Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)
Part 20
Virgilio aveva predetto la venuta di Cristo; laonde nelle feste spettacolose si facea figurare l’immagine di lui insieme colle Sibille. In quell’inclinazione ad acquistare al cielo gli spiriti più elevati, alcuno suppose che san Paolo intraprendesse un viaggio a bella posta per andar a convertire Virgilio, ma lo trovò già morto; avrebbe desiderato tanto acquistare i libri magici di esso, ma non riuscì. A Mantova era tenuto a vicenda per mago e per santo; e fin nel secolo XV vi si cantava un inno nella messa di san Paolo, supponendo che l’apostolo delle genti, nel giungere a Napoli, volgesse uno sguardo verso Posilipo, ove riposavano le gloriose ceneri di Marone, dolendosi di non esser giunto in tempo per conoscerlo e convertirlo:
_Ad Maronis mausoleum_ _Ductus, fudit super eum_ _Piæ rorem lacrimæ:_ _Quem te, inquit, reddidissem,_ _Si te vivum invenissem,_ _Poetarum maxime!_
Ma poichè non potevasi ammettere in paradiso chi fosse mancato di fede _ne’ piè passi o ne’ passuri_, si volle almeno a Virgilio attribuire la massima potenza che uom possa avere in terra, e ch’ei se ne servisse soltanto a vantaggio altrui. Pertanto egli fu supposto fondatore di città ed autore de’ benefizj che Italia tiene dalla natura. I Napoletani narravano mille storie intorno alla grotta di Posilipo, ove additano la scuola di Virgilio, e dove suppongono si ritirasse a far sortilegi ed insegnare le arti segrete a pochi adepti, che con quelle principalmente riuscivano a prosperare le campagne. Con quelle il poeta, in una notte sola, aprì nel masso la famosa grotta; costruì i bagni di Pozzuoli, e su ciascuna vasca il nome dell’infermità che guariva; fece una statua che soffiava in modo, che le ceneri del Vesuvio (per verità non ancora ignivomo) restavano respinte dalle campagne napoletane; fece un cavallo di metallo, che guariva ogni cavallo malato; e una mosca pur di metallo, mercè della quale nessuna mosca più v’ebbe in Napoli. Fu sin detto ch’egli fondasse la città di Napoli, il cui greco nome di Partenope sarebbe traduzione di Virgilio: e soggiungevano che Augusto l’avesse donata a quel poeta con tutta la Calabria. Altre volte egli fa del male, ma contro Augusto, presentato in tal caso come un tiranno o uno stupido, e che lo avea spogliato dell’aver suo; e contro il soldano di Babilonia, aggiunta fatta al tempo delle crociate, quando pure vien fatto educare a Toledo, invece di Atene come diceano i precedenti. Fin al principio del secolo XVII mostravasi a Firenze lo specchio di cui si serviva per le operazioni di necromanzia, e un altro nel tesoro di San Dionigi a Parigi: l’immagine di lui portavasi al collo come un talismano contro gl’incanti: il suo sepolcro credevasi recar felicità al paese: e qualvolta fosse toccato, ne seguiva tremuoto.
Innumerevoli poemi, racconti, romanzi, storie narrano questi prodigi di Virgilio; ma nessuno ha baje più strane che _I fatti meravigliosi di Virgilio, figliuolo d’un cavaliere delle Ardenne_, nella _Margherita poetica_ di Alberto di Eyb (Norimberga 1472). Un rozzissimo Bonamente Aliprandi, vissuto al fine del XIV secolo, stese una _Cronaca mantovana_ in terzine, ove le favole più assurde sono accumulate sopra Marone; e ci perdoni questo genio dell’ordine e dell’armonia se alcun che ne produciamo.
La madre di Virgilio fu avvertita in sogno che dovrebbe partorire un gran poeta:
La donna fece l’animo jocondo; E quando venne lei al partorire, Nacque il figlio maschio tutto e tondo.
Seguono le tirannidi esercitate sopra Mantova da un tal Arrio centurione; per cui Virgilio mutatosi a Roma, ottiene il favore d’Augusto e la restituzione de’ beni suoi, e si mette tutto al poetare:
Ciascuno gli facea grande onore; Filosofo, e poeta di grandezza, Di retorica si era lo maggiore. L’avvenimento di Cristo profetoe, Nella Bucolica sua di valore...
In mezzo a Roma fece un gran fuoco che ardeva continuo, a ristoro de’ poveri, e con un arciero che ver quello tendeva una freccia: un imperatore sperando che questa indicasse qualche tesoro, fece scoccare quella freccia, ed essa colpì il fuoco e lo spense per sempre. Nel palazzo imperiale inalzò tante statue quante erano le provincie dell’impero, con campanelli al collo; e qualunque volta una provincia si ammutinasse, la statua corrispondente scotevasi e sonava, talchè gl’imperatori sapevano ove dirigere l’esercito. Fabbricò uno specchio alto ben cento piedi, sicchè illuminandolo rischiarava tutta la città, oltre che indicava i ladri, i nemici, le guerre. Combinò pure una gola di rame, nella quale chi fosse sospettato di colpa metteva la mano per purgarsi; e se era innocente, la ritirava senza pericolo; se mentiva, non potea ripigliarla finchè non avesse palesato la verità.
Ma l’uomo è soggetto a peccare, massime per amore, e Virgilio vi cascò; il quale da una nipote d’Augusto si lasciò gabbare in modo, che essa, consigliata da un cavaliero suo vago, il persuase a salir da lei entro un paniere che gli calò dalla finestra: ma come fu a mezz’aria, ivi lo tenne sospeso, talchè la mattina tutti si preser la baja di lui. Il poeta se ne vendicò in terribile modo, facendo che in tutta Roma non si potesse più aver fuoco o lume, se non dalle parti posteriori della sua tiranna: beffarda beffata.
La donna in quattro piè posta si giace, . . . . . . . . . . . . . . . . Per foco va a chi bisogno face. L’uno all’altro dar foco non potìa, Perchè e l’uno e l’altro s’ammorzava; Per sè ogni casa tor ne convenìa. Molti giorni passati già si stava Anzi che Roma di foco fornesse; Lo cavalier gran dolore portava. Ma Virgilio che a lui non incresse Per vendicarsi allegrezza facìa, Contento era che ciascun sapesse Che quello incanto lui fatto l’avìa, Per voler la sua beffa vendicare, Non curando di quel che si dicìa. Di foco fornita senza mancare Che fece Roma tutta a compimento, La donna a casa fu fatta tornare.
Dolse ad Augusto dell’oltraggio; e istigato dal cavaliere, fece cacciar prigione Virgilio. Ma tener rinchiuso un necromante sarebbe stato difficile; e
Virgilio d’andarsene pensava. Nel cortile una nave disegnoe; Li prigionieri tutti dimandava, D’andar seco tutti loro pregoe, Dicendo se con lui volìa andare: Alcun per beffa andar accettoe. In quella nave sì li fece entrare; A ognun per remo un baston dasìa, Ed egli in poppa se mise a settare; E a ciascun di loro si dicìa: «Quando comanderò che navigati, Ciascun di voi a navigar si dia, E niente a farlo non ve ne indusiati. Da le prigioni tutti ci usciremo, Condurrovvi, e sarete liberati». Quando gli parve, disse: — Date a remo». Ciascun mostrava forte a navigare, La nave si levò. Disse: — Anderemo». Fuor del cortile si vedea andare, In verso Puglia la nave tirava, Per aria la detta si vedea tirare. I prigionieri, che in prigione stava, Che nella nave non vollero entrare, Veduto il fatto, tutti lamentava.
Augusto si querelò co’ suoi baroni d’averlo indotto ad offendere un uomo, cui il cielo «accordoe Tutte le scienze che il mondo avìa», e promise, se tornasse in corte, usargli ogni onore.
Virgilio intanto, sceso dalla nave, s’indirizzò a Napoli, ma fallata la via,
Passati li vespri, si se trovava Appo una casa, chiedendo albergare.
Non c’è vino; che importa? Virgilio ordina che ammaniscano una corbella d’uva ancor ghezza, e la mettano in un tinozzo con acqua. Non c’è prebenda; che importa? Virgilio manda uno spirito che proprio dinanzi ad Augusto toglie
Un gran taglier di carne allesse Con molti polli, e si se portò in mano.
Augusto comprese che Virgilio solo poteva avergli giocato quel tiro; e a spese di lui si cenò a dovizia e si bevve a josa.
In Napoli fur le feste grandi quando si seppe che Virgilio vi stava s’un’osteria, e il pregarono
Che in Napoli memoria lasciasse Del gran saper, che di lui fa parlare.
Egli adunque scrisse a un tal Melino «suo discepolo valente», che da Roma venisse a lui tosto; e come ci fu,
Tornare a Roma sì gli comandoe: — A Roberto di’ che ’l mio libro ti dia». Di non legger su in quello lo pregoe. Melino tosto si se mise in via, Dì e notte non cessò di camminare Tanto che lui a Roma giugnia. Andò a Roberto a dimandare Lo libro del maestro, che ’l mandava: Gliel diè Roberto senza dimorare. Avuto il libro, indietro ritornava; Di Roma uscito voglia gli venìa Di legger lo libro lui sì bramava. Come a legger lo libro si mettìa, Di spiriti moltitudine granda Contro di lui tutti se ne venìa: — Che vuoi tu? che vuoi tu?» tutti dimanda. Melino allor tutto si spaventoe E de morir ebbe la tema granda. Melino si prese ad argumentare, E di presente a loro comandava Che quella via debban salegare (_selciare_) Da Roma a Napoli a compimenti, Che sempre quella netta debba stare, Gli spiriti sì furon ubbidienti. Quella strada si fece salegare Di sassi vivi senza mancamenti. Melino a Napoli vien a arrivare: Virgilio molto forte ’l riprendìa; Dicea: — Rott’hai lo mio comandamento; Pena ne porterai per fede mia».
Eccovi come le cronache fanno fabbricare la via Appia.
Virgilio, risoluto di dare più bella prova di necromanzia, fece compiere un’altra fabbrica meravigliosa:
Castel dell’Ovo quello si fe fare, E nell’acqua quello si fabbricoe, Che ancor si vede e per opera pare. Ancora oltra di quello si incantoe, Una mosca in un vetro incantava, Che tutte l’altre mosche si caccioe. Alcuna mosca in Napoli non entrava, Questo al popol grandemente piacìa. Ma un’altra fece che più si montava: Una fontana d’incanto facìa, La quale sempre olio si gittava, E dal gittare mai non s’astenìa; E quell’olio si continuava A bastamento di quella cittade: Grand’allegrezza il popolo menava. Altre cose e di grandi novitade Virgilio in quella terra facìa Maravigliose e di grande beltade.
Preso dalla fama di tanti portenti, Augusto chiamò risolutamente a Roma Virgilio. Ma quando l’imperatore ritornava d’Asia vincitore, il poeta se gli fece incontro fin a Brindisi, e «dal gran caldo sì fu combattuto» che ammalò e morì.
Ottavian, che venia con sua schiera, Come la morte di Virgilio udia, Di gran dolor fe lamentanza fera. Ai suoi baroni allora sì dicia: — Di scïenza è morto lo più valente, Non credo che nel mondo il simil sia».
I moralisti del medioevo da tutti questi fatti traevano buoni insegnamenti; ed anche la fine di Virgilio, secondo una tradizione diversa, doveva istruire quanto sia fallace la scienza umana. Perocchè avendo promesso (dice) ad Augusto di fare che gli alberi portassero tre volte l’anno, ed insieme fiori e frutti maturi e acerbi, e che i vascelli rimontassero i fiumi, e si guadagnasse denaro colla facilità con cui si perde, e le donne partorissero coll’agevolezza con cui concepiscono, ed altre meraviglie, pensò tornar giovane per aver tempo a compierle. A un fedelissimo servo insegnò dunque che il tagliasse a pezzi, poi lo salasse in un barile, mettendo la testa sotto, e il cuore in mezzo, e altre avvertenze da fare nel massimo secreto, finchè egli si ravviverebbe. L’imperatore, inquieto della lontananza di Virgilio, fece tanto e tanto, che obbligò il servo a menarlo nel castello difeso da incantesimi, ove il poeta giaceva a pezzi: il che vedendo, e credendolo assassinato, egli uccise il servo. L’opera restò interrotta, e Virgilio più non rivisse.
Traverso alla mitologia del medioevo arrivò la conoscenza di Virgilio, come degli altri antichi, a Dante, il quale non seppe scegliersi guida migliore per giungere, fra i pericoli del mondo, a vedere le pene dei reprobi e le speranze de’ purganti, e fin alla cognizione delle cose superne e della verace beatitudine. Conformavasi egli alle credenze popolari allorchè facea dirgli, per niun altro peccato aver perduto il cielo, che per non avere posseduto la fede; e fa che Stazio rimanga convertito alla verità pel lume appunto venutogli dai vaticinj dell’egloga citata, sicchè dice a Virgilio:
... Tu prima m’inviasti Verso Parnaso a ber nelle sue grotte, E poi appresso Dio m’alluminasti. Facesti come quei che va di notte, Che porta il lume dietro, e sè non giova, Ma dopo sè fa le persone dotte, Quando dicesti: Secol si rinnova, Torna giustizia e primo tempo umano, E progenie discende dal ciel nuova. Per te poeta fui, per te cristiano. _Purg._, XXII.
Una bella e rarissima incisione di Luca d’Olanda rappresenta il poeta entro una corba, spenzolante a mezz’aria; e una femmina alla finestra vicina pare che inviti i viandanti a berteggiarlo.
Ad Amsterdam nel 1552 fu stampata _Ene schone historie von Virgilius, von zijn leven, doot, ende van zijn wonderlike werken di hj deede by nigromantien, ende by dat Behulpe des Dugrels_.
Görres, nei _Volksbücher_, ragiona a lungo l’istoria popolare di Virgilio nel medioevo.
Vedansi pure GENTHE, _Virgil als Zauberer in der Volkssage_.
SIEBENHAAR, _De fabulis, quæ media ætate de Publio Virgilio Marone circumferebantur_.
EDELSTAND DU MÉRIL, _De Virgile l’enchanteur_.
_Franciscus Michel_, _Quæ vices, quæque mutationes et Virgilium ipsum et ejus carmina per mediam ætatem exceperint, explanare tentavit_. Un capitolo di questa tesi per laurea è intitolato: _De scriptoribus medii ævi, qui quædam de magica Virgilii scientia retulerunt_.
APPENDICE VIII.
DANTE ERETICO
Il concetto di Dante eretico fu ridesto dal signor Eugenio Aroux, che ne formò un’opera espressa, col titolo _Dante hérétique, révolutionnaire et socialiste; révélations d’un catholique sur le moyen-âge_. Parigi 1854. L’opera è dedicata a Pio IX _comme une protestation contre l’erreur et le mensonge, que le génie même ne saurait absoudre_. Mentre il silenzio stagna sulle opere italiane, le francesi sono proclamate in paese, echeggiate di fuori; e così avvenne di questa. Noi dirigemmo all’autore una lettera, che qui stimiamo opportuno riprodurre.
_All’amico E. Aroux, Parigi._
_Milano_, 5 _febbrajo_ 1854.
Mi permettete che, invece di storpiar la vostra bella lingua, io vi risponda nella mia e in quella del vostro Dante per ringraziarvi dell’invio del vostro libro? Ma ringraziarvi non basta, giacchè me pure metteste in causa; e, comunque cortesissimo, mi rinnovate il rimprovero già fattomi, nella vostra traduzione della mia _Storia universale_, d’aver io dichiarato «delirio o piuttosto capriccio» quel di due nostri Italiani che vollero dimostrar Dante eretico. Voi campeggiate per loro, e togliete a sostenere che tutte le opere di Dante sono esposizione ereticale, ed aspirazioni rivoluzionarie e socialiste.
È destino dei libri che divengono nazionali e popolari il trovarvi ciascuno ciò ch’e’ vuole; e non abbiam visto cercare nel Vangelo prove contro la divinità di Cristo, come altre volte cabalisti e alchimisti scoprivano nella Bibbia i numeri onnipotenti e la polvere di projezione? Primo ch’io sappia il padre Hardouin, che volle celebrità mediante i paradossi, nel 1727 sostenne che l’autore della _Divina Commedia_ fosse un impostore, seguace di dogmi eterodossi. Ugo Foscolo, trovata ospitalità fra gli Inglesi, a cui potea piacere un ascendente illustre nella gran negazione della unità cattolica, resuscitò quest’eresia di Dante, ma come un paradosso pruriginoso, senza corredo di prove. Il nostro amico Rossetti, sbalzato dalla patria a roder anch’egli il duro pane dell’esiglio fra gl’Inglesi, volle forse blandire a questi, nei _Misteri dell’amor platonico_, fecondando quel germe, e in cinque grandi volumi assunse che, non Dante solo, ma tutti i poeti erotici volevano cantar tutt’altro amore da quello ch’esprimevano: assunto pio per salvare que’ begli ingegni dalla taccia d’essersi logorati in cantar begli occhi, sen di neve e treccie d’oro. Anche Graul, ministro protestante che nel 1848 stampò a Lipsia una traduzione tedesca dell’_Inferno_, vuole a tutt’uomo dimostrare che Dante sviava dal dogma cattolico, e nel _veltro_ ravvisa Lutero, al quale corrispondono perfino le lettere del nome. Voi vi valete di tutti, e venendo a mezza spada, e colla sicurezza che vi danno la conoscenza d’un poeta che avete con tanta abilità tradotto, e un’erudizione estesissima, dedotta dalle fonti più diverse, assalite Dante quasi avesse voluto dimostrare che la supremazia papale è il regno visibile di Satana. Chi vorrà rivedervi il pelo, potrà appuntare errori di particolarità e sovrattutto di quegli eccessi che son forse inevitabili in chi toglie a sostenere una tesi distaccata dal senso ordinario. Che monta? Non la mancanza di difetti, ma l’abbondanza di meriti rende vitale un libro; e il vostro gli ha: ma voi stesso m’insegnate che _la plus grande preuve d’estime, qu’on puisse donner à ses amis, c’est de leur dire la vérité_.
Vi ricordate del Biagioli, pedantesco ammiratore di Dante, che portando costà a battezzare un suo neonato, voleva mettergli nome Dante; e chiedendogli il parroco se san Dante ci fosse, — Se vi sia un Dante santo io nol so; so che v’è il dio Dante». Voi invece me ne fate un Dante satana, e trovate _ignorance, prévention, esprit de parti, mauvaise foi_ in chi leggermente ripudia questa tesi. Io mi confesso francamente fra questi; onde vi tengo obbligato a permettermi che, senza sentirmi a gran pezza capace di lottar con voi di argomenti, vi opponga alcuni _pregiudizj legittimi_.
E in prima, ella è regola del processo inglese, e dovrebb’essere d’ogni buona legislazione, il non aggravare un imputato finchè non siano esausti gli argomenti in suo favore. Or bene; noi cattolici crediamo al Testamento vecchio e al nuovo; ma poichè questi sono lettera morta e bisognano di supplemento e d’interpretazione, ci atteniamo alla tradizione della Chiesa e alla decisione dei papi. Uno dunque che c’intimasse di credere nella Bibbia e al papa se vogliamo esser salvi, e di non abbandonarci al senso individuale, lo pensereste voi perfetto ortodosso? Ebbene, gli è quello appunto che usa Dante, facendo ai Cristiani intimare da Beatrice:
Avete il vecchio e il nuovo Testamento E il pastor della Chiesa che vi guida; Questo vi basti a vostro salvamento... Non fate come agnel che lascia il latte Della sua madre, e semplice e lascivo Seco medesmo a suo piacer combatte.
Io corsi avidamente alla spiegazione di questi versi nella bizzarra analisi, onde passo passo voi accompagnate quella che chiamate _Commedia del cattolicismo_, per vedere come questo passo decisivo interpretavate. Tenendo i due Testamenti, che abbiamo comuni cogli eretici, voi dite che per _pastor della Chiesa_ vuolsi intendere il capo di quell’arcana religione, di quella framassoneria di cui Dante era adepto non solo, ma apostolo. Eppure la parola di _pastore_ è da lui applicata sempre ai papi, sia quando li chiama _in veste di pastor lupi rapaci_; sia quando intima, _di voi pastor s’accorse il vangelista_; sia quando si lamenta che sia usurpata per _colpa del pastor_ la giustizia di Firenze.
Quel medioevo, che da taluni vuolsi dipingere sentina di vizj e dormitorio di servilità, esaminò, discusse, negò: e voi trionfalmente l’avete mostrato. Ma corre gran divario tra scoprire le piaghe d’un malato, e ucciderlo; tra dichiarare che una casa è scassinata e ha bisogno di rinfianchi, e il darvi d’urto per abbatterla; insomma tra riformare la Chiesa e distruggerla. Vero è che anche nel primo uffizio si può errare sino all’eresia; e al tempo di Dante i Fraticelli erano monaci, buttatisi a straordinario rigor di vita, e che pretendevano dover la Chiesa deporre il lusso e le ricchezze per tornare alla indotata semplicità primitiva. Gli è quello che Dante ripete in cento modi, e lo ripetevano persone piissime, gran santi, pontefici, che più? i concilj, nessun dei quali passò senza gravi lamenti del tralignato costume e della sciolta disciplina, e senza fare decreti di riforma. Io collocherei Dante fra questi, e con Pier Damiani, con san Bernardo.
E se quei Fraticelli ammoniti reluttarono, e inorgogliti da una rigida perfezione, sconobbero l’autorità suprema, allora solo uscirono dalla Chiesa, allora cessò la discolpa della buona fede. E così fecero gli Albigesi al tempo di Dante, poi i grandi negatori del Cinquecento. Voi avete descritto maestrevolmente, cioè in breve, la guerra degli Albigesi. Erano fuor della Chiesa; e furono perseguitati con buon diritto, sebbene con modi atroci, convenienti alla ferocia del tempo e d’una guerra civile, più che non alla mitezza cristiana.
Dubbia ancora è la colpabilità ereticale de’ Templari; e non la Chiesa, ma un papa, non con bolla definitiva, ma con breve provvisionale li soppresse; nè sulla loro eresia fu proferita la parola che non falla. Ora, secondo voi, Dante apparteneva all’ordine de’ Templari, stipite della moderna framassoneria, e voleva vendicare sui papi la crociata contro gli Albigesi e la distruzione dei Templari. Ma che? degli Albigesi non una sola volta io trovo cenno nella _Divina Commedia_, non una; nè voi ce l’avete potuto vedere che a forza di allusioni, di premesse, d’interpretazioni; mediante le quali non vi sarebbe stranezza che non poteste trovarvi. Sembra che il fondo di lor dottrina fosse il manicheismo; eppure in Dante tutto spira la libera azione di Dio uno e trino nella creazione e conservazione del mondo, e le quistioni principali versano attorno al combinare la Provvidenza e la Grazia col libero arbitrio dell’uomo.
Quanto ai Templari, ho due pregiudizi: che il loro Ordine ricevette la regola, da chi? da Misraim? da Valdo? no: da san Bernardo. Io non credo che il retto vostro senso vi lasci scorrere fin ad asserire con Lenoix (_Origine de la Framaçonnerie_, p. 235) che san Bernardo stesso era un francomuratore. Dante poi, una volta nomina i Templari: ma dove? dove scagliasi contro Filippo il Bello, perchè spinse le vele nel Tempio, e perchè (soggiunge) crocifisse Cristo _nel suo vicario_, che stava in Anagni. E quel vicario chi era? Bonifazio VIII, la persona più esecrata da Dante (le ragioni son note), il quale ben nove volte lo bestemmia nel suo poema. Lo bestemmia, ma come contrariatore dei Ghibellini, come causa del suo esiglio, come attizzatore delle discordie di Firenze. Ma il vede oltraggiato da un re e da un avvocato? più non ricorda l’uomo, sibbene il papa, _il pastor della Chiesa, il vicario di Cristo_.