Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)

Part 9

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L’imitazione greca introdusse i metri dattilici, ma come armonia fittizia, arbitraria, non connaturata alla lingua, e preoccupandosi delle convenienze accidentali del metro, e di pretese analogie coi modelli greci, anzichè della vera pronunzia: segno che il tono cadea spesso sulle brevi, e gran numero di sillabe rimanevano comuni, cioè incerte. Tutt’artifiziale essendo tale melopea, la quantità diveniva facilmente corruttibile, e per quanto i poeti cercassero aumentare l’armonia de’ loro versi col sottomettere a un ordine sistematico i piedi liberi, cioè determinare la successione de’ dattili e degli spondei, o prefiggere il posto delle cesure e fin la lunghezza delle parole, l’armonia fra’ Romani non acquistò tampoco la forza d’un’abitudine. Quando poi la pronunzia restò unica signora della lingua, essa ricondusse le convenzionali differenze a una qual si fosse uniformità, dedotta dall’accento; e i poeti dapprima variarono ad arbitrio le regole prosodiche, poi confessarono ignorarle, e sul tipo dell’antico esametro congegnarono versi, che non teneano punto alla melopea antica. Aggiungete che, al deperire della squisitezza classica, rivalsero le forme indigene; e qui pure assai operarono i Cristiani, dove l’ispirazione essendo personale, e predominante il sentimento, non subordinavansi le emozioni ad una misura materiale, bensì questa appropriavasi ai pensieri, e l’espressione melodica sostituivasi alla plastica regolarità. Lo vediamo negli inni della Chiesa, ove negligevasi la quantità per cercare soltanto il numero delle sillabe e far agevolezza alla musica. E anche degli altri versi si variò la misura, sempre con riguardo al numero, non alla lunghezza o brevità delle sillabe.

Questa digressione valga di riprova al nostro assunto, giacchè qui vedrebbesi riprodotto lo stesso andamento che nella lingua. Abbiamo canzoni popolari che si usarono in varj tempi, dal canto delle sentinelle sugli spalti di Modena minacciati dagli Ungari[146], fin alle invettive contro Federico II. Erano latini almeno di desinenza; il che prova quanto fosse vulgarmente conosciuta la lingua latina, ridotta però alla sintassi popolare, che forse costituiva la sola differenza dall’italiano, insieme colla trascuranza delle terminazioni, che, dapprima soltanto propria della plebe e de’ parlanti, allora s’accomunò anche agli scriventi.

§ 16º

_Prime scritture italiane._

Non sorgeano dunque le lingue nuove per arte e proposito, ma dietro all’eufonia e all’analogia, secondo la logica naturale e quell’istinto regolatore, che così meraviglioso si manifesta ne’ fanciulli. In conseguenza variava secondo i paesi, cioè formavansi dialetti. Alla parte poetica, anima di ciascun dialetto, si univa l’erudizione, cioè gli elementi trasmessi dal mondo antico; e così le lingue moderne, poetiche e popolari di natura, si rimpulizzirono sull’esempio delle precedenti.

Pargoleggiarono esse finchè scarse le comunicazioni e gli affari in cui adoperarle; ma quando anche il popolo, redento dalla servitù feudale, fu chiamato a discutere dei proprj interessi, dovettero acquistare estensione e raffinamento i dialetti, non volendo l’uomo nei consigli parlare altrimenti che nell’usuale conversazione, nè potendo ciascuno avere in pronto il notaro che esponesse i suoi pensamenti in latino. Così il vulgare sollevavasi dalle faccende casalinghe, in mezzo a cui erasi formato.

La separazione dei Comuni e dei Feudi avea portato prodigiosa varietà di loquele. Quando si fusero in piccoli Stati, poi i piccoli in grandi, un dialetto speciale fu adottato di preferenza, in prima nelle canzoni, poi nella prosa, accostandosi sempre più all’unità, non fra chi parla ma fra chi scrive, deponendo ciò che v’era di più speciale, e formandosi una tradizione letterale; e le nazioni acquistarono anche quel che n’è distintivo primario, la lingua.

Anche in questa si rivela la condizione politica; e mentre la Francia restringevasi in unità di dominio, e con essa veniva unità di linguaggio[147]; da noi, fra tanto sminuzzamento di Stati, altrettanto se n’ebbe dei parlari, e più di uno recò innanzi pretensioni di priorità o di coltura.

Dante asserisce che cose per rima vulgare in lingua d’_oc_, cioè in provenzale, e in lingua di _sì_ non siensi dette se non 150 anni prima di lui, lo che rimonterebbe al 1150, e lo rincalza Benvenuto da Imola nel suo commento. Quanto al provenzale, egli è smentito da numerosi documenti[148]. L’italiano, tardi fu sentito il bisogno d’usarlo letterariamente, attesochè possedevamo il latino, formato e nazionale.

Che Folcalchiero de’ Folcalchieri, cavaliere senese, fosse contemporaneo alla pace di Costanza, lo inducono dal principio di quella sua canzone:

Tutto lo mondo vive sanza guerra, Ed eo pace non posso aver neente. O Deo, come faraggio? O Deo, come sostenemi la terra? E par ch’eo viva en noja de la gente. Ogni omo m’è selvaggio: Non pajono li fiori Per me com’già soleano, E gli augei per amori Dolci versi facevano agli albori[149].

Di Lodovico della Vernaccia da Firenze, verso il 1200 versato in civili maneggi, il Crescimbeni reca un sonetto, che comincia:

Se ’l subjetto preclaro, o cittadini, Dell’atto nostro ambizioso e onesto Volete immaginar, chiosando il testo Non vi parrà che noi siamo fantini? S’alli nostri accidenti, ed intestini Casi ripenserete, con modesto Aspetto inchinerete il cor molesto; Fien radicati al cor in duri spini.

Dalle poesie di Noffo, notaro d’Oltrarno, vivente nel 1240, scelgo una canzoncina:

Vedete s’è pietoso Lo meo signore Amore, A chi ’l vuol obbedire, E s’egli è grazïoso A ciascun gentil core Oltre a l’uman desire. Ch’io stava sì doglioso Ch’ogni uom diceva, el muore, Per lo meo lontan gire De quella in cui io poso Piacer tutto e valore Dello mio fin gioire. E stando in tal maniera, Amor m’apparve scorto, E ’n suo dolce parlare Mi disse umilemente: Prendi d’Amore spera (_speranza_) Di ritornare a porto, Nè per lontano stare Non dismagar (_iscoraggiarti_) neente.

Guido delle Colonne da Messina, nella seconda metà di quel secolo, «poetava gravemente», come disse Dante nel _Vulgare eloquio_:

Ben passa rose e fiori La vostra fresca ciera, Lucente più che spera; E la bocca aulitusa[150] Più rende aulente odore Che non fa una fera Che ha nome la pantera, Ch’in India nasce ed usa.

Benchè paja anteriore, Odo delle Colonne gli è coevo:

Va, canzonetta fina, Al bono avventuroso, Ferilo a la corina: (_cuore_) Se il trovi disdegnoso, Nol ferir di rapina, Che sia troppo gravoso; Ma feri lei che ’l tene, Ancidela sen (_senza_) fallo; Poi fa sì ch’a me vene Lo viso di cristallo; E sarò fuor di pene, E avrò allegrezza e gallo[151].

Quell’Jacopo notaro da Lentino, che Dante mette a fascio con frà Guittone d’Arezzo, cantava _di qua dal dolce stile_:

Mia canzonetta fina, Va, canta nuova cosa; Moviti la mattina Davanti alla più fina, Fiore d’ogn’amorosa, Bionda più ch’auro fino: Lo vostro amor ch’è caro, Donatelo al notaro Ch’è nato da Lentino.

Di Rinaldo d’Aquino, messo dall’Alighieri fra’ buoni trovadori, s’ha otto canzoni, di cui ecco un saggio:

Guiderdone aspetto avire Da voi, donna, a cui servire No m’è noja. Ancorchè mi siate altera, Sempre spero avere intera D’amor gioja.... Donna mia, ch’io non perisca S’io vi prego, non v’incrisca Mia preghiera. La bellezza che in voi pare Mi distringe, e lo sguardare Della ciera.

A re Manfredi, che governò le Sicilie dal 1258 al 66, è diretto il _Fior di retorica_, dove frà Guidotto da Bologna, a vantaggio _de’ laici che non sono alliterati_, cioè non sanno di latino, raccolse alcuni precetti di Cicerone volgarizzandoli; _avvegnachè mal agevolmente si possa ben fare, perchè la materia è molto sottile a me non ben saputo, e le sottili cose non si possono bene aprire in vulgare_. V’avea già dunque persone che adopravano l’italiano a componimenti studiati, se per loro il frate bolognese preparò un trattato di retorica. E diceva loro: «Qualunque persona vuole sapere ben favellare piacevolmente, si pensi di avere prima senno, acciocchè conosca e senta quello che dice; poi prenda ferma volontà di operare giustizia e misura e ragione, acciocchè dalla sua parola non possa altro che ben seguitare; e questo libro legga sicuramente, e senta meco certi ammaestramenti che sono dati dalli savj in sul favellare; e da che gli ha letti e ben impressi, si usi spesse volte di dire; perchè il ben parlare si è tutto dato alla usanza, che ogni cosa si acquista per uso, et abbassa molto per disusare, e senza usare non può essere alcuno bono parlatore».

Già adducemmo canzoni popolari.

In tutta Europa vicino al Mille si ha esempj di Ludi e Rappresentazioni, ma sempre latini. Nessuno invece ne resta in Italia: forse perchè si fecero subito in italiano; i quali modificati poi col variar della lingua, giunsero fino a noi, creduti d’età più tarda. Tale forse la rappresentazione che, nel 1243, si fece in Prato della Valle a Padova; e quella che nel 1273 a Siena, per festeggiare l’assoluzione dalla scomunica.

§ 17º

_Della lingua romanza e della siciliana._

Non è del nostro assunto il librare il merito de’ poeti di Sicilia e del Reame: ma quanto alla lingua, non crediamo usassero quella del loro paese, bensì se ne proponessero una, comune alla gente colta; quella che Dante intitolò cortigiana.

Se fosse dimostrato che, prima d’altrove, in Sicilia siasi parlato italiano, n’avrebbe rinfianco il nostro asserto sulla scarsa efficienza dei Barbari. Ma altro è parlare, altro è scrivere, e immiseriscono la questione quelli che attribuiscono la formazione delle lingue ad alcuni, e foss’anche a tutti i letterati, mentre solo dal popolo esse riconoscono vita e sovranità. Forse che filosofi e poeti hanno l’intelligenza che inventa e la possanza che fa adottare le parole? Al più, sanno dall’uso arguire le leggi. Per ispiramento ghibellino e per adulazione a Federico II e sua Corte si asserì che in questa siasi primamente sostituita nel poetare la lingua italiana alla provenzale; e Dante imperiale dice: «Perchè il seggio regale era in Sicilia, accadde che tutto quello che i nostri precessori composero in vulgare si chiama siciliano: il che ritenemmo ancora noi, e i nostri non lo potranno mutare»[152]. Or bene, noi sfidiamo a trovare verun altro che mai intitolasse siciliano il parlar nostro. Solo il Petrarca, per condiscendenza d’erudito, scrive che il genere della lingua poetica _apud Siculos, ut fama est, non multis ante seculis renatum, brevi per omnem Italiam ac longius manavit_[153]. Ove del resto s’intende di poesia, non di lingua; e potrebbe darsi che Federico, udite in Germania le canzoni che i Minnesingeri ripetevano per le Corti, volesse averne alla sua in lingua italiana[154]. Era dunque la Corte siciliana un centro di poesia erotica, colta, alla foggia provenzale. Dante stesso, quando antepone i Siciliani, non vuole intendere del loro parlare; anzi i parlari riprova tutti, e quel _della gente media_ di Sicilia non trova migliore degli altri; ma poichè colà sedevano que’ da lui vantatissimi Federico e Manfredi, e accoglievano il fior di tutta Italia, al contrario de’ _sordidi e illiberali_ principi del restante paese, dice che gli scrittori riuscivano in nulla diversi da ciò ch’è lodevolissimo. Nè si creda (conchiude) che il siculo e il pugliese sia il più bel vulgare d’Italia, giacchè quei che bene scrissero se ne discostarono[155].

Non basta quest’ultima confessione a scassinare il suo edifizio?

Plauto, nel prologo dei _Menecmi,_ professa non avere atticizzato, ma sicilizzato _(atque ideo hoc argumentum græcissat, tamen non atticissat, verum at sicilissat)_.

Anche Cicerone _(in Verrem)_ rinfaccia al suo competitore Cecilio d’avere imparato le lettere greche non in Atene ma al Lilibeo, le latine non a Roma ma in Sicilia. E forse la poca finezza del parlare nascea dall’usarsi in quell’isola insieme il greco e il latino e fors’anche il cartaginese pel commercio. Infatto Diodoro vanta d’aver imparato la lingua di Roma in grazia del commercio che i Romani faceano in Sicilia _(Introduzione)_.

Certo però il siciliano odierno tiene molto dell’antichissimo latino, giacchè vi si dice _argentu, locu, pani,_ che è il latino pretto, colla _m_ e la _s_ fognate all’arcaica; vi si dice _jocu, jugu, judici_ dove il toscano fece giuoco, giogo, giudice: e _amau, laudau_ per amò, lodò, e così via. E senza ricorrere al paradosso del Galiani, una riprova del nostro assunto si trova in monsignor Crispi, _Sul dialetto parlato e scritto in Sicilia:_ e in Di Giovanni _De div. Sicul. officiis_, dove mostra le mutazioni di lingua, che prevalsero in Sicilia secondo i tempi.

Giulio Perticari, oltre adottare le teoriche del Cesarotti, del Muratori, del Napione nel rattizzare col Monti quistioni sopite, trapiantò fra noi il paradosso del francese Raynouard, supponendo che dalla corruzione della lingua latina uscisse una comune, che si parlava da tutte le nazioni neolatine, le quali poi separandosi formarono lingue proprie; opera di letterati più che del popolo[156]. Argomentò in conseguenza, che in ogni parte d’Italia si scrivesse con pari correzione o scorrezione. Per sostenerlo recò passi d’autori di vario paese: nè prese scrupolo di far qualche alterazione al loro dettato, sicchè paressero meno corretti i toscani, meno scorretti gli altri; donde conchiudere contro la superiorità, che ai Toscani concedono tutti, almen nella pratica. Senza tener conto delle mutazioni a lui imputabili, si noti che di quelle poesie non abbiam forse nessun esemplare contemporaneo e autentico; e nel trascriverle avrà molto operato o l’imperizia o il capriccio degli scrivani: fors’anche passarono tradizionalmente per le bocche, modificandosi secondo e i tempi e il paese; quello poi che o primo le ridusse in iscritto o le ricopiò, adattolle al gusto e alla pronunzia sua: e i Toscani poterono intoscanare le poesie d’altri paesi, come i Lombardi avranno guasto le toscane[157]. N’è conseguente la poca diversità che si nota fra i primi poeti; e che anch’essa deriva dalla differente coltura dei singoli, e dalla trascrizione, in cui si perde l’immagine del primitivo idioma.

Poi anche oggi potrebbero addursi deh quanti Toscani che scrivono men bene del Giordani e del Puoti (rimoviamo l’invidia col nominar solo i morti); ma domanderemmo se questi si proponessero scrivere il parmigiano e il napoletano, o se piuttosto cercassero il toscano, anzi il solo toscano senza fiato del dialetto natio: e vi riuscissero con arte maggiore di quei troppi che, avendolo dalla madre, ne sconoscono il merito e le finezze.

Pel proposito dunque del Perticari sarebbe importato provare che nel regno di Federico II si parlava qual veramente troviamo scritto da lui e da’ suoi. Prove dirette ci mancano; forse n’è alcuna in contrario.

Ciullo d’Àlcamo vorrebbero vivesse col Saladino, cioè fra il 1174 e il 1193, giacchè canta,

Se tanto aver donassimi Quant’_ha_ lo Saladino;

ma la menzione che fa degli agostari lo tirerebbe a più tarda età, essendo essi battuti da Federico II il 1222: se non che rifletterono che il loro nome è più antico, e fin de’ tempi longobardi, a fede del Muratori[158].

Di Ciullo è notissima una lunga cantilena a botta e risposta; della quale non conosciamo veruna lezione buona, nè manoscritti antichi che ce la possano sincerare. A me parve che il poeta in essa mettesse a dialogare l’amante in lingua toscana o cortigiana, coll’amica nel suo dialetto pugliese, mal riprodotto da lui o dal copista siciliano. Così (mutando qualche parola a idea, piuttosto che coll’appoggio di codici) leggeremmo:

_Amante_. Rosa fresca aulentissima Cha pari in ver l’estate, Le donne ti desiano, Pulzelle e maritate. Tragemi d’este focora Se t’este a bolontate: Per te non ajo abent o nocte o dia, Pensando pur di voi, madonna mia. _Madonna_. Se di mene trabàgliti, Follia lo ti fa fare, Lo mar potresti arrompere Avanti e semenare, L’abere d’esto secolo Tutto quanto assembrare... Averimi non poteria esto monno... Cerca la terra ch’este granne assai Chiù bella donna di me troverai. _Amante_. Cercata ajo Calabria, Toscana e Lombardia, Puglia, Costantinopoli, Genua, Pisa, Soria, Lamagna, Babilonia E tutta Barberia, Donna non vi trovai tanto cortesi, Perchè sovrana di mene te presi. _Madonna_. Poi tanto trabagliastiti, Facioti meo pregheri Che tu vadi, eddomannini a mia mare e a mon peri, Se dari mi ti degnano, menami a lo monsteri (_al monastero_), E sposami davanti della genti E poi farò li tuoi comannamenti.

Qui è sentita abbastanza la differenza fra i due parlari, e come nel secondo abbondino gl’idiotismi siculi.

Dante, inteso a menomare il vanto de’ Toscani, e supponendo che la lingua fiorisca per le Corti e per gli studj, non rifina di vantare il siciliano dialetto: ma ciò prova di già che era distinto dal toscano, mentre nol sono le poesie che sopra accennammo o recammo.

I Siciliani misero grande impegno, in questi ultimi tempi, a trovare vestigia antichissime di loro vernacolo. Le poesie addotte da Lionardo Vigo (_Canti popolari siciliani_, Catania 1857), quand’anche potesse provarsi che appartengono all’età di Guglielmo il Buono, poco gioverebbero all’assunto nostro, giacchè nulla è più facile a mutarsi dietro ai tempi che le canzoni in bocca al popolo. Sol proverebbero che un vulgare esisteva, e in fatto un rituale del bretone Augerio, che fu il primo vescovo di Catania, prescrive le formole pel battesimo degli adulti, soggiungendo che, _si nescit literas, hæc vulgariter dicat_. Si ha un atto di permuta di case fra Leone Bisinianos ed Effimio abate di _Santo Nicola di Xurguri_, scritto in greco, che a tergo della pergamena è tradotto in vulgare, che da buoni argomenti credesi contemporaneo[159]. E comincia: «Eu Leon Bisinianos cum la Madonna mia mugleri et Nicolao lu meu legitimo figlo, cum lu nomu di la santissima cruchi, cum li manu nostri propri scriviamo insembla cum lu meu figlo Nicolao cum tutta lu nostru bona voluntati et intentioni senza dolo alcuno lu presenti cambiu et permutationi chi fazo cum li nostri possessioni, li quali suno siti et positi a la citati vechia a Palermo a la rimini menzo di Ximbeni di la parti di fora di la porta de Xaltas chi confina cum lu muro, etc. etc... A li misi di ottubre a lo sexto jornu di lo dicto misi di la seconda indictioni in tu annu milli e sexantadui.

Questa data, impastata dell’êra romana e della bisantina, risponde al 1153; e l’essere nel testo indicato soltanto l’ottobre, e non il giorno come nel transunto, fa credere che questo sia contemporaneo[160].

Di un anonimo siciliano il Trucchi pubblicò un frammento cavato dal Libro reale della Vaticana, nº 3793, giudicato della prima metà del millecento, quando a Palermo fiorivano nel palazzo reale le manifatture di seta, dalle quali nel 528 dell’egira, 1133 di Cristo, fu lavorata l’insigne dalmatica di re Ruggero. In esso frammento si legge:

Levasi allo mattin la donna mia Ch’è vie più chiara che all’alba del giorno: E vestesi di seta caturìa (_di Catura_) La qual fu lavorata in gran soggiorno Alla nobile guisa di Soria Che donne lavorarlo molto adorno. Il su colore è fior di fina grana, Ed è ornata nella guisa indiana. Ed ha un’ammantadura oltremarina Piena di molte perle prezïose... Quand’ella appar con quella ammantadura Allegra l’aire, e spande la verdura, E fa le genti star più gaudïose.

Della Corte di Sicilia sopravvive qualche frammento di Federico II, di Enzo suo figlio.

Il Barbieri, nell’_Origine della poesia rimata_, cap. XI, riferisce il principio d’una canzone in siciliano del re Enzo:

Allegru cori, plenu Di tanta beninanza Suvvegnavi, s’eu penu Per vostra innamuranza, Chil non vi sia in placiri Di lassarmi muriri talimenti Chiu v’amo di buon cori e lialmenti.

Or dello stesso principe infelice n’abbiam una in italiano, che suona ben diversa:

Va, canzonetta mia, E saluta messere, Dilli lo mal ch’i’ aggio, Chè lei che m’ha in balia Sì distretto mi tiene Ch’eo viver non poraggio. Salutami Toscana Quella ched è sovrana, Ed in cui regna tutta cortesia. E vanne in Puglia piana, La magna capitana, Là dove è lo mio core notte e dia.

Di Pier della Vigna, che «tenne ambe le chiavi del cuor di Federico», recheremo questo sonetto:

Perocchè amore no se po vedere E no se tratta corporalemente, Quanti no son de sì folle sapere Che credono ch’amore sia neente! Ma po’ ch’amore se faze sentere Dentro dal cor signorezar la zente, Molto mazore pregio de’ avere Che se ’l vedesse visibilemente. Per la virtute de la calamita Come lo ferro attra’ e non se vede, Ma si lo tira signorevolmente. E questa cosa a credere me invita Che amore sia, e dammi grande fede Che tutto sia creduto tra la gente.

I seguenti versi di Ruggerone da Palermo s’accostano all’anno 1230:

Canzonetta giojosa, Va allo fior di Soria, A quella che lo mio core imprigiona: Di’ alla più amorosa, Che per sua cortesia Si rimembri del suo servidore.

Altri di Rinieri da Palermo, sono citati dal Trissino.

Il suddetto Barbieri adduce un’altra canzone di Stefano protonotaro da Messina, vissuto attorno al 1250, che comincia:

Pir meu cori allegrari Ki multi longiamenti Senza alligranza e joi d’amuri è statu, Mi ritorno in cantari, Cà forsi levimenti Da dimuranza turneria in usatu Di lu troppu taciri. E quandu l’omo a rasuni di diri, Ben de’ cantari e mustrari allegranza; Ca senza dimustranza Joi siria sempre di pocu valuri, Dunca ben de’ cantar onni amaduri.

Questa è in siciliano, ma quest’altra in italiano scrisse il medesimo:

Assai mi piacerìa Se ciò fosse che Amore Avesse in sè sentore D’intendere e d’audire; Ch’eo li rimembreria, Come fa servidore Perfetto a suo signore, Meo lontano servire, A fariali assavire Lo mal di che non oso lamentare A quella che ’l meo cor non può obliare: Ma Amor non veo, e di lei son temente, Per che ’l meo male adesso è più pungente.

Ci resta il processo per assassinio tentato sopra Federico II, ma le risposte sono stravolte dal notajo.

Nelle _Effemeridi letterarie_ di Roma del 1772, tom. IX, p. 158, si riportano alcuni brani di un codice Chigiano, che pretendesi scritto in Sicilia e prima dei Vespri, e forse versione dal provenzale. Una cronaca anonima dal 1279 all’82, stampata dal Gregorio[161], e che in miglior lezione trovavasi manoscritta presso il principe di Sangiorgio Spinelli in Napoli, comincia: «Quistu esti lu rubellamentu di Sichilia, lu quali hordinau, effichi fare messer Iohanni di Prochyta contro lo re Carlo». S’anche non è contemporanea, certo è antica; e vi sentite tutti gl’idiotismi moderni di Sicilia: «Multu corrucciatu in visu (Procida esortava a) non lassari quista cussi fatta imprisa, cussi grandi... Lu papa lu conuxia, e ricippilu graziosamenti»[162].