Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)
Part 13
Primo scopo del parlare e scrivere è il farsi intendere. Meglio a ciò si riesce quanto maggiore è la precisione. In matematica chiunque scrive 7+9 = 16: oppure (_a_+_b_)^2=_a_^2+2_ab_+_b_^2, è certo di essere inteso da ognuno che sappia leggerli, di qual nazione egli si sia, perchè quella forma è unica, nè può essere surrogata da altra. La parlata non raggiungerà mai siffatta precisione, ma vi si accosterà, quanto più fissi e convenuti saranno i significati delle parole. E come un grande acquisto è l’avere un peso, un tipo, un titolo solo per le monete, un modulo unico per le misure e i pesi, così sarà prezioso l’aver nella nazione una lingua sola, cioè un solo uso al quale riferirsi.
Il napolitano ha grandemente meritato della favella nazionale, perocchè, oltre le origini greche, in codesto paese avea nido il parlare osco, prevalente tra i vicini e usato altrove nelle Atellane (vedi pag. 12); poi fu dei primi a usar l’italiano. Pure non credo pretenderebbe sostituirsi al toscano, e neppure in questo introdurre parole sue. Avesse pure voci, frasi e dizioni più logiche, più calzanti, più espressive che non le corrispondenti toscane; non le consacrò l’uso, _quem penes arbitrium est, et jus, et norma loquendi_. A Napoli si fece una ristampa del Vocabolario della Crusca, forse la più notevole per quantità d’aggiunte, e inserzione delle etimologie e sinonimie: ma non so che il Liberatore, il Borrelli, il Rocco, gli altri che vi collaboravano, abbiano messa a registro neppur una voce napolitana.
Distinguasi però la lingua toscana, ch’è una cosa positiva, da stile toscano, che è un non senso. Una è la lingua, differentissimi i modi d’usarla; e se quella può impararsi in Toscana o da Toscani, tutt’altro si richiede per riuscire grande scrittore, cioè gran pensatore. A tutte le armonie immaginabili bastano sette note, e con esse si resero sommi Jomelli, Rossini, Bellini, Verdi, senza sognare di voler mostrare originalità coll’inventarne di nuove.
Un insigne scrittore, che tanto tien conto della lingua da aver avuto il coraggio di rifare un proprio libro, graditissimo all’Italia, sol per uniformarlo all’uso toscano, ripose la sovranità di tal uso in ciò che si dice in Firenze. Sempre è l’amor della semplificazione, dell’unità, della vitalità progressiva, surrogato alla pedanteria di un dizionario, che non s’appoggia se non ad un’autorità secondaria, qual è quella degli scrittori. Perocchè gli scrittori son buoni (dico per lingua) in quanto fan testimonianza dell’uso. Nè a concedere ciò troveranno difficoltà quelli (e non sono molti) che sanno separare la quistione della lingua da quella dello stile.
Ma esso autore fece troppo scarsa la parte degli scrittori in fatto di lingua. Una lingua morta non può essere che imitazione, ricalco; tutto si circoscrive negli scrittori; non si può dire se non quel ch’essi dissero, a rischio d’esser barbari. Non così delle lingue vive. Se gli scriventi non hanno diritto di creare alcuna parola, molto contribuiscono, sia collo scegliere, sia col fissare, sia col derivare o comporre, siccome avviene a chi non parla soltanto, ma riflette alla parola. La quale poi è scritta in libri che la nazione adotta; e quei libri servono di testimonianza e di scuola, si citano, si imitano; e riducono, non immobile, chè non è nella natura di cose umane, ma più durevole lo stato d’una favella.
Il latino aveva l’autorità dell’uso al tempo dei precinti Cetegi come sotto i Costantini; eppure latino intendiamo quel ch’è scritto ne’ classici, anzi negli ottimi di questi.
Il latino stesso però, benchè si estendesse officialmente, ne’ varj paesi restava alterato dai linguaggi preesistenti, pur rimanendo sempre latino. Quando gli autori natii di Roma cessano, e ne sottentrano di provinciali e massime di spagnuoli, anche il parlare si altera. Chi scriveva dopo caduto l’Impero, ingegnavasi sempre e dappertutto imitare il latino classico: perciò lo scritto risentiva dell’individualità, essendo più o men rozzo secondo lo scrivente, perchè era studiato, non parlato. Ignoranti notari e legulei vi mescolano parole che non soleansi dai più corretti, ma che si usavano dal vulgo; gli ecclesiastici, volendo al vulgo farsi intendere, adoprano a tutto pasto i modi e le costruzioni di questo; e così il latino forbito degli scrittori s’accosta al parlato.
Come ne’ paesi artici l’aurora comincia ad albeggiare prima che siano scomparsi gli ultimi rossori del tramonto, così l’italiano sbocciò mentre era vivo tuttora il latino; crebbe via via che questo decresceva, e trovossi perfezionato prima che l’altro disparisse.
L’ingerenza di questo va estendendosi, finchè taluno, per iscrivere i proprj ricordi, le spese, le lettere, adopera affatto il parlar suo, cioè il vulgare: scritto, è vero, ancora con ortografia o alla vecchia o inesperta, ma pur vero italiano; lo usano i predicanti; i narratori di vite di santi o d’altri racconti per la plebe o per la gaudente società, e prima ancora in canti d’amore o di prodezze.
La vitalità di quel tempo trapela anche nell’adottarsi parole straniere e assimilarsele, acconciandole al proprio sistema, dicendo _Parigi, Basilea, Brugia, Magonza, Loira, Aquisgrana_; il che più non si fa quando la lingua cessa di essere indecisa; introducendole vi si lascia l’aria straniera.
In questo parlare plebeo, in questo vulgare «che seguita uso mentre il latino seguita grammatica», potrebbe egli stendersi una grande epopea, che abbracciasse tutto lo scibile, e cielo e terra? Dante tenzona fra il sì e il no, fra l’opinione de’ suoi amici e il sentimento proprio, fra la negativa espressa nella _Vita Nuova_ e nel _Convivio_, e la potenza acquistata coll’uso: frate Ilario non credea possibile quegli altissimi intendimenti significare per parole di vulgo, nè giudicava conveniente che una tanta e sì degna scienza vestisse a quel modo plebeo[214]. E Dante gli risponde: «Avete ragione, ed io medesimo lo pensai; e allorchè da principio i semi di queste cose presero a germogliare, scelsi quel dire che n’era più degno; e presi a poetare così:
_Ultima regna canam, fluido contermina mundo_, _Spiritibus quæ late patent, quæ præmia solvunt_ _Pro meritis cuicumque suis._
Ma poi, pensando che la gente colta non bada ai poeti e li lascia a’ plebei, temprai la lira in modo conveniente all’orecchio dei moderni».
In Dante, che chiamava Virgilio la maggior _nostra Musa_, e faceva dire da Sordello _lingua nostra_ la latina[215], è visibilissima ancora l’esitanza fra l’uso e la grammatica, ossia la lotta del latino coll’italiano.
Questo appare già staccato definitivamente nel Petrarca; ma perchè credeva che «le note dei sospir suoi in rima» fossero solo per donne e pel popolo, esso Petrarca riprometteasi la gloria da un poema latino, e latine stendea per lo più le lettere. Il Boccaccio, nel Decamerone, si valse stupendamente de’ modi vivi del popolo, ma latina credette dover tenere la costruzione; donde quel periodare aggrovigliato e ingombro, più lodato che imitabile; che non lieve guasto recò alla letteratura patria dandovi un’aria di ricercata, di attorta, di oratoria, di pretensiva, anzichè la ingenuità, la spigliatura, la concisione che aveva in que’ trecentisti, i quali scriveano come parlavano. Perocchè dall’eloquenza vengono alterate grandemente le lingue, cioè dallo studiar alle parole più che alle cose. E appunto in grazia del Boccaccio fra noi si radicò il concetto insulso, o la sciagurata pratica di due lingue; una dotta, azzimata, compassata, col periodo ritondeggiante, la cadenza studiata; lingua grammaticale o accademica, che titilla le orecchie, lascia gelato il sentimento e nebbiosa l’intelligenza; l’altra schietta, ingenua, perspicua, nè per questo trascurata, che anzi «le negligenze sue sono artificj».
Quantunque fosse compita la trasformazione del latino nell’italiano, pure la pedanteria nel Quattrocento introdusse un latino tutt’affatto italianizzato[216], e un italiano che poco differisce da quel fidenziano che altri maneggiò per celia, e che quelli farebbe creder libri del XIII o XIV secolo, allorchè appena svolgeasi l’italiano dalle fasce latine.
Prendendo la prima opera che mi cade sotto mano, nel vulgarizzamento del leggendario di Jacopo da Varagine, fatto dal Malermi e stampato a Venezia nel 1475, leggo che «Niccolò Jenson franzese, dapoi li instaurati quasi infiniti divini et preclari volumi, li quali per l’antiquità erano stati deperditi et quasi extincti, el divino, del quale fase mentione, volumo de le legende de’ sancti vulgarizzato, con mirabile ingegno et divina arte ha impresso et stampito». Direte che trattasi di uno stampatore ignorante? nol concedo; ma questo stile era comune, e Cesare Ciseriano, nel commento a Vitruvio, stampato il 1521, ha: «Infine alla sua etate (di Francesco Sforza) nulla symmetria di opera de ornamenti che Vitruvio ha descripto non era stata quasi mai dal tempo de’ Romani usque ad id tempus usata in Milano. Ma imperante Galeatio et successive Johanne Galeatio suo filio, et dapoi Lodovico, con più somma opera che poteno curaro havere architecti, che con queste vitruviane symmetrie facessero fabricare et ornare li mediolanensi edificj».
Ed erano già vissuti Dante e Boccaccio non solo, ma il Pulci e il Poliziano. Con buona licenza del Puoti e de’ suoi concittadini, io metto fra questi mal latineggianti anche il Sannazzaro; e senza citare il _non t’irascere_, il _cominciava a tangere_, il _munger gli uberi_, e gli _opachi suberi_, e _l’inducere_ e _producere_; non mancano che le desinenze per far latina molta parte delle sue prose. Per esempio: «Napoli è nella più fruttifera e dilettevole parte d’Italia, al lito del mare posta, famosa e nobilissima città di armi e di lettere, felice forse quanto alcun’altra: sovra le vetuste ceneri della sirena Partenope edificata, prese et ancora ritiene il venerando nome della sepolta giovane».
Il buon italiano era però conservato da quei che scriveano naturalmente e come parlavano: poi a quello tornarono gli scrittori del Cinquecento, nuova fioritura della nostra favella. Pure la cognizione e la pratica del latino era tanto comune, che s’insinuava in tutti gli scritti; le lettere, persin le famigliari, portano l’intestazione e la chiusa latina, qualche periodo esce in latino, qualche frase latina vi s’incastra, come oggi facciamo col francese.
Al 14 febbrajo 1525 il cardinale Rorario scriveva al Sadoleto, due prelati tanto colti:
«Sua Santità extima non esser decente a un pontefice prender le arme fra christiani, et se li suoi predecessori lo havevano facto, già se vedea de quanti mali erano stati causa: onde havendo sua santità deliberato gerere se tamquam patrem omnibus communem et servare la neutralità, el re di Franza..... inviò un exercito per lo Stato della Chiesa ad temptandum regnum neapolitanum: donde S. S. fu costretta aut sumere arma, quibus nec poterat nec volebat uti, aut dare fidem regi neutralitatis ecc.».
Il famoso cardinale Aleandro, stando legato in Germania nel 1522, scrive: «Accedit ad id il fastidio dell’animo per le tante paure, che costoro mi dipingono contra omnes ecclesiasticos: et voleano mutarsi habito et nome; del nome si è fatto, saltem del cognome. Del resto vado modestamente ut sacerdos, non facendo però le grida quia agitur de alia re quam de lana caprina: nè mi piace miglior consiglio quam confiteri Christum qui et me confitebitur coram Patre».
Su questo tenore leggo moltissime lettere di quel tempo, e alla ventura prendo una dell’elegante scrittore cardinale Campegio, che al 22 agosto 1524 scriveva all’or lodato Sadoleto: «In Augusta el predicatore che era in S. Mauritio, già corrotto di questa heresia, rediit: et perseveranter, non obstante queste turbolentie, predica pro fide. Intendo la canonizatione di san Brunone essere stata publicata magno populi concursu et devotione».
Ed egli stesso il 25 giugno 1530 al Salviati: «Nunc intendo quam in hoc cedent. S’è etiam proposto di voler eodem tempore cum articulo fidei miscere li gravamini della natione cum sede apostolica, de’ laici contra ecclesiasticos et e contra, ed è stato risoluto che no: ita che la prima sarà la cosa della fede. Io conosco, etiam per quello che vidi a Bologna, che tutte queste cose son troppo peso sopra le mie spalle... Ingenia parva materias grandes non sufferunt, sed in ipso conatu postea succumbunt. Pur mi forzerò di non mancare del debito et omnia consulte agere. S’è ragionato di fare electione di alcuni per restringere le negociationi. Li nominati sono cardinalis Salzburgensis, episcopus Augustæ, de quo nunc aliquid sinistri audio, al qual pur gli ho dato il suo breve ed exhortatolo fingens me longius ire...».
Che più? trovo ora appunto alcune nuove lettere di uno scrittore dei più leggiadramente italiani, Lodovico Ariosto; e sempre cominciano col _Magnifici et potentes domini mihi observandissimi_: per entro gli cascano _intervenientibus utrinque commissariis, e converso, inveteratus malorum, versa vice, et, quæ bene valeant, feliciter valeant, data paritate, Baldaxare, suspecto, ipso, damno, dicto, excellentia, advenire, subditi, prompto;_ e chiude, _ex Castelnovo Carfagnanæ, XII aprilis: observantissimus S. A. comes et ducalis commissarius generalis_[217]. Qual meraviglia se alcuno persuadeva all’Ariosto di scrivere in latino quel poema, che più di qualsiasi non toscano accolse e crebbe le ricchezze del parlar nazionale?
Giorgio Trissino, nella dedica della _Sofonisba_, prega Leon X a non «attribuirle a vizio l’essere scritta in lingua italiana». Anche il Bibbiena, nel prologo alla _Calandria_, dice che «non è latina, perocchè dovendosi recitare ad infiniti, che tutti dotti non sono, lo autore ha voluto farla volgare alfine che, da ognuno intesa, parimenti a ciascuno diletti».
Già pensavasi sottoporre a leggi convenzionali il fatto spontaneo della parola; ma i primi studj precettivi intorno alla lingua italiana la modellavano sulla latina; nelle grammatiche figuravano ancora verbi deponenti, casi, ordini de’ verbi secondo il reggimento, e così via. Il Vocabolario della Crusca, il primo di lingue moderne, fu ideato sui latini, perciò registrando solo le parole che si trovassero in autori e appoggiandole ad esempj, appunto come si farebbe d’una lingua morta; e perciò non sempre bastando alle infinite gradazioni ed evoluzioni del sentimento e della dottrina.
Molte scienze, oltre la teologica, si insegnavano ancora in latino; in latino si trattavano spesso le cause, sempre gli affari ecclesiastici. I tanti stranieri, che dalla devozione, dall’estetica curiosità, dalle scuole, dalla voluttà, dall’ambizione erano chiamati in Italia, si faceano intendere, non che dai preti e dai notari, ma fin dagli ostieri col latino; di qual natura latino è facile comprenderlo. I governi, la religione, la scienza continuavano anche fra gli stranieri ad usar quell’idioma, siccome più estesamente conosciuto, e già addestrato alle trattazioni; sicchè doveano averlo comune i nostri che in tanta quantità andavano fuori, in virtù della supremazia che la Corte di Roma mantenne all’Italia. E i grandissimi sforzi fattisi dal clero e dai letterati per conservare, non che il primato, ma quasi l’unicità del latino nelle scritture, mentre era non solo comune nel popolo, ma bellissimo nelle composizioni l’italiano, mi adombra e spiega l’opera degli aristocratici romani nel far prevalere la lingua letterata a quella ch’era popolare, e che, mantenutasi ne’ vulghi, ricomparve allorchè la favella colta degradò al mancare degli artificiali sostegni.
Solo al tempo della Riforma, come al resto, così si fece guerra al latino; i Riformati tradussero la Bibbia nelle loro parlate, volendo surrogare l’idea di nazionalità alla grande unità cattolica del medioevo; nelle lingue vulgari dibatterono le controversie religiose, poi anche le politiche e le scientifiche; e le adoperarono alle preci e ai sacramenti, sicchè il latino fu relegato nei santuarj cattolici. Molti nel Cinquecento l’adoprarono alla storia, alla poesia; ma non l’aveano raccolto dalle bocche coi solecismi e i neologismi d’una lingua parlata, bensì eransi rifatti ai classici, e il vanto loro consisteva nello esprimere interessi, fatti, sentimenti nuovi, senza dipartirsi dalle frasi di Virgilio, d’Orazio, di Livio, di Cicerone; e tanto vi s’industriarono, che la prosa, e più la poesia latina potè avere un’altra età dell’oro. Almeno v’è chi tale la giudica, quantunque io sia ben lontano dall’accettare quel giudizio; e tal lingua restava separata affatto dal popolo, e non appoggiata che alle reminiscenze. Il Bembo scriveva l’italiano coll’arte e colla fatica stessa del latino.
Dov’è a notare che sull’italiano operarono poco o punto due fatti, di somma efficacia sopra le altre lingue, la stampa e la riforma.
Nel 600 s’applicarono maggiori studj all’italiano, ben determinandone la natura, affinandone l’arte, scostandosi, è vero, dal naturale per renderlo artefatto e con immagini e metafore secondo il gusto del secolo; pure sceverandolo non solo da ogni influsso esotico, ma anche dal latino. È comune in que’ precettori la raccomandazione di usare, fra due sinonimi, quello che più si scosta dal latino. Il Buonmattei, Celso Cittadini, il Cinonio, lo Sforza Pallavicino (che definiva nascer l’eleganza da piccioli lumi, come da piccole stelle la via lattea), il Bartoli, il Corticelli, Udeno Nisieli diedero buoni avvertimenti; ma non credo giovassero gran fatto al bene scrivere, che in verità allora si scombussolò nelle smancerie secentistiche, dilatatesi dappertutto, eccetto che fra que’ Toscani che osavano scrivere come parlavano.
Nel secolo seguente prevalsero i Lombardi, deridendo il toscano, e contaminati d’una fanghiglia di francesume, la cui inondazione parve ricchezza al Cesarotti, che la eresse anzi in teorica, volendo l’italiano si rifiorisse continuamente con vocaboli e modi forastieri. Nel secolo nostro si tornò alla correzione; ma, ripigliando la primitiva funesta scissura, alcuni adottarono una lingua che intitolano illustre, accademica, cortigiana, letteraria[218]; altri, con opere più che con dispute, assicurarono bel posto alla schietta e limpida, che si arricchisce colla favella popolare e coi modi che provengono da passione. Pur sempre restiamo alla miseria di non avere peranco accertato qual delle due maniere sia la migliore, e da taluni son decantati come sommi maestri quelli che per altri non son che retori e pedanti; e stiamo incerti se ammirare il Bembo o il Caro, il Redi o il Bartoli, il Bresciani o il Manzoni.
A levar questo ingrato dissenso, a toglierci da questo bivio della lingua illustre o plebea, gioverà il porre in sodo e le origini e la costituzionale natura del parlar nostro. Perocchè, se vi ha sguajati che stampano libri professando di non conoscere la lingua, i savj sentono come vadano inseparabili il pensar bene e lo scriver bene; e come il senso comune giudichi ingegnose e incivilite le persone e le nazioni che meglio parlano e scrivono. Si procuri dunque una lingua nervosa, abbondante, chiara, facile, aggiustata, animata, uguale, non vaga, inesatta, esitante: una lingua che possa portare la divisa di Bajardo, _Sans peur et sans reproche_; con essa si espongano non baje ma cose, non frivolezze corruttrici ma scienza educatrice; sicchè infine si vada a imparar il bene scrivere dagli autori che insegnano il ben pensare; si adopri la lingua di tutti, ma per dir cose che non tutti sanno dire; e coll’eletta concisione di stile, colla precisione di senso e la delicatezza e la grazia, riducansi alla più semplice espressione gli svolgimenti d’un’idea originale.
Così venga, per l’accordo comune, a formarsi anche nella prosa una lingua scritta che si conformi alla parlata; lingua dotta e popolare, semplice e colta, istruttiva senza pedanterie, dilettevole senza trivialità, forbita dai dotti, compresa anche dagli indotti, aggradita dalla intera nazione. Del quale studio viepiù sentesi il dovere or che tutto vien mandato alla peggio da questo sproloquio di sofisti, micidiali non meno alla repubblica letteraria che alla civile. La divina pietà ne salvi una volta questa, per loro colpa, abjettita nazione!
APPENDICE II.
DELL’ANNO E DE’ CALENDARJ
(Vol. I, pag. 81).
I Romani non contavano i giorni del mese progressivamente come noi, ma v’avevano tre punti distinti: le _Calende_, primo giorno di ciascun mese; le _None_, al quinto nei mesi di gennajo, febbrajo, aprile, giugno, agosto, settembre, novembre, dicembre, e al settimo negli altri; gli _Idi_, al tredicesimo dei prenominati mesi, al quintodecimo degli altri. I giorni intermedj si denominavano dalla distanza loro da questi punti: metodo certamente incomodo.
Chi voglia tradurre i giorni del mese romano nei nostri, deve alla cifra reale di ciascun mese aggiungere 2, poi da questo numero sottrarre la differenza tra la data che si vuol convertire, ed essa cifra aumentata. — Chiedasi a che giorno corrisponde il _septimo kalendas maii_: aprile ha 30 giorni; se n’aggiungano 2, e si avrà 32; si sottragga il 7, e resterà 25 d’aprile, giorno corrispondente al domandato. Se chiedasi come si chiami in latino il 25 aprile, si sottragga questo da 32, e resterà 7 avanti le calende di maggio. — Pel _sexto kalendas martii_: ai 28 giorni di febbrajo s’aggiungano 2, e dai 30 che risultano si levi 6, e resterà 24. Se l’anno fosse bisestile, si avrebbe pel _bis sexto_ il 25.
Dalle calende trasse nome il _Calendario_, tavola su cui i pontefici notavano le feste. Il sovrantendere ai calendarj fu sempre spettanza de’ sacerdoti, in grazia delle feste da celebrarsi a tempi prefissi. Non servivano che per ciascun anno, e vi s’indicavano i giorni _fasti_ e _nefasti_, ne’ quali cioè era lecito o no rendere giustizia; i _comitiales_ e _atri_ di sinistro augurio; le _nundinæ_ o mercati; e negli ultimi tempi, quelli in cui fare omaggio ai membri della famiglia imperiale.
Alcuni calendarj, più o meno compiti, furono trovati, scolpiti su pietra o su metallo. Tale è il _Calendarium Prænestinum_ scoperto nel 1770, compilato da Verrio Flacco, ma che si estende solo ai quattro primi mesi e al dicembre. Il Foggini ne riunì i frantumi, e da diversi altri calendarj cercò formarne uno dell’intero anno nelle _Fastorum anni romani a Verrio Flacco ordinatorum reliquiæ_. Roma 1779. Vedansi pure WAASSEN, _Animadversiones ad Fastos romanos sacros_. Utrecht 1795; IDELER, _Handbuch der matematischen und technischen Cronologie_. Berlino 1826.
Gli altri calendarj sono il marmo rotto de’ Maffei conservato a Roma, che contiene tutti i dodici mesi; quello de’ Capranica per agosto e settembre; quel di Amiterno, frammenti dei mesi da marzo a dicembre; l’Anziatino, frammenti de’ sei ultimi mesi; l’Esquilino, frammenti di maggio e giugno; il Farnesiano con parte di febbrajo e marzo; il Pinciano, frammenti di luglio, agosto, settembre; il Venosino, con maggio e giugno compiti; il Vaticano, con pochi giorni di marzo e aprile; l’Allifano, con pochi di luglio e agosto. Ultimamente si scopersero a Cuma alcune parti di uno dell’età di Augusto.
Particolare è il calendario rustico Farnese, sculto sopra le quattro faccie d’un cubo, ciascuna delle quali divisa in tre colonne d’un mese ognuna. In capo v’ha il segno dello zodiaco; seguono il nome del mese, il numero de’ giorni, la posizione delle none, la durata del giorno, il nome del dio a cui è sacro, e le operazioni agricole. Per maggio e giugno dice: