Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)
Part 30
Girare, che è in Plinio, _Nat. Hist._, viene da γῦρος, donde noi traemmo _giro_. Magari!, che i Latini diceano _utinam_, è dal greco μακάριος, e trovasi già in Ciullo d’Alcamo (_macara se dolesseti_), e in altre lingue romanze, come nel romancio di Coira, _magari ca ei fuss bucca ver_, così non fosse vero! e nel valacco _màcar cë_: nel serbo _makar_; nell’albanese _màcar._
In Calabria si dice tuttora _crai, poscrai_ per domani e posdomani; _velte_ per tronco; _vertola_ per bisaccia.
I grammatici ne dicono che gli Etruschi chiamavano καῶρα la capra: come i Siculi καγχαλος il ganghero.
Il napoletano dice _strata_, più vicino al latino che strada; e _annare, comannare_, siccome nel latino primitivo imbattiamo _innulgentia, verecunnus_, e in Plauto, _tenno, distenno, dispenno_.
[213] Veramente le poesie del Meli, a cambiar ben poco, riduconsi italiane, dal che sono troppo lontane quelle degli altri:
Già nni invita, già nni chiama Primavera ’ntra li ciuri (fiori): Ogni frunda nni dici, ama; L’aria stessa spira amuri. Vola un zefiru amurusu ’ntra na nuvola d’oduri; Chi suavi e graziusu Scherza e ridi cu li ciuri. Manna lampi d’alligria Lu pianeta risplennenti, Chi rinnova, chi arricria, Chi abbellisci l’elementi.
[214] Anche il Boccaccio dice che «molti uomini savj moveano generalmente una quistione che, conciossiachè Dante fosse in iscienza solennissimo uomo, perchè a comporre così grande, di sì alta materia e sì notabile libro com’è questa sua Commedia, nel FIORENTINO IDIOMA si disponesse?».
[215] Purg., VII. 17: Di rimpatto Virgilio domanda a Ciampolo: «Conosci tu alcun che sia _latino_ sotto la pece?» cioè italiano: e altrove dice a Dante: «Parla tu, questi è _latino_»; ed era Guido da Montefeltro, cui poi, nel _Convito_, Dante chiama «il nobilissimo nostro latino»; e terra latina l’Italia.
[216] Cicco Simonetta scrive nel suo taccuino: 1476 _die lunæ XXI octobris, ivi ex Mediolano ad S. Mariam de Gratiis de Modœtia, ibi audivi duas missas ab fratribus loci, et ibi vovi non comedere in die veneris de pinguedine sive de grasso_. E tale è l’andare di tutto il latino d’allora.
[217] _Archivio storico italiano_, nº 29 del 1862. Anche adesso, ma più pochi anni fa, i Piemontesi mescolavano moltissime parole prettamente francesi al loro idioma; e aveano sempre in bocca _cependant, jamais, ce matin, désormais, en attendant, vite, c’est à dire, à mon tour, au pis aller, voilà, c’est ça_, ecc. L’aristocrazia non avrebbe mai detto altrimenti.
[218] Il Cesari e il Puoti cercarono nella lingua l’eleganza ma non ne spiegarono la natura. — Fr. H. Jacobi diceva che ogni filosofia, in ultima analisi, non è che lo studio sempre più profondo dell’invenzione del linguaggio.
[219] Questa lista sarebbe dunque stata scritta verso il 1454; non nel 1423, come porta ordinariamente.
[220] Questa cifra manca nell’originale: io l’ho posta presuntivamente. Nel 1490 la rendita totale fu di ducati 1,149,400; le spese ordinarie, d. 211,400; i salariati d. 37,570.
[221] Sotto nuovo aspetto considerò Cicerone il sig. D’Hugues professore di Tolosa, cioè come proconsole in Cilicia (_Une province romaine sous la république_, Parigi 1876), mostrando in che orribile servitù fossero le provincie sotto la sfrenata podestà dei proconsoli, che cambiavansi ogni anno con tutti gl’impiegati; colonia di aristocratici affamati che succedeva alla colonia dei satolli.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
La notazione [-xx] indica che le lettere in parentesi sono sormontate da una barra o da altro simbolo specificato.
La notazione ^ indica che il carattere seguente è in apice.