Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)
Part 15
I pontefici solevano riferire s’una tavola gli avvenimenti più importanti di ciascun anno, i nomi de’ magistrati, i trionfi, gli eclissi, il caro de’ viveri, i prodigi, le calamità pubbliche; e cominciando dal 350 di Roma, offrivano, se non altro, una serie cronologica. Pare non siano periti affatto nell’incendio suddetto, poichè li troviamo citati a proposito di fatti anteriori; ma ristretti in iscrizioni, ognuno vede come poco potessero servire a quella che è storia d’uomini.
Anche documenti pubblici scolpiti su tavole sopravanzarono, in caratteri e in lingua antiquata: che se Livio od altri non vi posero mente, le consultò Polibio a gran vantaggio. Nello splendore di Roma repubblicana, l’uomo, assorto nella vita attiva, non curavasi di rovistare negli archivj, dissotterrare lapide, dicifrare tavole; e la storia d’allora sente la pienezza della pubblica vita più che l’indagine dell’erudito, l’entusiasmo più che la ponderazione scientifica. Mutati i tempi, gli imperatori animarono le ricerche: Vespasiano fece trarre in luce tremila tavole di rame, che diceansi campate dall’incendio de’ Galli, e che contenevano trattati, senatoconsulti, plebisciti, privilegi, risalenti fin quasi all’origine di Roma (SVETONIO, in _Vespasiano_, cap. VIII). A queste avranno potuto ricorrere Tacito e Plinio, e trovarvi, per esempio, il trattato vergognoso de’ Romani con Porsena, e tant’altri fatti che avrebbero al certo mutato aspetto alla primitiva romana storia, se essi o qualche par loro l’avessero scritta.
Questo basti a dar ragione delle numerose contraddizioni fra gli uni e gli altri scrittori, fino a non saper certo nè il fondatore della città, nè il tempo, nè quali i primi abitatori, nè come nascessero i comizj per tribù, nè se Porsena pigliasse la città, nè se i Galli la distruggessero. Serva pure a tôrne lo scandalo a coloro che, nel vedere i moderni riconvenire d’ignoranza o di mala intelligenza gli antichi, adducono che questi, essendo più vicini ai fatti, sono meglio attendibili. Assai tardi il dubbio si insinuò, se pure non si dia per tale il ridersi del rasojo di Nevio e delle oche del Campidoglio, baje già per gli antichi. Il medioevo credea; e avvezzo a riposare sull’autorità nelle materie sacre, anche nelle profane non sottigliava; tanto più che l’erudizione difettava di mezzi, quand’anche avesse posseduto la critica. Al risorgimento delle lettere, la venerazione per tutto ciò che era antico s’insinuò negli animi per modo, da influire non soltanto sulla letteratura, ma sulla legislazione e sulla vita. Adunque la storia romana fu accettata siccome di fede, e trattata con quella sommessione di spirito e di giudizio alla lettera scritta, che dominava tutto l’insegnamento. Dubitare di quel che aveano detto un Livio, un Dionigi, un Plutarco, sarebbe parso colpa di lesa antichità: tutt’al più s’applicavano di ridurre in accordo le loro contraddizioni, calcolare qual di due autorità avesse maggior peso. Ben si meritarono egregiamente i critici del Cinquecento col faticarsi a raccorre dalla superstite letteratura tutti i brani che rischiarassero le antichità romane; e vanno lodatissimi da chiunque non faccia colpa ad uno scrittore s’egli non sorpassa le idee e la erudizione del suo secolo. Fra gl’Italiani meritano special lode Paolo Manuzio, il Sigonio, _De antiquo jure Italiæ, De antiquo jure provinciarum, De judiciis_, e il Gravina più tardi. Machiavelli accettava come oracolo che che trovava in Tito Livio, non pensando a discuterne, ma volendo soltanto farsene un testo di discorsi o di opportuna allusione.
Pure non mancò qualche arguto, che avvisasse le contraddizioni e gli assurdi. Il nostro Lorenzo Valla, in una disputa sopra Tito Livio, pose a nudo le magagne della prima storia di Roma. Fin dal 1677 Lancelotto Secondo, ingegno bizzarro, scrisse gli spiritosi _Farfalloni degli antichi storici_, ove mette in rilievo le costoro incoerenze e ciancie, ma con intento di celia e negazione. Con maggiore franchezza lo svizzero Glareano mostrava gli svarj di Livio: ma restò oppresso dalla universale indignazione del dotto vulgo. Con erudizione ponderata Giuseppe Scaligero e Giusto Lipsio tolsero ad esame quegli storici. Con violenza Perizonio professore di Leida (_Animadversiones_, 1685) oppose testi a testi, e pel primo avvisò che, nel racconto di Livio, una parte vada attribuita ad antichi canti nazionali: ebbe la sorte di chi di buon tratto precede i suoi tempi, restando ignorato e incompreso; eppure dalla minuzia de’ particolari seppe sorgere a generali ed estese osservazioni, che annunziavano una nuova êra dell’arte critica.
La quale, associandosi al progresso delle altre scienze, usciva di tutela, e non guardava più con cieca riverenza i libri siccome unico campo degli eruditi, ma voleva che a questi l’uomo si accostasse col giudizio e col sentimento proprio e coll’esperienza delle cose del mondo. Pietro Bayle, che nel suo _Dizionario critico_ recava il dubbio e lo scherno anche su punti molto più sacri che non la ninfa Egeria e il bastone incombustibile di Romolo, poco si prevalse del lavoro di Perizonio, già da dodici anni pubblicato, e che pure egli chiamava l’_errata_ degli storici e de’ critici; ma suppose che, come nei monasteri si dava per esercizio agli studenti di comporre vite, martirj e miracoli di santi, che poi da taluni furono scambiati per leggende vere, così la storia dei primi re fosse dedotta da esercitazioni retoriche.
Luigi di Beaufort (_Sur l’incertitude des cinq premiers siècles de l’histoire romaine_, 1738) non più da scorridore, ma di proposito e con giusta arte di guerra la storia primitiva romana tutta relega tra le finzioni poetiche. Il suo libro, pel tono stesso frizzante, venne accolto con applauso, per quanto egli ecceda nell’abbattere, e vacilli le poche volte che tenta ricostruire: gli uomini d’ingegno lo lessero, l’applaudirono, pure seguitarono a contare i sette re, e gli storici a descrivere i primi tempi di Roma con intrepida sicurezza. Lo stesso Montesquieu, il quale spiega tant’ala allorchè Roma assume politica fisionomia, e l’elemento italico lotta e si fonde collo straniero, vagella nella cognizione di Roma primitiva e delle sue antichità; e i sette re sono per lui, come pel Machiavelli, personaggi delle corti e de’ gabinetti moderni.
In mezzo però a tutte quelle fatiche di demolizione, un Italiano, solo, sconosciuto, aveva assunto quest’impresa con idea più vasta, mostrando che la storia romana, quale fin allora intendevasi, era più incredibile che non la favolosa di Grecia; perocchè questa non si comprende che cosa voglia dire, quella ripugna all’andamento della natura umana. Non contentandosi però di abbattere come i critici puramente negativi, aveva adoperato quei rottami a rifare un edifizio grandioso.
Parliamo di Giambattista Vico napoletano, il quale nelle due _Scienze nuove_ e nelle opere latine investigò nella romana la storia ideale dell’umanità, interpretò que’ racconti come simboli, e mostrando che l’umanità si costruisce da se stessa, ne seguitò i passi e i faticosi acquisti. Gli uomini che s’incontrano nella storia infinitamente superiori all’umanità, non sono, al dire di lui, che una creazione di essa umanità, la quale accumulò sopra un solo la lenta opera dei secoli e le imprese dei molti che essi riassumevano. Romolo, Numa, Servio, le XII Tavole sono meri enti di fantasia, idoli storici, epiloghi d’un ciclo poetico: Romolo e i padri d’illustri parentele (gentes) fondarono la città sopra la religione degli auspizj, e sopra l’asilo aperto ai vinti e ai deboli che alla loro tutela rifuggivano: di qui vennero, come in tutte le città eroiche, due Comuni; patrizj che comandano, plebei che obbediscono.
I patrizj avevano impero familiare e impero civile o pubblico: il primo estendeasi sopra i figliuoli e le famiglie, donde i nomi di _patritii, patria, res patrum_; e sopra i possedimenti, che godevano immuni da tributo. Tutti insieme tenevano l’impero pubblico, governando i comuni interessi nelle adunanze che erano i _comizj curiati_, dove interveniva il popolo de’ Quiriti (detti così da quir asta), cioè i soli nobili; ed il _senato_, composto dei capi delle parentele e presieduti da un re.
Essi patrizj, come facevano i nostri baroni del medioevo, abitavano su alture fortificate: la plebe tenevasi al basso (onde _humili loco natus_), per nulla partecipando alla cittadinanza, vivendo col lavorare a giornate le terre de’ nobili, cui era obbligata servire in guerra senza soldo, e rendere tutte le derrate, se non volesse essere chiusa nelle carceri private di essi. Leggi scritte non v’erano, ma il popolo, cioè i nobili _raccolti_, provvedevano _secondo i casi_ alla pubblica sicurezza: quindi i nomi _lex_ ed _exempla_.
Tale fu il governo sotto i re, i quali non sono altrimenti ad intendere per effettive persone, ma per caratteri eroici e poetici, sui quali s’accumularono diversissimi casi e ordinamenti; attribuendo, per esempio, a Romolo tutte le leggi intorno agli istituti civili, a Numa quelle concernenti le cose sacre, a Tullo le militari, a Tarquinio le divise della maestà, a Servio le costituzioni sul censo e quelle che avviarono la libertà popolare.
Regnante il qual Servio, erasi operato un insigne mutamento. I plebei, oppressi sempre peggio dai nobili, sentirono quanta abbiano forza il numero e la concordia, pretesero una legge agraria, e ottennero il dominio _bonitario_, o vogliam dire il naturale possesso dei campi pubblici, che conservarono a maniera di feudi rustici, pagando un annuo censo ai nobili, presso cui rimaneva il dominio _quiritario_, cioè patronale, ed obbligandosi ad assisterli nel ricuperarne il possesso qualora lo perdessero (_juris auctores fieri_).
Dovunque le cose trovansi a simile condizione, il re si mostra tutore dei diritti popolari incontro ai nobili; e tale uffizio sostennero Servio e Tarquinio Superbo: del che forse scontenti, i nobili cacciarono quest’ultimo, operando quella rivoluzione che a torto viene considerata come popolare e liberale. Allora i nobili tornarono ad insolentire, ritoglievano i campi, aggravavano il censo alla plebe, che avea già cominciato a tenere i comizj delle sue tribù. Per ovviare la tempesta, il senato comandò che il censo dei campi non si pagasse più al privato dominatore o feudatario, ma al tesoro pubblico, il quale si assumeva le spese per la guerra.
La plebe però non avendo azione civile, mancava di mezzi onde garantirsi dalle usurpazioni de’ magnati; e per questo si ritirò sul monte Sacro, finchè ottenne prima i tribuni per difendere la sua libertà naturale e il dominio bonitario de’ campi, poi una legge scritta e patente, obbligatoria ai patrizj non meno che ai plebei. Fu quella delle XII Tavole, per cui la cognizione delle leggi, uscendo di mano de’ nobili e sacerdoti, cessò d’essere un arcano. Fu essa ordinata, non secondo le greche ma secondo le consuetudini latine e romane, siccome appare evidente se si spogli dalle aggiunte fattevi come a _carattere poetico_.
Questa legge garantiva a’ plebei il dominio quiritario, ma interdiceva loro le nozze legittime, il _connubio_, vero fonte della cittadinanza e del diritto privato: laonde ridotti a maritaggi naturali, non potevano trasmettere l’eredità dei loro campi, che perciò tornavano ai nobili ogniqualvolta i vassalli morissero. Chiesero dunque fosse comunicato il connubio, e l’ottennero per la legge Canuleja, con cui entrarono a parte della cittadinanza romana.
Allora aspirarono anche al dominio pubblico, a partecipare alle magistrature da cui rimanevano esclusi come gente priva della religione degli auspizj, ed a formare le leggi. Ne’ comizj tributi, che potremmo assomigliare ai convocati comunali, la plebe statuiva intorno ai proprj occorrenti, e due volte ottenne che la sua volontà (_plebiscita_) venisse rispettata dai nobili: nel 305 di Roma, quando si ritirò sull’Aventino, e per la legge Orazia ottenne che nessun magistrato potesse crearsi senza suo consenso; e nel 367, quando si negava di comunicarle il consolato. Dappoi pretese che anche le sue leggi diventassero obbligatorie per tutti, talchè venivano ad esistere contemporaneamente due podestà legislatrici. Fu dunque eletto dittatore Filone Publilio, il quale ordinò che i plebisciti fossero obbligatorj per tutti i Quiriti; il senato, per la cui autorità soltanto le deliberazioni popolari acquistavano vigore, non facesse più che promuovere e consigliare ciò che farebbe il popolo radunato ne’ comizj; e alla plebe venisse comunicato eziandio l’uffizio di censore.
Si trovarono dunque pareggiati i plebei co’ nobili: ma a questi rimaneva la facoltà d’imprigionare i plebei debitori, finchè l’abuso fattone provocò la legge Petilia del 419, che tolse il carcere privato ai feudatarj. Al senato pertanto non rimaneva più che l’eminente dominio dei fondi della repubblica, cui mantenne talvolta anche coll’armi, come nella sedizione dei Gracchi. Però il senato non componevasi più di soli patrizj; e Fabio Massimo dittatore avea tolta di mezzo la distinzione fra nobiltà e plebe, ordinando il popolo in tre classi, di senatori, cavalieri e plebei, a misura non dell’origine ma delle ricchezze. Con ciò rimaneva dischiusa alla plebe la strada per tutti gli ordini civili; e il popolo, distinto in quelle tre classi, conveniva ai nuovi comizj _centuriati_ ove si formavano le leggi consolari, mentre le tribunizie si ordinavano ne’ comizj _tributi_, e nei _curiati_ le leggi sacre e le arrogazioni. Il corso naturale delle nazioni recò poi questa città, prima aristocratica, indi popolare, a cadere sotto la podestà d’un solo.
Sin qui quel profeta della storia congetturale: e sebbene fuori d’Italia non uscisse grido della sua sapienza, e in Italia ne lasciasse dimenticare i libri la neghittosa prontezza degl’ingegni, ingordi solo di facili letture; e sebbene le posteriori scoperte in fatto di storia e di filologia abbiano sminuito il merito di lui, gli rimarrà sempre la gloria di chi viene primo in una scoperta; e se altri gli porranno avanti il passo, non ne cancelleranno però le orme.
Nè in Italia era rimasto infruttuoso il seme gettato dal Vico. Emanuele Duni, quantunque nomini appena questo forte pensatore, pubblicò in Roma nel 1763 _Origine e progressi del cittadino e del governo civile di Roma_, ove sotto alle tradizioni indaga i fatti veri e la storia del diritto. Fonte d’ogni privata e pubblica ragione è in lui, come nel Vico, la religione degli auspizj; in virtù della quale, cittadini non erano che i patrizj, signori della legge, ad esclusione del vulgo innominato, che non aveva nè padri certi nè auspizj. Come questo arrivasse alla questura, al consolato, al pontificato, acquistasse il diritto di suffragio ne’ comizj centuriati (istituiti, dic’egli, da Tullo, per comodo della milizia, per lo spartimento del censo, e per bandirvi i decreti del re e del senato, le nuove leggi, i magistrati eletti) viene discusso nel primo libro del Duni, il quale nei nomi di classi e centurie non vede che istituzioni militari.
Svolge dappoi il procedimento del governo civile sotto i re. Due soli ordini sussistevano allora; il popolo, cioè i patrizj, e la plebe: celeri, flessumeni, trossuli, cavalieri non erano che gradi della milizia, occupati dalla gioventù patrizia. Questa forma perseverò sin quando le tribù plebee si ritirarono sul monte Sacro, donde non scesero che ottenuta la tutela de’ tribuni. Allora anche i plebei s’adunarono ne’ comizj tributi, ove condannarono talvolta anche i patrizj, come nel caso di Coriolano. Per la forza espansiva dei diritti, ottennero di convocare i comizj indipendentemente dal senato, poi una legge agraria, poi la limitazione della podestà consolare colla pubblicazione della legge decemvirale. Gli abusi dei Decemviri fruttarono che nessun magistrato potesse crearsi senza consenso della plebe, ed i patrizj dovessero osservare i plebisciti.
La plebe, che fin allora non avea fatto che garantirsi dall’oppressione, da quel punto comincia a cercare diritti. Il Governo mantenevasi sempre aristocratico puro, mancando alla plebe la ragione privata e pubblica e il gius dei suffragi: onde, vedendo come senza di ciò non potesse conseguire alcuno de’ vantaggi sperati, pretese e ottenne il connubio, e così i plebei furono cittadini di ragione privata; poi parteciparono alle magistrature, e in conseguenza acquistarono i diritti di ragion pubblica, e l’aristocrazia mutossi in democrazia. Acciocchè le due podestà non cozzassero, il dittatore ordinò che i plebisciti obbligassero del pari tutti i cittadini, e che la censura fosse comunicata anche alla plebe. Sono dunque pareggiati plebei e patrizj; questi pérdono il diritto del carcere privato, quelli conoscono l’ordine de’ giudizj. Se non che i patrizj ricchi non vogliono accomunarsi coi meno facoltosi, e ne sorgono tre ordini, di patrizj, cavalieri, plebe. Coi Gracchi poi la plebe comincia a voler soperchiare la nobiltà.
La parte più prestante del lavoro del Duni è quella ove tratta dello stato delle famiglie; e fu fatto conoscere in Germania da Eisendecher, _Ueber die Entstehung, Entwickelung und Ausbildung des Bürgerrechts in altem Rom,_ 1829. Il Duni anticipa forse il fatto della democrazia, giacchè la città ben più tardi stava spartita in plebe e in nobili; mal confonde il senato colle curie: pure dimostra come si sapesse fra noi tener fisso gli occhi nello splendore romano senza rimanerne abbagliati. E ve li tennero Mario Pagano ne’ _Saggi_, e Melchiorre Delfico nei _Pensieri sull’incertezza e inutilità della storia_, e nelle _Antichità di Adria Picena_, senza però dipartirsi dalle orme del Vico, se non in quanto v’innestavano alcuni concetti degli Enciclopedisti; e colle idee di quello interrogò la civiltà antichissima degl’Italiani Vincenzo Coco nel _Platone in Italia_.
Qualch’altro potremmo menzionare fra i nostri. L’Algarotti, nel _Saggio sopra la durata de’ regni dei re di Roma_, avvertì come fosse incredibile che sette re elettivi, i quali tutti, eccetto Romolo, vennero al trono in età già piena, e quattro morirono violentemente, durassero ducenquarantaquattro anni, cioè trentacinque anni di regno medio. In Venezia, quando ancora non si eleggevano soli vecchi, e il doge era vero capo dell’esercito e dello Stato, dall’894 al 1311 sedettero quaranta dogi, cioè dodici anni e mezzo caduno. Dal 1587 al 1764 in Polonia furono sette re elettivi; durata lunghissima, eppure molto minore di quella dei romani. I sette precedenti erano regnati cenquarantun anno, dal 1445 al 1587. I regni ereditarj danno per lunghezza media venti o ventidue anni. — Federico Cavriani ripudia anch’esso l’esistenza di Romolo, e crede che i Sabini abbiano soggiogato la banda di fuorusciti assisa sul Palatino, imponendole e re e dio e nome.
Ma anche l’uffizio di distruggere è inconcludente qualora non facciasi con ordine e per sistema.
Nella generazione precedente alla nostra, la Germania si afforzava di studj robusti, e colla filologia accoppiando la critica indipendente e profonda, sentivasi chiamata mediatrice fra le età più lontane e le nostre. Dopo Lessing e Voss più non si vollero tollerare quelle parole indefinite, quelle idee vaghe, comprese soltanto per metà; le osservazioni superficiali cedettero alle positive; si volle ne’ classici interpretare quel che essi accennavano appena supponendolo conosciuto, e penetrare nella vita intima, nelle idee religiose, nelle forme più minute del governo, come si farebbe con gente divisa soltanto per ispazio non per tempo: le grandi esperienze dei moderni soccorrevano a rialzare il velo che copriva l’enigma antico.
Più ardita mano portò nei santuarj della romana Vesta il danese Giacomo Niebuhr. Studiosissimo dell’antichità, adoprato in impieghi dalla Prussia, ch’ebbe sempre l’arte di non mostrarsi gelosa de’ gagliardi pensatori, arrestò l’attenzione sopra la storia romana; e sceveratosi affatto dalle opere moderne per aspirare pieno l’alito degli antichi, indipendente nelle opinioni, indefesso nelle indagini, immaginoso nelle ristaurazioni, rifabbricò l’antica città con tentamento sempre ardito, se non sempre fortunato. Pubblicava egli la prima parte della sua Römische Geschichte nel 1812; e dopo che la guerra delle nazioni cessò di tenere occupata la sua penna e il suo tempo nell’incitare l’amor dell’indipendenza, venne spedito in Italia perchè trattasse colla santa Sede, o forse per allontanarlo da un paese, a’ cui principi cominciava a fare ombra quell’ardore patriotico, di cui tanto aveano prima fatto profitto. Qui ricevette l’ispirazione che nessun libro può dare, quella dei luoghi, ed ebbe la fortuna di scoprire nell’archivio capitolare di Verona, o, dirò meglio, pubblicare gli _Istituti_ di Gajo, al tempo stesso che uscivano in luce Lido _De magistratibus reipublicæ romanæ_, i libri della _Repubblica_ di Cicerone, i frammenti di Frontone. Nuova messe si offriva dunque alle sue indagini; ed egli rifuse il proprio lavoro, portandolo da due a tre volumi (Roma 1824), cambiando anzi affatto il modo di vedere intorno ai prischi abitanti della città eterna. In una terza edizione poi lo riformò di nuovo in molte parti, e principalmente quanto all’origine dei Luceri, che più non tenne come Etruschi.
Certamente allorchè egli rintegra a suo senno una iscrizione, di cui non rimasero che pochi frammenti, e vuole indurne un fatto nuovo; quando trova che Cicerone o Livio errarono nel capire la costituzione del loro proprio paese, e suggerisce il come dovevano intenderla; quando vi pianta le asserzioni più nuove colla formola _tutti sanno_, o _nessuno ignora_; quando v’incontrate in modi sul fare di questi: _Erodoto in un momento di cattiva ispirazione giudica che...; — Questo avrebbe dovuto dire la tradizione: — Gajo fallò nello scrivere a tal modo, e doveva scrivere al tal altro; — Son io che fo fare a Camillo questa preghiera nel tempio; ma è certo che ciò è secondo lo spirito della tradizione; — Nessuno storico parla di siffatto assegnamento, ma era indispensabile_...; voi domandate a voi stessi se forse non sia meglio che un paradosso da sofista questo spingere le avventate ipotesi, e con frammenti sconnessi distruggere ciò che altri ha posto in sodo. Quando poi abbracciate il complesso, non sapete indurvi a credere ad una costituzione, non solo contraddittoria all’indole dell’antichità, ma, per confessione dell’autore, contraria ad ogni analogia nella storia.
Pure la sconfinata sua erudizione, la felicità con cui ripristina od emenda passi di cento autori, la franchezza onde passeggia sul suo campo, e raffronta le antiche colle istituzioni moderne più minute e complicate, la convinzione infine che egli reca nelle sue ricerche, sin talora a pregarvi di credergli sebbene nol provi, soltanto perchè egli n’è intimamente persuaso, v’inducono a rispettarlo anche là dove da lui dissentite, anche là dove vi pare si contraddica, anche là dove (ciò che troppo spesso gli avviene) s’avvolge in un linguaggio oscuro e sibillino. Egli scriveva a Lerminier: — Quel che m’importa soprattutto di vedere riconosciuto, si è che la mia cura è di comunicare ai lettori la persuasione di cui sono penetrato io stesso. Il libro dee da se medesimo convincere chi se ne occupa di buona fede. Non v’ha parola che non sia posta colla possibile esattezza onde esprimere una maniera di vedere o una convinzione mia. Sarebbe il sommo dell’ingiustizia l’attribuirmi la smania de’ paradossi».