Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)

Part 10

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Fu raccolta dalle labbra popolari una canzone, o frammento di poesia, dove, tra altro, si ode:

Senti la Francia ca sona a mortoria: No, ca la Francia un veni cchiù’n Sicilia. Viva Sicilia ca porta vittoria! Viva Palermo! fici mirabilia. Sunati tutti li campani a gloria, Spinciti tutti l’armi terribilia, Ca pr’in eternu ristirà a memoria Ca li Francisi ristaru ’n Sicilia... Nun v’azzardati a veniri ’n Sicilia Ch’hannu juratu salarvi le coria (_uccidervi_). E sempre ca virriti ’ntra Sicilia La Francia sunirà sempri mortoria. Oggi a cu’ dici _scisciri_ ’n Sicilia Si cci tagghia lu coddu pri so gloria: E quannu si dirà qui fu Sicilia Finirà di la Francia lu mimoria.

Il canto ha tutta l’aria d’essere contemporaneo dei famosi vespri, ma via via s’ammodernò: pure attesta che avevasi una poesia alla moderna, e che vi s’adoperava il dialetto corrente.

Il Giambullari, il quale, nel _Gello_, sostiene un’opinione conforme alla nostra, dice che Guglielmo Ragonesi affermava essere stato Beltrano Ragonesi di Gaeta il primo che innestò il siciliano col toscano: ma ch’egli attribuisce tal merito a Lucio Drusi. Perocchè «que’ nostri antichi terminavano la maggior parte delle parole con lettere consonanti, ed i Siciliani, per l’opposito, le finivano con le vocali; Lucio, considerando la nostra pronunzia e la siciliana, e vedendo che la durezza delle consonanti offendeva tanto l’orecchio, cominciò, per addolcire e mitigare quell’asprezza, non a pigliare le voci de’ forestieri, ma ad aggiugnere le vocali nella fine delle nostre. Il che, sebbene per allora non piacque molto se non a pochi, dopo la morte di esso Lucio, conoscendosi manifestamente la soavità e la dolcezza di tal pronunzia, cominciarono i Toscani a seguir la regola detta, e non solamente nelle composizioni rimate, ma nelle prose ancora e nel favellare ordinario dell’uno con l’altro. Di qui venne questa pronunzia».

Ripugna affatto alla natura delle cose che un uomo solo cangi il sistema d’una favella: può bene cambiar qualcosa di ortografia, come fecero il Trissino e Voltaire, ma non il parlare d’un popolo. E tanto più chi veda come i Toscani, neppure i più plebei e più isolati, non soffrano voci terminate in consonante, e anche alle forestiere appiccino una vocale.

Nel dialetto napoletano il Mazzocchi[163] dice che faceansi tutte le iscrizioni del XIV e XV secolo: oggi però o niuna o ben poche se ne trovano. In Napoli, sulla piazzetta di San Pietro Martire, sopra un sepolcreto dodici versi fanno corredo ad uno scheletro portante il falcone in una mano, il logoro nell’altra, e dicono:

Eo so lo morte, chachacio (_che caccio_) sopera voi jente mondana amalata e la sana, dì e notte la perchaccio no fugia nesuno ine tana p. scampare de lo mio lactio che tucto lo mundo abractio e tucta la gente umana perchè nessuno se conforta ma prenda spavento ch’eo per comandamento de prendere a chi ven la sorte siave castigamento questa fegura de morte e pensavie de fare forte in via de salvamento.

Da sinistra un mercante versa un sacco di moneta sull’ara, e fa colla Morte il seguente dialogo:

_Merc._ Tuto te voglio dare se mi lasi scampare.

_Morte._ Se tu me potisse dare quanto se potè ademandare, no te scampara la morte se te ne vene la sorte.

Sugli orli corre questo scritto:

† mille laude factio a dio patre e a la santa trinitate che due volte me aveno scampato e tucti li altri foro annegate. Francischino fu dr. Brignale feci fare questa memoria ale m. CCCLXI de lo mese de agusto XIIII indiccionis.

Ben anteriore sarebbe la cronaca di Giovanni Villani, ma fu raffazzonata da Leonardo Astrino di Brescia nel 1626, colla pretesa di _quello alla prima composizione restituire_. Dal Pelliccia[164] recasi un istrumento del 1208, ove si sente quel dialetto, ma sono avvertito che è falso. Teniamo però questo «Banno et commandamento per parte de monsignor lo re Lanzolao re di Sicilia etc. che Dio lo salva e mantenga etc. de lo vicemiralia de lo ditto riame per parte de la maiestà de lo ditto segnore re, che ben se guarde omne pescator che va pescanno che non pescano a li mari de s. Pietro ad Castello senza licenzia de li gabellotti ad pena de uno augustale per uno, et chi lo accusa ne avrà lo quarto».

Gio. Boccaccio ha una burlevole «pistola in lingua napoletana», che comincia: «Facciamote, caro fratiello, a saperi che, lo primo jorno de sto mese, Machiuti filiao, et appe uno biello figlio masculo, che Dio nee lo garde, e li dea bita a tiempo e a hiegli anni ecc.». Egli sul miserando caso della Lisabetta di Messina cita una canzone, usata dai Siciliani, i cui primi due versi

Qual esso fu lo mal cristiano Che mi furò la grasta?

son di fatto del dialetto di Sicilia.

Giovan Villani fiorentino fa parlare molti nel dialetto ad essi natio, e da quei di Sorrento dire a Ruggero di Lorìa:

«Messere l’ammiraglio, come te piace, da parte del comune de Surienti; istipati queste palombole, et prindi quissi augustarj per un taglio de calze, e piazesse a Dio, com’hai preso lo filio, avessi lo patre».

Una cronaca della morte di Manfredi leggesi nel lavoro del De Renzi sopra Gio. da Procida, pag. 234: come un’altra cronaca a pag. 299.

Matteo Spinelli da Giovenazzo, dal 1247 al 68 vergò le cronache napoletane mescendovi il dialetto del suo paese (_Rer ital. Scrip._, tom. VII):

«Me venne proposito di notare, per una delle gravi cose successe in vita mia, lo fatto di quisto messer Rugiero de Sanseverino, come me lo contao Donatiello di Stasio da Matera servitore suo. Me disse che, quando fo la rotta da casa Sanseverino allo chiano de Canosa, Aimario de Sanseverino cercao de salvarse, et fugio inverso Biseglia per trovare qualche vasciello de mare, per uscirne da regno. Et se arricordao di questo Rugiero, che era piccierillo di nove anni; et se voltao a Donatiello che venia con isso, et le disse: _A me abbastano questi dui compagni: Va, Donatiello, et fòrzati di salvare quello figliuolo_. Et Donatiello se voltao a scapizzacollo, et arrivao a Venosa alle otto ore, et parlao allo castellano; et a quillo punto proprio pigliao lo figliuolo, et fino a quaranta augustali, et un poco di certa altra moneta, et uscio dalla porta fauza, senza che lo sapesse nullo de li compagni, et mutao subito li vestiti allo figliuolo et ad isso, con un cavallo de vettura, con nu sacco di ammandole sopra, pigliaro la via larga, allontanandose sempre da dove poteva essere conosciuto»[165].

Si accosti questo scrivere a quello di Ricordano Malespini fiorentino. Il quale dice aver cominciato il 1200 la storia sua; e forse vi corre sbaglio, ma ad ogni modo passò finora pel primo che scrivesse storie in toscano[166].

«Io Ricordano fui nobile cittadino di Firenze della casa de’ Malespini, e ab antico venimmo da Roma. E’ miei antecessori, rifatta che fu la città di Firenze, si puosono presso alle case degli Ormanni in parte, e in parte al dirimpetto delle case dette degli Ormanni; e dirimpetto alle nostre case era una piazzuola, la quale si chiamava la piazza de’ Malespini, e chi la chiamava piazza di Santa Cecilia. E io sopradetto Ricordano ebbi in parte le sopradette iscritture da un nobile cittadino romano, il cui nome fu Fiorello: ebbe le dette iscritture di suoi antecessori, scritte al tempo, in parte quando i Romani disfeciono Fiesole, e parte poi; perocché ’l detto Fiorello l’ebbe, che fu uno de’ detti Capocci, il quale si dilettò molto di scrivere cose passate, ed eziandio anche molto si dilettò di cose di strologia. E questo sopradetto vide co’ suoi proprj occhi la prima posta di Firenze, ed ebbe nome Marco Capocci di Roma».

§ 18º

_Del toscano._

Chi si ostinasse nella priorità del siciliano, dovrebbe dire che questo avesse un peccato d’origine, e che, nato nella Corte, colla Corte perisse, mentre il toscano si perfezionò col popolo. Ma non fa mestieri d’altri argomenti per farci credere che, all’organarsi dell’italiano, nè a Napoli nè in Sicilia si parlasse un dialetto che sia divenuto lingua comune; mentre ciò si prova del toscano, ove, dando alla parlata la terminazione e l’ortografia latina, si aveva una fortunata conformità col vocalismo popolare. Dopo i poeti citati potremmo addurre esempj di Noffo notaro d’Oltrarno, di Gallo pisano, di Buonagiunta Urbicani da Lucca, di Meo de’ Macconi da Siena, di Guittone d’Arezzo, di Chiaro Davanzati di Bondie Dietajuti, di Brunetto Latini, col quale tocchiamo a Dante.

Che se diffidiamo delle prove tratte da poesie, non ce ne mancano altre. Già n’è occorsa qualche iscrizione. Nel camposanto di Pisa leggesi questa:

✠ DIE SCE MARIE DE SECTEBRE ANNO DNI MLLO CCXLIII INDICT. I. MANIFESTO ANNOI E AL PIÙ DELLE P_er_SONE CHE NEL TEMPO DI BUONACOSO DE PALUDE LI PISANI ANDARO CUM GALEE CV E VE VAC. C. A PORTO VENERE STEDTERVI [-P] DIE XV E GUASTARO TUCTO E AREBBERLO P_re_SO NON FUSSE LO CONTE PANDALO CHE NON VOLSE CHESA TRAITORE DE LA CORONA E POI N ANDANMO NEL PORTO DI GENOVA CUM CIII GALEE DI PISA E C VACCHECTE E AVAREMOLA COBADUTA NO FUSSE CHEL TEMPO NO STROPIO. DNS DODUS FECIT PUBLICARE HOC OPUS.

Una siffatta sta al Mulino del Palazzo in val di Merse senese:

MCCXLVI AL T[-E]PO DE GUALCIERI DA CALCINAIA PODESTÀ — GUIDO STRICA — RANIERI DI LODI; ORLANDINO DE CASUCCIA FEICE.

La riferisce il Repetti[167]: mal però asserisce che questa lingua non fu «mai, almeno nelle cose pubbliche, usata innanzi la metà del secolo decimoterzo». Oltre i già detti, abbiamo scritture originali, quali d’ufficio, quali pagensi, che provano come fosse comune colà il parlare che fu adottato dagli scrittori; tanto da accontentare il Muratori che si querelava più volte di non aver potuto ritrovare nulla dell’italiano, che pure dovette adoperarsi per secoli nelle prediche e nei conti mercantili. In un bel documento senese, pubblicato nell’appendice nº 20 dell’_Archivio storico_ del Vieusseux, portante le spese e le entrate di madonna Moscada dal 1234 al 43, il vulgar nostro vedesi bell’e formato:

«Queste sono dispese de la casa a minuto da chinc’indrieto.

»Anno Domini MCCXXXIIII del mese di dicembre... Si à dato madona Moscada e Matusala lo mulino di Paternostro ad afito alo priore di san Vilio per VII mogia meno VI staja di grano di chieduno ano, ed ene ricolta chiuso da san Cristofano del deto afito. E ano impromesso di recare a loro dispese overo grano overo farina, per ciaschedun mese, tredici staja e mezo di grano o di farina, qual noi piacese; a pena del dopio. La pena data, lo contrato tenere fermo. E Matusala impromise di fare, se la casa si discipasse, di farla a le sue dispese per la sua parte; e se bisciogno v’avesse macine, per la sua parte, di recavile ale sue dispese fino al mulino e di murare lo petorale alle mie dispese... E se lo steccato si disfacese per aqua o per altro fare del mulino, lo deto priore lo dee rifare de legname comunale a le sue dispese...

»Anno Domini MCCXXXVII da genajo indrieto, ala signoria de l’escita di Giacopino e per tutte le signorie que[168] sono iscrite di che in chesta carta, si è compito sere Lambertino; e da genaio indrieto, com’è scrito di sopra, si è chiamato pagato da Matusala per la quarta parte dele piscioni di val di Montone: et o riscrivo lo compimento qued eli che per queste razoni di soto ecc.».

E di questo tenore seguita per quarantacinque carte in-4º piccolo. Ivi pure furono stampate le _Ricordanze di Guido di Filippo di Ghidone dell’Antella,_ quaderno domestico e d’affari, _chominciate a scrivere in kalen di marzo anno_ MCCXXXXVIII; e sentite s’egli è italiano compito.

«Ne l’anno MCCLXXVIII andai a dimorare con la compagnia de li Schali e chon loro stetti dodici anni, tra in Firenze e fuori di Firenze. Per la detta compagnia tenni ragione in mano in Proenza. Per loro stetti nel reame di Francia, in Proenza, in Pisa, in Corte, Napoli et in Acri, et fui loro compagno».

Nell’arcivescovado di Firenze si conserva una donazione ai frati Umiliati, che mostra si stendeano già in italiano i protocolli.

«Anno MCCL etc., in palatio de Gàligariis... ad sonum campane ad consiglium vocati fuerunt consules judicum mercatorum... propositum fuit — se si debbano concedere a’ frati di San Donato a Torre, stante l’utilità che apportano alla città per l’esercizio dell’arte della lana, terre e case poste nel popolo di San Paolo e di Santa Lucia, e si concedono»[169].

Corrispondenze del 1290 e 91 della ditta Consiglio de’ Cerchi e Compagni in Firenze e Giacchetto Rinucci e Compagni in Inghilterra, convincono come frequente e regolare si tenesse il carteggio in italiano[170]:

«Diciesette dì di febbrajo avemmo _due_ lettere che ne mandaste;... Recollene il primo corriere di Langnino: e del mese di marzo n’avemo avuto anche _cinque_ piccole lettere che m’avete mandate per altre genti; e sedici dì di marzo avemo anche una lettera che la ci recò il corriere di pagamento di Langnino ecc...

»Noi avemo pagata per voi, per vostre lettere, a Cambino Bonizzi e a Paganello Bencivenni e alla moglie di Diotajuti Montieri quella quantitade della moneta che ne mandaste dicendo. In altre lettere v’avemo iscritto il parere nostro di quello che volemo che per ugnanno si faccia per noi in Inghilterra e in Iscozia sopra la coglietta, e ancora in lane di magioni. Nostro intendimento si è di volere che si faccia 200 sacca di lana coglietta tra in Inghilterra e in Iscozia, in quelle luogora che più utilitade credete che si ne possa fare.

»... Sopra ’l fatto delle saje di Luja non fae mestiere più di scrivere, ch’assai vi n’avemo scritto per altre lettere; ed è nostro intendimento che, quando avrete questa lettera, quelle che rimandare ci dovete per ugnanno ci avrete rimandate in Fiandra».

In alcuni capitoli del 18 giugno 1297 della Compagnia d’Or San Michele sta:

«Anche ordiniamo che, conciossiacosachè, per cagione del mercato del grano e per altre cose che si fanno nella detta piazza sotto la loggia, la tavola di messer santo Michele si impolveri e si guasti, li capitani siano tenuti di farla stare coperta acciò kessi (_che si_) conservi nella sua bellezza et non si guasti. Salvo kel sabbato dipo’ nona, disfacto il mercato, la debbiano fare discoprire et stare discoperta per tutto il dì de la domenica, et così si faccia per le feste solenne che mercato non si faccia. Che non si mostri, overo si scuopri la figura di detta nostra donna senza torchi accesi».

Nell’archivio di Siena è lettera, che nel 1253 scrivea Tuto Enrico Accattapane a Ruggero di Bagnole, capitano di quel popolo per Corrado re de’ Romani e di Sicilia:

«A voi, mesere Rugiero da Bagnole, per la grazia di Dio e di domino re Currado capitano del comune di Siena, Tuto Arrigo Acatapane vi sie va raccomandando. Contio vi sia, che io sono in Peroscia, e giosevi giovedì due die entrante ottobre, con una grande quantitae di cavaieri della valle di Spuleto e delle contrade di la giuso; e quandio gionsi in Peroscia sì vi trovai Aldobrandino Gonzolino, unde sappiate che io me ne volea venire coi detti cavaieri per chello che io voleva esere in Siena colloro innanzi voi per vedervi, e perchè voi intendeste i pati che sono da me e dalloro anzi ch’ellino vi scrivessero, i quali pali apaiono per carta a mano di notaio; unde io facio contio che i pati son cotali ch’eglino vi deano servire a vostra volontà di die di notte con buoni cavalli domi».

La città di Siena possiede una serie di statuti, dettati in lingua volgare nei secoli XIII e XIV; il più antico dei quali (_Statuto di Montagutolo_, nº 50 nel R. Archivio) va dal 1280 al 1297. Il principio è tale: «Questo ene il breve e li statuti e li ordinamenti del Comune e delli uoni (_uomini_) da Montagutolo dell’Ardinghesca, facto et ordinato et composto per li massari del decto Comune sotto gli anni del nostro Signore Mille CCLXXX del mese di Iennaio Indictione VIIII. Ad honore e buono stato del Comune di Siena e de’ Conti da Civitella et ad honore et riverentia Didio e de la beata Vergine Maria e di tucti Santi e le Sante di Dio et ad mantenimento e buono stato del Comune e delli uomini del decto Castello e de la sua corte e distrecto e di tutti coloro che avessero ragione col decto Castello e nel suo distrecto».

Di data legale abbiamo al 1265 la pace concordata in Tunisi fra l’ambasciatore pisano e quel re:

_Terminus pacis._

«Et fermosi questa pace per anni XX. La quale pace sempre sta ferma in de lo soprascripto termine a di XIII de lo mese di sciavel anni LXII, et DC secondo lo corso de li Saracini, e sub annis Domini M CC LXV, indictione VII, tertio idus augusti secondo lo corso de li Pisani...

_Lo testimoniamento et lo datale di questa pace._

»Et testimoniove dominus Parente per culoro che lui mandono in sua buona volontade et in sua buona memoria et in sua buona sanitade, che questa pace a lui piace, et cusì la ricevette et fermove. Et inteseno li testimoni da lo scheca grande et alto et cognosciuto secretario et faccia di domino Elmira Califfo Momini, et faccitore di tutti li suoi fatti, lo quale Dio mantegna et in questo mondo et in de l’altro. Et rimagna sopra li Saracini la sua benedicione. Baubidelle filio de lo Scheca, a cui Dio faccia misericordia. Buali Aren filio de lo Scheca alto, cui Dio faccia misericordia».

Tale mistura d’italiano e di latino rivela un notajo, o piuttosto un traduttore rozzo, che conserva alcune formole notarili quali usavansi negli istrumenti, e vi mescola il parlare che aveva consueto, vergato a guida della pronunzia. E appunto a tal modo venne formandosi l’italiano. Dapprincipio nel latino s’insinuarono alcune voci e frasi, insolite allo scrivere eletto, ma quali usavansi dal vulgo. Via via ch’erano adoperate, acquistavano una specie d’autenticità; e alle giù ammesse unendone altre ancora insolite, il numero ne aumentava, sin al punto che le italiane furono il maggior numero, e il minore le latine[171].

La mistura appare cresciuta nel testamento della contessa Beatrice di Capraja del 1278[172], il quale da Sebastiano Ciampi fu stampato con tutte le scorrezioni grammaticali e grafiche, ponendolo a confronto colla traduzione dei _Trattati morali_ di Albertano Giudice, fatta l’anno stesso da Soffredo del Grazia, notaro pistoiese, e ch’esso Ciampi stampò colla medesima improba pazienza. Questi trattati terminano così:

«Or finisce lo libro del consolamento e del consiglio, lo quale Albertano giudice di Brescia de la contrada di sancta Agata compuose’ ne li anni d. MCCXLVI del mese de aprile, ed imagoregato in su questo vulgare ’ne li anni d. MCCLXXV del mese di sectembre.

«Chi scrisse questo vulgare Dio li dia bene e capitare, Chi scrisse ancora scriva Sempre e ognora».

Una lingua, in cui stendeansi atti importanti pubblici e privati, in cui già si trovava opportuno tradurre le opere di quella che un tempo era stata nazionale, doveva essere adulta, e conosciuta ai lettori più che non quella da cui si traslatava. Già erasi compreso che l’intelligenza umana aveva acquistato un nuovo istromento, non inferiore in forza e bellezza a verun’altra forma della loquela; e mentre prima riservavasi agli usi giornalieri dell’esistenza materiale, si vide bastava a dipingere la natura con tutti i suoi particolari, enunciare il pensiero con tutte le sue finezze, prestare una voce potente a ciascuna passione.

Erra dunque il Bembo che trae tutto dai Provenzali, e asserisce che pochi scrittori di prosa si vedano in quel primo secolo, fuor dei Toscani (_Sulla vulgar lingua_). Erra G. B. Niccolini (_Qual parte aver possa il popolo nella formazione di una lingua_) scrivendo che «in prosa volgare si può dire che quasi niuno al tempo di Dante scrivesse, non essendo ancora in credito la lingua volgare, e scrivendo i dotti in latino e facendo commenti in latino». Erano già note allora, e furono meglio divisate poi molte anzi moltissime cronache in romanesco, in napoletano, in siciliano, e prose devote, e didattiche, e poesie, donde si chiarisce che Dante trovava una lingua già molto esercitata.

Bologna è di mezzo fra l’Italia settentrionale e la meridionale: vi sono professori e scolari d’ogni paese, il che doveva facilitar l’avvicinamento. Perciò Dante la esaltava; e di fatto s’avvicinava al tipo latino più che al provenzale, e vi si fissavano la fonologia e la morfologia. Pure il toscano avea meglio contemperato la tradizione latina col dialetto; delle due estremità evitato i difetti; avea chiarezza, trasparenza; era fra i dialetti italiani quel che l’italiano fra le lingue romanze; con minore mescolanza di parole tedesche, francesi, arabe.

Alcuni scrittori accettarono gli idiotismi, di che Dante li rimprovera; i migliori li abbandonavano, di che venne questo meraviglioso stromento del pensiero; il quale alla Toscana va debitore del suo splendore.

§ 19º

_Riassunto e paragoni._

Con questo noi abbiamo inteso combattere l’opinione, che si sorbisce nelle scuole, derivasse la lingua nostra da mistura colle tedesche. Queste ci diedero bensì alquante voci, come _rubare, bicchiere, fiasco, sprone, sciabola, arnese, stivale, fallo..._ ma non un complesso, nè tanto meno un sistema grammaticale. Nella nostra rimasero ben pochi termini d’origine teutonica, e questi significano armi e generi nuovi di oppressione; i pochi che si applicano alle occorrenze della vita, hanno a fianco ancora vivo il sinonimo latino[173]; a ogni modo son meno assai che non le voci latine, le quali furono accettate dai Tedeschi. E alla storia dice qualche cosa il vedere che le parole de’ vincitori, adottate dai vinti, furono spesso tratte al peggior senso; _land_ che pei Tedeschi è _terra_, per noi fu un terreno incolto; _ross_ non espresse un cavallo, ma un cavallaccio; _barone_ divenne sinonimo di paltoniere e birbo; _grosso_ significò tutt’altro che grandezza; _volk_ non indicò popolo ma popolaccio.

Troveremo nel parlar nostro voci e locuzioni assai, che non traggono origine dalle latine, o dirò più preciso, non dalle latine scritte; e queste sono spesso delle più necessarie; molte fiate la radice loro non si riscontra neppure fra i Settentrionali; e più frequentano nei paesi ove i Nordici men posero nido, come sarebbero Toscana, Sicilia, Venezia, Romagna. Ora, donde vennero elle se non dai prischi dialetti, ch’erano sopravvissuti alla dominazione romana? e non n’è altra prova la conformità mantenutasi tra dialetti di paesi ove pure si parlano due lingue differenti?[174]. Per mettere tutto ciò in sodo, bisognerebbe rimontare alle origini, quando della stirpe indo-europea, o come meglio dicono, ariana, un ramo si spinse verso i nostri paesi, nei quali viveano affratellati Celti, Greci, Latini. Si divisero poi, e il greco tenne le felici contrade dell’Arcipelago, estendendosi dall’Emo all’Asia Minore, e occupando anche la Sicilia e l’estremità meridionale d’Italia. Il celtico s’attendò nell’Europa centrale per le valli del Danubio e del Reno; e circuite le Alpi, popolò anche la Svizzera, la Francia, l’Italia settentrionale, la Spagna, mentre elevavasi fino all’Anglia e all’Islanda. Il ramo italico forse era durato in maggior comunanza col celtico, se vediamo nel parlar suo l’assenza di aspirate, e di certe modificazioni del verbo, come il futuro e il passivo. Men numeroso del celtico, men del greco dotato del sentimento estetico, s’allungò nella penisola nostra, sovrapponendosi ai Casci, agli Aborigeni, alle razze, non dirò indigene, ma preistoriche, e la cui esistenza ci è ora attestata dai ruderi lacustri, e dalle terramare. Queste genìe selvatiche non perirono, non cessarono di parlare; e la loro loquela modificò in parte quella de’ sopravvenuti, in parte conservossi, e si troverebbe in fondo ai dialetti, chi li cercasse con quell’artifizio di eliminazione, che ora si pratica con tanta e pazienza e sapienza dai glottologi.