Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)
Part 14
♊ ♋ MENSIS MENSIS MAIVS IVNIVS DIES XXXI DIES XXX NON. SEPTIM. NON. QVINT. DIES HOR. XXIIII S. DIES HOR. XV NOX HOR. VIIII S. NOX HOR. VIIII. SOL. TAVRO. SOLIS INSTITIVM TVTELA APOLLIN. VIII KAL. IVL. SEGET RVNCANT. SOL GEMINIS. OVES TONDENT. TVTELA LANA LAVATVR. MERCURI. IVVENCI DOMANT. FŒNISICIVM. VICEA PABVL. VINEÆ SECATUR. OCCANTVR. SEGETES SACRVM LVSTRANTVR. HERCVLI. SACRVM MERCVR. SACRVM ET FLORÆ. FORTIS. FORTVNÆ.
Altri calendarj s’aveano, somiglianti ai nostri ciarlataneschi e profetici. Uno ne fece nel VI secolo Lido, venerabile magistrato, pei signori e dotti di Costantinopoli, edito poco fa da Hase. Insegna esso che, se tuona quando il sole sta per entrare nel Capricorno, vi saranno dense nebbie, le quali, se durino fino al levar della canicola, porteranno malattie, estrema penuria, massime in Macedonia, Tracia, Illiria, nell’India alta, nella Gedrosia, paesi sottoposti all’influenza del capricorno. Se la luna eclissa ne’ gemelli, le cose politiche saranno turbate, e muteranno di mano. Un tremuoto fra una neomenia e il quinto giorno del mese lunare annunzia la morte di molti; se è fra il nono e il diciannovesimo, un disastro pel capo del governo; se fra il ventesimoquinto e il trentesimo, tempeste, guerra, caduta d’un gran personaggio.
Il calendario Viennese, pubblicato dal Lambeccio, tiene già la divisione della settimana cristiana, ed è di circa la metà del IV secolo. L’uso di scolpire calendarj in pietra durò fra’ Cristiani; e nel demolire il castello di Coëdic in Bretagna se ne trovò uno, spiegato nelle _Memorie dell’Accademia delle iscrizioni_ dal Lancelot, che lo crede del 468.
Se mai sforzo d’erudizione recondita fu fatto per sostenere un errore, è certo quello con cui il danese Niebuhr tolse a provare che il primitivo anno degli Italiani, adottato alle origini da Roma, constava di trecentoquattro giorni in dieci mesi. Quest’anno era lunare, e rimettevasi in accordo coll’anno solare mediante l’intercalazione trieterica in periodi di ventidue anni, adattandovi, dieci volte per ciascuno, un mese supplementare, alternativamente di ventidue e di ventitre giorni, e trascurando l’ultimo triennio. Come cinque anni facevano un lustro, cinque di tali periodi facevano un secolo di centodieci anni. L’anno è istituito per comodo della vita e pel periodico ritorno di certe feste; onde sempre fu messo in accordo più o meno esatto con una rivoluzione della terra attorno al sole, e con un periodo delle fasi lunari.
Pertanto già gli antichi trovavano assurdo il supporre un anno siffatto, senza correlazione nè col sole nè colla luna. Plutarco dubitò se mai fosse adoperato, e Giuseppe Scaligero lo tratta di favola, supponendolo fin da principio di dodici mesi. Il Niebuhr attribuisce questa repugnanza all’abitudine; ed oltre le precise indicazioni di Censorino e di Macrobio, troverebbe prove della sua applicazione in tempo più recente. Inoltre, atteso i rapporti ciclici di quest’anno col lunare intercalato che dicemmo, e col suo periodo secolare, si vede che da una parte potea servire di correzione perpetua, dall’altra era preferibile per l’uso scientifico.
La chiave di questo sistema gli è data da Censorino, _De die natali_, XVIII, dicendo che il lustro era l’antico anno grande di Roma, e il ciclo in cui il cominciamento dell’anno civile coincideva con quello dell’anno solare. Cinque anni solari egizj, da 365 giorni, ne contengono 1825; sei anni di Roma da 304, fanno 1824: onde in cinque anni la cronologia romana perdeva un giorno a fronte dell’egizia civile, che non aveva anni bisestili, e che in capo a 1461 anno tornava al suo punto di partenza colla perdita di un anno, siccome chi fa il giro del globo perde un giorno tra via. La cronologia romana, a confronto coll’anno giuliano, perdeva circa un giorno e un quarto: deviazione sì forte, che, se altre divisioni del tempo, nel sistema medesimo dell’anno di dieci mesi, non avessero somministrato un’intercalazione sistematica facile e di evidente concordanza, bisognerebbe credere assolutamente inverosimile l’uso ciclico di anno siffatto.
Queste divisioni di tempo sono il più grande e il più piccolo fra i periodi etruschi, il secolo e la settimana di otto giorni. Il secolo era pure la misura dell’anno lunare, intercalato: la settimana si conservò presso i Romani, talmente che ogni nono giorno era mercato (_nundinæ_). Fra gli Etruschi questo nono dì era pure chiamato _nonæ_; e in armonia con siffatta divisione di tempo, un tal nome fu sempre appropriato al nono giorno avanti agli idi. Ma le _nundinæ_ di Roma non stavano in veruna relazione coll’anno, ed erano semplicemente un giorno del mese; mentre fra gli Etruschi formavano vere divisioni di settimana, ogni nono dì essendo quel degli affari, e in cui i re davano udienza e rendevano giustizia (MACROBIO, _Saturn._, I. 13). L’anno di dieci mesi e di trecentoquattro giorni si risolve appunto in trentotto ottave; onde conta altrettante none, ed è precisamente il numero de’ giorni chiamati _fasti_ nel calendario giuliano. Così questo numero si conservò dai Romani; ma essendo insufficiente per gli affari del fôro, molti altri giorni furono aggiunti con nomi diversi.
Cominciando le settimane sempre al medesimo giorno del mese, anche i mesi intercalari doveano essere divisibili per otto. Ora, se nel secolo del periodo ciclico, composto di cendieci anni o ventidue lustri, s’intercalasse all’undecimo ed al vigesimosecondo lustro un mese di tre ottave, cioè di ventiquattro giorni, ne risultava al fine del periodo un’approssimazione alla verità e una correzione del cielo lunare inaspettatissima; giacchè, secondo il calcolo dello Scaligero, che non aspirava ad esattezza maggiore di quella del calendario giuliano, i cinque periodi di secolo facevano 40,177 giorni, intanto che la somma degli anni ciclici, giusta siffatta intercalazione, ne dava 40,176. Mentre dunque la cronologia giuliana suppone l’anno tropico di 365 giorni e 6 ore, l’antica lo fa di 365 giorni 5^h 40’ 22”, cioè solo 8’ 23” meno del vero, non di 11^h e 15’ come il giuliano. Le 15^h 22’ 10” che mancavano al periodo etrusco di centodieci anni, e che in capo a centosettantadue anni producevano un giorno di perdita, dovettero essere supplite con ulteriori intercalazioni: ma le regole di calcolo non poteano spingersi fino ai minuti secondi, ed è molto verosimile che gli Etruschi abbiano determinato l’anno tropico a 365 giorni 5^h 40’.
Dalla scientifica esattezza di quest’anno, che era una forma di cui erasi perduto il senso, consegue l’uso che se ne poteva fare accanto dell’anno civile già costituito. Nell’ultimo periodo, invece d’un mese intercalare di 25 giorni, bisognava armonizzare i due sistemi, intercalandone uno di 22. Purchè dal principio del secolo fino al suo termine si contasse esattamente, la correzione succedeva; e per evitare la confusione minacciata dal cominciare così vario dell’anno dei Fasti, si adottò la pratica di conficcare un chiodo nel tempio del Campidoglio. A mezzo il VI secolo erasi dimenticato il senso di questa solennità, tanto che eccitava solo il riso; e forse erasi abbandonata da che il consolato passava senza interregno ai successori eletti: perciò Cincio (ap. Livio, VII. 5) dicea d’avere trovato i medesimi segni nel tempio di Norcia a Vulsinia, aggiungendo che era l’indicazione degli anni nel tempo che raro si scriveva. Scopo di questa cerimonia era di segnare quanti lustri fossero trascorsi dopo cominciato il secolo. A tutto ciò Niebuhr confessa che manca l’appoggio di testi antichi; ma è forza scegliere fra due supposizioni: o i prischi Romani, ignoranti quanto sciocchi, usavano un calendario non fondato su veruna analogia colla natura nè colla scienza; o i Romani adottarono un calendario, frutto d’un popolo addottrinato. Ammettere con Macrobio, che quando i mesi non si acconciavano più colle stagioni, i Romani lasciassero trascorrere un certo tempo senza denominarlo, è un farli più barbari degli Irochesi.
Gli archeologi supposero che il calendario di dieci mesi fosse dapprima il solo usato, e presto venisse abbandonato del tutto. Ma Niebuhr riflette che quel calendario è in relazione coll’anno ciclico lunare, per modo che dovette essere formato simultaneamente; e d’altro lato è possibile che il più antico usato fra il popolo fosse collegato ad osservazioni sulle fasi della luna; e un calendario adattato alle stagioni dovette sempre essere indispensabile.
Che poi il calendario di dieci mesi rimanesse in uso anche dopo la cacciata dei re, parrebbe da applicazioni, di cui le generazioni successive non conobbero l’origine. Gli Etruschi avevano adottato di non concludere trattati di pace che sotto forma d’armistizio e per un tempo prefinito. Quasi tutti i trattati conchiusi dai Romani con Vejo, Tarquinia, Cere, Capena, Vulsinia sono qualificati per tregue, esprimendo per quanti anni durerebbero; ma agli Etruschi non si rinfaccia mai di averle violate, benchè le ostilità comincino quasi sempre prima che gli anni dell’armistizio sieno compiti. Per dirne uno, il trattato con Vejo nel 280 si stipula che durerà quarant’anni: ora nel 316 si parla della defezione di Fidene che si unisce a Vejo, il che suppone che questa repubblica fosse già in guerra con Roma; e i Romani, per quanto irritati della diserzione di Fidene, non accusano i Vejenti d’aver fallito il patto. Più decisivo è l’udire da Tito Livio, sotto il 347, che la tregua di vent’anni conchiusa nel 329 era spirata; mentre, secondo i Fasti, non sarebbero trascorsi che diciotto anni. Questi fatti non si possono spiegare se non applicando l’anno di dieci mesi, quaranta dei quali equivalgono a 33-1/3, e venti a 16-2/3; per modo che nel primo esempio la tregua era spirata col 314, nel secondo col 346.
Tali sono le ragioni del Niebuhr, raccolte con quella sottigliezza che eccita la meraviglia, ma non soddisfa la ragione. Siffatta cronologia, che a lui pare semplice e regolare, cadde in disordine, atteso l’ignoranza delle matematiche e dell’astronomia, di cui gli Etruschi avevano bensì comunicato ai Romani i risultamenti, ma non la scienza: e fu aumentato dalla mala fede de’ pontefici, che acquistato il diritto di fare intercalazioni ad arbitrio, favorivano o sfavorivano i consoli o i questori, prolungando o accorciando l’anno della loro magistratura. Dell’anno di dieci mesi trovasi però vestigio nel lutto prescritto alle vedove, nel tempo da pagare le doti e i legati, nel credito per vendita di frutti, e forse negli interessi del denaro.
Riguardo agli altri popoli italiani, i Latini e gli Ernici usavano calcoli del tempo loro proprj; e Censorino, il quale c’informa della cronologia de’ diversi popoli, avverte che ne’ calendarj di Alba, Lavinio, Tusculo, Ericia, Ferentino i mesi variavano dai 39 fino ai 16 giorni. Dell’anno de’ popoli Ausonj sappiamo soltanto che era differente dal civile di Roma, la quale perciò con essi, co’ Volsci e cogli Equi calcolava la durata delle tregue secondo gli anni ciclici.
Del resto fa meraviglia come i Romani, che tanto si occuparono del calendario, rimanessero sempre in somma incertezza di date e di epoche: colpa appunto del mescolarvisi tanto la politica, e valersene patrizj e sacerdoti per governare il popolo. Genti antichissime e fin barbare possedettero esattissimi calendarj; i Romani l’ebbero vacillante sino alla riforma di Giulio Cesare.
Quanto all’êra, la deducevano dalla fondazione della loro città, nel 753 o 754 a. C.: ma ne erano talmente incerti, che presero lo spediente di notare ciascun anno dal nome de’ consoli. Divennero perciò importantissimi ai cronologi i _Fasti consolari_, vale a dire la serie de’ consoli. Erano scolpiti in Campidoglio, e una parte ne fu dissepolta il 1547, e dal cardinale Alessandro Farnese donata al senato romano, che la fece riporre in una sala, da Michelangelo disposta in Campidoglio. Ma non erano compiuti; ed altri furono scoperti il 1503 a’ piedi delle Esquilie, altri nel 1816 presso al tempio di Castore, altri nel 1876.
Questi _Marmi Capitolini_ contengono non solo i consoli annuali, cominciando dal 295 di Roma, ma le liste degli altri magistrati e de’ pontefici, e alcuni avvenimenti. Eccone un esempio:
AN. VRB. COND. CCXX. L. TARQVINIVS L. F. DAMARATI N. SVPERBVS REX POPVLI INIVSSV ET SINE PATRVM AVCTORITATE ISQVE VRBEM CAPITOLINO TEMPLO AVGVSTIOREM REDDIDIT FERIAS LATINAS INSTITVIT LIBROS SIBILLINOS REIPVBLICÆ COMPARATOS II VIRIS INSPICIENDOS SERVANDOSQVE DEDIT.
Onofrio Panvinio li credette opera di Verrio Flacco, il quale, secondo Svetonio, _fastos a se ordinatos et marmoreo parieti incisos publicarat_. Mutilati com’erano, venivano scarsi all’uopo, onde molti si diedero a supplirli, ossia a compilare nuovi fasti, e l’edizione più recente è: _Fasti consulares triumphalesque Romanorum, ad fidem optimorum auctorum recensuit et indicem adjecit_ J. G. BAITER, Zurigo 1837.
L’arbitrio lasciato ai sacerdoti di mettere in accordo il corso del sole e le lunazioni, e la mala pratica nel fare le intercalazioni, aveano prodotto nel calendario romano grave disordine, al quale volle riparare Cesare, 46 anni prima di Cristo. Sosigene, principale autore di tale riforma, fissò l’equinozio di primavera al 25 marzo: ma la differenza di 11 minuti e 12 secondi fra l’anno suo e il vero, ogni centoventinove anni facea precedere d’un giorno esso equinozio, sicchè al tempo del concilio di Nicea, cioè nel 325 dell’êra vulgare, cadeva al 23 marzo.
Già agli antichi Ebrei, che rozzamente regolavano l’anno secondo le lune, era stato cagione di darvi miglior ordine la celebrazione delle feste: imperocchè a Pasqua doveano essi mangiare l’agnello, e offrire le primizie dell’orzo; a Pentecoste, due pani fatti col frumento nuovo; le solennità de’ Tabernacoli doveano succedere dopo finita la vendemmia e raccolti gli ulivi: era dunque necessaria l’intercalazione acciocchè tornassero tali feste in tempi da poter consumare quei riti. Per egual modo il doversi celebrare la Pasqua nel plenilunio che succede all’equinozio di primavera, fece che i Cristiani ponessero mente all’accennata variazione, della quale i Padri, radunati nel concilio Niceno, non seppero trovare la ragione.
Nel 1257 la precessione era di 11 giorni: tre anni dopo, l’inglese Giovanni di Sacrobosco avvertiva la necessità d’una nuova riforma; alcuni la tentarono nel secolo XIV; se ne trattò pure in varj concilj, alfine la ordinò quel di Trento. Gregorio XIII occupò dieci anni a discutere le diverse formole a ciò presentategli, singolarmente dal perugino Ignazio Danti domenicano, autore del gnomone di San Petronio a Bologna, e dal gesuita Clavio di Bamberga. Intanto Luigi Lilio, medico calabrese di nessun nome, ideava il metodo più spediente a correggere l’errore; ma morto prima di darvi compimento, suo fratello Antonio terminò il lavoro e l’offerse al pontefice, che nel 1577 ne mandò copia a tutti i principi, alle repubbliche e alle accademie cattoliche. Avutone l’approvazione, Gregorio pubblicò il nuovo calendario l’anno 1582, sopprimendo dieci giorni fra il 5 ed il 15 di ottobre. In esso è fissato l’anno a 365 giorni 5^h 49’; e che, ogni quattro anni, uno sia bisestile, eccetto il quarto secolare, come fu il 1800. Questa correzione s’approssima tanto al vero, che solo dopo 4238 anni i minuti residui sommeranno ad un intero giorno, di cui sarà preceduto l’equinozio. Chi allora vivrà, ci provveda.
Per rispetto all’abitudine, il calendario gregoriano lasciò sussistere la divisione del giuliano in mesi capricciosamente lunghi di 30 o di 31 giorno; e il cominciare l’anno circa otto giorni dopo il solstizio, in modo che il principio dei mesi non corrisponde coll’entrare del sole nei varj segni dello zodiaco. E semplicità e naturalezza e venustà si sarebbe potuto ottenere cominciando l’anno col giorno solstiziale, e facendo i mesi alternamente di 30 e di 31 giorno, eccetto l’ultimo di 29, e di 30 nei bisestili; o meglio ancora, facendo di 31 giorno i mesi tra l’equinozio primaverile e l’autunnale, di 30 gli altri, e scemo il dicembre; col che i principj dei mesi avrebbero combinato quasi appunto coll’ingresso del sole ne’ segni dello zodiaco.
APPENDICE III.
INCERTEZZA DELLA STORIA PRIMITIVA DI ROMA E FONTI DI ESSA
(Vol. I, pag. 157).
Tardissimo si scrisse delle origini di Roma, e primi lo fecero Greci, i quali, stipendiati come precettori nelle case patrizie, inventavano o alteravano i fatti per dare lustro all’una o all’altra di queste, senza badare più che tanto alla verità, e spesso indulgendo al patriotismo col dare risalto alla civiltà greca. I due più celebri furono Dionigi d’Alicarnasso e Polibio: ma essi mostrano non riporre veruna fiducia negli autori che li precedettero nell’illustrare le antichità romane.
Dionigi d’Alicarnasso, vivo all’età d’Augusto, abbracciò i tempi dall’origine di Roma fino all’anno in cui cominciò Polibio la sua storia. I primi undici libri giungono al 433 avanti Cristo: il resto è perduto, salvo alquanti frammenti, alcuni de’ quali pubblicati non ha molto dal Maj. Per quanto siasi detto a suo appoggio, è facile comprendere che sì egli, sì Tito Livio, non fanno che accumulare favole, mal palliate dalla retorica di quello e dalla grandiloquenza di questo. Livio confessa tratto tratto di non sapere il certo; riferisce sovente con forme dubitative: dopo le quali è strano come egli scenda a particolarità, dicevoli solo a chi avesse direttamente udito o visto. Mancando poi del sentimento dell’antichità e della pieghevolezza di spirito che s’adatta ai varj tempi e ai varj popoli, non ci presenta che ideali di vizj e di virtù.
Plutarco, greco e vissuto ancor più tardi, nelle vite di Romolo, Numa, Coriolano, Catone, Publicola, Camillo, mostra aver conosciuto documenti ignoti a Livio e a Dionigi, onde qualche importanza acquista nel darcene informazione. Ma oltre le vite, egli stese _Paralleli della storia greca e romana_, ove riferisce molte tradizioni greche, corrispondenti alle romane. Filonome, figlia di Nictimo, concepì dal dio Marte due gemelli, che furono gittati nel fiume Erimanto: l’acqua li trasportò nel cavo d’una pianta, ove una lupa gli allattò: poi tolti ad allevare da un pastore, divennero re d’Arcadia. — I Tegeati e i Feneati in guerra fra loro, convengono di terminarla rimettendosi al duello di tre gemelli contro tre altri, figli di Demostrato e di Ressimaco. Critolao, ch’era il secondo di questi ultimi, vedendo i fratelli caduti, finge fuggire, poi si rivolge a combattere i tre avversarj che a spazio disuguale lo inseguivano, e ne trionfa. Tornato, uccide una sorella; e accusato dalla madre, è assolto dal popolo. — Brenno re dei Galli assedia Efeso, e Demonica gli promette tradirgli una porta, patto che le dia in ricompensa tutte le ricchezze del tempio. Avutala, il Gallo fa gettare su costei tante preziosità, che la soffoca.
Sì evidente rispondenza coi fatti di Romolo, degli Orazj, di Tarpea potrebbe essere accidentale? Attento poi sempre com’era al concetto morale e all’arte, Plutarco svisava anche i fatti o non li chiariva; onde un moderno, il quale all’arguzia sentitissima univa una profonda cognizione degli antichi, disse che Plutarco «farebbe guadagnare a Pompeo la battaglia di Fàrsalo se ciò potesse rendere alquanto più rotonda la sua frase» (COURIER, _Lettera a Thomassin_, 25 agosto 1809).
Ogni anno, presso i Romani, il magistrato supremo conficcava un chiodo in un tempio, chi dice per segnare gli anni, chi per un fine religioso. In occorrenza di peste si eleggeva un dittatore apposta per piantarlo; _dictator clavi figendi causa_. Quest’uso darebbe a pensare che non sapeasi o non soleasi scrivere, e quindi era impossibile che ci venisse tramandata la storia dei primi tempi colle particolarità che alcuni storici spacciano. I quali medesimi, dopo averci regalato come indubitabili alcuni minutissimi ragguagli, mostrano poi peritanza e oscurità in avvenimenti di capitale rilievo. Lo stesso Livio, del quale il Niebuhr disse che non conosce il dubbio, mostra più volte esitare sui cominciamenti della romana storia; ignora gli anni di avvenimenti insigni, quali, per esempio, la battaglia al lago Regillo e la creazione del primo dittatore, e chi fosse; ripete ogni tratto che _non facile est aut rem rei, aut auctorem auctori præferre_ (VIII. 40); che _certam derogat vetustas fidem_ (VII. 6); che basta _in rebus tam antiquis, si quæ similia veri sint, pro veris accipiantur_ (v. 21); e conta come favole parecchi di quei fatti, e come _aptiora scenæ, gaudentis miraculis_, e che non val la pena di affermarle nè confutarle (v. 21). Cicerone ride delle storielle de’ primi tempi, dove «appena i nomi dei re sono conosciuti» (_De Rep._, II. 18): il resto di quella storia _est nostris hominibus adhuc aut ignorata, aut relicta_ (_De Leg._, I. 2).
Eppure si sa che Porcio Catone pel primo, poi Cintio Alimento, Valerio d’Anzio, Licinio Macro, Elio, Gellio, Calpurnio ed altri aveano scritto sulle origini romane; ma tutti lontani sei secoli da queste, come anche Fabio Pittore, da Livio chiamato _longe antiquissimus_, e da Polibio dichiarato leggero e poco cauto. Qual fondamento dunque fare sopra esso Polibio e sopra Dionigi, che della costoro autorità si appoggiarono? E quando, come spessissimo accade, l’uno contraddice all’altro e a Tito Livio, a quale dare fede? Poi qualche grammatico ci conservò brandelli e testi sconnessi d’autori perduti, che vengono ancora a insinuare nuovi dubbj e differenze nuove, in modo che si potrebbe dire disperata la conoscenza della storia primitiva di Roma.
Oltre gli scrittori, questa cercasi dedurre, 1º dai grandi annali, _Annales maximi o publici, Annales pontificum_; 2º dagli atti pubblici; 3º dagli atti de’ magistrati, che forse sono tutt’uno coi _Libri lintei_, contenenti l’elenco de’ magistrati superiori; 4º dalle cronache delle famiglie censorie e dagli elogi funebri, _Laudationes funebres_, già da Cicerone indicati come fonte di menzogne. V’è chi crede che i re abbiano lasciato delle memorie, _Commentarii regum_, tra legali e storiche, concernenti la loro amministrazione.
La presa di Roma per opera de’ Galli mandò a male tutto quello ch’era anteriore; gli annali de’ pontefici vi perirono in gran parte; il resto custodivasi arcano; il senato non cominciò a registrare i suoi atti che sotto Giulio Cesare. Ma sebbene si perdessero in quell’incendio i documenti primitivi, quai ch’essi fossero, sopravvissero nelle memorie alcuni canti nazionali (non già una regolare epopea), dove un fondo di verità era stato, come suole, abbellito dall’immaginazione, e che prima di Catone solevansi cantare nei banchetti (Varrone ap. NONIO, ad _assa voce_). Cicerone nelle _Tusculane_, IV. 2 dice: _Morem apud majores hunc epularum fuisse, ut deinceps qui accubarent, canerent ad tibiam clarorum virorum laudes atque virtutes_.
Aggiungi alcune feste nazionali, come sarebbero le Palilie, che si celebravano all’anniversario della fondazione di Roma il 21 aprile. Dionigi dubita se fossero anteriori a questa, al che propenderebbe anche Plutarco, e siasi scelto quel giorno come fausto, per inaugurare la nuova città; o veramente se sieno nate colla città stessa, alla cui inaugurazione si credette bene invocare anche le divinità pastorali. Altre feste ancora rammentavano fatti della Roma antica: ma potrebbe darsi o che vi fossero applicate le leggende tradizionali, o che queste ne alterassero il senso primitivo.