, sinchè la misura delle ire fu colma per la dinegata restituzione del Cardinale. E Sisto lanciava nelle calende di giugno un Breve di scomunica a Lorenzo dei Medici, alla Signoria, agli Otto e a tutti che avessero in qualche modo partecipato alle prave opere di costoro. Dichiarava essere quei sopraddetti, e primo Lorenzo, dannati, infami, abbominevoli, inabili essi e i figli e i nipoti loro ai gradi ecclesiastici ed agli ufizi civili, incapaci di ricevere eredità, di stare in giudizio e d’essere uditi come testimoni; era vietato ad ogni uomo contrattare, o anche semplicemente avere con essi commercio alcuno o conversazione; i beni loro devoluti al Fisco, le case disfatte ed in perpetuo lasciate in ruina, così che elle sieno ricordo ai futuri della scelleratezza di quegli uomini e del gastigo. La città di Firenze, se dentro a un mese non gli avesse condegnamente puniti, doversi intendere soggettata a interdetto strettissimo, privata dell’episcopale dignità, interdette anche per ampliazione le diocesi confinanti di Fiesole e di Pistoia. Il lungo Breve enumera da principio i motivi della condanna: sono atti di malvicinato, offese ai commerci, l’aiuto prestato a Niccolò Vitelli e ad altri contumaci inverso la Chiesa, la possessione differita all’Arcivescovo di Pisa, ed altri consimili fatti nei quali il Breve scorge altrettante manifestazioni d’animo efferato contro alla Chiesa ed a’ suoi ministri. Si viene da ultimo ai due capitali delitti, l’uccisione dell’Arcivescovo e la detenzione del Cardinale; i quali delitti si dicono mossi in Lorenzo e ne’ suoi da ingorda sete di crudeltà e d’ingiurie agli ecclesiastici: imperocchè ai fatti che gli cagionarono è data nel Breve questa spiegazione, che avendo Lorenzo, co’ suoi, voluto uccidere o cacciare molti dalla città per farsi egli in essa più forte, e _da ciò essendo sorte private e civili contenzioni_; gli scellerati colsero il destro per uccidere l’Arcivescovo e ritenere il Cardinale. Rileva cotesti delitti essere perpetrati in giorno di domenica: ma di ciò che avvenne in chiesa quel giorno, dei sacri misteri interrotti, del tempio di Dio bruttato di sangue, del tradimento, degli assassinii, nulla, come se il fatto non fosse stato.[491] Era tasto da non toccarsi dal Conte Girolamo, che certo era stato suggeritore del Breve; e Sisto infelice lo avea sottoscritto. Giovò a Lorenzo quella manifesta alterazione dei fatti; giovarono quelle furiose parole; ed i nemici del Papato allora e poi n’ebbero bel giuoco, onde in quel fatto il nome di Sisto rimase gravato generalmente più in là del vero.

Bel gioco, e agevole commissione ebbe anche Bartolommeo Scala, cancelliere della Signoria, cui venne commesso rispondere al Breve di Sisto IV. Narrò con semplici e brevi parole quel fatto che aveva destato nel mondo rumore grandissimo; e in quanto ai motivi, gli bastò trascrivere la Confessione del Montesecco, autenticata ora con grande solennità. Raccolse inoltre la Signoria per la Toscana e per l’Italia pareri di Canonisti e di Teologi, i quali negavano valore al Breve ed alla scomunica data a quel modo: quindi obbligarono in Firenze e nelle altre diocesi gli ecclesiastici a non cessare dalla celebrazione dei divini uffici.[492] Inviarono quella risposta per mano di Ambasciatori della Repubblica all’Imperatore, ai Re di Francia e di Spagna e d’Ungheria, e presso che a tutti i Principi cristiani, chiedendo difesa da tanta violenza, e la riparazione di uno scandalo che tutti offendeva. Frattanto, a purgarsi, liberarono subito dopo il Cardinale, che a’ 5 di giugno licenziato dal Palazzo dei Medici, dove l’aveano messo, e andato a stare nel convento de’ Servi, uscì di Firenze sette giorni dopo, andando a Roma per la via di Siena.[493]

Luigi XI avea scritto lettera consolatoria a Lorenzo, che a lui rispondeva fiere parole e dignitose: dice la sua vera e sola colpa essere questa, che egli sia vivo e che Dio lo abbia scampato da sì empio e sacrilego assassinio.[494] Appellarono indi i Fiorentini ad un futuro Concilio, del quale invitavano e scongiuravano in primo luogo l’Imperatore, poi gli altri Principi, a farsi autori. Fu anche affermato che un Sinodo si celebrasse a questo effetto in Firenze, ed un preteso decreto di questo Sinodo si rinviene di quel tempo scritto; ma non è che una molto prolissa apologia dei Fiorentini e di Lorenzo, in risposta al Breve, tempestata di gonfie e triviali ingiurie al Papa che oltrepassano ogni modo: nè mai quel Sinodo (che noi sappiamo) fu radunato, sebbene vi fosse chi n’ebbe intenzione, e intanto allestiva l’atto da farsi, o lo mentiva.[495]