Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)

Part 17

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Certo i Romani all’espressione di gente affissero l’idea d’una derivazione comune: ma tale derivazione poteva essere o naturale o civile. Nella convivenza civile o naturale de’ Romani voglionsi distinguere, 1º la famiglia, a cui corrisponde l’agnazione; 2º la gente, a cui corrisponde la gentilità; 3º la cognazione.

La famiglia ha luogo per tutti i cittadini, patrizj siano o plebei, di razza ingenua o liberti: fondasi sopra una base affatto civile, qual è la podestà paterna o maritale, che tutti congiunge sotto un capo comune, qual è il capostipite se fosse ancora vivo.

La gente non abbraccia tutti, ma quei soli che stettero sempre liberi, e i cui ascendenti non furono mai in servitù nè in clientela, e perciò tessono la propria genealogia di generazione in generazione; mentre quelli, un cui ascendente fu cliente o schiavo, devono la loro generazione civile alla stirpe di cui assunsero il nome e i riti. Adunque i membri delle famiglie sempre ingenue sono fra loro agnati e gentili: inoltre sono gentili de’ membri di tutte le famiglie di clienti annesse alla loro gente, o di quelle prodotte dalla famiglia loro mediante l’emancipazione. Questi ultimi hanno dei gentili, ma essi non sono gentili di nessuno: portano il nome e partecipano ai riti della gente cui si attaccano o da cui emanano; possono essere deposti nel sepolcro di quella gente; ma non hanno la qualità di gentili, nè i diritti di eredità e di tutela annessi a tale qualità. In siffatta ipotesi regge la definizione di Cicerone, mentre cade in quella del Niebuhr.

La cognazione, al pari che la famiglia, ha luogo indistintamente per tutti i cittadini, esprimendo il legame fra persone unite per sangue naturalmente, o che la legge reputa tali. Perciò ogni membro della famiglia è pur membro della cognazione; membro anche della gentilità, se trattasi di famiglia perpetuamente ingenua. Laonde tutti gli agnati sono anche cognati fra loro; e nel caso di famiglie sempre ingenue, tutti gli agnati sono anche gentili e cognati fra loro; oltre che son gentili di tutti i membri delle famiglie derivate dalla loro gente.

Ciò condusse alcuni nella falsa credenza che la famiglia e la gente fossero una cosa sola; siccome fece il Vico, al quale rimase sconosciuto il carattere speciale e civile di tale istituzione (_De constantia philologiæ,_ tom. III. p. 198, 279: _De uno universi juris principio et fine_, tom. III. p. 58-107, ediz. dei classici). Erra egli egualmente nel supporre che la gentilità non si perde da chi esce dalla famiglia per adozione: il che ripugna e col senso del diritto civile romano, e colla definizione suddetta di Cicerone. Perocchè ogni membro escluso dalla famiglia cessa d’essere agnato; cessa pure d’essere gentile se trattasi di famiglia gentilizia; ma non cessa di essere cognato di quelli cui è legato per sangue, atteso che l’agnazione e la gentilità sono legami civili, mentre la cognazione è legame naturale.

Adunque la gente, nelle varie agnazioni ond’è composta o che ne dipendono, comprende: 1º la famiglia o agnazione, d’origine perfettamente ingenua; 2º in posizione subordinata, le famiglie o agnazioni plebee dei clienti, le quali fra loro nella famiglia rispettiva sono agnati e cognati, ma tutti hanno per gentili i membri della gente superiore di cui portano il nome; 3º al di sotto ancora le famiglie o agnazioni ingenue adesso, ma che provengono da un’emancipazione operata dalla gente. Se di molta oscurità è involto il legame della clientela, non è meraviglia, giacchè su questo privilegio patrizio pochi documenti rimangono, e cessò presto, mentre durarono sempre la schiavitù e l’emancipazione.

Come dunque l’agnazione è fondata sopra un legame comune di podestà patria o maritale, così la gentilità fondasi sopra un legame di patronato, comunque antico; e l’una e l’altra portano comunanza di nome e di riti, mentre la cognazione si deduce soltanto dai vincoli del sangue; quelle sono legame civile e religioso, questa è di mero diritto naturale.

La gentilità in conseguenza rimane ristretta a quelle poche famiglie che in nessun tempo trovaronsi sotto patronato nè in servitù. In origine non furono tali che i patrizj; ma poi s’introdussero nella città stirpi plebee, le quali non erano state sottomesse alla clientela dei patrizj, come soleano i primitivi plebei; poi, come dicemmo, la clientela andò in dileguo, mentre rimasero la schiavitù e l’emancipazione. Le famiglie plebee poterono dunque costituire genti, col diritto di gentilità, non relativo a clienti che mai non ebbero, ma ai membri delle famiglie derivate da loro per l’affrancazione. E di fatto Cicerone, nella definizione a cui ci appoggiamo, non mette per condizione della gentilità il patriziato.

Da tutto ciò s’inferisce che il titolo e i diritti di gentile spettavano soltanto ai membri della famiglia patrizia del patrono, o della famiglia che essa affrancava, riguardo a quelli della famiglia de’ clienti o de’ liberti. Gentile indicava chi apparteneva ad una stirpe primitiva, con genealogia, propria e sempre ingenua. Il diritto di gentilità sparve di buon’ora: Cicerone già lo diceva raro; Gajo lo dà come disusato (III. 17). E la ragione è chiara, poichè la clientela rimase tolta dall’uguagliamento de’ plebei co’ patrizj: quanto alle emancipazioni, moltiplicandosi all’infinito la successione delle razze, le affrancate ne affrancavano altre; che generavano altre famiglie, considerantisi di maggiore ingenuità quant’era più lontano il tempo del loro affrancamento; per modo che dovettero smarrirsi le traccie della gentilità; si moltiplicavano ed appuravano le famiglie secondarie, mentre nelle successive perdeansi le famiglie primitive. Il diritto di gentilità sopravvisse solo in alcune famiglie poderose, che mettevano onore e interesse nella loro genealogia. Ma mentre i giureconsulti e gli eruditi discordavano intorno a siffatta istituzione, il popolo ne conservò il vero senso nelle voci di _gentile, gentilizio, gentiluomo_, e ne’ corrispondenti che negl’idiomi diversi esprimono una persona di buona estrazione, di puro sangue.

Tornando alle particolarità dei nomi, il _prenome_ indicava l’individuo, come i nostri di battesimo; e davasi al bambino nove giorni dopo la nascita. I prenomi arrivavano appena alla trentina; alcuni erano prediletti in certe famiglie, e aveano da principio qualche significato. Noi gli esibiamo colle etimologie, comecchè spesso forzate, de’ grammatici:

_Agrippa_ da _ægre partus_, nato con difficoltà.

_Appius_, variazione di _actius_, indicava qualche azione particolare: era proprio d’un ramo di casa Claudia, che si estinse colla repubblica: dappoi diventò nome di famiglia.

_Aulus_ da _alere_, consacrato agli Dei alimentatori.

_Cœso_ da _cœdere_, tratto dal seno materno con un taglio.

_Cajus_ o _Gajus_ da _gaudium_, gioja de’ genitori.

_Cnæus_ da _nævus_, neo, macchia sulla pelle.

_Decimus, Sextus, Quintus_ ecc.; numero progressivo de’ figliuoli del padre stesso.

_Faustus_, felice, caro agli Dei.

_Hostus_ da _hostis_, nato in terra straniera; _quod esset in hostico procreatus_, dice Macrobio.

_Lucius_ da _lux_, nato all’aprirsi del giorno.

_Mamercus_, nome osco del dio Marte: era usitato in casa Emilia.

_Manius_ da _mane_ mattina, o da _manus_, che anticamente significava buono.

_Marcus_, nato in marzo.

_Numerius_. Uccisi tutti i Fabj a Crèmera, ne sopravanzò un solo, che sposò la figlia d’un cittadino di Benevento detto Numerio Otacilio, il quale volle che il primogenito si chiamasse Numerio; donde questo prenome venne in quella famiglia.

_Opiter, ob patrem_, nato dopo la morte del padre, ma vivo l’avo che gliene fa le veci.

_Posthumus_, nato dopo sepolto il padre.

_Proculus_, nato nell’assenza del genitore, o nella vecchiaja; _quasi procul progressa ætate_.

_Publius_, divenuto orfano prima d’aver nome, _pupilli facti priusquam prænomina haberent_. Fors’anche si riferiva alla forza del corpo o ad augurio, da _pubes_.

_Servius_, nato da madre schiava.

_Spurius_, di padre incerto.

_Tiberius_, nato presso al Tevere.

_Titus_ deriva da un Sabino di questo nome.

_Tullus_ da _tollere_, indicante l’intenzione che il padre aveva di accettare e allevare il neonato.

_Volero_ da _volo: volentibus nasci liberis parentibus indebatur_, dice un grammatico ch’io non intendo. Era proprio della gente plebea Publilia.

_Vibius?_

_Vopiscus_, usato in casa Giulia; e dicono indicasse un gemello venuto a maturità, mentre l’altro uscì abortito.

Sotto gl’imperatori, parecchi nomi che indicavano famiglie e rami, diventarono personali, come _Cossus, Drusus, Paulus_, e principalmente _Flavius_ dopo che imperarono i Flavj.

Le donne avevano il prenome? Qualche esempio sembra provare il sì; ma generalmente s’indicarono col nome di famiglia del padre o del marito, distinguendole una dall’altra cogli epiteti di _major, minor, tertia_, e per vezzo _primilla, secundilla, tertilla_ ecc.

Il _nome_ dicemmo come indicasse la gente, cioè la casa. Primieramente esprimeva l’origine d’essa casa, o il luogo donde veniva; perciò finivasi per lo più in _ius_. Alcuno traevasi da antichi prenomi, come _Marcius_ da Marco, _Postumius_ da Postumo; o da qualche animale, _Porcius, Asinius_; o da funzioni sostenute, o da altra accidentale particolarità.

Dal non avere gli Etruschi usato il nome, volle arguirsi non conoscessero la divisione per genti; ma conviene ricordare che neppure i Romani lo adoprarono nei primi tempi.

Ogni casato distinguevasi in più rami, chiamati _stirpes_ che si dividevano in _familiæ_, a cadauna delle quali si affiggeva un nome particolare, che era il _cognome_. Per lo più deducevasi da circostanze speciali del capostipite, buone o cattive qualità, difetti corporei, imprese e simili. Non termina in _ius_, ma in _us_, in _or_, ecc.

L’_agnome_ s’aggiungea talvolta ai tre precedenti per indicare la stirpe, o per memoria di qualche splendido fatto, o per esprimere che uno era entrato nella famiglia per adozione. In quest’ultimo caso, un figlio di famiglia rinunziava ai suoi diritti di nascita, e diveniva membro della famiglia in cui entrava; e conservando il prenome suo, assumeva il nome del casato e della famiglia del padre adottivo; se conservasse l’antico suo casato, mutavane la desinenza in _ius_ o _anus_, e lo collocava come agnome dopo il nuovo nome e cognome. Publio, figlio di Paolo Emilio vincitore di Perseo, quando fu adottato da Publio Cornelio Scipione Africano, s’intitolò _Publius Cornelius Scipio Africanus Æmilianus_, al che poi aggiunse il soprannome di _Numantinus_.

Taluni, in luogo dell’agnome, portavano il nome della tribù o curia a cui appartenevano, ponendolo all’ablativo: per tal modo gli ablativi _Curio, Capito_ ecc. divennero nomi di famiglia.

Le genti o casati romani, ricordati dalla storia prima degl’imperatori, sono da censettanta, di cui un terzo patrizj, gli altri plebei. Fra i primi, tredici o quattordici pretendeano derivare da Troja o da Alba, e avere costituito il senato de’ prischi re, onde chiamavansi _majorum gentium_. Secondo Dionigi d’Alicarnasso, appena un cinquanta famiglie patrizie sopravvivevano al finire della repubblica; e Tacito (_Ann._, XI. 21) asserisce che nessuna ne avanzava al tempo di Claudio. Ne poniamo qui la serie, anche perchè giova conoscerle per interpretare le epigrafi:

1. GENS ÆMILIA asseriva discendere da Emilio figlio d’Ascanio. Spesso adottava il prenome _Mamercus_, che indicò poscia un dei rami, mentre l’altro fu detto _Lepidus_. Dai Mamerci si formò il ramo _Paulus_, diviso esso pure in Pauli e Lepidi. V’apparteneano anche gli Scauri; dei quali l’ultimo Mamerco Scauro, poeta e oratore, fu ucciso sotto Tiberio per lesa maestà, adulterio e sortilegio. Dei Lepidi molti compajono ancora sotto i primi imperatori; Marco Lepido, nipote d’Augusto, cognato e complice di Caligola, congiura con Agrippina e Giulia, ed è ucciso.

2. GENS ANTONIA voleva derivare da Ercole.

3. GENS CLELIA, da un compagno d’Enea, ed ebbe fra’ suoi la celebre Clelia.

4. GENS FABIA, da un fratello d’Ercole. Trecentosei perirono a Crèmera, rimanendo solo Fabio Vibulano. Questo cognome voleano derivare da Vibo, città dei Bruzj fondata da Ercole: fu mutato in _Ambustus_ per una saetta che colpì uno di quella casa. Il ramo più celebre degli Ambusti era il _Maximus_, da cui fu Fabio Massimo che salvò Roma da Annibale, e che venne chiamato _Verrucosus_ in grazia di un porro che aveva sul labbro, _Avicula_ per la naturale sua bontà, _Cunctator_ pel temporeggiare con cui ripristinò le cose. Questa casa finì nel primo secolo dopo Cristo.

5. GENS GEGANIA, da Gia compagno di Enea.

6. GENS JULIA, da Julo figlio d’Ascanio. Da Cajo Giulio Julo, console nel 265 di Roma, veniva il ramo dei _Libo_, che uscente il _v_ secolo prese il nome di Cesare, o perchè uno de’ suoi membri fosse venuto in luce pel taglio cesareo, o perchè avesse ucciso un elefante, che tal nome porta in lingua punica.

7. GENS JUNIA, da un Giunio compagno d’Enea. Era di questi Giunio Bruto, espulsore dei re. Coi due figli ch’e’ mandò al supplizio finì quella casa, essendo plebei i Giunj che dappoi s’incontrano.

8. GENS NAUTIA, da Naute compagno d’Enea, nella cui famiglia era il privilegio del sacerdozio di Pallade. I membri di questa casa presero il soprannome _Rutilus_, e spesso il prenome _Spurio_; e l’ultimo nominato fu il console del 467.

9. GENS QUINTIA. Tre rami s’illustrarono, il _Capitolinus_, il _Cincinnatus_, il _Flaminius_. Nel VI secolo ai Capitolini e ai Barbati succedono i Crispini, detti dai capelli crespi. Anche i Cincinnati sono detti dai ricci, suddivisi poi in due rami, di cui il cadetto si chiamò _Pennus_: nel 403 cessano di comparire nella storia, sopravvivendo oscuri; Caligola vietò loro i capelli ricci. I Flaminj ebbero tal nome dall’essere flamini di Giove: dopo il vincitore di Filippo, console nel 631, più non si parla di questo casato.

10. GENS SERGIA, da Sergeste compagno d’Enea: suoi rami principali i _Fidena_ e i _Silo_. L’ultimo de’ Fidena conosciuti era tribuno militare nel 375. I Silo, così detti dal fondatore di questa casa che avea il naso ritorto, diedero il famoso Catilina.

11. GENS SERVILIA: principali rami i _Prisci_ e i _Cepiones_. Alcuni dei quali portarono il soprannome di _Ahala_ o _Axilla_, da un difetto nelle spalle; e scompajono dopo il V secolo. Da’ Cepioni usciva la madre di Marco Bruto, che adottato dallo zio, prese i nomi di Servilio Cepione Bruto: con lui finirono i Servilj. Più avanti accenneremo l’altra famiglia plebea.

12. GENS VALERIA, stratta da Voluso, venuto a Roma con Tazio. Publio Valerio Voluso fu console il primo anno della repubblica, ed ebbe il titolo di _Poplicola_. Suo fratello, dittatore nel 260, chiamossi _Massimo_ per aver riconciliato il senato col popolo. Da questi due fratelli discesero due linee. Quella del maggiore si suddivise in due collaterali, i _Poplicola_ e i _Potitus_, detti poi _Flaccus_ nel V secolo. La linea del Massimo prese anche il nome di _Corvius_ o _Corvinus_, in memoria del combattimento con un Gallo, sostenuto dal più famoso di loro casa. Il pronipote suo v’aggiunse il nome di _Messala_ per aver preso Messina. Discendea da loro Messala Corvino, protettore di Tibullo. Altri rami di questa casa erano i _Levinus_, i _Falto_ ecc., oltre i plebei.

13. GENS VETTIA, oriunda sabina. Un Vettio fu interrè fra Romolo e Numa. _Judex_ chiamavasi una sua linea.

14. GENS VITELLIA è delle antichissime; volea provenire da Fauno re degli Aborigeni, e dalla dea Vitellia: ma restò oscura fino all’imperatore Vitellio.

Da queste quattordici case, _sangue purissimo di semidei_, veniamo alle _minores gentes_:

1. GENS ÆBUTIA. Dal ramo _Elva_ uscirono varj consoli nel III e IV secolo.

2. GENS ÆTERIA o ATERIA, in cui erano i _Fontinales_.

3. GENS AQUILIA, da _aquilus_ nero. Erano di essi quello cui Mitradate VII fece colar oro in gola, e il giureconsulto che fu pretore con Cicerone.

4. GENS ATILIA, col soprannome di _Longus_.

5. GENS CASSIA. Suoi rami i _Longini_ e i _Viscellini_: soli i primi s’illustrarono.

6. GENS CLAUDIA. Atto Clauso Regillense, ricco sabino, mutatosi a Roma dopo la cacciata dei re, prese il nome di Appio Claudio, donde la gente più arrogante. Suo nipote fu decemviro: un altro costruì la via Appia, ed ebbe il soprannome di _Cieco_. Un suo figlio diede il soprannome di _Pulcher_ alla sua linea, estintasi nella guerra civile. Il Clodio famoso si fece adottare da un plebeo per divenire tribuno, mentre, fino a Nerone, nessun plebeo era stato adottato dai Claudj. Da un altro Claudio, soprannominato _Nero_ che in sabino significa prode, discesero gl’imperatori Tiberio, Claudio, Caligola, con cui finì la gente Claudia patrizia, stata cinque volte alla dittatura, ventotto al consolato, sette alla censura, e che avea menato sei trionfi e due ovazioni.

7. GENS COMINIA: due rami, _Aruncus_ e _Laurentinus_.

8. GENS CORNELIA, la più numerosa e illustre pei più grand’uomini. De’ molti suoi rami quattro sono certamente patrizj:

I _Lentuli_, detti da uno che aveva la pelle chiazzata di lentigini, o che introdusse la coltivazione delle lenti. Il primo console loro trovasi nel 451, l’ultimo nel 736. Publio Cornelio Lentulo console nel 683, fu cognominato _Sura_, polpaccio della gamba, perchè avendogli Silla chiesto conto del denaro amministrato come questore, egli rispose che la sua gamba ne renderebbe ragione, alludendo a un trastullo fanciullesco, ove era percosso su quella parte chi mancava di sveltezza.

I _Maluginenses_. Un ramo ebbe nome di _Cossus_ cioè rugoso, poi di _Arvina_ grasso.

I _Rufini_, nominati dal colore de’ capelli, illustrati principalmente da Silla dittatore, il cui bisavo avea avuto tale soprannome perchè l’oracolo sibillino l’avea incaricato di celebrare i giuochi ad onore di Apollo.

Gli _Scipiones_, più famosi, provengono da uno che al padre cieco serviva di _bastone_ (σχηπιον). Nel IV secolo si divisero in quattro linee, _Hispallus, Nasica, Africanus, Asiaticus_. Gli Ispalli furono i meno illustri, detti da _Hispanus_, un di loro che portò primo la notizia della conquista di Spagna fatta da suo fratello. I Nasica durarono a lungo, e sotto Nerone uno d’essi era sposo di Poppea. Gli Africani e gli Asiatici venivano dai due fratelli vincitori d’Annibale e di Antioco: il primo adottò il figlio di Paolo Emilio, che non ebbe discendenza; degli Asiatici trovasi un console nel 671. Dice Cicerone che, fino a Silla, il cadavere di nessun Cornelio era stato bruciato, costumandosi di sepellirli. Sotto i primi imperatori troviamo ancora un Publio Silla, genero di Claudio, esule a Marsiglia, ucciso da Nerone; Publio Cornelio Scipione, marito della prima Poppea; molti Lentuli consoli; un Gneo Dolabella, scannato per ordine di Vitellio; Gneo Cinna, graziato da Augusto; un Maluginese flamine diale. Altri erano plebei.

9. _Gens Curtia_, oriunda del paese dei Sabini.

10. _Gens Fossia_. Uno de’ suoi soprannomi era _Flaccinator_, quasi infiacchitore.

11. GENS FURIA o _Fusia_ da Medullia ne’ Latini venne a Roma sotto Romolo. Due rami s’illustrarono, il _Medullinus_ e il _Camillus_: dopo il 429 non appajono nella storia fino al 780, quando un Furio Camillo proconsole d’Africa è nominato da Tacito. Un altro ramo dei Furj chiamavasi _Pacilus_. Ebbero sette dittatori, venti consoli, ventitre tribuni militari, quattro censori, sette trionfanti.

12. GENS GENUCIA. È notevole il ramo _Augurinus_.

13. GENS HERMINIA. Un suo ramo diceasi _Esquilina_.

14. GENS HORATIA. Uno fu console l’anno della cacciata de’ re, e chiamossi _Pulvillus_ dal nome dei letti che faceansi a onore degli Dei. Ne uscirono Orazio Coclite e i tre vincitori de’ Curiazj.

15. GENS HORTENSIA. Il celebre oratore Quinto Ortensio era del ramo _Ortalus_.

16. GENS HOSTILIA. Diversi portano il soprannome di _Mancinus_, altri di _Cato_.

17. GENS LÆTORIA, forse tutt’uno colla _Plætoria_ plebea.

18. GENS LARTIA. _Lars_ indicava i capi degli Etruschi.

19. _Gens Lucretia_. I più famosi sono il _Tricipitinus_ e il _Vespillo_, detto da Claudio Lucrezio edile, che fece gettar nel Tevere il cadavere di Tiberio Gracco; e _vespillo_ vuol dire becchino.

20. GENS MÆLIA. Suo soprannome fu _Capitolinus_.

21. GENS MANLIA: principali rami, _Vulso, Capitolinus_ e _Torquatus_. Un Vulso fu console nel 280; poi prese nome dal Manlio salvatore del Campidoglio. Un nipote di questo fu nominato _Imperiosus_ per l’arroganza onde comandò a’ cittadini di prendere le armi. Suo figlio maggiore lo conservò; il minore prese quello di _Torquatus_ da un monile (_torques_) ch’e’ tolse a un Gallo vinto in duello, e che i suoi portarono per distintivo finchè Caligola il vietò.

22. GENS MENENIA. Costumava i soprannomi d’_Agrippa_ e di _Lanatus_.

23. GENS MINUCIA. Il ramo che arrivò ai primi onori, massime nel III secolo, chiamavasi _Augurinus_, da qualche augure: un altro diceasi _Rufus_.

24. GENS NUMICIA, col soprannome di _Priscus_.

25. GENS OCTAVIA. Della famiglia patrizia trovansi i rami _Rufus_ e _Balbus_.

26. GENS PAPIRIA. I suoi rami patrizj _Mugillanus, Cursor, Crassus, Masso_ scompaiono dopo il secolo VI.

27. GENS PINARIA. I Pinarj e i Potizj volevansi far discendere da due Arcadi, venuti con Evandro in Italia. Godevano per eredità il sacerdozio d’Ercole, il quale dicevano gli avesse iniziati ai misteri del suo culto. I due rami erano uguali, finchè una negligenza de’ Pinarj diede la prevalenza ai Potizj. Ma avendo questi consentito che alcuni schiavi appartenenti alla repubblica adempissero certe funzioni del loro sacerdozio, gli Dei ne presero tal collera, che in un anno estinsero tutti e dodici i rami di quella famiglia; e Appio Claudio, che vi avea consentito, rimase cieco.

28. GENS POSTUMIA: avea il privilegio di far sotterrare i suoi morti in città. Il ramo principale chiamasi _Tubertus_. Una delle sue suddivisioni, _Albus_ o _Albinus_, unì l’epiteto glorioso di _Regillensis_ quando Albo Postumio vinse i Latini al lago Regillo. Sussistettero i Postumj quanto la repubblica.

29. GENS QUINTILIA. Nel 301 Sesto Quintilio fu console: suo figlio chiamossi _Varus_, perchè era sbilenco: e tal nome passò ai successivi.

30. _Gens Sempronia_. I patrizj portavano anche il nome di _Atratinus_: ma i più celebri furono plebei.

31. GENS SESTIA, soprannominati _Capitolini_.

32. GENS SICINIA, soprannominati _Tusci_ e _Sabini_.

33. GENS SULPITIA, generata da Giove e Pasifae. Il ramo anziano nomavasi _Camerinus_ da Cameria, già noto ai primi tempi della repubblica, e ancora sotto Nerone; il ramo _Galba_ s’estinse coll’imperatore di questo nome.

34. GENS TARQUILIA, col soprannome di _Flaccus_.

35. GENS TITINIA.

36. GENS VETURIA, spesso ricorre nei fasti consolari del _iii_ secolo; un suo ramo chiamavasi _Geminus Cicurinus_, uno _Crassus Cicurinus_, uno _Calvinus_, una _Philo_.

37. GENS VIRGINIA, illustre nel III e IV secolo, portava il soprannome di _Tricostus_, cui alcuni aggiunsero _Cœlimontanus_, altri _Rutilius_.

38. GENS VOLUMNIA. Vi si nota il soprannome d’_Amintinus_ e di _Gallus_.

Ora enumeriamo le case plebee, salite ad onori, massime in tempo della repubblica:

1. _Gens Acilia_. Durante la repubblica questo casato ricorre quattro volte fra’ consoli, e dodici ne’ tre primi secoli di Cristo. Altri rami v’erano, come i _Balbi_.

2. GENS ÆLIA, per antichità è lodata da Orazio, (_Od._ III. 1). I rami dei _Pœtus_ e dei _Tubero_ ricorrono spesso dopo il 317. Avvi pure i _Ligur_, i _Gallus_, i _Lamia_, de’ quali ultimi era Sejano. A un Lamia l’imperatore Domiziano tolse la moglie e la vita.

3. GENS AFRANIA.

4. GENS ALBIA.

5. GENS ALFINIA.

6. GENS ANICIA.

7. GENS ANNIA, coi rami _Luscus, Bassus, Rufus, Capra_.

8. GENS ANTISTIA, ebbe parecchi tribuni del popolo; al consolato giunse solo il 748; un ramo erano i _Labeo_ o _Veteres_, di cui fu Antistio insigne giureconsulto.