Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)
Part 16
Singolarmente meritano riguardo le sue riflessioni sull’Italia primitiva, sulle famiglie patrizie e le curie, sul Comune e le tribù plebee, sulle centurie e la costituzione di Servio Tullio, e sui nexi. Suppone che le favole de’ primi tempi nascessero dalle _nenie_ onde si celebravano i morti, e dai canti che dicemmo usarsi nei banchetti; talchè le prime avventure di Roma sarebbero o canti isolati o epopee. La storia di Romolo costituisce da sè un poema; brevi canzoni separate si riferiscono a Numa; un altro poema comprende Tullo Ostilio, gli Orazj, la ruina d’Alba; la storia d’Anco Marzio non dà sentore di poesia, ma con Tarquinio Prisco comincia un altro poema, che finisce alla battaglia affatto omerica del lago Regillo, poema più grandioso di quanto Roma abbia mai più immaginato, e che non è ristretto all’omerica unità, ma piuttosto corrisponde alla varietà dei Niebelunghi, cioè del gran poema della primitiva Germania, scoperto anch’esso a’ nostri giorni.
Conobbe egli il Vico? Egli concorda con questo nel considerare poetica la natura della storia romana, paragonarla alle più antiche, e rischiararla con le moderne. Entrambi videro la città fin dall’origine ripartita in due classi, patroni e clienti; ma in questi il Vico scorge subito l’origine della plebe romana, mentre il Niebuhr non la fa nascere se non quando Anco aggrega i vinti alla polizia di Roma. In Servio notano entrambi un progresso de’ plebei verso l’equità civile: ma il Vico trova concesso loro soltanto il diritto naturale o il bonitario possesso dei campi, pagando un annuo censo, e obbligandosi a servire nell’esercito; mentre il Niebuhr, oltre la conferma del dominio quiritario, fa concesso a loro il suffragio ne’ pubblici affari, quindi un censo pubblico, e soldo dato ai guerrieri. Il Vico poi mette principalissimo fondamento del suo sistema storico la religione degli auspizj, mentre il Niebuhr non ne tocca tampoco; e questa è forse la ragione che più vaglia per quelli che asseriscono non avere il Danese conosciuto il nostro pensatore, del quale mai non fa cenno.
Guglielmo Schlegel, negli _Jahrbücher von Heidelberg_, 1816, Nº 53, entrò quasi a piè pari nell’opinione del Niebuhr, sebbene in alcune particolarità lo confuti, e massime neghi che i poemi cantati ai conviti potessero essere epici, supponendoli soltanto canzoni brevi e sconnesse, quali convenivano ai Latini, diseredati del genio epico della Grecia. Staccossi invece affatto dal Niebuhr Nicolò Wachsmuth nella _Aeltere Geschichte des römischen Staats_, pure combattendo Tito Livio e le scolastiche opinioni.
Carlo Peter continuò la storia del Niebuhr dal punto ove questo l’avea lasciata in tronco. Fiedler sostiene che molti documenti scamparono dall’incendio gallico; ed anche altre città ne conservarono, quantunque i più antichi storici non se ne valessero. Più ameno il francese Michelet, nella _Histoire romaine_ profittò di tutti i precedenti, come il mostrano le copiose note di cui la arricchì; mentre nel testo espone i risultamenti della critica, volendo fare _una storia, non una dissertazione_. Seguace, non ligio del Niebuhr sul principio, ha sopra questo (oltre il metodo e l’esposizione) l’avvantaggio di considerare intera la vita di quel popolo, non le origini soltanto. Distingue egli nella civiltà romana tre età: l’italiana fino a Catone; la greca, cominciata cogli Scipioni, e che produce il secolo d’Augusto in letteratura, e di Marco Aurelio in filosofia; l’orientale, che vince i vincitori dell’Oriente. Quanto alla storia politica, nella prima epoca la città si forma col pareggiamento e la mistione dei due popoli, patrizio e plebeo, fino al 350; nella seconda si forma l’impero colla conquista e l’ammissione degli stranieri; poi dopo la guerra Sociale, la città è aperta a tutti i popoli.
Fu pubblicato a Londra _An inquiry into the credibility of the early roman history_, 1855, vol. II, di GIORGIO LEWIS CONWALL cancelliere dello Scacchiere della regina d’Inghilterra, ove si sostiene che quasi nulla sappiamo delle cose romane prima dell’invasione di Pirro. Invece GERLACH e BACHOFEN (_die Geschichte der Römer_, Basilea 1851) sostengono la verità de’ primi fatti romani.
Vedasi pure H. TAINE, _Essai sur Tite Live_; saggio premiato dall’Accademia Francese nel 1856.
Stimiamo opportuno soggiungere una lista di autori che giova consultare.
CLUVERIUS, _Italia antiqua_. Miniera di tutti quelli che parlarono delle origini italiche, e che agevolmente poterono darsi aria di eruditi mercè le copiosissime sue citazioni.
GRÆVIUS e SALLENGRE, _Thesaurus antiquitatum romanarum._
CONRADINI, _De priscis antiqui Latii populis._
VULPI, _Latium vetus_.
LACHMANN, _Commentatio de fontibus Titi Livii in prima Historiarum decade._
HEEREN, _De fontibus et auctoritate Vitarum Plutarchi_.
KRAUSE, _Vitæ et fragmenta veterum historicorum romanorum_.
PETERSEN, _De originibus historiæ romanæ._
HAECKERMANN, _Vindiciæ antiquitatum romanarum._
SPANGENBERG, _De veteris Latii religione domestica._
DAUNOU, _Cours d’études historiques_.
HOOKE, _Discours et réflexions critiques sur l’histoire et le gouvernement de l’ancienne Rome._
LEVESQUE, _Doutes, conjectures et discussions sur différents points de l’histoire romaine_.
— _Histoire critique de la république romaine._ Severo esame della millantata gloria latina, ma arbitrario e inferiore a’ suoi predecessori.
NITSCH, _Beschreibung des häuslichen, wissenschaftlichen, gottesdienstlichen, politischen, und kriegerischen Zustandes der Römer, nach den verschiedenen Zeitaltern der Nation_.
FERGUSSON, _The history of the progress and termination of the roman republic._
ADAM, _Roman antiquities._
RUPERTI, _Handbuch der römischen Alterthümer._
Per la descrizione dei luoghi e la rappresentazione:
NARDINI, _Roma vetus._
PIRANESI, _Antichità di Roma._
ROSSINI, _I sette colli di Roma antica e moderna._
VENUTI, _Descrizione topografica delle antichità di Roma_, edita da Ennio Quirino Visconti, i lavori del quale sono una miniera d’altre notizie.
VALLADIER, _Raccolta delle più insigni fabbriche di Roma antica e sue adjacenze_, con illustrazioni di F. A. Visconti.
DESGODETS, _Les édifices antiques de Rome_, con buoni disegni.
PLATNER, BUNSEN, GERARD e altri Tedeschi, _Beschreibung der Stadt Rom._
Vi è premesso un catalogo di tutte le descrizioni di Roma, cominciando dal _Curiosum urbis Romæ_. La parte topografica fu confutata da G. W. BECKER nel _Manuale delle antichità romane_, Lipsia 1843. Vedansi pure PIALE, _Dissertazioni accademiche_ XXIV, sopra la topografia di Roma, 1832-34, e RIVA, _Dell’antico sito di Roma_; PIETRO ROSA, _Topografia della città e campagna di Roma_, 1857, nella proporzione di 1 a 200,000.
Illustrazione alle antichità e ai dintorni di Roma portarono Carlo Fea (_Sul ristabilimento della via Appia_, 1835), Antonio Nibby (_Viaggio antiquario nei contorni di Roma_, 1819. _Analisi della carta dei contorni di Roma_, 1837), il Poletti, Pier Ercole Visconti (_La via Appia_, 1832) e Luigi Canina. Quest’ultimo nel 1839 stampava a Roma il volume V della _Storia e topografia della Campagna romana antica_, ove nel discorso preliminare dà ampia informazione di quelli che espressamente o indirettamente trattarono dell’argomento stesso. Il suo concetto sulla credibilità de’ primi storici così esprime: — È vero che i fondamenti su cui si basano le narrazioni storiche de’ primi tempi d’Italia, sono poco stabili; ma allorchè non se ne trovano dei migliori per quanto profondamente si scavi, reputo essere più prudente attenersi a quei che ci prestano gli strati più sicuri, che di fabbricarne superficialmente degli artifiziali. Quindi sono di parere che sieno più nocivi che utili alla maggior cognizione delle cose antiche gli scritti di coloro che, nulla apprezzando l’autorità de’ prischi documenti, cercano di distruggere un edifizio basato sulle più profonde radici, senza saper edificare niente di buono».
Dello stesso si hanno _L’antica città di Vejo, L’antica Etruria marittima. Descrizione dell’antico Tusculo_, ed altre monografie.
TUSCULO, _Sostruzioni della via Appia; Esposizione topografica della prima parte dell’antica via Appia_; ed altre monografie.
Possono anche vedersi JACOBINI, _Memorie sullo scavo della via Appia fatto nel_ 1851.
VIOLA, _Tivoli nel decennio della deviazione del fiume Aniene, nel traforo del monte Catillo_; 1848.
BORMAN, _Altlatinische Chorographie und Stadtgeschichte_. Halle 1852.
KUDSCHEIT, _Tab. geographica Italiæ antiquæ_. Berlino 1851.
PONZI, _Mémoire sur la zone volcanique d’Italie_, nel _Bull. de la Société géologique de France_; 1853.
LATEROULLY, _Plan topographique de Rome antique et moderne_. Parigi 1841.
LEVEIL, _Plan de Rome au temps d’Auguste et de Tibère_. Ivi, 1847.
Un riassunto di tutti in _Ernest Desjardins_, _Essai sur la topographie du Latium_. Ivi, 1854; e in DYER nel _Dictionary of greek and roman geography_. Londra 1856.
Per la cronologia:
_Fasti romani_, editi dal Grevio e da Almeloveen.
GHIGI, _Annales Romanorum_, che vanno sino a Vitellio.
E tutti gli illustratori dei Fasti consolari.
Per le costumanze:
BOETTIGER, _Sabina_. Suppone di descrivere le occupazioni d’una elegante romana.
BECKER, _Gallus_. Viaggio sul modello di quelli del giovane Anacarsi.
MAZOIS, _Palais de Scaurus, ou description d’une maison romaine_.
— _Ruines de Pompej_.
HAUDEBOURT, _Le Laurentin, maison de campagne de Pline le Jeune_.
DESOBRY, _Rome au siècle d’Auguste._
MEIEROTTO, _Sitten und Lebensart der Römer in verschiedenen Zeiten der Republik_.
Sul diritto:
SIGONIUS, _De antiquo jure civium romanorum_.
BEAUFORT, _La république romaine, au plan général de l’ancien gouvernement de Rome_.
— _Histoire critique du gouvernement romain_.
TEXIER, _Du gouvernement de la république romaine_.
SAVIGNY, _Gesch. des römischen Rechts in Mittelalter_. Quivi e nelle illustrazioni delle tavole d’Eraclea diede idee del diritto italico ben più precise che non il Sigonio, l’Eineccio e gli altri precedenti.
COSMAN, _Disputatio historiæ juridicæ de origine et fontibus legum XII Tabularum._
GRAUERT, _De XII Tabularum fontibus atque argumento._
BACH, _Historia jurisprudentiæ romanæ_.
GIRAUD, _Histoire du droit romain._
WALTER, _Gesch. der Römischen Rechts_.
MACKELDEY, _Storia delle fonti del diritto romano_ (inglese).
HUGO, _Elementi della storia del diritto romano_ (tedesco).
ORTOLAN, _Histoire de la législation romaine_.
— _Explication historique des Institutes de Justinien_.
HAUBOLD, _Institutiones_, con preziose aggiunte di C. E. Otto.
LAURENT, _Histoire du droit des gens et des relations internationales_.
PELLAT, _Droit privé des Romains._
LA FERRIÈRE, _Histoire du droit civil de Rome._
ZIMMERN, _Gesch. der römischen Privatrechts_.
MACÉ, _Sur les lois agraires_.
MOMMSEN, _Die römische Tribus in administrativer Beziehung_. Altona 1844.
Per la milizia, omettendo i più antichi:
GHICHARD, _Mémoires militaires sur les Grecs et sur les Romains_.
LANGE, _Historia mutationum rei militaris Romanorum ab interitu reipublicæ usque ad Constantinum Magnum_.
LOEHR, _Das Kriegswesen der Griechen und Römer_.
SONKLAR, _Abhandlung über die Heeresverwaltung der alten Römer in Frieden und Krieg_.
Per la religione:
LACROIX, _Sur la religion des Romains, d’après les fastes d’Ovide_.
HARTUNG, _Die Religion der Römer nach den Quellen dargeslellt_.
AMBROSCH, _Ueber die Religionsbücher der Römer_.
— _Studien und Andeutungen im Gebiet des altrömischen Bodens und Cultus_.
KLAUSEN, _Æneas und die Penaten_.
WOENIGER, _Das Sacralsystem der Römer_.
Su singoli punti occorrono dissertazioni negli atti delle Accademie, specialmente in quella delle Iscrizioni di Parigi, e in quelle di Gottinga e di Torino. In Germania non va anno, massime dopo il Niebuhr, che non si pubblichino molte monografie; e singolarmente lodate furono quelle del Savigny, Warnkönig, Schutz, Huscke, Gerlach, Drumann, Göting, Hullmann, ecc. Tra le francesi sono importanti
DUREAU DE LA MALLE, _Économie politique des Romains_.
LECLERC, _Des journaux chez les Romains_. Tende ad acquistare alcuna certezza ai racconti anche primevi.
Francesco Greuzer, nell’_Abriss des römischen Antiquitaten_, ad ogni capitolo offre una serie d’opere a consultarsi in proposito, poi una sequela di quesiti, indicando succintamente le risposte, e lasciando che fra le varie scelga il lettore. Per fermarci a quelli che ora ci occupano, ecco parte del primo capitolo: «Sulle origini, differenti opinioni degli antichi e de’ moderni, vedasi SCHWARTS, _Osservazioni su Nieuport, Compend. antiq. rom.,_ pag. 13. — FABRICIUS, _Bibl. antiquar._, pag. 215-16. — RUHNKEN, _Prælect. academ. in antiq. rom._, I. 1. — CICERONE, _De Rep._, II. 7. Tradizione che fa Roma colonia d’Albalonga. Id., II. 2. _Concedamus enim famæ hominum_, e poi _Ut jam a fabulis ad facta veniamus_. Osservazioni su questo passo da paragonare colla storia romana di LEVESQUE, pag. 434, e d’altri moderni. Erodoto sopra Turio in Enotria, anno 310 di Roma, non sa nulla di Roma, ma parla assai de’ potenti Tirreni che combatterono i Focei, i. 166 (confrontisi NIEBUHR, _Hist. rom._, I. 84), e che diedero il loro nome a tutta l’Italia occidentale fino al 420 (DIONIGI D’ALICARN., I. 23, 29). Spesso la nazione tirrena ha per capo un lucumone distinto per sapere (LIVIO, I. 2; V. 33. — ATENEO, IV. 153; XII. 517. — MAFFEI, _Verona illustrata_, I. — LAMPREDI, _Del governo civile degli antichi Toscani_, 1760. — LANZI, _Saggio di lingua etrusca_, 1789. — MICALI, _L’Italia avanti il dominio dei Romani_, 1810. — INGHIRAMI, _Monumenti etruschi_, 1820). Roma fu fondata dagli Etruschi o dai Tirreni? Roma è colonia di Cere? (NIEBUHR, I. 162. — SCHLEGEL, _Annali letterarj di Heidelberg_, 1816, pag. 892). Cere, già Agilla, sulla sinistra del Tevere, ha comunicato ai Romani il nome di Quiriti, dall’antica parola _Cairites_, Ceriti (SCHLEGEL, ib.). Trattasi di questi Ceriti ove è detto che i Cartaginesi e i Tirreni diedero battaglia navale ai Focei? (NIEBUHR, I. 84). Il fondo della popolazione romana era etrusco (ceretico)? I patrizj sono una casta sacerdotale di questa nazione? (NIEBUHR, SCHLEGEL). Gli antichi Etruschi sono forse i soli sudditi di Romolo? Roma è d’origine greca o pelasga? (BONSTETTEN, _Viaggi in Italia_, I. 225. — WACHSMUTH, pag. 100. — RAOUL-ROCHETTE, _Sist. de l’établissement etc._, II. 360), ecc.».
APPENDICE IV.
LE SIBILLE
(Vol. I, pag. 157).
Le Sibille, vergini conscie dell’avvenire e del modo di stornare le sventure e di esorare gli Dei, le quali palesavano i loro oracoli in versi, sono un altro problema dell’antichità profana; poi anche della ecclesiastica, dacchè parvero aggiungere un testimonio all’aspettazione giudaica del rinnovamento de’ tempi.
Quasi simultanei trovansi apparire questi esseri misteriosi in diversi luoghi del mondo civile: ma le tradizioni variano fin sul loro numero, che alcuni portano a dieci, altri riducono a quattro, altri anzi restringono alla sola Eritrea. Questa, secondo Pausania, scrittore d’un viaggio in Grecia, dicevasi or donna, or suora, or figlia d’Apollo, e che da Samo passò a Claro e a Delfo, indi nella Troade, ove la tomba sua vedevasi nel bosco d’Apollo, con epitafio che ne attestava l’ispirazione e la verginità: era anteriore alla guerra di Troja, della quale predisse l’esito. Va aggiunta la Sibilla Libica, forse identica con Erofile, figliuola di Giove e di Lamia; è la più antica di tutte, e un inno a lei attribuito era popolare fra gli abitanti di Delo al tempo di Pausania. La Sibilla di Samo era stata sacerdotessa nel tempio di Apollo Sminteo, e talora è confusa colla Eritrea. Pausania applica il nome di Sibille a tutte le indovine antiche; già ai tempi d’Euripide e di Platone se ne avevano e veneravano gli oracoli a paro con quelli di Orfeo e Museo; onde possiamo crederle un eco di quelle tradizioni patriarcali, che per tutto il mondo risonarono con maggiore o minore mescolanza di favole.
De’ libri ad esse attribuiti l’esistenza è accertata, come qualsiasi fatto della storia antica. A Roma la Sibilla Cumana era venuta offrirli a Tarquinio il Superbo; ed avendo egli ricusato comprarli, essa ne arse tre dei nove che erano, e tornò al re chiedendone il prezzo stesso. Avutone ancora il rifiuto, bruciò tre altri libri, e tornò domandandone l’egual prezzo; ond’egli per curiosità li comprò, e trovò che conteneano _fata urbis Romæ_, come dice LATTANZIO, I. 6, appoggiandosi a Varrone. Vedi pure DIONIGI, IV; A. GELLIO, I. 19. Ciò vuol dire ch’essi libri risalgono al tempo dei re; e scritti su tela o su foglie di palma, conservavansi entro urna di pietra in un sotterraneo del tempio del Campidoglio. In tempi che l’incredulità religiosa veniva di moda, Silla prepose quindici sacerdoti a custodirli; Augusto li fece in gran solennità trasferire dal Campidoglio al tempio d’Apollo Palatino. Quando si consultavano, i sacerdoti doveano prepararsi con riti ben diversi dai consueti, cioè col digiuno e colla preghiera: indizio che contenessero una dottrina più pura; e forse perchè questa combatteva il politeismo vulgare ed uffiziale, erano celati con tanta cura. In qual modo si consultassero non appare, ma sembra si facesse coll’aprire a caso il volume, e leggere le prime parole occorrenti. Le risposte che se ne traevano, riguardavano soltanto cose ed effetti religiosi, nè sembra che, ai tempi della repubblica, si consultassero per fini politici o per indovinare il futuro.
Quando, nelle guerre civili, incendiatosi il Campidoglio 83 anni avanti Cristo, que’ libri bruciarono, parve pubblica sciagura; si diede opera a procacciarne una copia; i consoli Ottavio e Curione adunarono sopra tal bisogna il senato, che mandò tre deputati nella Grecia, in Sicilia, a Eritrea, a Delfo, a Cuma, per raccorre quanto fosse rimasto di quelle vecchie predizioni. Tali frammenti formavano più di mille versi, e furono cerniti e ordinati con uno studio, che attesta l’importanza attribuita a siffatte profezie, e all’opinione d’un rinnovamento de’ tempi in esse annunziato, e che, secondo Plutarco, doveva essere una palingenesi del mondo antico, il termine del periodo umanitario. Queste forse erano soltanto idee popolari, non volute dal Governo, che tosto rinserrò e ascose que’ frammenti, fra’ quali molti spurj si erano insinuati, e da cui il vulgo traeva augurj ed altre superstizioni. Augusto, fatto pontefice massimo 13 anni avanti Cristo, temendo che la pace pubblica non venisse sommossa da cotesta aspettanza d’un nuovo ordine di cose, comandò che in un dato giorno fossero consegnati al pretore urbano tutti i libri o versi Sibillini che alcuno possedesse, e più di duemila ne mandò al fuoco; fece rivedere gli autentici, sigillare in doppia cassa dorata, e riporre sotto l’altissima base dell’Apollo Palatino. Tiberio imperatore ne decretò poi un nuovo esame, molti espungendone. Poco stante vi fu aggiunto un nuovo volume. Sotto Nerone andarono in fiamme, ma ancora furono restaurati. Arsero di nuovo al tempo di Giuliano apostata, poi sotto Onorio nel 395 dopo Cristo, e sempre furono ripristinati. Finalmente, nel 405, Stilicone bruciò il codice delle Sibille, nè più si cercò serbarne traccia, attesochè le profezie erano adempite.
La raccolta dei versi Sibillini fu pubblicata da Galleo ad Amsterdam nel 1689, con moltissimi falsi, specialmente quelli che riguardano Cristo. Il Maj nel 1817 diè fuori altri frammenti, e Struve ne fece la raccolta più compita, _Sibyllinorum librorum fragmenta_, Königsberg 1818. Ma a quanto or ne possediamo manca ogni carattere di autenticità. Pure Giuseppe Ebreo, nell’_Archeologia giudaica_, cita un pezzo dei libri Sibillini, ove si raccontano quasi come nella Genesi la confusione delle lingue e la torre di Babele; e il citarli mostra fossero conosciuti al suo tempo. Poco dopo, san Giustino e Teofilo d’Antiochia adducono versi delle Sibille a favore del cristianesimo. Altri Padri se ne valgono nelle controversie, cioè dove poteano essere impugnati se finti fossero o recenti. San Clemente Alessandrino mette in bocca all’apostolo Paolo un appello ai versi della Sibilla.
Non conchiuderemo per questo che le Sibille fossero ispirate dallo Spirito Santo e vere profetesse. Forse aveano esse raccolto con maggior attenzione e minori mescolanze quelle verità, che al paganesimo erano rimaste dalla rivelazione primitiva, e che insegnavansi ai mistagogi in grande segretezza, e le aveano deposte in libri. In questi sembra si contenessero teogonie molto più precise ed elevate che non le diffuse nelle scuole e nei tempj; e profezie, i cui punti principali erano il fine delle cose, _finem ævi_, e il Dio re, _Deum regem_. Fine delle cose, per gli uomini di sangue e di gloria, non poteva essere che il termine del sistema delle conquiste e della nimicizia universale. Seneca stesso trae da questa aspettazione qualche tinta melanconica, e vi si premunisce col suo stoicismo.
Il più insigne interprete degl’insegnamenti delle Sibille è Virgilio, il quale, nel libro VI dell’_Eneide_, dalla Cumana fa esporre una filosofia, che la più elevata non aveva mai inteso il paganesimo; quasi già il Verbo divino si fosse accostato alla terra, tanto da balenare a qualche intelletto privilegiato. Poi, nell’_Egloga_ IV, dipinge con colori mitologici e pastorali un’imminente età dell’oro, una rinnovazione del secolo, attribuendo ancora la predizione alla Sibilla Cumana. — Vedi l’Appendice VII.
APPENDICE V.
NOMI E GENTI ROMANE
Ogni Romano libero aveva tre nomi, _prænomen, nomen, cognomen_; alcuni v’aggiungeano l’_agnomen_. A tale attribuzione s’innesta una delle quistioni più controverse fra gli archeologi e i giurisperiti, che cosa s’intendesse per _gens_ e _gentilis_. Cicerone, nelle _Topica_, VI, volendo dare un esempio della definizione, adduce questa: «Gentìli sono coloro _che hanno lo stesso nome_; non basta: _che sono d’origine ingenua_; non basta: _de’ cui ascendenti nessuno fu in servitù_; manca ancora qualcosa: _che non furono diminuiti del capo_; tanto forse basta, nè altro vedo v’abbia aggiunto Scevola pontefice». Il luogo degli Istituti di Cajo, ove la quistione era trattata, manca: sicchè molti sistemi si formarono sopra tal punto.
Credono alcuni che ciascuna gente si dividesse in _stirpi_, e le varie stirpi in _famiglie_, con un nome comune per tutta la gente, un agnome per ciascuna stirpe, un cognome per ciascuna famiglia: _agnati_ sarebbero i membri della stessa famiglia o stirpe; _gentili_ gli altri. Secondo alcuni, gli agnati si fermerebbero al decimo grado; più in là sarebbero gentili. Altri fermano gli agnati ai collaterali, provenienti da avo o da padre comune, e dalla loro discendenza; e gentili chiamano i collaterali, provenienti da bisavoli, trisavoli, o altri ascendenti più remoti. Distinzioni arbitrarie, e tanto più il supporre che la gente si componga di famiglie, fra cui il nome comune indica comune origine, sebbene lontana a segno, che fra i membri non si potrebbero provare legami civili d’agnazione.
Il Niebuhr farebbe la gente un’aggregazione politica di famiglie patrizie, senza legami di sangue o di podestà patria, bensì consociati sopra una divisione territoriale della città, per esempio un quartiere, con nome e riti comuni, e partecipazione complessiva alle funzioni politiche della città. Non sarebbe stata propria che de’ nobili: pure il Niebuhr è costretto riconoscere che i clienti e i liberti facevano parte della gente; e vi erano genti plebee, come la Popilia, la Elia ed altre, fra cui non compajono cotesti legami politici.