Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)
Part 11
Attenendoci alle modeste e storiche proporzioni del nostro tema, diremo come anche il provenzale, da cui altri volle dedurre il nostro idioma, era di fondo latino, ma per le terminazioni teneva maggiormente del tedesco che non l’italiano. Pure dee farne gran conto chi voglia tessere la storia della lingua e de’ dialetti italici. Nei trobadori, e massime in alcuni canti delle valli alpine, si riscontra un dire, che con poche mutazioni si riduce italiano[175]; ma, o fallo, o dovranno tirarsene tutt’altre illazioni che quelle che ne trasse il Perticari negli _Scrittori del Trecento_.
Nè si avranno a trascurare i dialetti, mantenutisi in paesi dove si piantarono colonie latine e legioni di difesa, come la Rezia e i Principati Danubiani[176]. De’ quali toccando, ha maternità simile all’italiana la lingua valacca, parlata da popoli che ancora s’intitolano Rumeni, come di rimpatto noi Italiani dai Tedeschi siamo chiamati _Wälschen_, nome affine a Walachen, e dai Polacchi _Woloch_, dai Boemi _Wlach._ Il fondo del valacco è di parole latine, miste a slave e aplo-elleniche, a tedesche, a turche, per necessità di comunicazione; ma le somiglianze lessiche col latino sono tante, da potersi dire identiche le due favelle[177]. La valacca poi conservò molte radici, delle quali a noi restano solo i derivati[178]; come _albo, fur, ove_, da cui noi serbammo _albore, albume, furtiva, ovile_; e così _ningere, querere, cucurbitu, vulture, venare_. Come usa in italiano e non in latino, il nome degli alberi si fa maschile, femminile quel de’ frutti, _pruni_ e _prune, peri_ e _pere_: come in italiano e non in latino abbondano i diminutivi, peggiorativi, vezzeggiativi: _muiierone_ una donnona; _omoiu_ un omaccione; _domicelu_ signorino; _canubin_ il canino; _mariutia, negrutiu, orbetiu, fiiastro_; d’onde io argomenterei esistessero già tali alterazioni nel linguaggio parlato dai Latini al tempo che fondarono queste colonie.
Forma i plurali, non con affiggere la _s_ come altre lingue neolatine, ma col cambiare l’_a_ in _e_, l’_u_ in _i_; molti finiscono in _uri_, come da _jugu_ juguri, da _nodu_ noduri, da _fumu_ fumuri, somiglianti a _donora, pratora, campora_, che diceano i nostri vecchi. Abbandonò il genere neutro; l’articolo derivò da _ille_, ma invece di prefiggerlo, il suffigge dicendo _parinte-le_ il parente, _domn’ul_ il donno, _omu’l_ l’uomo; e pel femminile _a_, ovvero _oa_ se termina in _è_. Vale a dire che il valacco adottò i suffissi degli Epiroti[179], valendosi dell’articolo italiano. I pronomi sono i nostri: _eu, tu, elea; nei, voi, ei_; così _nostru, vostru, loru, acest, acelu, unu, tot, nimene, amendoi, quest; questu, quel, quelu; un, uno, tot, totu_; e gli avverbj _che, dapò, dapòque, o, altrmentrile, de qui, ma, giosu, sum, dinsuso, de aqui in ante, jeri, forte_. Il superlativo e comparativo forma alla francese; _maí bon, cel maí bon,_ che del resto non è insolito ai Latini (_magis dives_ ecc.). I numerali ha identici ai nostri fin al _cento_, che dicesi _sata_ come nel sanscrito. I verbi han quattro desinenze dell’infinito, sincopate come si fa nei dialetti dell’alta Italia, in _à, è, e_ muta, _ì_; e sono preceduti sempre dall’_a_, come gl’inglesi dal _to_; per es. _a cantà_ cantare. Perdettero il futuro semplice, supplendovi con _voiire_ volere, ma conservarono il trapassato: _eu avusem_, io avea veduto. Pel passivo fanno _eu me vedu_, io sono visto; _el se vede_, egli è visto; affiggono i pronomi come noi: _dami, dai, dali_, per dammi, dagli, danne[180].
La conjugazione valacca è simile e spesso eguale all’italiana: semplice e diretto il periodo e la sintassi. I nomi equivalgono spesso all’ablativo latino, come _pulvere, sore_ (sole), _munte, margine, facie, vale_ (valle), _morte, langore_.
Frequentissimi i participj in _utu, avutu, credutu, crescutu, conosciutu, implutu, battutu_, alcuni de’ quali non si hanno in latino (batuto), altri assai differenti (_cognitus, cretus_) mentre in italiano son eguali.
Hanno _bolta, usia_ (uscio e volta), _stala, cucina, supa, sala, sappa, vechiu, rosiu_ (rosso), _verde, fiastra, sora_ (suora), _caldura, ochi, urechi, voja_ (voglia), _ajutare, bere, chiamare, cercare, discarcare, inaltiare, manciare_ (mangiare), _tocare, repansare, adunare, lasare, jocare_... che sono molto piu simili all’italiano che al latino scritto.
È rara nel latino la terminazione in _esco_, mentre noi abbiamo _conosco, patisco, nutrisco, ardisco_, ecc., e così nel valacco _nutrescu, nodescu, amutesco, impartiesco_.
Anche nel moldavo oggi si dice _porta, bove, vacca, leo, lupe, volp, urs, passere, niegro, verdie, alb, vin, aer, argint, aur_ (oro), _fier_ (ferro), _plumb, flore, uccis; e così domne, femaya, ferestra, yerba, sordisce, vulture, magine, ciudad_, alterazioni ben facili di _domine, fœmina, fenestra, herba, sorex, vultur, margo, civitas_; e i verbi _cresk, floresk, nesk, schio_, per _cresco, floresco, nascor, scio_.
Sui dialetti ladini sarebbe superfluo e incompleto ogni studio dopo i _Saggi ladini_ dell’Ascoli. Suo scopo non era tanto di comparare singoli idiomi, quanto di ricomporre nello spazio e nel tempo una delle grandi unità del mondo romano, e come essa si colleghi con altre contigue, e confluisca col veneto e col lombardo.
§ 20º
_Illazioni. Sistema della trasformazione._
Or queste colonie della Romania e della Rezia furono piantate avanti l’irruzione dei Barbari. Dunque la lingua ch’esse serbarono, era già in corso mentre l’Impero sussisteva; dunque arriviamo anche per questa via alla conclusione, che la lingua italiana non sia se non la latina, qual era parlata già ai tempi classici, e forse prima; non essendovi ragione perchè un popolo, il quale non cambiò di patria, smetta il parlar suo per adottare quello dei conquistatori; tanto più che questi erano pochi, viveano sceveri dai conquistati, ed erano meno colti di essi[181].
Altre prove ne troverà chi osservi come noi tuttodì usiamo termini che il latino classico repudiava come antiquati o corrotti, ma che doveano essersi conservati tra il popolo, giacchè li vediamo resuscitare quando si guasta o ammutolisce il linguaggio letterario. E poichè noi non nasciamo dai pochi letterati, ma dal grosso della popolazione latina, perciò le parole d’oggi tengono il significato de’ bassi Latini, anzi che quello degli aurei. _Clostrum, coda, vulgus, magester, audibam, caldus, repostus, cordolium, bolga, mantellum; finis_ e _frons_ al femminile, che passarono all’italiano, erano negli antichissimi, e furono abbandonate dai classici. Nel latino classico era comune il _fortis_, non _forcia_ ch’è poi nel basso e in tutte le lingue romanze. Così è di _giardino_, di _gatto. Blanch_ c’è nello spagnuolo, nel valacco, nel ladino, come in italiano. In valacco dicesi _boje_, in romancio _bojer_, in ispagnuolo _boja_ quel che in latino _carnifex_. In valacco abbiamo _inaltzà, bâte_, per inalzare e battere; e così _citu_ per zitto, come lo pronunziano i Lombardi. _Mannaja_ sarebbe nome nuovo, ma nel romancio abbiamo _manera_, e in dialetti lombardi _manerin_. Tacio il _capitaneus_ che è già in un papiro del 551 presso il Marini. Or donde vennero se non dal parlato?
Nel daco romano abbiamo _nu erà niminea; nimenui nù së convine; nù zicë nimic_, come in italiano diciamo «Non era nessuno; a nessuno non conviene; non dica nulla». Ne’ classici le due negative affermavano; ma il trovar l’opposto nel vulgare di due paesi così distinti ci fa credere che altrimenti usasse il vulgo[182].
Indicammo a pag. 77 di non poter determinare perchè, fra due sinonimi, i nostri preferissero l’uno, come _grandis, fames, niger, senior, totus_, piuttosto che _magnus, esuries, ater, omnis_[183]; e così piuttosto di _sicut_ il _quomodo_[184]; _de mane_ piuttosto di _cras_; _subito_ piuttosto di _cito_; _penso_ piuttosto che _cogito_; e supponiamo che già il popolo dicesse più volentieri _plus_ che _magis; hac hora_ (ora) che _nunc_; _illa hora_ (allora) che _tunc_; _ad minus_ (almeno) che _saltem_; _per hoc_ (però) che _ideo_ e _nam_; _perfecta mente_ che _perfecte_.
Deperita la correzione che era mantenuta dagli scrittori, l’uso prevale colla sua mobilità; e le parole latine divengono italiane mediante que’ cambiamenti che i grammatici classificarono, intitolandoli _protesi_ quando s’aggiunge una lettera o una sillaba al principio; _aferesi_ quando la si toglie, come da _rotundo_ tondo; _apocope_ quando levasi la finale; _sincope_ quando di mezzo alla parola si leva una lettera o una sillaba; onde da _rubigine_ ruggine, da _parabola_ parola, da _civitas_ città, da _Pado, viginti, bonitas, facere, mensura, pensare_, Po, venti, bontà, fare, misura, pesare; _epentesi_ quando s’introduce una lettera nuova, come pietra e fiera in _petra, fera; antitesi_ quando si cangia una lettera, onde _diurnus, de mane, hordeum, vestro, radium_ diventano giorno, domani, orzo, vostro, raggio; _metatesi_ quando si muta ordine alle lettere, col che _aer, luscinia, super_ divengono aria, usignuolo, sopra; _antifrasi_ quando alla parola si dà un senso contrario, come da _vir bonus_, birbone. L’_eufonia_, cioè la dolcezza di pronunzia, è poi una principale ragione, la regola forse suprema di tutti i cambiamenti.
Alcune voci ne tornarono dal greco più direttamente; e p. e. ripigliammo _palla_, di cui i Latini aveano fatto _pila_, e le terminazioni in _osus, ontius, entius_, così comuni nei primi cristiani[185]. In molte la radice latina fu conservata soltanto nei composti: onde non avemmo _struere_, ma costruire; non _ducere_, ma condurre, addurre, produrre; non _voco_ ma convoco, invoco; non _clamo_, ma declamare; non _pingo_, ma dipingo.
Il fondo però, o, come oggi dicesi, il tipo, rimase sempre latino, ed è noto che in varj dialetti d’Italia occorrono intere frasi prettamente latine; il friulano, per esempio, dice, _Vos statis in tantis miseriis_: oltre quel che riferimmo del sardo.
Certo non si venne di tratto al bel vulgare odierno. Una lingua che succede ad un’anteriore, difficilmente sa sciogliersi dall’imitarla, anche dopo che, formata ed ingrandita, viene assunta dagli scrittori. Così avvenne della nostra, ove nel Trecento si riscontra ancora la fisionomia materna nel non restringere l’_au_ in _o_, non mutare la _l_ in _i_ avanti ad _a b c f p_, nè lo _j_ in _g_, nè inserire la _i_ avanti ad _e_[186]. Che se de’ primi scrittori, Dante compreso, volessimo raccorre le differenze da noi moderni, che mostrano cominciante esperienza, troveremmo che ancora usavano molte parole latine: _dece_, il _libito fe licito, sperma, pretio, carpe, parco, cogitare, manduca, unqua..._; e i plurali, _campora, ramora, palcora, nomora..._; altre scriveano perchè forse pronunziavano alla latina, come _umeri, triumphi, justo, jurare_. Vi scambiavano di lettere, _resurressione, terso, penza, perzona, resprendente, stiaffo, stiena, dovunche, oblico, fragello, boce, forvici, paravole, brivilegio, fedita, adasio, Cicilia, savere, navicare, beano, granne, foi, mobole, rimore, sanza, neente, Deo, eo_; o di generi, le _sacramente_, la _fiore_, la _mare_, l’_oblìa_, il _nojo_, il _sedio_, e in Dante il _domando_ e il _velo_; e massime dell’articolo _lo_ per _il_; od eccedevano in quelle desinenze provenzali d’_anza, aggio_. Talora sono lettere trasposte, come _preta, grolia, impretare, grillanda, stormenti, gralimare, palora, frebbe, aire_; o lettere fognate, come in _memora, desidero, manera, molesta, lussura, sciutto, scoltato, rede, pitafio, dificio, subitano, brobbio, propiamente, gioane, stribuire, douto_; o aggiunte superfluamente, come _triemare, bointà, Europie, superbio, istando, auccidere, ausare, aoperare, appruovare, puose, bascio, resgione, tegnendo, vogliendo, cognosco, vuogli_, o non ancora assimilate, come _adsai, ciptadini, ecceptiamo_; o sciolgonsi i dittonghi, come in _audire, tesauro, aulente, claudo, pausare, gaudere;_ o mutasi una delle vocali in consonante, come _blasmo, claro, galdio, laldare, aldire._ Talora vi appajono sincopi strane: _semmana, volno, venno, pensrà, sen_ (senza), _avan’, soven’, ca, foss, fi, fol, nul_; quando allungamenti, massime nelle desinenze (_partiraggio, rifitoe, piue, sarabbo, farajo, saccio, pietanza_ e _coraggio_ per pietà e cuore, e _tue, mene, quici, mee_). Le finali sono spesso viziate (_interesso, crimo, leggisto, pianeto, nomo, giovano, comuno, le porti, febbra, adessa_). Talvolta si tace la preposizione (_dico voi, grazie voi sia, fa noi grazia_) o si pone a sovrabbondanza (_in ninferno_).
I verbi vi sono conjugati a sproposito, trovando _spegnare, allegrere, parire, finare, sentere, abbassirsi; schermare, favorare, giojare, pentere_ sono in Dante; e in lui e in altri _dissono, vedia, sentette, dicette, abbo, ei_ (ebbi), _ablavano, avemo e avamo, sentimo, sappie, vinsono, parlasseno, passarebbe, io vorrebbi avere, porìa, dea_; e i participj _feruto, falluto, pentuto_. Essi participj sono spesso adoprati pel nome: il _destinato_, il _pensato_, il _gloriato_, l’_imperiato_, i _falliti_, la _finita_, per destino, pensiero, gloria, impero, falli, fine; del che ci sono rimasti il concordato, l’arbitrato, il giudicato e simili.
Alquante voci di quell’età abbiamo di poi affatto dismesse, come _disianza, dolciore_ e _dolzura, perdigione, bellore, increscenza, incominciaglia, usaggio, rancura, smagare, dottanza_ e _dotta, vengiare, issa, grazire, amanza, gelore_ e _gelura, sezzajo, primajo, tostano, prossimano, temorente, bontadioso, pensivo, allegranza, acceleranza, tristanza_ ecc. Smettemmo pure gli affissi in _fratel-mo, moglie-ma, casa-ta, signor-so_, e il _suto_ dal verbo essere, che sarebbe giovato tanto ad evitare sgarbate consonanze (_è stato portato_).
Ne’ versi poi, oltre la generale deficienza d’armonia, occorrevano frequenti le cacofonie, le dieresi stentate, o le contrazioni malsonanti; la rima o era mal determinata, o con parole alterate, facendo consonare _ora_ e _ventura, destro_ e _presto, lusinga_ e _rimanga, pietate_ e _matre, morte_ e _raccolte, luna_ e _persona, ottima_ e _cima, majesta_ e _gesta_;
E men d’un mezzo di traverso non ci ha. Che andate pensando sì voi sol tre? (DANTE)
Chi bestia, chi sgraziato, chi cattiv’è, Chi sciocco, chi invidiato sempre vive? (_Meo Abbracciavacca_).
Insomma qui pure si ripete l’andamento, che seguimmo riguardo alla lingua latina.
§ 21º
_Dei dialetti: loro antichità. Il libro del Vulgare Eloquio._
Già toccammo del dialetto napoletano, e del siciliano, nobilissimi fra gli italici, massime per la tanta parte che ritengono di greco. Ma quel che di essi dicemmo s’applica ben più ai tanti che si parlavano per Italia. Ove noi dobbiamo asserire quel che già per analogia si argomenta, che, ne’ varj paesi, la lingua latina parlata variava. Roma era quel che Firenze o Siena oggi, distinta per quell’_urbanità_, di cui, al dir di Cicerone, si avverte più la mancanza in provincia che la presenza in città. Del resto è a credere che tutto il Lazio usasse originariamente quella lingua, la quale fu detta latina appunto come la moderna si dice toscana, per quanto ne piglino scandalo i pedanti. E come noi discerniamo gli scrittori toscani da quelli d’altro paese (_fiorentino mi sembri veramente quand’io t’odo_; DANTE), così avveniva allora, e Asinio Pollione tacciava Tito Livio di patavinità, conchiudendo: _Quare, si fieri potest, et verba omnia et vox hujus alumnum urbis oleant; ut oratio romana plane videatur, non civitate donata_[187].
Agli Urabro-Tusci mancava l’_o_, e ancora in que’ dialetti sentiamo spesso l’_u_ al luogo dell’_o_; come in _dopo, quattordici, Giorgio, posto:_ lo che avviene pure in Sicilia.
L’etrusco forse era lingua di conquistatori, onde il popolo non l’aveva adottata, e perciò perì, ma dicono abbondasse (e il Lanzi credè provarlo) di vezzeggiativi, diminutivi, donde venne ai dialetti moderni tal facoltà, scarsissima nel latino. Nel latino terminavansi spesso le voci in consonante; nell’etrusco preferivasi la vocale, siccome conservarono i moderni Toscani.
Giovanni Galvani volle, in molte contrazioni di voci osche, riconoscere la pronunzia de’ rustici odierni: come _combner_ per convenire: _Kapfa_ per Capua, siccome alcuni proferiscono _afdace, aftunno; fi_ e _fia_ per filius e filia; _faka_ e _facat_ per faciat. _Embratùr_ per imperator segnerebbe ancora la pronunzia d’un abruzzese.
A Bologna, città potente dell’Etruria, dicesi ancora _pzein, dla, vgnè, cminzò, cm’un_ (piccino, della, venne, cominciò, come uno), che son contrazioni usate nel poco d’etrusco che conosciamo: e v’era comune il mutare l’_e_ in _ei_, come oggi in _veina, lein, canteina_, per vena, lino, cantina.
Festo il nome di _famuli_ deriva dagli Oschi, fra cui _servus_ FAMEL _nominabatur_; e _famei_ in molti dialetti si dice anche oggi il mandriano. Lo stesso dice che _aruscare_ significa _undique pecunias colligere;_ e _ruscà su_ dicesi ancora in Lombardia per raccogliere d’ogni dove. Lo stesso nota _antios_ per excruciatus; e sarebbe la voce nostra _ansioso_. _Bacar_ o _baccar_ era un vaso da bere il vino, e sarebbe l’origine indigena del bicchiere o pechero. Servio vuole che _Sabinorum lingua, saxa_ HERNA _vocantur_, ed ecco l’origine di caverna.
Certamente la Gallia Cisalpina, popolata prima, dominata poi da Cimri, da Celti, da Galli, doveva usare una lingua diversa da quella del Lazio, popolato dagli Aborigeni, o della Toscana dagli Etruschi, o de’ paesi meridionali, traenti la popolazione da Fenici e da Greci. La conquista vi introdusse la lingua latina, non però così che cancellasse la primitiva. Dovendo Bruto andar proconsole a Milano, Cicerone l’avverte che vi udrà _verba parum trita Romæ_. A Decimo Bruto, negli ultimi aneliti della repubblica, fu agevolata la fuga da Bologna verso Aquileja dal sapere il dialetto di quei paesi[188]. Pompeo Festo si duole che ormai non si conoscesse il latino in quel Lazio, da cui aveva dedotto il nome[189]. A. Gellio narra che un oratore avendo detto _apluda_ e _floces_, voci antiquate, gli astanti, _quasi nescio quid tusce aut gallice dixisset, riserunt_[190]: il che significa che il tosco era ben disforme dal latino.
Viepiù dovevano le prische lingue sussistere fuori d’Italia, e basterebbe a provarlo il consulto d’Ulpiano, che consente di stendere i fedecommessi non solo in latino e greco, ma in lingua punica, gallica, o di qualsiasi altra gente[191]. Le legioni nostre che per le province accampavano, e quelle reclutate di stranieri che s’assidevano poi in Italia, dovevano trasportar qui voci e modi ignoti ai colti parlatori. Conosciamo storicamente quando i Marsi adottarono i caratteri e la favella latina: i Cumani chiesero _ut publico latine loquerentur, et præconibus latine vendendi jus esset_[192]. Titinio poeta, contemporaneo del prisco Catone, scrive che i popoli abitanti attorno a Capua, Terracina, Velletri, _obsce et volsce fabulabantur, nam latine nesciunt_[193]: e _bilingues Brutiates_ diceansi i Bruzj perchè parlavano osco e greco. Nella guerra Sociale, ultima riazione delle italiane autocrazie contro il funesto accentramento romano, i popoli collegati, come protesta, assunsero per pubblico decreto il linguaggio natio, e l’adoprarono fin nelle monete.
In questi ultimi tempi s’è rivolta l’attenzione dei dotti napoletani sui dialetti italioti, e basti accennar gli studj di Guarini, Avellino, Minervini, Garrucci; pure siamo ancora lontani dal possederne una teorica nè una storia. Se noi dovessimo a ciò fermarci, dopo Jannelli[194] e Lepsius[195] e Fabretti e Mommsen, vorremmo portare studio speciale sull’osco, la lingua più diffusa nell’Italia meridionale, che parlavasi da popolo estesissimo e suddiviso, e sin nel Bruzio e nella Messapia ove nacque Ennio, il quale _tria corda habere se se dicebat, quod loqui græce, osce et latine sciret_[196].
È conforme alla natura dei vulghi, che, colla lingua a parole finite, adoprata negli scritti, resti la parlata a parole tronche. Ma oltre il toscano, che fu poi elevato a lingua nazionale, io penso che anche gli altri dialetti avessero già nei primissimi secoli preso il carattere proprio che tennero dappoi, e che traevano da fonti più lontane. Che se il Lombardo pronunzia l’_eu_, l’_u_ e l’_on_ e l’_an_ nasali a modo francese, e contrae _au_ e _al_ in o, forse è dovuto alle immigrazioni de’ Galli, anteriori ai Romani; donde pure i tanti nomi di località, affatto gallici o celti, e l’udirsi dal vulgo lombardo voci proferite come le antiche galliche[197]. In altri dialetti si rinvengono modi non adottati dagli scrittori, e nello studiare i dialetti sariano a fare certi raffronti, fecondi di alte conseguenze. Quanta distanza di vie, di origini, di linguaggio, di civiltà fra il Milanese e le Calabrie! Ebbene, in queste si pronunzia _onza, panza, vittura, fasuli, citto, Michè, stu e sta, na donna, vedè, sentì_... per oncia, pancia, vettura, fagiuoli, zitto, Michele, questo e questa, una donna, vedere, sentire..... come appunto si pronuncia in Lombardia. Addurremmo anche forme lessiche ben più significanti, come _mi vegl pa_, io non voglio, rispondente affatto al piemontese _mi voeuj pa_ e al milanese _mi vuj no_, e parallelo al tedesco _Ich will nicht_; se non che ci si può affacciare il dubbio che questi modi provengano dalle colonie valdesi, migrate colà dalle valli di Pinerolo[198]. In Sardegna si ode _pè, crù, conchetto_ (piede, crudo, truogolo) come in Lombardia[199].
I deputati alla correzione del Boccaccio chiamano il Trecento «quel buon secolo, quando, come gli abiti e le monete, così usavano tutti li medesimi modi e parole». Intendono dei soli Fiorentini, ma è asserzione assurda. Che diremo di quella del Perticari, che «tutte ad un tempo le città d’Italia vennero a parlare nella stessa maniera l’idioma vulgare?» È fatto ripugnante a natura, quand’anche non restassero prove del contrario. Perocchè potrebbonsi ripescare parole, pronunziate ne’ varj paesi come si usa tuttodì, e scivolate nelle scritture latine e nelle prime italiane.
Nei patti fra Obizzo Malaspina e la Lega Lombarda del 1168 leggesi: _Novum dicimus statutum a triginta annis infra, sive_ in zae. E in una carta dei 1153 ap. GIULINI: _Et hoc vidi per annos octo et plus a terremotu in za, et a decem annis_ in là. Noi diciamo tal quale anche oggi[200]. Nel _Novellino_ abbiamo che fu condotto ad Ezelino _un ollaro_ cioè pentolajo; e che egli avendo inteso _uno laro_, cioè un ladro, mandollo alla forca.
Già le carte venete del XII secolo mutano il _g_ in _z_ (_verzene, Zorzi_)[201]; le bolognesi ci offrono _altare sanctæ Luziæ, Cazzavillanus, Cazzanimicus, Bonazunta, rivum Anzeli, Delai de la Bogna, Adam de Amizo, Mulus de Bataja, Arderici de Magnamigolo_; Boso Tosabò è uno de’ cinque consoli di giustizia, che nel 1170 compilarono gli statuti di Milano.
Nel secolo XIII, mentre a Firenze cantavansi le Laudi in un vulgare così caro, in altre città d’Italia correvano canzoni che possono dar saggio della lingua parlata. Gli esempj addotti dal Perticari proverebbero soltanto per la scritta, e perciò non appoggiano la tesi di lui, avvegnachè tutti s’ingegnassero di scrivere il toscano. La seguente fa parte di una raccolta pei Battuti di Cremona:
Com fo trahit el nos Signor E vel dirò cunt grant dolor. Al temp de quei malvas zudè Un grand consey-de-Crist se fe Chel fos trahit et ingannath E su la cros crucificath.
Inter lo corp de quey malvas Denter gintrava (_gli entrava_) el setenas Zosin fo Yuta Scariot Che Crist trathiva dì e not.
Quel Yuta fais et renegath Ay sovra princep fo andath E si ye dis, quem volef da Se vel tradis illy vosy ma?
Respos illora quey zudè, Trenta diner tinì de accè Stul po trady ed ingannà Deraz de no apresentà... E quant ey laf sflagelath Mult tosto ey laf incoronath De spini grossi et ponzent Per che el so volt fo sanguanent, ecc.