Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)

Part 28

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San Pier Damiani dice di un francese, vivente in Roma, che, _scholatisce disputans_ (cioè in latino, in parlar da scuole), _quasi descripta libri verba percurrit; vulgariter loquens, romanæ urbanitatis regulam non offendit_, cioè non lede le grazie del parlare romanzo (Opusc. XLV. c. 7).

Secondo Benvenuto da Imola, la contessa Matilde _linguam italicam, germanicam et gallicam bene novit_. Antiq. ital., I. 1252; e soggiunge che _Gallici omnia vulgaria appellant_ romantia; _quod est adhuc signum idiomatis romani, quod imitari conati sunt_. Ib., I. 1229.

Giovanni Mandeville nell’Itinerario: _Et sachez que j’eus cest livre mis en latin pour plus brievement diviser: mais pour ce que plusieurs entendent mieu roumant que latin, je l’ay mis en roumant_; cioè in francese.

[135] _Falso putavit Sangalli monachus me remotum a scientia grammaticæ artis, licet aliquando retarder usu nostræ vulgaris linguæ, qua latinitati vicina est_. MARTÈNE, Vet. script. ampla collectio, I. 298.

[136] Quando l’arcivescovo Grossolano ebbe dal pontefice il palio, il popolo milanese gridava: _Heccum la stola_ (LANDOLFO JUN., nei _Rerum italic. Script._, V. 476). Nella vita del beato Pietro Orseolo (_Antiq. ital._, II. 1031): _Ait abbati lingua propriæ nationis, C abba, frusta me; hoc est, Virgis cede me_. Poco poi abbiamo il grido d’arme de’ Crociati _Deus lo volt_. Nel 1179 Alberto Studense, _Data sententia volenti loqui deposito non est data audientia; sed hostiarii clamabant, Levate, andate_. Le donne romane all’antipapa Ottaviano davano _lingua vulgari_ il titolo di _smanta compagno_. BARONIO, _ad ann._ 1154.

I Milanesi contro il messo di Federico Barbarossa gridavano _Mora, mora_.

[137] MURATORI, _Ant. estensi_, I. c. 36.

[138] _Documenti conservati nell’archivio della curia di Milano_. 1854. pag. 20. Al Concilio IV lateranense del 1215 Rodrigo di Toledo fece un discorso in latino, e perchè anche i laici lo comprendessero, fu ripetuto in tedesco, spagnuolo e francese.

[139] Alludono all’impresa di Casteldardo, ripigliato dai Bellunesi l’aprile 1196:

Un’iscrizione italiana del 1360, sulla porta della chiesetta di S. Cristoforo a Longarone di Belluno, dice:

MCCCLX fo fata questa glexia al onor de misier Jexu _Χρο_ e de madona sª Maria e de misier ser _Xροforo_ e de mis. s. Jachomo, fata p. Charlo q. maistro Dlavazo (_Delavanzio_) dotor de gramadga d. Cividal.

[140] Non ha adunque ragione Scipione Maffei (del quale va utilmente consultato, intorno all’origine della lingua, il vol. II, pag. 540 e segg. della _Verona illustrata_) quando nella parte IV, cap. 4, adduce una epigrafe veronese, asserendola la più antica, come la più insigne italiana. Sulla iscrizione veronese una lunga dissertazione pubblicò Carlo Cipolla nell’Archivio veneto del 1876, vol. XI, p. II, pag. 277 e segg., dando le varie lezioni di essa, e di altri scritti del tempo. Esso dal marmo la lesse a questo modo:

MERAVEIARTE PO LETORCHE MIRI LAGRANMAGNIFICENCIAEL NOBEL QUARO QUAL MONDO NONAPARO. NEAN SEGNOR. CUMQUELCHEFE MEYZIRI OUERONESE POPOL. DALUYSPIRI. TENUTOENPACE. LAQUAL EBE RARO ITALIANNELKARO. TE SATURO LA GRATIA DEL GRAN SIRI CANSIGN[∞O] FO QUEL CHE ME FECI INIRI. MILLE TREXENRO SET[-A]TATRI EFARO POZONSEEL SOLUNPARO DE A[-N]I CHEL BON SIGN[-O] ME FE FINIRI.

Si interpreta:

Maraveiar te po, lector, che miri, La gran magnificencia, el nobel quaro Qu’ al mondo non à paro Ne an segnor com quel che fe mei ziri. O veronese popol, da luy spiri Tenuto en pace, la qual ebe raro Italian. Nel karo Te saturò la gratia del gran siri. Cansignor fo quel che me fece iniri, Mille trexento setantatri e faro, Po zonse el sol un paro De anni ch’el bon Signor mi fe finiri.

Dopo più di 100 pagine il Cipolla chiude esortando a nuova illustrazione.

Poc’anzi a Genova fu trovato un loculo del XIII secolo con epigrafe dei Lercari, scolpita attorno ad un bel bassorilievo di metallo con Maria SS. e il Bambino. L’epigrafe è siffatta:

✠ MCCLVIIII AD . DIES . XVI . AuGVSTI ANTE TE RCIAm . TRANSIERV NT . De . HOC . SeCuLO . DOMIN A . SIMONETA . et . PRE CIVARIus LERCARIus . EIus FRATER: . QuE ANIME . IN PACE . RE QuIESCANT . ANTE . DEVM . AMEN: . TU . QI . QI . NE . TrOVI . Per . DE . NO . NE . MOVI.

Questa ultima linea ci sembra in volgare, e noi la spieghiamo così:

_Tu che qui ne trovi, in grazia, o per dio non ci muovere_.

[141] _Monumenta Hist. patriæ_, Chart. I. 765.

[142] Ib., 843.

[143] Libro I, c. XI.

[144]

Canto pro quale causa Gemat Sardinia misera, De tristi vultu et lacrimas Mandet inconsolabiles.

Il Madau nel 1778 in lode dell’arcivescovo Melano stampò versi, che sono latini, e insieme sardi del dialetto di Logudoro:

Melani nomen celebre Cantet superba Calaris, Et Sarda terra applaudat Cum jucunda memoria.

Ipse venit de nobile Et illustre prosapia, Et veras etiam glorias Occultat pro modestia

e così segue per 18 strofe. In Sardegna si sente tuttodì _claros dies, obscuras noctes, nemos_ (bosco), _pecus_. Chi vi ode proverbj come questo, _Opus bonu non queret pressa_ (opera buona non richiede fretta), inclina a credere che la voce _pressa_ vivesse nell’antico latino.

[145] HUILLARD BRÉHOLLES, _Cod. Dipl._, tom. IV, p. 457.

[146] Sta nella _Storia degli Italiani_, vol. V. p. 340. Nel ritmo per la cattura di Lodovico II imperatore a Benevento l’871 leggo:

Audite omnes fines terræ orrore cum tristitia Quale scelus fuit factum Benevento civitas. Ludhovicum comprehenderunt sancto pio augusto Beneventani se adunarunt ad unum concilium ecc.

Che vi manca a divenire, e vorrei dire a tornar italiano?

Il Maj (_Class. Auctores_, v. 492) reca un trattatello sulla medicina, in versi, copiato nel XV secolo da Pier Cennini di Firenze, che al fine scrive: _Crispi mediolanensis diaconi ad Maurum mantuensem præpositum explicit: Sed profecto Crispus iste neque poeta est, nec versificator bonus: quippe non ex lege metrorum, sed ad suarum aurium sonum versus composuit, idest rythmum tantum_.

[147] È pregiudizio volgare che sia una particolarità dell’Italia l’avere tanti dialetti, mentre, principalmente in Francia, si parli dappertutto una sola lingua. Nulla di più falso, e n’abbiamo una prova recentissima. L’abate Sire, direttore del collegio di San Sulpizio, fa tradurre in tutte le lingue del mondo la Bolla che definisce il dogma dell’Immacolata Concezione. Volle pur farla mettere nei varj dialetti di Francia.

La Francia settentrionale diede cinque traduzioni: in fiammingo, in picardo, in sciampagnino, in vallone, nel vecchio normanno, qual conservasi ancora nel Calvados, nella Manica e nelle isole di Jersey e Guernesey.

La Francia orientale diede nove traduzioni: la Lorena in lorenese tedesco ed in lorenese francese; l’Alsazia nel dialetto del Basso Reno ed in quel dell’Alto Reno; la Franca-Contea in due dialetti dell’Alta Saona, del Doub, del Jura; la Borgogna in borgognone della Côte-d’Or, in maconese di Saona e Loira; in bressino dell’Ain.

La occidentale diede la traduzione bretone nei quattro dialetti di Saint-Pol de Leon, di Tréguies, di Quimper, di Vannes; la poitevina, la vandeana.

La Francia centrale diede la traduzione berrisciona, la nivernese, la borbonese, la limosina, quella delle Marche; in quattro varietà della lingua d’Auvergne; ne’ due dialetti più interessanti del Lionese. Ancor più la Francia meridionale. La Savoja porse tante traduzioni quasi quante le valli. Il Delfinato nei dialetti dell’Isero, della Drôme, delle Alte Alpi. Il Contado nella lingua degli antichi trovadori. La Provenza in quelli di Marsiglia e di Aix; le Alpi Marittime nell’italiano nizzardo; la Corsica nei dialetti di Bastia e di Ajaccio. La Linguadoca nelle lingue antiche delle Sevenne, e nel linguadochese puro di Montpellier e in quel di Tolosa, coltivato nei giuochi floreali; la Guienna nei dialetti di Rouergue e di Quercy, dell’Agenais, segnalato ultimamente da Jasmin; del Périgord, del Bordelese, del Medoc, delle Lande. La Guascogna coi dialetti di Dax, d’Auch, di Bigorre, e col basco del Labour, della Soul, della Bassa Navarra. Il Béarn diede il suo dialetto; il paese di Foix l’ariegese, il Rossiglione quel della Cerdagna.

Le provincie ove non rimase che la lingua nazionale sono la Turena, l’Angiò, il Maine, l’Orleanese e l’Isola di Francia.

[148] Si noti che ne’ Trovadori ci ha i _Discordi_, componimenti ove si alternano due o tre lingue, e fra esse l’italiana. Così in Rambaldo di Vacchiera, citato dal Crescimbeni, abbiamo

Io son quel ben che ben non ho.

[149] Siam costretti a mettere da banda la canzone e due sonetti di M. Aldobrando da Siena, che vorrebbesi nato nel 1112, morto nell’86. Oltre che si credette error di cifra per 1212, vengono dalla troppo sospetta officina sarda.

[150] _Ciera_ per faccia, rimasto ai Lombardi: gli Spagnuoli dicono _cara. Spera_ specchio. _Aulitusa_ olente, odorosa.

[151] Radice perduta di _galante, ringalluzzire_ ecc. Gallare d’allegrezza fu registrato dalla Crusca.

[152] _Vulg. eloq._, lib. I. cap. 12.

[153] _Præf. ad epist. famil._

[154] Dico dubitando, perchè il Castelvetro sostiene che alla Corte di Federico non si scrisse che provenzale e siculo, nulla d’italiano. Il Trucchi toglie a mostrare che molte delle poesie attribuite a Federico II e a Pier della Vigna (come quella _Poi che a voi piace, amore_) son di tutt’altri.

[155] Quod si vulgare sicilianum accipere volumus, scilicet quod prodit a terrigenis mediocribus, ex ore quorum judicium eliciendum videtur, prælationis minime dignum est. Si autem ipsum accipere nolumus, sed quod ab ore primorum Siculorum emanat, ut in præallegatis cantionibus perpendi potest, nihil differt ab illo quod laudabilissimum est... Quapropter superiora notantibus innotescere debet, neque siculum neque apulum esse illud quod in Italia pulcherrimum est vulgare; cum eloquentes indigenas ostenderimus a proprio divertisse.

Nei diplomi dei re di Sicilia trovansi i titoli di ρήξ, δοῦκας, πρίνκυπος, φουρεστερίος, κανονίκος, βισκομιτος. In carte siciliane leggiamo στράτα, κολτούρα, κάμπος, φωσσα nel 1091: nel 92 καστέλλος, γρούττα; nel 94 σκάλα; nel 1101 πετζα, nel 1112 υιλλάνοι; e così altrove φούνδακα, φούρνον, πόρτα, δεφενδεύειν, ὀρδινάμος, κογνατοι.

[156] _Scrittori del Trecento_. L’opinione del Raynouard fu ripudiata da chiunque trattò poi dell’origine delle lingue romanze; ed espressamente da M. AMPÈRE, _Formation de la langue française_, cap. III, p. 23-34; ED. DU MÉRIL, _Introduction à Floire et Blancefort_; FAURIEL, _Leçons sur Dante et les origines de la littérature italienne_. Intorno agli errori di fatto del Perticari è a consultare GIOVANNI GALVANI, _Dubbj sulla verità delle dottrine perticariane nel fatto storico della lingua_. Milano 1845.

[157] Francesco Palermo nell’esaminare i Mss. della già Biblioteca Palatina di Firenze, de’ quali formò il catalogo, si convinceva a molte prove, il toscanesimo che si trova nelle scritture antiche di altri paesi d’Italia esservi stato introdotto da trascrittori toscani. Quindi l’apparenza, abbracciata in luogo di realtà, che in su’ principj fosse spontaneo il parlar toscano per tutta Italia, ovvero vi fosse una lingua nobile italiana, fino dai primi tempi. «I trascrittori toscani, non servili come gli odierni copisti, nello abbattersi a voci e maniere che sentissero del forestiero (e cominciava il forestiero dai confini delle proprie terre), o per necessità di riuscire più intelligibile, o per avversione al disarmonico e al rozzo, lo riducevano nel loro volgare. E anche nella stessa città, quelli che di tempo in tempo trascrivevano lo stesso libro, l’uno riformava più o meno la scrittura dell’altro, cambiando parole e frasi, conformandosi al modo corrente del favellare. Il quale vezzo continuarono anche gli stampatori. E così poi, come gli scrittori e stampatori toscani rintoscanivano le opere di altre provincie italiane, gli amanuensi e stampatori del di là di Toscana imbarbarivan del loro dialetto i libri di questa provincia». _Discorso Proemiale,_ IX. Fra mille esempj ne citerò un solo. In essa Biblioteca Palatina abbiamo una Devozione, cioè una rappresentazione pel venerdì santo, che evidentemente mostrasi scritta in romano, ma copiata nel 1375 da qualche veneto, che trasformò al modo del suo paese assai parole o frasi; talchè le sono scritte or alla romana or alla veneta, p. e. _zornata_ e _jornata_; e qualche volta ne resta fino tolta la rima. Per es., trovava a _mene_, e correggeva a _mi_, e così mancava la rima con _pene_.

Vedasi pure il Salvini nelle note alla _Perfetta Poesia_ del Muratori.

[158] Diss. XXVIII. Nelle _Nuove Effemeridi siciliane_ 1875 luglio-agosto, Giuseppe Pitré epilogò le ultime opinioni sulla natura e sul tempo del _Contrasto_ di Ciullo d’Alcamo, e conchiude portandolo dopo il 1231, ma travestito dai varj copisti.

[159] V. MORSO, _Palermo antico_, p. 466; Palermo 1827.

[160] Vedi la prefazione del Vigo all’accennata raccolta.

[161] _Conspiratio Johannis Prochytæ ex Bibl. script. qui res in Sicilia gestas sub Aragonum imperio retulere_, _a_ ROSARIO GREGORIO _edita_; Panormi 1791.

[162] Aggiungono la_ Vinuta de lu re japica a la gitati di Catania_, scritta da frate Atenasio di Aci nel 1287, e la cronaca di frà Simone da Lentini.

_Ego frater Simon de Lentinio instandu in Chifalù anno domini 1358 in la quatragesima mi misi in cori incomenzari la conquesta di Sicilia, fatta per li Normandi, la quali era in gramatica_ (cioè in latino) _scrubulosa et grossa, et mali si potia intendiri: secundu lu meu pocu vidiri la volsi traslatari in nostra lingua_ ecc.

Ne vide una copia nella Biblioteca di Parigi Antonio Marsand (_Mss. Italiani della regia Biblioteca Parigina._ Parigi 1835), bibliografo lodato e citato da chi vanta e biasima senza aver veduto. Oltre ignorar chi sia questo frà Simone, mentre poteva raccorlo dal Mongitore e dal Di Gregorio, lo crede contemporaneo alla conquista normanna, cioè avanti il 1100, ed «è in lingua siciliana, stranamente barbara: poichè i Siciliani ed i Barbari, cercando allora d’intendersi scambievolmente, ed affaticandosi di pronunciare alcune parole barbare latinamente, ed alcune latine barbaramente, venne così ad introdursi allora fra i Siciliani una terza lingua, che potremmo veramente chiamare la lingua madre di tutte le lingue barbare»!!

Vedasi pure DE GIOVANNI, _Cronache siciliane de’ secoli XIII, XIV, XV_. Bologna 1865.

Nel vol. III delle _Memorie di Sicilia_ è inserita una dissertazione di Giuseppe Crispi, intorno al dialetto parlato e scritto in Sicilia quando fu abitata dai Greci, corredata d’esempj che scendono fino alla dominazione normanna, cioè al sottentrare dell’italiano. Il dizionario forse più antico a stampa, certo il primo che s’occupasse di dialetti, è il siciliano-italiano-spagnuolo di Cristoforo Scobar. Venezia 1520.

[163] _De cathedralis ecclesiæ neap. semp. un._

Pugliese si chiamò sempre il dialetto della bassa Italia, e in quello scrissero molti, nessuno nel napoletano prima che il Sannazzaro l’adoprasse nella farsa _lo Glomero_. Re Alfonso nel 1442 ordinava gli atti si scrivessero non più in latino, ma in pugliese. Ne discorsero ampiamente il Galeani e Rafaele Liberatore, considerandone l’indole come grandemente diversa da quella degli altri tutti dialetti d’Italia per vocali più aperte, pronunzia più larga e rotonda, sostituire vocali più molli e liquide, mutare il _g_ e il _b_ in _v_, affiggere i pronomi possessivi (_patreto, vitama, casata_); a tacer quelle ch’essi dicono gagliofferia e scurrilità, poichè queste tengono piuttosto all’indole dei parlanti che alla parlata.

Vogliono alcuni che le antiche Atellane continuassero nel Napolitano, e fossero quelle che poi si chiamarono _farse cavajuole_ (Vedi MINTURNO, _Poetica_, lib. II. p. 169), specie di egloghe o dialoghi contadineschi, probabilmente così dette da Cava, poichè «i popolani di Cava erano stimati in Napoli bizzarri, pronti di mano e feroci», dice il Capecelatro ne’ _Diarj_, II. 1, 139, 214. Il Partenopeo, cioè Giovan d’Antonio, ha una farsa intitolata _Scola Cavajola,_ che è un chiasso ridicolo, riuscente a zuffe e picchiate. Il Niebuhr vedrebbe nelle Atellane l’origine del Pulcinella.

Il Galiani, con lodi senza misura nè riflessione, sostenne che il dialetto napolitano fu la lingua primitiva d’Italia, usata sul serio fino a mezzo del Cinquecento. È un paradosso, come allora, e come egli principalmente ne usava; e si conosce la lepidissima risposta fattagli da Luigi Serio nel _Lo Vernacchio_, ma tutte le ragioni che egli adduce appoggiano il nostro assunto.

[164] _Raccolta di varie cronache e diarj ed altri opuscoli appartenenti alla storia del regno di Napoli_.

[165] È autentico? lo nega affatto Guglielmo Bernhardi, in un lavoro pubblicato a Berlino il 1868, _Eine Fälschung des XVI Jahrhunderts_. Già faceva senso il vedere alterati i fatti e i tempi: taluno li supponeva tradotti dal latino; il duca di Luynes, che ne fece un commento storico e cronologico (Parigi 1839), suppose avesse lo Spinelli notato gli avvenimenti senza indicar l’anno, e un copista li disponesse come credeva: sul qual dato arbitrario esso Luynes prese a riordinarli poco felicemente, come fece pure il Pabst ristampandoli nel vol. XIX dei _Monumenta germanicæ hist._ Camillo Minieri Riccio stampò quella _Cronaca ridotta alla sua vera dizione e alla primitiva cronologia_ (Napoli 1865). Il Bernhardi sostiene che sia una contraffazione del XV secolo, probabilmente opera del Di Costanzo, che pel primo ne fe’ cenno nel 1572, e che volle così dare a Napoli la gloria d’aver prodotto il primo storico italiano, e incensar alcune famiglie facendole partecipi agli avvenimenti d’allora. Le ragioni di lui sono confutate dal Minieri Riccio (_I notamenti di M. S. difesi ed illustrati_, Napoli 1870).

[166] _Rer. Ital. Script._, VIII. pag. 906 e 927. Recentemente ne parlò Arnoldo Busson, _Dier florentinische Chronik des Malespini, und deren Benutzung durch Dante_, Inaspruck 1869. Sostiene egli che il Malespini ebbe sottocchio la cronaca di Martin Polacco, sicchè non potette cominciare a scrivere che nel 1278, e forse solo nel 1293, e ancora se n’occupava nel 1299: probabilmente la continuazione di Giacchetto fu dal 1302 al 1309 quando morì Carlo II di Napoli.

[167] Dizionario Geografico _ad vocem_.

[168] Sul _que_ per _che_ dicemmo a pag. 89. Nella poetessa anglo-normanda Maria del XIII secolo troviamo questo proverbio, _bien seit chat_ cui _barbe il loiche:_ ben sa il gatto _cui_ lecchi la barba.

[169] Vedi RICHA, _Notizie storiche delle chiese fiorentine_, t. IV, part. II. p. 253.

[170] Ap. EMILIANI GIUDICI, _Storia della letteratura_.

[171] La contropruova l’abbiamo nel francese, senza uscir di casa nostra. Fra le carte angioine conservate nell’Archivio di Napoli, v’ha registri, dove a caso scegliamo, fra i pubblicati da Camillo Minieri Riccio (Napoli 1852): _A Raulin de Quilon chatelain du chatel de leuf_ (di Castel dell’Ovo) _militi familiari provisio pro reparatione dicti castri previa extimatione, in qua sint presentes sindici universitatis Neapolis..._ fol. 102 _cujus vigore Johan Buczut et seigneur de Grif de Naple despendeurs deleuvre de reparatio du chatel de salvateur pour la Universitè de Naple, recipiunt quantitatem a Thesaurariis regiis etc._ E così via: sono del 1281. Nel dialetto di Cambray, nel 1300 dicevasi: _Le sir de Creki adonc ne fut occhi_ (ucciso)... _Ravisez bien, chey my, maugrey tant de misère._ (Ravvisatemi bene, son mi, malgrado tante miserie).

[172] Era stato stampato dal Lami. _Monum. della Chiesa Fiorentina,_ tom. I, pag. 75, poi con maggior diligenza da Filippo Brunetti; infine da L. Ferri a Padova nel 1841.

[173] Così _bara_ e feretro; _brando_ e spada; _alabarda, partigiana_ e asta, lancia; _forbire_ e pulire; _gonfalone, bandiera_ e vessillo; _flotta_ e armata; _bizzarro_ e iracondo; _laido_ e brutto; _giardino_ e orto; _ricco_ e dovizioso; _guadagnare_ e lucrare; _snello_ e rapido; _guiderdone_ e premio; _magione_ e casa; e così via. Non mi si oppongano voci tedesche di più antica data, giacchè queste non derivarono dagli invasori, bensì dalla lingua ariana, madre comune del tedesco e del latino; del qual latino, del resto, ripeto che non possediamo se non la piccola parte adoperata dai pochi scrittori che ce ne sopravanzarono.

[174] Il vernacolo di Marsiglia è somigliantissimo a quello di Milano.

[175] Tale è la _Nobla Leycon_ de’ Valdesi, che vorrebbesi del 1100. Appartiene alle poesie valdesi anche la Barca, da cui leviamo questi versi:

De quatre element ha Dio lo mont formà, Fuoc, ayre, ayga e terra son nommà; Stelas e planetas sont fey de fuoc; L’aura e lo vent han en l’ayre lor luoc; L’ayga produy li oysel e li peyson, La terra li jument e li om fellon. La terra es lo plus vil de li quatre element, De lacal fo fayt Adam, paire de tota gent. O fanc! o polver! or te ensuperbis! O vaysel de miseria, or te enorgolhis! Horna te bene quer vana beota (_beltà_), La fin le mostrare que tu aures obra.

RAYNOUARD, _Choix des poésies orig. des Troubadours_, tom. II, pag. 103.

[176] In Lombardia dicesi _rasol_ della vite, dal sanscrito _rasà_, cui somiglia più che il greco ῥάξ e il _racemus_ latino. In Calabria si dice _piria_ e _piriare_, e Petronio ha _pyriare_ per scaldare, da πύρ. E così _flaga_ per un gran fuoco che serve a far lume, da φλέγω.

La _Grammatik der romanischen Sprachen_ di Federico Diez (Bonn 1836-44, in 3 volumi, e 2ª edizione 1856-61) è un vero codice delle leggi fisiologiche e patologiche, secondo le quali i vocaboli si formano e sformano nelle lingue romanze. Esso non ricorre a lingue straniere, ma al solo latino, mostrando le norme con cui una voce di questo si trasforma nell’italiano, nel francese, nello spagnuolo, nel portoghese, nel provenzale. Vedasi anche sir G. LEWIS, _An essay on the origin and formation of the romance languages, containing an examination of M. Raynouard’s theory on the relation of the Italian, Spanish, provençal and french to the latin_. Londra 1863.

G. I. Ascoli, in questo genere _facile princeps_, nell’_Archivio Glottologico italiano_ (1875 e seguenti) indaga come nessuno mai fece il processo generale della formazione dell’italiano, e del modo di farne stromento o segno dell’unità intellettuale e civile, credendo a ciò conduca ancor più la penna che la lingua, e la fusione idiomatica dipenda dalla civile e intellettuale. Non assentendo a coloro che vanno troppo a cercare le etimologie o derivazioni degli idiomi nostri negli ariani, neppure arride a quelli che la base italica della parola romanza credono affatto aliena dal latino letterario, mentre lo studio rivela più sempre le diversità simultanee o successive, portate dall’evoluzione storica, e le salde e dirette attinenze fra il latino delle scuole e ciascuna delle lingue romanze, e massime il ragguaglio fra quello e queste e l’ampia tela geografica e cronologica in cui la parte latina si trasformò.

Saviamente avverte come facilmente acquisti gloria o nominanza chi si mette a studj nuovi (l’abbiamo visto testè colla geologia)... laonde taluni col pretesto di glottologia negligono la filologia, e vilipendono lo studio dei classici.

Il nostro Saggio è molto anteriore alla propagazione di questi studj, oltrecchè l’intento nostro era puramente storico, come poneva il tema proposto nel 1863 dall’Accademia Pontaniana, al quale noi rispondevamo.

[177] Adduciamone alcune poche, classificandole:

Parentela e affinità. — _Fui, fia, fiastru, frate, sora, nepotu, genere, nuora, socra, muiiere, vechiu, june, veduva, amica, vecinu_.