Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)
Part 21
Pigmalione che s’innamora della propria statua, è immagine che deve affacciarsi a chi legge il vostro libro: ma sarete perciò inesorabile a chi le nega l’incenso migliore, il consenso? Che un autore da capo a fondo dei libri suoi dica il contrario di quel che pensa, ogni sua frase deva spiegarsi in altro senso da quel che suona; quando dice santi intenda eretici; quando pecore, intenda capre; quando inveisce contro gli increduli e la loro presunzione e chi li segue, intenda i cattolici; che ove loda il _donare_ deva leggersi _dona re_; che quando professa le verità più austere sulla Trinità, sul papa, _vere claviger regni cœlorum_, il quale, _secundum revelata humanum genus perducit ad vitam æternam_, o loda il _santo sene_ Bernardo, o Domenico _santo atleta della cristiana fede_, faccialo per ironia; che la distinzione de’ linguaggi nel _Vulgare eloquio_ esprima distinzione di partiti e di credenze; che nel Convivio, dove commenta le sue Canzoni, si proponga invece di commentare la _Divina Commedia_, della quale nè un cenno vi fa tampoco; e trovi modo di commentarle così che i Ghibellini v’intendano una cosa, e i Guelfi la precisa opposta; che un autore, insomma, i suoi sentimenti e la sua gloria appoggi a libri scritti perpetuamente in gergo, perdonatemi, ma sarebbe artifizio degno del vostro Talleyrand, che diceva la parola esser data all’uomo per dissimulare il pensiero, anzichè del poeta il quale cantava:
Io mi son un che, quando Amore spira, noto; ed in quel modo Ch’ei detta dentro, vo significando.
So che quella parola _Amore_ è la chiave della vôlta di tutto il vostro edifizio: ma non è bastante fatica il dicifrare i passi oscuri, senza proporsi d’oscurare gli evidenti? E certo il supporre in Dante ed errori e verità è men difficile, atteso le tante sue _obscurités, que ne sont pas encore parvenu à éclaircir toutes les gloses des commentateurs_. Ma se così è, qual idea è mai cotesta d’un settario di farsi _per più anni macro_ onde esporre una dottrina in un linguaggio che non sarà inteso se non da pochi adepti, il che sarebbe un predicare a convertiti? Eppure Dante in un’opera espone pienamente il sistema della monarchia ghibellina a contrasto della papale: e quella è la più chiara, voi dite, anzi la sola chiara; e infatti subì condanne che le altre no.
Nessuno più di me aborre la tracotanza di chi, in una pagina, buttata giù, come voi direste, _entre la pomme et le fromage_, pretende sventare un’opera di lunga lena, di meditata pazienza. Il cielo mi guardi dal voler così usare colla vostra, benchè io, ammirando _quella paziente ostinazione nel cercar le traccie rivelatrici_, non possa accettarne le risultanze. Nè le accettarono i contemporanei di Dante, i quali pure seppero apporre all’amico suo Cavalcanti di strologare sulla mortalità dell’anima. Appena Dante morì, vestito, come chiese, dell’abito di francescano, dicesi che il cardinale Poget cercò turbare le ceneri del nostro poeta. Poget, cattivo prete e cattivo generale, che non portava in Italia le benedizioni dell’esule _pastore_, ma ne menava gli eserciti a devastarla, doveva aborrire il Ghibellino che non risparmiò mai improperj ai papi, e che nella _Monarchia_ proclamò canoni diametralmente opposti alle libertà guelfe e alla primazia del pensiero sopra le spade. Ma, non foss’altro, gli ultimi avvenimenti m’hanno insegnato a distinguere ciò che uno _fece_ da ciò che _volea fare_: e certo il Poget non processò nè disturbò il cadavere del grand’italiano, benchè sia un luogo comune il ripetere che _voleva_ farlo. Dante vivo «invocava mattina e sera il nome del bel fiore» cioè di Maria (_Parad._, XXIII). Morto appena che fu, la sua Firenze, la capitana del guelfismo, lo facea leggere e commentare: e dove? in chiesa e in domenica; e da chi? dal Boccaccio, che voi dite era _en communauté de doctrines avec le poète_, e che pure non ci lasciò detto nulla di più chiaro. E l’immagine di Dante fu dipinta in Santa Maria del Fiore, e il suo viaggio nel duomo d’Orvieto e nel camposanto di Pisa; un arcivescovo di Milano istituì una cattedra, ove due filosofi e due _teologi_ il doveano spiegare; al concilio di Basilea si tenevano lezioni sopra la _Divina Commedia_; finchè Rafael Sanzio dovea, per commissione d’un papa, e quando la riforma religiosa già ruggiva, proprio nelle sale del Vaticano dipinger Dante fra i gran maestri in divinità che coronano l’altare del ss. Sacramento.
Che più? quel risolutissimo campione delle ragioni pontifizie, il gesuita cardinale Bellarmino, alla sua opera _De summo pontifice_ soggiunse una dissertazione contro un francese protestante (dicono François Perot), il quale dava Dante come eretico. Esso Bellarmino sostiene non trovarvisi cosa che contraddica alla verità cattolica, anzi andar l’intero poema in confutare i protestanti, e assume a recare _testimonia plurima atque apertissima Dantis, non solum pro summa romani pontificis auctoritate et dignitate, sed etiam pro aliis nonnullis fidei nostræ capitibus, ut adversarius intelligat, se, Dante judice, non modo causa cecidisse, sed etiam plane hereticum et impium esse._
Che vuol dir ciò? che la Chiesa e i preti, nello _stolido e feroce medioevo_, cioè quando teneano in mano e i giudizj e la forza per farli eseguire, si porsero meno intolleranti, che non cerchino esserlo alcuni d’oggi, i quali, ridotti unicamente alla penna, vogliono almeno con questa sostenere il diritto della persecuzione e la opportunità dell’intolleranza. Lasciamoli dire, caro Aroux; e se verrà mai tempo che essi di nuovo si cerchino salvezza dietro alla tolleranza, serbiamoci il conforto di non averla rinnegata, nemmeno quando ce ne faceano delitto. Voi pure siete persuaso che una causa si serve meglio col mostrare che ella fu abbracciata dai pensatori e dai valentuomini, anzichè coll’indagar parole e atti di questi, i quali accusino infedeli anche coloro che del proprio ingegno fecero docile omaggio alla verità.
E se in Dante vogliam pure trovare l’eresia, abbiamola nell’ira a cui s’inspirò; nel disamore che sparse tra le città d’Italia, preparando nomi d’improperio con cui insultarsi prima d’uccidersi; nel farsi giudice fin di pene eterne per rancori, o almen per giudizj privati; dimenticando che «dove non è carità non è Cristo.
Voi però ecc.».
La quistione di Dante eretico fu ripigliata nel _Calendario Evangelico_ che si stampa a Berlino, dove il dottore Ferdinando Piper, professore di teologia in quella Università, nel 1865 trattò di _Dante und seine Theologie_. Egli conviene che Dante pone come supremo bene Iddio, nè poter l’uomo raggiungere esso bene se non acquistando la beatifica visione: questa acquistarsi colle virtù teologiche: alle quali ci ajutano le sacre carte, l’esperienza e la ragione, che però nelle cose soprasensibili piegasi alla rivelazione. Dante propriamente non può dirsi uscito dalla Chiesa di Roma: le sue dottrine però menano dritto alla evangelica. E non solo quanto alla riforma del capo e delle membra, e quanto al potere temporale: ma anche nel dogma. In fatti (è sempre il Piper che ragiona) egli non ammette l’infallibilità del papa, giacchè colloca fra gli eretici Anastasio II papa: non ammette che niun altro che il presbiterato possa ingerirsi nella Chiesa, poichè egli stesso se ne ingerisce raccomandando la riforma: non ammette che le decretali possano esser fonte del vero quanto le sacre carte.
Veda ogni cattolico se questi siano argomenti valevoli a segregar uno dalla nostra unità.
APPENDICE IX.
STATISTICA
Dal libro XI di Giovanni Villani possiamo ricavare, comecchè imperfetto e inesatto, il conto discusso della repubblica di Firenze attorno al 1343. Il fiorino d’oro, di ventiquattro carati e del peso di settantadue grani, valeva lire tre e soldi due.
_Entrate._
Gabella alle porte; diritto d’entrata e uscita delle vettovaglie appaltavasi l’anno _fior._ 90,200 Gabella pel vino a minuto, a un terzo del valore » 58,300 Estimo del contado a soldi dieci per lire » 30,100 Gabella del sale a quaranta soldi lo stajo ai cittadini, e venti ai contadini » 14,450 Queste quattro maggiori gabelle destinavansi alla guerra di Lombardia, che in due anni e mezzo costò seicentomila fiorini. Beni dei ribelli e condannati » 7,000 Gabella sui prestatori e usuraj » 3,000 Gabella dei contratti (registro) » 11,000 Gabella del macello in città » 15,000 Gabella del macello in campagna » 4,400 Gabella delle pigioni » 4,250 Gabella degli albergatori di campagna » 2,550 Gabella delle farine e macinatura » 4,250 Gabella delle accuse e scuse » 1,400 Gabella sul mercato di bestie in città » 2,150 Gabella sul bollo dei pesi e misure » 600 Gabella sulle pigioni del contado » 550 Gabella sui mercanti di contado » 2,000 Gabella sulle trecche e fruttajuoli » 450 Gabella sugli sporti delle finestre di Firenze » 5,550 Gabella dei sergenti » 100 Gabella sulle zattere d’Arno » 100 Gabella de’ revisori delle garanzie date al Comune » 200 Gabella delle prigioni » 1,000 Prestazioni dei nobili del contado » 2,000 Tassa delle signorie, cioè sui cittadini che andavano di fuori in uffizio » 3,500 Lucro della zecca sulle monete d’oro » 2,300 Lucro della zecca sulle monete di rame » 1,500 Beni del Comune e pedaggi » 1,600 Spazzatura e affitto delle bigoncie d’Or San Michele » 750 Ammende e condannazioni » 20,000 Difetti di soldati a cavallo e a piedi, cioè per dispensa dalla milizia o per multe incorse durante il servizio » 7,000 Licenza di portar arme; venti soldi per testa » 1,300 Parte dei diritti percetti dai consoli delle arti per richiami » 300 La gabella sui cittadini abitanti in campagna, le gabelle sulle possessioni rurali, sulle battaglie senz’armi, sui mulini e la pesca, e quella di Firenzuola, faceano giungere l’entrata a circa » 306,000
_Spese ordinarie._
Salario del podestà e sua famiglia _lire_ 15,250 Salario del capitano del popolo e sua famiglia » 5,880 Salario dell’esecutore degli ordini della giustizia contro i grandi » 4,900 Salario del conservatore del popolo e sopra gli sbanditi con cinquanta cavalieri e cento fanti » 26,000 Salario del giudice delle appellazioni sopra le ragioni del Comune » 1,100 Salario dell’uffiziale sopra il lusso delle donne » 1,000 Salario dell’uffiziale sopra il mercato della biada d’Or San Michele » 1,300 Salario dell’uffiziale sopra il soldo delle truppe » 1,000 Salario dell’uffiziale sopra le paghe morte ai soldati » 250 Tesoriere del Comune, notaj e messi » 1,400 Uffizio delle entrate proprie del Comune » 200 Soprastanti e custodi alle prigioni » 800 Mensa de’ priori e loro famiglia in palazzo » 3,600 Salario de’ donzelli, campanaj e servidori del Comune, guardiani delle torri del podestà, ecc. » 550 Sessanta arcieri e loro capitano a servizio de’ priori » 5,700 Notajo forestiere sopra le riformagioni » 450 Pasto de’ leoni, lumi e fuoco in palazzo » 2,400 Notajo al palazzo de’ priori » 100 Salario degli arcieri e uscieri » 1,500 Trombetta del Comune, naccherini, sveglia, cennamella » 1,000 Limosine a religiosi e spedali » 2,000 Seicento guardie di notte » 10,800 Stendardi e palj per feste e corse » 310 Spie e messi » 1,200 Ambasciatori » 15,000 Castellani e guardie di fortezze » 12,400 Per armi, balestre, freccie » 4,650
Da quarantamila fiorini d’oro per i soldati, che in tempo di pace si riducevano a settecento in mille a cavallo e altrettanti a piedi; e per le riparazioni a mura, ponti, chiese, erano le spese straordinarie, cui supplivano le borse de’ cittadini.
Una lezione diversa è data nelle _Delizie degli eruditi toscani_, vol. XII. p. 349.
Dönniges (_Acta Henrici VII imperatoris_, part. I. p. 95. Berlino 1839) stampò come del tempo di Enrico VII un bilancio della repubblica di Pisa, steso da Vani di Zeno, e riveduto da Bernardo notajo; ma non può essere di quel tempo, bensì del 1340 circa.
Le entrate nel distretto erano Dal regno Calaritano in Sardegna _fior. d’oro_ 70,000 Dal regno di Gallura in Sardegna » 20,000 Dalle condannagioni in essi due regni » 10,000 Dall’isola d’Elba, netto di spese » 50,000 Dai castelli di Castiglione, della Pescaja e dalla badia del Fango, netto » 12,000 Dal castello di Piombino, fra sale e diritti, netto » 6,000 Mancano l’isola del Giglio ed altri paesi del distretto.
Le entrate della città e del contado sommavano » 168,000 Gabelle nette fior. 48,400 } 78,400 Condannagioni de’ giudici » 30,000 } ———————————— Entrata totale 246,400
_Spese nel distretto._
Nel regno Calaritano per stipendio di venticinque uomini a cavallo fissi, a otto fiorini d’oro il mese ciascuno _fior._ 2,400 Centoventi soldati a piedi per guarnigione de’ castelli, con lire sei al mese » 2,804 Nel regno di Gallura, venticinque uomini a cavallo » 2,400 — cinquanta a piedi » 1,161 Nella città e contado: Per stipendio del podestà e capitano del popolo » 3,225 Per stipendio di trecensettanta pedoni per custodia de’ castelli a lire tre, soldi dieci al mese; e lire 3:2 fanno un fiorino » 17,144 ————————— in tutto » 29,144
Erano spese straordinarie le truppe tolte a stipendio secondo il bisogno. Il quadro è affatto incompleto, mancando fin le spese per armare venti galere, per le fortificazioni, le spedizioni di consoli e ambasciadori, e ponti, vie, canali, abbellimenti. L’entrata sarebbe quattro quinti di quella di Firenze.
Raccogliamo dal Ghirardacci il bilancio di Bologna nel 1381.
_Entrate._
I mulini, a soldi quattro la corba _lire_ 97,000 Vino » 60,000 Sale, a soldi otto la corba » 60,000 Mercatanzia » 24,000 Imbottato di pane, cera, prigioni » 50,000 Dazio alle porte, a soldi quattro il carro » 25,000 Bestie e ritaglio » 20,000 Macinatura e pane » 20,000 Folecelli » 12,000 Condanne e pubblici » 10,000 Affitti e pigioni » 10,000 Carteselle » 7,000 Sgarmiato » 8,500 Buratteria » 7,000 Ritenzioni per difetti » 4,000 Gualchieri » 2,000 Frutti e pesci » 3,000 Fieno e paglie » 2,000 Prigioni e banditi » 4,000 La massa » 2,000 Contado d’Imola » 2,000 Prestatori cristiani » 1,360 ——————————— 427,860
_Spese._
Lancie trecento, a tre cavalli per lancia _lire_ 119,300 Fanti tremila » 157,600 Riparazioni delle mura » 20,000 Munizione a artiglieria » 30,000 Podestà » 7,000 Spesa per gli anziani » 5,670 Vestire la famiglia de’ signori » 1,500 Al vicario del papa » 1,320 Resto di censo » 1,300 Salario dei dottori » 8,000 Corrieri e spie » 6,000 Ambasciadori » 6,500 ————————— 364,190
Marin Sanuto, poco dopo il 1450, ci offre un quadro statistico comparativo delle forze ed entrate delle potenze cristiane, che qui compendiamo.
Il re di Francia può mandar fuori _cavalli_ 15,000 Il re d’Inghilterra altrettanti » 15,000 Il re di Scozia » 5,000 Il re di Spagna » 15,000 Il re di Portogallo » 3,000 Il re di Bretagna (?) » 4,000 Il mastro di San Jacopo di Galizia » 2,000 Il duca di Borgogna » 1,500 Il re Rinieri » 3,000
Tutti possono averne il doppio in casa; e così i seguenti:
I Barcellonesi » 6,000 Tutta l’Alemagna alta e bassa, co’ signori spirituali e temporali, colle città franche e non franche, e l’imperatore » 30,000 Il re d’Ungheria con tutti i duchi, signori, principi, baroni, prelati, cherici e laici » 40,000 Il granmaestro dei Portaspada di Prussia » 15,000 Il re di Polonia » 25,000 I Valacchi » 10,000 La Morea » 10,000 Tutta l’Albania, Croazia, Schiavonia, Servia, Russia e Bosnia » 15,000 Il re di Cipro » 1,000 Il duca di Nisia nell’Arcipelago » 1,000 Il granmaestro di Rodi » 2,000 Il signore di Metelino » 1,000 L’imperatore di Trebisonda » 15,000 Il re di Giorgiana » 5,000 Il duca di Savoja » 4,000 Il marchese di Monferrato » 1,000 Il conte Francesco Sforza duca di Milano » 5,000 Il marchese di Ferrara » 1,000 Il marchese di Mantova » 1,000 La comunità di Bologna » 1,000 La comunità di Siena » 1,000 La signoria di Firenze, con tutte le sue entrate, del 1414 avrebbe messo fuori cavalli 10,000, al presente » 2,000 Il papa s’è veduto del 1414 mettere cavalli 8,000; al presente » 3,000 Il re d’Aragona nel reame di Napoli » 6,000 I principi del reame che sono potenti, in casa sua possono fare » 2,000 La comunità di Genova del 1414 avrebbe potuto tenere cavalli 5,000; ma per le divisioni e le guerre, al presente potrebbe tenere fuori di casa cavalli » 2,000 De’ signori infedeli, il Turco » 200,000 Il Caramano » 30,000 Ussum-Cassan metterebbe cav. 200,000 in servizio di Maometto; fuori » 100,000 Il Corassan » 10,000 Zanza » 100,000 Tamerlano con tutta la sua potenza dei Tartari » 500,000 Il re di Tunisi, di Granata, e le altre città della Barberia fanno galere e fuste a danno de’ Cristiani; in casa hanno cavalli 100,000; fuori di casa » 50,000
_Entrata di alcuni principi cristiani._