Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)
Part 29
Cariche e mestieri. — _Principu, principesa, duca, duchesa, capitanu, conte, gubernator, ministru, cancellariu, consiliariu, secretariu, assessor, nobilu, residente, jude, procurator, medicu, doctor, ingenieru, majestru, negotiatoriu, pictor, musicu, comediantu, carbonariu, spreziariu, barbieru, macelariu, caldarariu, funariu, olariu, ciabotariu_ (ciabattino), _fauro, argentariu, ferariu, murariu, pescariu, pastoriu, boariu, vacariu, porcariu, pecurariu...._
Abitazione e vestito. — _Casa, castelu, corte, palatu, portioriu, fondamenta, pariete, camera, cucina, stala, granariu, armariu, arca, scamnu, candelabru, candela, lumina de cera o de sevu, foca, fumo, esca, caminu, fumariu, carbone, vestamentu, camiscia, calciuni, maneca, colaru, vas, acu, forfeci, scope, fusu, secure, chiae, bastonu, sacu...._
Vitto. — _Prandgiu, cina, colazie, pastetu, merinda, pane, farina, lardu, untu, aceto, rosol, vinu de doi, dei trei qui; albu, rosciu, muscatu, butelia, ola...._
Corpo. — _Capu, vultu, facie, fronte, temple, nasu, ochiu, orechie, buca, dinte, umero, dosu, braciu, mana, palmo, degetu, unghie, sinu, latu, costa, stomachu, genunchiu, polpa, nerva, vena, carne, sange, pele, os, cornu...._
Azioni. — _Stà, sedè, dormè, saltare, avere, vedere, tacere, cadere, auscultare, sonare, fàcere, stringere, arare, jocare, ducere, ardere, armare, cantare, cercare, dare, frangere, figere, fermare, gustare, implere, rinascere, pascere, perdere, piacere, radere, curere, vendere_.
[178] In Lombardia dicesi _cicion_ (coccolo), _dessedà, impremudà_; e possiamo supporre si usassero in latino, giacchè il valacco ha _coconu, desceptare, imprumutare_.
valacco — quum è? lombardo — comè? » nòma, numai » nomà (appena).
[179] Xilander prese ad esame lo skip che si parla dagli Albanesi e dagli Arnauti, e mentre prima credeasi in parentela colle lingue tartare, o misto informe di neo-latine, attestò fosse ramo antichissimo delle indo-europee, derivato dal parlare che si osava colà prima della conquista romana.
[180] ELIADE, _Parallelismu dal intre limba romena sci italiana_. Queste affissioni di particelle, che pajono differenziare la lingua italiana dalla latina, in questa non sono inusitate, avendovi _tune, quippe, cuivis, eccum, eccillum, ergone, intellestin’_. Forse ce n’aveva altre, più simili alle nostre: forse gli elementi delle nostre non aveano in latino le ragioni eufoniche o anche grammaticali, per cui noi le unimmo. Basti l’accertare che non è un sistema nuovo.
[181] Non voglio dire che la conquista non operi mai sulla lingua d’un paese, ma ci vogliono certe condizioni, di coltura superiore o almeno pari, di numero proporzionato, di spodestamento degli indigeni, di mancanza di precedente letteratura: tutte condizioni che non esistevano per l’Italia, mentre si riscontrano eminentemente nell’inglese, lingua ibrida, dove si combinano due elementi distintissimi, benchè entrambi d’origine ariana; l’anglo-sassone e il franco-normando. Su di ciò vedasi l’opera di Giorgio Marsh (ministro degli Stati Uniti presso il re d’Italia) _The origin and history of the english language and of the early literature it embodies_. Londra 1862.
Per coloro che nei nostri dialetti gran parte vorrebbero attribuire al celtico, noteremo com’egli riscontri che, in paese di tanta ingerenza celtica com’è quell’isola, pochissimo abbia tal lingua contribuito alla composizione de’ dialetti inglesi, neppure nella Scozia, ove moltissimi resti di cimrico appajono nei nomi geografici e genealogici.
[182] Vedi a pag. 78.
Altra particolarità della nostra lingua è l’accoppiare l’aggettivo singolare al pronome plurale; _voi siete stato allegro_. Quest’è proprio delle lingue semitiche, come può vedersi nei primi versetti del Genesi.
[183] Queste voci erano perfetti sinonimi nel latino? Il loro passaggio all’italiano potrebb’essere un criterio per determinarlo, e così aggiungere qualcosa al bellissimo trattato di Luigi Döderlein (professore di Colmar morto nel 1863) dei sinonimi e delle etimologie della lingua latina (sei volumi, Lipsia 1826-1838). Egli raccomanda immensamente lo studio delle sinonimie, come lavoro filosofico già accessibile all’ultima infanzia e alla prima giovinezza, e che porge al maestro l’opportunità di famigliarizzare l’intelletto colla luce, arricchire di molte nozioni positive, ampliare anche l’orizzonte del pensiero.
Il Döderlein distingue tre classi di sinonimi:
I. Quelli che hanno una parentela apparente, fondata solo sul tradursi colla stessa voce nella lingua nostra, come _liberi_ e _infantes; animal_ e _bestia; hærere_ e _pendere_. Il confonderli in latino è un vero solecismo.
II. Quelli tra cui si può stabilire non distinzione sicura, ma che esprimono idee tanto vicine, che fin gli antichi prendeano talvolta l’uno per l’altro: p. e. _ater_ e _niger_, _lascivus_ e _petulans_.
III. Quelli la cui differenza non potrebbe assicurarsi sopra testi classici, e che probabilmente neppur gli antichi distinguevano, come _fatigatus_ e _fessus, etiam_ e _quoque, pene_ e _prope_.
[184] Como. In chiozzoto dicesi «cummodo che può farlo»
[185] DE ROSSI, _Inscriptiones Christianæ_ ecc.
Anche nel materiale potrebbero mostrarsi infinite somiglianze di idiotismi nostri coi greci. Per _nè più nè meno_ diciamo _a capello_; e il greco προς τρικα: noi _allevarsi la serpe in seno_, ed essi οφιν εν τῳ κολπῳ θαλτειν: noi per bevere molto, _alzare il gomito_, ed essi μασχαλην αιρειν: noi _amarsi come il lupo l’agnello_, ed essi ως λυκος αρνα φιλει: noi _alzar le mani_ per dare busse, ed essi αιρειν τας χειρας: noi _andare secondo la corrente_, ed essi κατα ρουν φερισθαι: noi _aver a mano_ per avere in pronto, ed essi δια χειρας εχειν: noi _aver il ventre di pollo_ per non essere mai satollo, ed essi κοιλιαν εχειν αλεκτρυονος: noi _aver in bocca alcuno_ per parlarne, ed essi εχειν εν στοματι: noi _comperar le brighe_, ed essi πριάσθαι πραγματα: noi _dar il cane ad uno_ per canzonarlo, ed essi λυειν κυνα ετι... noi a chi è affiochito diciamo _vedesti il lupo_, ed essi λυκον ειδες. Il nostro _cantar a sordi_ è il greco κωφῳ αειν: il nostro _dir un carro di villanie_ è il greco αμαξην βρασφημιον κατασκεδαζειν: il nostro _tutto da capo a piedi_ è il loro παντα εκ των ποδων εις την κεφαλην: d’uno scemo diciamo _non ha sale,_ e i Greci αλμην ουκ ενεστιν αυτῳ: d’un seccante _m’empie le orecchie_, e i Greci πληρει μοι ωτα.
Anche i Greci dicono bocca (στομα) per foce d’un fiume, e cielo della bocca ουρανος: belare (βληχισθαι) per piangere: accasarsi per maritarsi (συνοικειν): essere in istrada (εν τῃ ωδῳ ειναι) per esser incamminato: star fra l’incudine e il martello (μεταζυ του ακμονος και σφορας): esser in pensiero per alcuno (ειναι εν φροντιδι περι τινος): gettarsi nel fuoco (δια πυρος ριττειν εαυτον) per esser pronto a far di tutto: nè anche per sogno (ουδ’οραν): mettere le mani addosso (την χειρ επιβαλειν) per catturare: scommettere la testa (περι της κεφαλης τεριδοσθαι): stuzzicare il vespajo (τας σφηκιας ερεθιζειν): temere della propria ombra (την αυτον σκιαν φοβεισθαι).
I nostri proverbj «chi va collo zoppo impara a zoppicare — chi troppo tira, la corda si strappa — far d’una mosca un elefante — metter il carro innanzi a’ buoi — il lupo cangia pelo non natura — il ventre non ha orecchi — insegnar nuotare ai pesci — lavar il capo all’asino — tenere l’anguilla per la coda — una rondine non fa primavera» equivalgono ai Greci ανχωλῳ περοικησεις υποσκαζειν μαθασῃς: πορραγησεται τεινομενον το καλωδιον: ελεφαντα εκ μυιας ποιειν: ἠ αμαξα τον βουν ελαυνειν: ο λυκος την τριχα, ου την γνωμην αλλαττει: γαστρην ουκ εχει ωτα: ικθον νηκεσθαι διδασκειν: ονου κεφαλην πλυνειν: απ’ ουρας την εγχελην εχειν: μια χελιδων εαρ ου ποιει.
Chi s’aspetterebbe di trovar in Tucidide il _latte di gallina_, ορνιθων γαλα? e così mangiar cipolle (κρομμυα εσθιειν) per piangere: e voler mangiare uno (φαγειν τινα) per isbranarlo: e mostrare le calcagna (το κοιλον του ποδες δειξαι) per fuggire: e menare per il naso (της ρινος ελκειν): e un chiodo caccia l’altro (ο πατταλος εξεκρουσε πατταλον).
[186] _Thesauro, templo, clarezza, judicio, tene, pensero_...
In principio si tenne la preposizione _a_ nel valore del latino: onde in frà Guittone abbiamo «Lungiando a se peccato e villania» (Rime, 1, 59): «Io non posso o non voglio a femina astenere... buono scernendo a male e male a buono» (Lettera 35); e nel Bencivenni (_Esposizione del paternostro_, 75): «Chi vuole ordinatamente fare, elli dee cominciare a se medesimo». (Fior. Virtù, 24). «Insino a ora (da ora) chiunque di voi chiederà, io adempirò la sua domanda». Questo segno dell’ablativo facea confusione con quello del dativo, onde si sostituì _da_.
Molte volte è usata dai primi scrittori dove i latini metterebbero _ad_; non imitati dai successivi. Così frà Giordano da Rivalta, nella pred. 139: «Maria era povera, e non si pur parea; ed elessela in così grande stato _a_ far vergogna alla prima reina»: e Giovanni Villani, 467: «Partita sua masnada a più bandiere»; _Ott. comm. di Dante_, 3. 639: «Alla memoria si è da sapere» (quo ad).
[187] Vollero dare come padovanismo la frase del libro I, § 39, ove dice che gli Albani vengono trasportati a Roma, _raptim quibus quisque poterat elatis_. Ma questo è piuttosto un ellenismo, χρῶμαι ὧν ἔχω. Morkof ha una dissertazione _De patavinitate liviana._ Questi provincialismi sono tanto più notevoli, in quanto il commentatore di Virgilio, pubblicato dal Maj (_Classicorum auctorum fragmenta_, tom. VII, p. 269), scrive: _Dicunt Patavini gentiles se Romanorum_.
[188] _Sumpto cultu gallico, non ignarus linguæ fugiebat, pro Gallo habitus_. VAL. MAX., lib. III.
[189] _Latine loqui a Latio dictum est, quæ locutio adeo est versa, ut vix ulla ejus pars maneat in notitia_. De verb. signif.
[190] A. GELLIO, XI. 7.
[191] Lib. XXXII. c. 21. Fin al tempo di Cicerone la lingua latina in Spagna pareva _pingue quiddam atque peregrinum sonare_ (Pro Archia, 10); e san Girolamo esortava una madre a insegnare presto a suo figlio la latina lingua, _quæ, si non ab initio os tenerum composuerit, in peregrinum sonum lingua corrumpitur, et externis vitiis sermo patrius sordidatur_. Ad Laetam, ep. 107.
[192] LIVIO, XL. 42.
[193] FESTO ad vocem _Oscum_.
[194] Nelle _Veterum Oscorum inscriptiones_ (Napoli 1841), Jannelli pretende dichiarare da 300 monumenti scritti.
[195] _Inscriptiones umbricæ et oscæ quotquot adhuc repertæ sunt omnes_ ecc. Berlino 1841.
[196] A. GELLIO, XVII. 17. Le iscrizioni osche sono le più facili a intendere, come _aasas_ aras, _dolud_ dolo, _ligud_ lege, _genetai_ genitrici, _kvaisstur_ quaestor, _regaturei_ rectori, _aikdafed_ ædificavit, _deicum_ dicere, _fefacust_ fecerit, _herest_ volet, _prufatted_ probavit, _set_ sit, _alttram_ alteram, _pùs_ qui, _amaricatud_ immercato, _malud_ malo, _anter_ inter, _contrud_ contra, _inim_ enim, _nep_ neque ecc.; — mentre le etrusche danno _etera_ altera, _clan_ natus, _phuius_ filius, _avils_ ætatis, _turce_ donum, _tece_ posuit. Nella tavola osca di Banzia SUVE PIS CONTRUD EXEIC FEFACUST _si quis contra hoc fecerit:_ PIS CEUS BANTIUS FUST _qui civis Bantinus fuerit_. Esso Fabretti conchiude: «La fratellanza dei vetusti dialetti sparsi in Italia, riconosciuta dai segni alfabetici, si dimostra meglio coi ripetuti raffronti delle voci umbre ed osche ed etrusche in tra loro o coll’idioma latino; così l’osco _deded_ e con etruschi caratteri _tetet_, era _tez_ nell’Etruria, e forse _dede_ nell’Umbria, e _dedet_ e _dede_ (_dedit_) nelle bocche del popolo romano. Con gl’idiotismi ed arcaismi che occorrono spesso nella latina epigrafia, si avranno argomenti per discorrere fondatamente intorno alla origine della lingua italiana, più remota di quel che generalmente non credesi: moltissime forme popolari verranno innanzi, raccolte dai monumenti de’ più bei tempi di Roma repubblicana, e dai modesti funebri ricordi dei primi martiri della Chiesa». Vedi qui sopra, a pag. 160.
[197] _Braich_ diceva l’antico gallo, e i lombardi _brasc_; come dicono _cadenn_ al modo del bretone e dell’irlandese; _provecc_ (Ciascun fait gran provecc qui bien tient ce qu’il oie) come nel francese antico; _fioeu_ come nell’Anjou; _ciao_ come nel gallese; _uss_ come in altri francesi dialetti. Il milanese _bagai_ risponde al _bugale_ in bretone, come _smorzà_ per ispegnere: _sango de mi, dove te cascet_ sentesi nel Berry come nel Milanese: _cova_ per gallina nel Delfinato. Moltissime voci lombarde sono identiche colle provenzali. Alcune vennero dal greco senza attraversare il latino, come _toma_ (πτῶμα), _usmà_ (οσμᾗ) annusare, _peston_ (πιστὸν), _trabescà_ (τρέπω), rud (ῥύπος), _magàri_ (μάκαρι): altre dal latino che non furono adottate dall’italiano comune, quali _sidella_ (situla), _offella_ (offa), _mica_ (mica panis); _medina_ per zia, _cogoma_ per bricco, _prestin_ per forno, _pasquèe_ per piazzuolo erboso, _sbergnà_ per canzonare da _spernere_, e assai altre, massime nella montagna. _Navascia_ diciamo la bigoncia in cui si pigia l’uva; e Festo definisce _nevia lignum cavatum ut navis, quo in vendemiis uti solent. Illò_ per in quel luogo dicono i villani, e Festo ci avverte pure che _pro huc_, HOC _veteres dicere solebant, sicut pro illuc_, ILLO.
[198] Vedasi _Il Vangelo di S. Matteo volgarizzato in dialetto cosentino_... del principe L. LUCIANO BONAPARTE. Londra 1862.
[199] Per brevissimo saggio di dialetti di paesi lontani accenniamo:
_Friulano_ _Milanese_ _Reggino_
sang sang sangu sangue madonne madonna madonna suocera diaul diavol diaulu diavolo ligrie legria lligria allegria brazz brazz brazzu braccio trezzis trezz trizzi treccie mollar mollà mollar lasciarsi cadere di mano ven ven veni vieni lusive la luna lusiva la luna dduciv’a luna splendea la luna.
[200] Vedi MAZZONI TOSELLI, _Origine della Lingua Italiana_, p. 120. Egli parla d’un poema del 1360 in dialetto bolognese.
[201] Vedi _Scorsa d’un Lombardo negli Archivj Veneti_, per C. CANTÙ. Milano 1855. Nell’archivio notarile di Venezia è un testamento di Maria vedova Gradonio de Troja del 1297 settembre, che dice:
«Questo sie lo testamento de Maria, relicta de gradonio de troja. Ordeno soldi XVI de grossi per mese (messe). Eba mio fio Antonio adeso soldi XXX de grossi che lo voi andar a lo pasazo per mi quando elo andera: ese elo non andase, sia tegnuto un altro per mi mandar. Per congregacion grossi VII = per zascuna. Laso ad almengarda soldi vi de grossi. A nida soldi vi de grossi cheo li de dar. A dona lena grossi VII = A sor Margherita soldi II de grossi. A lo nodar che fa lo testamento mio grossi XXII questo cheo e ordenato si sia trato delo fito dela casa e si sia pagato quelo che lago per lanema mia eo elagato ecc.». V. _Atti dell’Ist. Veneto_, 1862, p. 363.
In un poema in terza rima di Francesco di Carrara il vecchio, pubblicato dal Lami nelle _Delizie_, occorrono idiotismi veneti; _impazzo, fiòlo, maraveia, angossa, fazza_. Nelle carte di Emanuele Cicogna è un poema sulla vita di Gesù Cristo, copiato nel 1420, dove si trova, fra tant’altre bizzarrie, _stagno_ per fermo, qual si usa tuttora in Lombardia; e «_dumente_ che de la catolica fede sia zelatore» invece di purchè, come anche oggi dicesi in Lombardia _domà_. Per quanto l’amor patrio la ripudii e la critica la appunti, non si può con certezza asserire falsa la lettera di Dante a M. Guido da Polenta, scritta da Venezia il 30 marzo 1313. In essa egli lamenta che il Consiglio veneto non intendesse il latino. «Giungendo alla presenza di sì canuto e maturo collegio, volsi fare l’ambasciata vostra in quella lingua, la quale, insieme con l’impero della bella Ausonia, è tuttavia andata ed anderà sempre declinando: credendo forse ritrovarla in questo estremo angolo sedere in maestà sua, per andarsi poi divolgando, insieme collo Stato loro, per tutta Europa almeno. Ma ohimè! che non altramente giunsi nuovo ed incognito pellegrino, che se testè fossi giunto dall’estrema ed occidentale Tile: anzi io poteva assai meglio qui ritrovare interprete allo straniero idioma s’io fossi venuto dai favolosi antipodi, che non fui ascoltato colla facondia romana in bocca. Perchè, non sì tosto pronunciai parte dell’esordio, ch’io mi avea fatto, a rallegrarmi in nome vostro della novella elezione di questo ser Doge, che mi fu mandato dire o ch’io cercassi di alcuno interprete, o che mutassi favella. Così mezzo fra stordito e sdegnato, nè so qual più, cominciai alcune poche cose a dire in quella lingua che portai meco dalle fasce; la quale fu loro poco più familiare e domestica che la latina si fosse».
Ciò attesterebbe che fin d’allora usavasi il dialetto veneto anche in materie gravi e di Stato. Del qual dialetto abbiamo nuovi documenti nelle parole e frasi che il signor Luigi Pasini racimolò in carte dell’Archivio generale, dove fin nell’XI secolo abbiamo i nomi _Valentino de pantano, Orso Zorzi Gambaserica, Stephanus de Calle, Dominicus Zane_, e i luoghi _de Dorsoduro, da Cavanna, patriarcado_, i fondamenti _dananti ripa_, e _bene repremere et sapare_ l’uva e pigiarla _a pede coverto_. Questa messe cresce ne’ secoli seguenti, ma è a dolere ch’egli ce ne dia le voci staccate, anzichè la frase stessa. Il documento del 1223 porta la denunzia e stima di alcune proprietà, dove troviamo:
_la casa et la terra de loponte de albrigeto et cognato ejus, libre_ CCCC
_la casa et la terra de tomao ferrario, libre_ CXIJ _ecc._
e nell’anno seguente:
_illi de ca viadro laboraverunt domum suam da riauto sine parabola_
_illi de ca zorzo laboraverunt domum suam da rialto sine parabola_
_matheo barbani de san paulo gita motiglioni_ IIJ _per far atana_ (altana?) _super rivo_.
Oltre le carte già addotte da me e dal Romanin, n’è del 1260-61, dove si legge: _Ancora fo ordenado che se alcun frar de la scuola sera infermo, lo gastoldo coli degani sia tegnudo de visitar quelo do fiade alla domada, o alcun delli a saver le soe condicion e farli ogni consolacion per si e per li suoi frari._
Più n’abbondano in appresso. Un bando del 1374 in lingua padovana comincia: «De comandamento del magnifico segnor messer Francesco de Carrara, de la cità de Pava e del destreto imperial vicario, per uno trombeta sia fato publica crida in gi logi uxè (_usati_) en la forma enfrascrita ecc.». E segue l’enumerazione de «zascheduna generazion e qualitè de delito del quale, secondo raxon o ver statuti de le dite citè de Verona o de Vicenza o de i so destriti, o de zascheduni altri logi subieti al magnifico predicto Cansignore, encora en pena personale, o ver se cum arme ree atrocelmente avesse ferio o empiagò alguno ecc.».
Dov’è a notare la caratteristica de’ dialetti veneti di scempiar, le consonanti; e quel che Dante già avvertiva che «i Padovani in tutti i participj in _tus_ e i denominativi in _tas_ fanno brutta sincope, come è _mercò_ e _bontè_».
[202] Questa prova fu testè con maggior ampiezza e diligenza rinnovata dal signor Giovanni Papanti: _I parlari italiani in Certaldo alla festa del V centenario di monsignor Giovanni Boccaccio_. Livorno 1875.
[203] Alo nom del nostr segnor Yhu Xpst amen. A lan de lassoa natività MCCCXXI ala quarta indicion en saba a XXV dì del meis de loign en lo pien e general consegl de la compagnia de messer saint Georz de Cher a son de campana et a vox de crior. En la caxa de lo dit comun de Cher al mod uxà e congregà el fu statuì e ordonà per col consegl e per gle consegler de lo dit consegl e per gle rezior de la dita compagnia gle quai adonch gli eran en gran quantità e gnun de lor discrepant fait apres solemn parti che gli infrascript quatrcent homegn de la dita compagnia seen et debien esser perpetuarmeint e se debien nominer un hospicii co e hospicii de la compagnia de sein Georz. I quagl homegn debien e seen entegnu perpetuarmeint consegler a drit e learmeint la ditta compagnia e i consol e gli homegn de colla compagnia a bona fay, non declinand a alcuna voluntà se no alchuna utilità del corp de colla compagnia.
[204] Che mi cercate di ciò.
[205] Vi fossi anche a peso, vi dispiacessi.
[206] Che ho un bel marito, che voi non siete, ben lo vedo.
[207] I documenti più antichi de’ varj dialetti sono raccolti in molti lavori recenti. Scritture in modenese del XIV e forse XIII secolo stanno nel fascicolo VIII degli _Opuscoli religiosi, letterarj e morali di Modena_, t. III. p. 211; sono laude de’ Battuti, esistenti in un codice, finito di scrivere il 17 luglio 1377; ma i cui componimenti sono forse da riferire al tempo che quelle Compagnie vennero istituite, cioè verso il 1260.
[208] _Vulg. El._, I. 11 e 10.
[209] _Vulg. El._, I. 1.
[210] _Vulg. El._, II. 17. Manzoni esaminò quest’opera per confutare il Perticari e il Trissino (1868); e meglio il D’Ovidio nell’_Archivio Glottologico_, 1873: tutti dunque posteriori al nostro lavoro e con altri intenti.
[211] P. E. del lombardo burla quella frase _Inte l’ora del vesper ziò fu del mes d’october_, che gli par rea più del vero. Non è qui il luogo a discutere le bizzarre dottrine di Dante in quest’opera, sol noteremo alcuni punti:
«Il vulgare italiano antico illustre cortigiano (egli dice) è quello il quale è di tutte le città italiane, e non pare che sia di niuna; al quale i vulgari di tutte le città d’Italia s’hanno a misurare, ponderare, e comparare».
Sembra voglia dire che la lingua che si scrive è una che non si parla in nessun luogo. Chi s’adagerebbe a tale sentenza? Rimproverando i Fiorentini perchè «arrogantemente si attribuiscono il titolo del vulgare illustre», rinfaccia loro due vocaboli, _introque_ e _manicare_. Or bene; questi due vocaboli egli stesso adopera nella Divina Commedia:
Sì mi parlava, ed andavamo introcque. _Inf._, XX.
E quei pensando ch’io ’l fessi per voglia Di manicar. _Inf._, XXX.
Ma il suo scrivere, quanto alle parole, è identico con quel dei toscani suoi contemporanei, sicchè, s’egli asserisce d’aver usato lingua diversa, «ciò tanto gli si dovrebbe credere (dice il Machiavelli) quanto ch’ei trovasse Bruto in bocca di Lucifero».
Del toscano fa altrove grandi elogi, e dice essersi valso del vulgare fiorentino, propriamente quello che parlavano suo padre e sua madre. «Questo vulgare fu congiungitore delli miei parenti, che con esso parlavano... perchè manifesto è lui esser concorso alla mia generazione, e così essere alcuna cagione del mio essere... e così è palese e per me conosciuto esso essere stato a me grandissimo benefattore... Se l’amistà s’accresce per la consuetudine, manifesto è in me sommamente cresciuta, che sono con esso vulgare tutto mio tempo usato». _Convivio_, Trattato I, cap. 13.
[212] Questo partito sembrerebbe opportuno anche per un dizionario etimologico italiano, dove s’abbandonassero le voci derivate più o meno direttamente dal latino e dal greco, e si esaminassero quelle che hanno origine diversa: p. e. _ammiccare, astio, avello, avventare, baccello, bagliore, balza, berlina, bieco, bigoncia, bilenco, bisbiglio, bolso, boria, broncio, brutto, bufera, bussare, caffo, ceffo, ciacco, cimento, covone, crusca, dileggiare, elsa, foggia, frasca, gara, gire, gozzo, masso, minestra, melma, nastro, pazzo, pentola, pergamo, peritarsi, pezzente, pignatta, salassare, schiaffo, ticchio, tomajo, topo, tralcio, vetta, vizzo, vuoto, zolla, zuffa_.
Molte voci abbiamo derivate dal greco, che non trovansi in latino, come
masticare da μασταζειν zio θεἳος spata σπάθη liscio λισσός tomba τύμβος mustacchi μύσταξ ballare βαλλίζειν piatto πλαύτς botte βύτις pitocco πτωχός borsa βύρσα tapino ταπεινός.