Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)

Part 8

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In fronte al volume V dei _Documenti lucchesi_ fu dal Barsocchini messo un _piccolo dizionario delle voci e modi italiani che vi si riscontrano_[133], e da carte precedenti o vicine al Mille scegliamo i seguenti modi e vocaboli: _abitatori_ in plurale; _acquaticcio_ per luogo dove l’acqua ristagna; _al pari, altercagione, assalto, avere_ co’ suoi declinati _avea, avendo, avente_ (per es. nel 997 _Cum duo libelli, quos_ abeba fatti); _exungia_ pel grasso d’animali, sugna; _baroccio, bifolco, bigoncia_ misura di vino; _briga_ e _brigare; buonafede, mura a pietre et_ calcina _et a_ rena construite; _caldararo, canapajo, canova, cantone, capanna murata, castagneto, cerreto, commare; ille in_ cui _nos_ ecc. Ildebrando dalla _petra da dosso, duomo, fenile, filiastro, guardare e riguardare, imboccare, inante, involare, in ultimo, ivi, lamento, legname, luccio_ pesce; _mandrile, miccio_ e _merlo_ animali; _molino, moaetario_, torre muzia; _necessario_ per latrina; _uno pario pulli, homo parmisiano, pogio, porcile; potere_ co’ suoi declinati _possa, possiamo, se puoti; riposterio, roncare, ruscello, scaldare, segatura, setacciare, socero_ e _socera, staccare, torto_ per ingiustizia, _trasmontana_; e così i diminutivi _Anselmuccio, casalino, carboncello, collina, fiumicello, fontanella, monticello, ponticello_, stanza con _stanziola_ e _stanzetta_; e i numeri _sette, nove, diece, undici, tredici, quattordeci, quindici, venti, dugento, cinquecento_.

§ 15º

_Periodo d’organamento._

Siccome Romani erano chiamati dal conquistatore tutti i vinti, così romana o romanza fu detta la loro favella non solo in Italia, ma dovunque a colonie latine si sovrapposero i Barbari[134]. Riprotestiamo d’esser lungi da quelli che credono una lingua romanza fosse parlata in tutta l’Europa latina; fatto da nessun documento provato, e dall’analogia smentito. Se latino non parlavano le provincie neppure ai tempi più robusti dell’Impero, allorchè da Roma vi andavano e leggi e magistrati, quanto meno dopochè furono inondate da popoli di vulgari differenti e incolti?

Papa Gregorio V nel suo epitafio del 998 è lodato perchè

_Usus francisca, vulgari et voce latina,_ _Instituit populos eloquio triplici._

Ambrogio vescovo di Patti in Sicilia nel 1081 fa stendere una carta di memoria nel linguaggio officiale, che è tradotta in vulgare pel popolo.

Verso il 1090 Augerio vescovo di Catania concede ai catecumeni che non sanno di greco e latino di rispondere in vulgare all’amministrazione del battesimo.

Troppo m’è dubbia l’iscrizione che il Baruffaldi reca, nella prefazione ai _poeti ferraresi_, del _mile cento trempta cinque nato_: ma qualcuna se n’ha di quell’età a Pisa. Quella del Duomo del 1068 porta:

_Anno, quo siculas est stolus factus ad horas_; e _fare stuolo_ è modo affatto italiano. Alessandro da Morena (_Pisa illustrata_, p. 303) dà come esistente sulla verrucola in un bastione verso ponente quest’altra:

_A di dodici gugno_ MCIII.

Sebastiano Ciampi trasse queste due dal Camposanto:

† _Biduinus maister fecit hanc tumbam ad domn Giratium._

† _Hore vai. p. via. pregando dell’anima mia si come tu se ego fuit sicut ego fu tu dei essere._

Biduino lavorava nel 1180.

Il latino fin al VII secolo si accorge ch’era parlato; dappoi non è che affettazione dello scrivente, è lingua morta; nei libri scritti del XII secolo perdette ogni sapore antico, e parole, costrutti, frasi sono alterati in modo, da far accorgere che lo scrittore traduce il suo pensiero da una differente favella. Quel che sapevano di latino poteva farli schivare le flessioni popolari e le parole nuove, ma non i costrutti e la collocazione di parole speciali a ciascun dialetto, in cui pensavano e parlavano.

Questa lingua vulgare in Italia teneva molta conformità col latino letterale; talchè Gonzone, italiano del 960, dice che nel parlar latino gli era talvolta d’impaccio l’abitudine della lingua vulgare, tanto a quella somigliante[135]. Talvolta ancora lo storico pone detti vulgari in bocca de’ suoi personaggi[136], o lasciasi per abitudine cascar dalla penna idiotismi e frasi, quali usavano nel parlare casalingo, e che ritraggono non meno dell’ignoranza dello scrittore, che del paese ond’egli è. Tutte prove che già era distinto il linguaggio nuovo dall’antico.

Il domandare però quando la latina lingua nell’italiana si trasformasse, equivale al domandare in che giorno un fanciullo diventò giovane, e di giovane adulto. Ai pochi scienziati tornava comoda e gradita una lingua comune, per cui mezzo partecipare i loro pensieri anche a quelli d’altra nazione; onde coltivarono il latino, negligendo i vulgari. I signori avranno trattato gli affari in dialetti tedeschi; ma quando aveasi a ridurli in iscritto, ricorreano a _cherici_ nostrali, che si servivano di quel gergo da loro chiamato latino; gli istrumenti stendevansi da notaj colle formole antiche; in latino erano dettate leggi e convenzioni; nè verun grande interesse spingeva ad educare la lingua vulgare. Le prediche possiam credere fossero capite dalla gente comune, come sono oggi quelle che, per mezza Italia, si recitano in lingua diversa dai dialetti: qualche volta però il predicatore esponeva in latino, poi egli stesso o un altro spiegava in vulgare. Nel 1189 consacrandosi Santa Maria delle Carceri, Goffredo patriarca d’Aquileja predicò _literaliter et sapienter_, Gherardo vescovo di Padova spiegò al popolo _maternaliter_[137]. Nel 1267 assolvendosi il Comune di Milano da censura incorsa per aver aggravezzato beni d’ecclesiastici, vien letto l’atto in presenza di molti congregati, _primo literaliter, et secundo vulgariter, diligenter per seriem de verbo ad verbum_[138].

E già poco dopo il Mille riscontriamo scritture, che non per qualche solo accidente, ma in intero sono a dire italiane. Il Federici, nella _Storia dei duchi e ipati di Gaeta_, produce un ritmo del 1070, molto per verità confuso, ma dove appariscono forme italiane. Incomincia:

Eo, Sinjuri, seo fabello lo bostro audire compello De questa bita interpello, ed dell’altra bene spello Poiche un altu meo castello ad altri biarenu bello Et me becendo flagello: et arde la caude se be libera Et altri mustra bia del libera...

Al 12 dicembre 1095 il conte Ruggero concede al monastero di San Filippo di Fragalà alcuni feudi, con atto steso in greco, e pubblicato dallo Spata: vi va unita una traduzione o piuttosto riassunto in vulgare, fatto certamente per uso de’ vassalli, e probabilmente contemporaneo. Dice: «Conti Rogeri di Sicilia et di Calabria, ayutaturi di li christiani. Impero hi scelliysti lu divinu amuri di la pichulitati di li tenniriti di li ungi et di exiri a la vita monastica et viviri silenziusamenti et quietamenti et praticando secundu lu dictu di lu apostulu di nocti et di jornu petendu et pregandu lu signuri deu pir lu sthabilimentu pachificu pir tuctu lu populu christianu adunca ricolligasti bene plachenti a deu....».

Nella base del campanile di Reclus presso Forogiulio nel Friuli sta scolpito:

MCIII XP. DM. _fo començat lo tor de Reclus lo primo di de gugno pieri et toni so fradi di Yia._

Cioè: «1103 Christi Domini, fu cominciato il campanile di Reclus, il primo giorno di giugno. Pietro e Antonio suo fratello di Uja». Si impugnò questa data: ma il Piloni nelle _Storie bellunesi_ riferisce, sotto al 1196, uno scritto latino, nel quale si trovano questi versi, allusivi ad un avvenimento di quell’anno:

De Casteldart havì li nostri bona part; I lo zettò tutto intro lo flume d’Art: E sex cavaler de Tarvis li plui fer Con se duse fe i nostri presoner[139].

L’iscrizione sull’angolo esteriore della stanza del tesoro di San Marco presso alla mirabile porta della Carta a Venezia, male dal Gamba riferita al X secolo, e dal Cicogna al xiii, parrebbe della fine del XIV, e dice:

L’om po far e die in pensar e vega quelo che li po inchontrar.

Più certa è questa sepolcrale:

MCCXIX de sier Michiel Amadi franca per lu e per i so heredi[140].

In S. Fridiano di Lucca è una tomba marmorea con quest’iscrizione:

Discendenti di ser Aldobrandino E del suo fratello Paganino Giaceno in questo lavello Per lor fatto sì bello Ditti figliuoli Guidiccioni Preghiamo Dio che lor perdoni. Questo è per li maschi fatto Per le femine l’altro. In MCCXC Ajutili la Vergine santa.

Il Molini copiò dalla biblioteca dell’Arsenale di Parigi una cronaca di Pisa che finisce al 1175, e dove si leggono frasi come questa: _Plus de trecente milia inter milites et pedites et arcatores et balestreros per andare et prendere et subjugare Damasco et tota terra paganorum, per stare mai sempre in terram jerusalem et tota terra Christianorum._ E altrove: _Tunc fuit ibi sconficto per fame et mortui più di CC milia_ (Documenti di storia italiana).

In una carta del 1122 presso l’Ughelli (_Italia sacra, archiep. Rosianen_., tom. IX) i confini sono determinati così:

Incipiendo da li Finaudi et recte, vadit per Serram sancti, et la Serra ad hirto (_ad herto_) esce per dicta Serra Groinico; e li fonti aqua trondente inverso torilliana; e esce per dicto fonte a lo vallone de Ursara; e lo vallone Apendino cala a lo forno, et per dicta fiumana ad hirto ferit a lo vallone de li Caniteli, et predicto vallone ad hirto esce supra la Serra de li Palumbe a la Crista cussa; et deinde vadit a lo vado drieto da Thomente, et dieta ecclesia sancto Andrea abe ortare unum, et non aliud. Et dieta Serra Apendino cala a lo vallone de Donna Leo; et lo vallone Apendino ferit a l’aria de li Meracieri et ferit a la Gumara de li Lathoni ecc.

Nel 1144 i consoli di Bergamo concedono agli uomini di Ardesio di tagliar legna per le cave del ferro, _salva_ cacia _seu venatione episcopi_; ma che _non debent_ tra se _conversare ut damnum episcopus patiatur_. Ap. LUPO.

Nè tanta parte d’italiano basta. Il Muratori trasse dagli archivj côrsi scritture di data corrotta (e già le accennammo), ma che la conformità di nomi metterebbe al 900, e sono in vero italiano. Che un notaro ricopiandole le vulgarizzasse, sarebbe pratica insolita: oltre che il notaro il quale le trascrisse nel 1354, dice averle tratte dall’autografo _de parola in parola come si contiene qui appresso_; nè il Muratori trova altra ragione onde diffidare di loro antichità, se non l’essere in italiano; circolo vizioso. Ecco una donazione fatta a Silverio abate dell’isola di Montecristo da Ottone conte in Corsica.

_Ad honorem Dei et beatæ Mariæ et beato Stefano et beato Benedetto, anno dominicæ naptivitatis quadragentesimo settimo_ (?) _regnando messer Berlinghiero re et giudice. Sia manifesto a tutte persone che leggeranno et che odiranno questa carta. Quando venne messer Otto, et messer Domenico, et messer Guidone de’ conti dell’isola di Corsica, et questi vennono in presentia di messer l’abate Silverio abate di sancto Mamiliano dell’insula di Monte Cristo. Et questi sopradecti signori li dedono sua possessione, ch’elli avevano in Venaco in l’isola di Corsica, che sono case, casamenti, terre, vigne, boschi e selve agresti et domestiche, le quali sono terminate, et per termini sopra lo piano chiamato lo Felice, e mette atto fiume di Rissonica, et mette in Tavignano, et mette allo Poio nello Palazzo, mette allo Vado delle Carcere, et mette allo Polo delle Tavole, et mette allo Tuisano, et mette allo Vado delle Rondini, con due carte dello Gualdo delle Lentigini. Et questa possessione diamo per noi e nostri heredi in perpetuum ecc._ E finisce:

_Actum in Marrana, innanzi la chiesa di Sancta Maria, in presentia di me notario insoprascripto et di messer Sinibaldo legato. Testes prete Grisogano, prete Antonio, et messer Bonaparte, et messer Manfredo di Somma, ed altri più che vi erano._

Un’altra donazione e una querimonia vanno del medesimo fare; e men incredibile pare la loro antichità, perchè i modi stessi incontrammo più o meno anche altrove.

Le _Carte d’Arborea_, pubblicate dal Martini nel 1846 e seguenti, farebbero molto al nostro proposito: ma i gravissimi dubbj elevati sulla loro autenticità mi trattengono dal valermene.

Nel _Bullettino archeologico sardo_ del 1855, il signor Pellito ragiona d’una canzone di ducencinquantasei versi in lode di Costantino II, che fu giudice d’Arborea prima del 1131, composta da Lanfranco di Bolasco genovese, e ne dà questo saggio, che lasciamo in tutto a sua fede:

Lo non poder di mente in me trovato De labore disgrato Che for onne valere e anco volere Meglio cherlo l’uom disapprestato.

Ma dopo il 1073, e prima del 1130 fu giudice d’Arborea un Torbetano, del quale nei _Monumenta historiæ patriæ_ si pubblicò una concessione a Nibatta moglie sua, di disporre di due case, dette _Nurage Nigella_ e _Massone de Capras_. È dettata in lingua sarda, ed espresse le condizioni, viensi alle imprecazioni contro chi ardisca _pugnare, adisbertinare istu arminatu:_ Siat illi _sterminata in istu seculum de magione sua: siat cecum et surdum e grancatu_ (aggranchito) _et de magione sua totu istramatu_ (sterminato): _et siat dannata co Core et Habiron et Anna et Caipha et Pilatu de Ponza ciest in iscrinio ferreo, u_ (ove) _bellu_ (belva) _mandicat fera acreste_ (fiera agreste) _et animas eorum sepulta sunt in infernu_[141]. Vi tiene dietro un’altra di vendita, stilata al modo stesso: _A Gostantine dorrubu fidele meu abeat benedizione de Deus et de omnis sanctus, et sanctus dei amen: et qui de aixtruminare boluberite, e dixerit quia non sit, instruminet Deus magione isoro in istu secolo, et deleatur nomene sus de libro bite, e abiat porzone cun Erode e cun Juda traditore et cun diabulu in infernus._

Nel 1165 Barisone re d’Arborea faceva una donazione a sua figlia, che comincia: _Ego judice Barusone d’Arborea faço custa carta ad Susanna filia mia et a fios catos ad faguer pro bene quod illis faço cum voluntate bona de donna Algabursa mugere mia... Et quod abet dicere qua bene et fu kést iscrita in icusta carta_ (chi dirà che è bene ciò ch’è scritto in questa carta) abat benedictionem de Deus. Seguono le imprecazioni, poi: _Custu privilegiu exempladu davas autenticu fudi bulladu cum bulla de plumbu, cum corda de seda niella sugale bulla est tunda etc_.[142].

Nel 1170 Alberto arcivescovo di Torres esimeva la badia di Montecassino da certi pesi:

«Ego Albertu monachu arckiepiscopo de Torres, kigla fhato custa carta pro ca mi pregait su abbate de Monte Cassinu domno Raynaldu pro indulgere li sus censu, ki davan sos priore de Nurr ki ac sancto Gavinu pro sancto Jorgi de Baraggie, et pro sancta Maria de Eenor una libra de argentu, et viginti solidos de dinares, kandonke benniat su missu desso papa (_qualunque volte veniva lo messo dello papa_), et levarende dessu ki aviat sanctu Benedictu in Sardinia. Et ego Pusco Toraive Namana in Sardinia petuli boluntate assu domna mea a judice Barisune de Laccon.... Et ego cum boluntate de Deus, et dessu domnu meo judice Barisune de Laccon, e dessa mujere domna Pretiosa de Orrobu regina, e dessu fuiu domna Gostantine rege, et cum boluntate desso episcopos soprascriptos, e desso arkaiprete, e dessos calonicos in Tulgoli custo censu a sancto Benedictu, ki siat nulla arkiepiscopo pus me, neque nulla homine Kindali fathat hertu baytee kinde apat pro de usque in sempiternum, etc.»

Nel 1153 Gumario Torritano, giudice in Sardegna, privilegiava così lo stesso monastero di Montecassino:

«Ego judice Gumari de Laccon ki laco custa carta cum boluntate de Deu, et de fuius meus Barisune rege, et de sa mujere Pretiosa de Orrobu regina, de sancta Maria de Tergu, cum boluntate Deum et pro remissione dessos peccatos meos, et de parentes meos, et pro servitu bonu hispi in Monte Cassinu cando andai ad Sanctu Sepulcro, ad ultra mare, kaime feliciter, abbate Raynaldu, ki fuit abbate de Monte Cassinu, et cardinale de Roma, et pro sanctitate revidi in cussa sancta congregatione et procamiglole scrum si anima mia, et de parentes mios in suo ufficio, et in ipsas orationes cantu sait facter in cussu locu, et in tuto sos atteros locos in sero kencitimos l’abbate et totu sos monachos».

Verso il 1182 il predetto Barisone concedeva questo privilegio alla chiesa e al monastero di San Nicola di Urgen.

«Ego judice Barisune, podestando totu logu d’Arborea, simul cum mugera mia domna Algaburga regina de Logu, et arkiepiscopu Comita de Laccon... fago quista carta a sanctu Nigola de Urgen, ch’est post in Ficusmara, de chi fabricarat judice Gostantina au meu, et judice Comita patre meus. Et non apat ausu, non judice cataer depus me, non arkiepiscopu, et non piscopu, et non priore de Monte Casinu, non monachu, non combersu, nec nulla homine mortale, a levar ende dessa causa de Sanctu Nigola, non de spirituale, ninque de temporale, nin dintro de domu, nin de foras domu keria voluntate des abbades et de sos monachos cantesset in sanctu Nigola, et in custa domo de sanctu Nigola, cum omnia cantu, et ad aver dare como innanti, et ivi, et ateras cortes suas siat libera...»

È un’altra delle stranianze del libro di Dante De vulgari eloquio quell’imputare i Sardi di non avere dialetto proprio (egli che pur tutti i dialetti riprova), ma di scimmiare il latino: _soli sine proprio vulgari esse videntur, grammaticam tamquam, simiæ homines imitantes; nam_ domus nova, dominus meus _loquuntur_[143]. Noto è infatti quanta parte di latino conservi quel dialetto, nel quale si fecero interi poemi bilingui[144]. Or bene, la Sardegna non fu invasa da Settentrionali, che potessero introdurvi le forme di loro favella, siano lessiche o grammaticali.

Fin del 1133 il De Gregorio (_Considerazioni sulla storia di Sicilia_, I, c. V.) reca una pergamena dell’archivio vescovile di Patti, ove, in una controversia, il re ordina si legga una _carta di memoria_ del 1080, vulgariter exposita.

Nel _Codice Cassinese della Divina Commedia_, con diligentissima scienza pubblicato da quei Benedettini nel 1865, fu prodotta una poesia, che vorrebbesi provare del secolo XI. Eccone alcuni versi:

Questa bita regnare deduceve de portare morte non guita gustare cumqua de questa sia pare ma tanto questu mundu a gaudebele Ke lunuellaltro (l’uno e l’altro) face mescredebele. Ergo ponete la mente La scriptura como sente Calasse mosse d’oriente unu magnu vir prudente et un altru d’occidente fori junti nalbescente addemandaru se presente, ambo addemandaru de nubelle l’unu ell altru dicu se nubelle....

Nel 1186, Bonanno di Pisa fondeva le porte di bronzo del duomo di Monreale in Sicilia, e ne’ quarantadue scompartimenti istoriati poneva iscrizioni, delle quali alcune sono quasi, altre affatto italiane: _Eva serve a Ada. — Caim uccise frate suo Abel. — Iosep, Maria, puer fuge in Egitto. — Battisterio. — La Querrentina. — Iudi tradì Cristo._

Contemporaneo si fa un marmo di Firenze, che il Crescimbeni distribuì in versi, ov’è raccontata l’avventura d’un Ubaldini al tempo di Barbarossa: ma all’autenticità di quello gravissimi dubbj oppone la critica.

In quell’anno era già nato san Francesco d’Assisi, del quale è affatto italiano il _Cantico del sole_. Ma potrebbe essersi rimodernato da Bartolomeo di Pisa, che lo trascrisse in un libro del 1383, censessant’anni dopo morto il santo.

Del quale anche altri versi sono riferiti da san Bernardino da Siena, ma probabilmente ringiovaniti; anzi il dotto Affò, nella _Dissertazione sui cantici vulgari di san Francesco_, nega sieno del serafico, o veramente ch’esso dettolli in prosa, ed altri li rimò. Pure in italiano doveva egli predicare, atteso che ne’ _Fioretti_ leggesi che in Montefeltro prese per testo il proverbio vulgare «Tanto è il ben che aspetto, Ch’ogni pena mi è diletto».

E quest’usanza era d’altri. Farinata, per difendere _a viso aperto_ Firenze contro quei che consigliavano _a torla via_, cominciava da due proverbj: «Siccome asino sape, così sminuzza rape. Si va la capra zoppa se il lupo non la intoppa». Il consiglio d’uccidere il Bondelmonte fu espresso con altro proverbio: «Cosa fatta capo ha». Frà Salimbeni al 1235 cita un proverbio de’ Toscani: «D’omo alevadizo e di piuolo apicadizo non po l’hom gaudere»; e spesso dà canzoni e satire correnti: come al 1241 quando era podestà di Reggio Lambertesco de’ Lamberteschi, _quidam fecerunt rithmos de eo dicentes_: «Venuto è ’l lione De terra fiorentina Per tenire rasone In la città reggina». E altrove: «Tu no cura de me, e no curarò de te — Or ritorna frate Elìa che pres’ha la mala via»: e dice che frà Cornetta, uno dei molti predicatori di pace, faceva cantare al popolo preghiere vulgari, come queste: «Laudato et benedetto et glorificato sia lo Patre, sia lo Fijo, sia lo Spirito Sancto, alleluja, alleluja».

Nel 1233, 3 dicembre, Federico II scriveva a papa Gregorio IX che mandasse missionarj per convertire gli Arabi di Lucera, avvertendo che capivano l’italiano. _Quia vero placet sanctitati vestre aliquos fratrum ordinis predicatorum transmittere ad conversionem Saracenorum, qui Capitanata Luceriam incolunt, et intelligunt italicum idioma, gratum est nobis ut iidem predicatores veniant, et incipiant nomen domini predicare_[145].

Basta guardare i discorsi rimastici di quei tempi per convincersi che chi li faceva, se anche usasse il latino, parlava però l’italiano; e l’italiano quei che gli udivano. Il famoso Odofredo, terminando di leggere il Digesto all’Università di Bologna, così congedava gli scolari: _Dico vobis quod in anno sequenti intendo docere ordinarie bene et legaliter sicut unquam feci. Non credo legere extraordinarie, quia scholares non sunt boni pagatores: quia volunt scire sed non volunt solvere, juxta illud_, SCIRE VOLUNT OMNES, MERCEDEM SOLVERE NEMO. _Non habeo vobis plura dicere: eatis cum benedictione domini_. Di sant’Antonio di Padova è scritto che _italico idiomate adeo polite potuit quæ voluit pronuntiare, ac extra Italiam nunquam posuisset pedem_ (WADINGI Annales): e le sue prediche ci sono conservate in latino, ma di evidentissima origine italiana. E tale parlava certamente quell’Andrea da Firenze che, secondo Benvenuto da Imola, diceva in pulpito: _O domini et dominæ, sit vobis raccomandata Monna Tessa cognata mea, quæ vadit Romam: nam in veritate, si fuit per tempus ullum satis vaga et placibilis, nun est bene emendata: ideo vadit ad indulgentiam_.

D’altre siffatte bizzarrie potremmo ricreare la noja di questo discorso; ma tornando al serio, nomineremo Gaufrido Malaterra, storico ben noto de’ re Normanni di Sicilia e buono scrittore latino, il quale però, ad istanza del principe, scriveva canzoni _plano sermone et facili ad intelligendum, quo omnibus facilius quicquid diceretur patesceret_. E ne adduce alcune, fra cui questa allorchè a re Ruggero nacque Simone, appena morto il primogenito:

Patre orbo gravi morbo sic sublato filio Unde doleret quod careret hæreditatis gaudio, Ditat prole quasi flore superna prævisio.

Qui voi avete notato e la misura e il ritmo moderno, cioè la sostituzione della poesia ritmica alla metrica.

Poco divago dal tema se tolgo a provare che qui pure la poesia originaria de’ prischi Itali era ritmica, quale appare ne’ versi Saturnini, nel Carme Arvale e in altri carmi deprecatorj, medici, magici, che recitavansi _assa voce_, vale a dire senza accompagnamento musicale, ma marcando col piede l’accento; e le canzoni convivali ricordate da Catone; e forse i versi Fescennini, e certo que’ versi popolari che Svetonio, inesorabile raccoglitore di aneddoti, ci conservò, e giù fino ai notissimi di Adriano morente, indocili alle conosciute misure.