Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 9
Per verità la rivoluzione non tolse il despotismo, ma tramutollo dal re nel popolo, che si arrogò le attribuzioni de’ privati, della famiglia, del Comune, assorbendo l’uomo nel cittadino, la famiglia nello Stato. Ne seguì l’anarchia; e poichè gli uomini han più paura di questa che desiderio della libertà, credettero primo bisogno il reprimerla, ed unico mezzo il despotismo. Ma chi potrebbe esercitarlo se non un soldato? E tutti gli sguardi si dirigevano all’Egitto e al Buonaparte, di cui la gloria traeva spicco dalle presenti sconfitte e dalla lontananza; le scarse notizie, le accorte insinuazioni facevano credere a grandi vittorie, magnificare i divisamenti del giovane generale, e guardarlo come l’unico capace di opporsi all’Europa congiurata e al disordine irruente.
Ma egli non avanzava fra i trionfi; e i quaranta secoli dall’alto delle piramidi videro alcune vittorie, ma poi una serie di disastri e di difficoltà, davanti alle quali fiaccavasi l’animo di lui, fatto pei colpi subitanei più che per le lente combinazioni. Trovavasi dunque disgustato della sua impresa, quando attraverso alle navi inglesi gli trapelarono le notizie di Francia, e i voti e le orditure de’ suoi amici: onde risolve tornarvi a tutto rischio; e disertando dall’esercito per correre dietro alla fortuna (29 agosto), passa non visto di mezzo agli esploranti inglesi, approda improvvisissimo a Frejus, e fra l’entusiasmo e la curiosità vola a Parigi, salutato da tutti come salvatore (9 8bre).
Fin là ben poco s’era sperimentata l’attitudine di Buonaparte al governare; sapeasi però ch’egli era fortunato, e basta: faceva mestieri d’un uomo, che desse unità a tanti impulsi, ed egli pareva il caso; e tutto da lui aspettavano tutti, su tutto si cercava il suo avviso. Egli sentendosi necessario, aveva l’arte di non spingersi che a sentita: poi tutto concertato nel secreto, volge le armi contro le toghe, e con un colpo ardito (9 9bre) disperde il corpo legislativo, abbatte il Direttorio, e fa eleggere un Consolato che deve assettare una nuova costituzione, capace di difendere la libertà dentro e propagarla fuori. O stanchi o speranti, nessuno si oppose; il popolo coprì d’applausi l’illegalità; le deportazioni suggellarono le bocche. — Non più Giacobini, non Terroristi o Moderati, ma soli Francesi», diceva egli; e per verità quando il Governo non fu più arietato da fazioni, non più fluttuò tra volontà irresolute, cessò il bisogno della violenza perchè un solo robusto lo guidava, non a caso e passione, ma per sistema.
La costituzione allora combinata (13 xbre) riduceva a mera ombra il diritto elettorale e la rappresentanza; cento tribuni discuteano le leggi, proposte dal consiglio di Stato; trecento legislatori le votavano senza discussioni; ottanta senatori vegliavano all’integrità della costituzione; tre consoli eseguivano. Buonaparte fu il primo di questi, anzi restava il vero padrone, e secondava l’universale inclinazione a restaurare il passato nel governo, ne’ costumi, nella religione. La gente di veduta corta pensava ch’e’ volesse rimettere in trono i Borboni: ma egli lavorava per sè, e si era accorto che al dominio non poteano portarlo se non le bajonette. Occorrevagli dunque di compire qualche splendida impresa: e qual campo migliore dell’Italia, dove avea colto i primi allori? A questa pertanto volse la mira, rialzando le speranze di quei tanti Italiani che dalla Francia rimpiangeano la patria o in patria la libertà, e che soffrivano dalle riazioni.
Le coalizioni, se pur durano fin a conseguire l’intento, poco tardano a scomporsi. All’Inghilterra dava ombra lo stare Russi in Italia, i quali poteano fissare un piede sul Mediterraneo, dov’essa aspira a predominare. Più ne ingelosiva l’Austria, ed appena le ebbero ricuperata la Lombardia, cercò rinviarli, e col pretesto d’una spedizione in Olanda li trasferì in Isvizzera, benchè non pratici del terreno, e nuovi alla guerra di montagna. Pel difficile Sangotardo, ove si scolpì un masso _Suwaroff Victori_, costui cerca la valle del Reuss (1799 25 7bre); da Lecourbe molestato al ponte del Diavolo, sfila con gravi perdite per una gola angustissima; e subito svallato, trovasi Massena alle spalle. Le balze tranquille risuonano di armi omicide, dopo una battaglia di quindici giorni, dove ventimila Russi e cinquemila Austriaci periscono, dell’esercito conquistatore non rimangono che poche reliquie per giungere compassionevoli al Reno; e Suwaroff ricusando di più combattere, torna a Pietroburgo a lamentarsi dell’Austria come traditrice, nè altro che ingorda di conquistare l’Italia e tenerla per sè.
Davvero essa parea raccogliere tutti i frutti degli altri disastri; considerando scaduti il papa e il re di Sardegna, bramava serbarsi i loro dominj come conquista sopra la repubblica francese[53]; e inorgoglita, rifiutò la pace che le offerse il primo console (1800), e ridomandava il Belgio. Anche l’Inghilterra ricusa patteggiare con Francia; il ministro Pitt ottiene da quel Parlamento un credito di mille milioni per guerreggiare un consolato, che nelle casse trovò appena censessantamila franchi[54]; e la guerra del mondo è dichiarata.
Vasto era il sistema di campagna della seconda coalizione. In Italia Austriaci e Inglesi doveano prendere Genova, marciare sopra Nizza e di là nella Provenza, ove li seconderebbe l’insurrezione dei Realisti; un secondo corpo solleverebbe il Piemonte; Melas si spingerebbe nel Delfinato, e a rattizzare la guerra in Vandea, nella Bretagna, nella Normandia; l’imperatore stesso e gli arciduchi si metteano in campo; centrentamila uomini guidava Ferdinando, ottantamila Bellegarde in Italia, l’arciduca Giovanni cenventimila; mentre Carolina di Napoli andava a sollecitare il czar di Russia.
Di mezzo a tanto fracasso d’armi, Buonaparte davasi l’aria di volere la pace, e gemea del vedersela negata; ma intanto s’accingeva a nuovi trionfi. Comprendendo che il caso non richiedeva piccole e solite manovre, raccolta a Digione una riserva di sessantamila reclute, medita sbucare tutt’insieme per le valli del Sangotardo, del grande e piccolo Sanbernardo e del Cenisio, e intercidere così la linea del nemico, estesa dalla Lombardia sin lungo il Varo. Moncey, staccato dall’esercito del Reno, per la prima via comincia le operazioni; Thureau per l’ultima; pel piccolo Sanbernardo Chabran. Secondo la Costituzione, il primo console non poteva avere il comando delle armi; ma egli vi sorpassa, e solo per la forma fatto nominare generale in capo Berthier (maggio), mena trentacinquemila uomini pel gran Sanbernardo.
Generali abili nell’esecuzione, attenti ad ogni particolarità, solleciti della disciplina e dell’esercizio, maestri ne’ metodi e nel meccanismo della tattica, valentissimi in tutto ciò ch’è ordinario, mancano poi di quell’inventiva che sa rompere il circolo delle idee, delle abitudini, de’ precetti, per ispegnersi là dove si trovano combinazioni nuove, molteplici mezzi, insperati espedienti. Qui sta la differenza fra il talento e il genio; indizio del quale è il persuadersi che si possa fare cosa nuova. Delle Alpi in inverno sempre aveasi avuto spavento; Buonaparte non vi credette, e trovò soda la neve, belle le giornate. Avventurose quanto le sabbie d’Egitto erano le ghiacciaje dell’Alpi, ed esalterebbero le giovani fantasie: e di fatto restò dalla poesia e dalla pittura abbellito quel passaggio che sarebbe terribile sol quando un pugno d’italiani vi difendesse l’indipendenza della patria. Ma il nemico, ingannato dalla pubblicità che Buonaparte dava al suo disegno e dall’enfasi con cui l’annunziava, lo credette un artifizio, e non si argomentò a por riparo ad un’impresa, che altrimenti sarebbesi condannata per temeraria[55].
In Italia i Francesi, ridotti a quarantamila uomini e penuriosi, erano rincalzati verso le Alpi: e Massena nella Riviera di ponente senza denaro nè munizioni, con pochi soldati, compiva atti eroici, finchè entrò in Genova, riordinò l’esercito scompigliato per la morte di Championnet, e vi si trovò ben presto assediato da Inglesi ed Austriaci. Genova non era di veruna importanza all’Austria, la quale non potea sperare di tenersela, e avrebbe dovuto comprendere che le grandi battaglie si agiterebbero sul Po e in Lombardia; pure ella ostinossi in un’impresa, che estendendo di troppo la fronte dell’esercito comandato da Melas, lo indeboliva. Intanto essa lasciò sguernita la Svizzera, e il francese esercito senza pur uno scontro passò la montagna. Lannes, che comandava l’antiguardo, giunse a Etroubles, il 19 maggio, il 21 Buonaparte, e per Aosta e Ivrea scesero ne’ piani italici, tenendo la pendice meridionale dell’Alpi da Susa fino a Bellinzona.
Melas aspettava ancora Buonaparte a Ventimiglia, quand’egli già, preceduto dal cognato Murat, entrava in Milano (1800 2 giugno). Senza persecuzioni la rimette in istato di popolo, nulla badando al Direttorio Cisalpino che nei tredici mesi erasi sostenuto a Chambéry, istituisce un comitato provvisorio di governo; ripristina l’Università di Pavia con valentuomini; si rifocilla coi magazzini e colle artiglierie abbandonate dal sorpreso Austriaco, che sarà battuto dall’armi sue stesse. Murat correva a prendere Piacenza; e tagliato così in due l’esercito nemico, i Francesi non esitano a lasciare sguarnita la Lombardia per affrontarlo nelle pianure del Piemonte e costringerlo ad allargare Genova.
L’esercito chiuso in questa città era destinato vittima a quella grande spedizione, e vi sofferse martirj che onorerebbero una causa santa[56]. Mancate le carni e i grani, mancata la cipria, s’incettò l’orzo, il linseme, la veccia, il cacao e che che altro si potè, e formavasene un tristissimo pane da munizione, mescolato con zuccaro e miele; una fava fu pagata due soldi, un panetto diciotto franchi; e dopo disputato le erbe e le radici ai ruminanti, frugavasi nelle fogne se qualche resto di cibo si fosse sottratto all’avidità; rodeansi le scarpe e i cuoj delle sacche; e soldati e popolo diventano eroi nel cercar di che vivere con modi che a pena si crederebbero fra popoli civili. Molti ogni giorno morivano di fame, o da sè aprivansi le vuote viscere; l’abitudine toglieva il compassionarli, e l’impossibilità il soccorrerli; e i gemiti di giorno e di notte, e i miserabili aspetti, e le sorgiunte febbri pestilenziali facevano orribile la misera Genova. Massena stette a parte di quei patimenti, i quali davano tempo alle operazioni di Buonaparte, nè volea sentire di arresa, finchè il popolo tumultuante, i soldati ridotti a ottomila ed estenuati, lo indussero non ad una capitolazione, ma ad una convenzione, per cui tutto l’esercito usciva colle armi, i rifuggiti restavano salvi, gli abitanti sarebbero immediatamente provvisti di viveri.
Libero appena da quest’impaccio, Melas accorre per riaprirsi la comunicazione con Vienna; e nella pianura di Marengo (1800 4 giugno), fra la Scrivia e la Bormida, affronta il nemico. L’esercito di Buonaparte, che, non aspettandosi l’attacco, si trovava disseminato, soccombeva un corpo dopo l’altro dinanzi ai veterani austriaci e alla cavalleria ben atteggiantesi in quei piani; allorchè sopraggiunse Dessaix con una colonna, reduce allor allora d’Egitto, e che improvvidamente era stata mandata altrove: con quella che pare ispirazione e non è che un calcolo fatto rapidamente, egli si dispone in quadrato, come aveva appreso nel combattere i Mamelucchi, compie una felice riscossa, pagandola colla propria vita, e Buonaparte ne profitta per riportare compiuta vittoria[57].
La battaglia di Marengo costò quattromila vite ai Francesi, novemila agli Austriaci. Questi dunque non erano annichilati: eppure li colse tale costernazione, che quell’esercito di cenventimila uomini, che, dopo rimesso il giogo all’Italia, doveva invadere la Francia meridionale, levossi in totale sconfitta. Così ancora all’esperienza prevale l’audacia, alla guerra metodica la spicciativa, alla dottrina l’invenzione e il concentrar le forze e accelerar le marce. Melas, irresoluto per natura e per gli ordini viennesi, cercò un armistizio, e in cumulo cedette le fortezze, purchè le truppe avessero licenza di ritirarsi a Mantova; fatto che eccitò l’indignazione, e crebbe il prestigio napoleonico. Alessandria patteggia, i Francesi tornano in Genova, l’Italia rientra sotto la devozione di Buonaparte, il quale non inebriato dal trionfo, all’imperatore offre pace ai patti di Campoformio, cioè che gli Austriaci sgombrino la penisola sino al Mincio.
Ma Francesco II, nel tempo che negoziava di pace, accettò sessantadue milioni di sussidj e l’alleanza dell’Inghilterra, e disdicendo i preliminari, arrestò l’ambasciadore francese. Buonaparte denunziandolo sleale, ripiglia le mosse e comincia la _campagna d’inverno_ (9bre). Augereau è sul Meno; Moreau sull’Inn; sul Mincio Brune, generale mediocre, succeduto al prode ma diffamato Massena nell’esercito italico; Murat guida verso l’Italia diecimila granatieri; Macdonald staccatine quindicimila dall’esercito vincitore di Moreau, traversa faticosamente la nevata Spluga, per emulare il vantato passo del Sanbernardo, e sceso in Valtellina, risale i Zapelli d’Aprica per calarsi nella val dell’Oglio, indi al Trentino pel Tonale, per via inaspettatissima giungendo a formare l’ala sinistra dell’esercito d’Italia; Moreau, vinto a Hohenlinden l’arciduca Giovanni, avanzasi fino a Lintz sulla strada di Vienna, e agli sgomentati arciduchi concede l’armistizio che dianzi avevano ricusato (3 xbre), patto che a Luneville si tratti della pace senza l’Inghilterra.
Anche in Italia Brune e Macdonald, vincitori a Mozambano, nè lasciando all’Austria che Mantova, moveansi per isboccare dall’alpi Noriche sopra Vienna (25-30 xbre), quando il maresciallo Bellegarde che comandava gli Austriaci, udito l’armistizio di Germania, lo patteggia anch’esso. Alessandro di Russia erasi già staccato dalla coalizione; tutta Germania esclama (1801 gennajo) contro la improvvida politica dell’imperatore, che è costretto sagrificare il ministro Thugut e surrogare Cobentzel; il quale dopo lunghe discussioni a Luneville con Giuseppe Buonaparte, conchiude la pace (9 febbr.), dove, appellando al trattato di Campoformio, si confermavano alla Francia il Belgio, all’Austria gli Stati veneziani.
Buonaparte, volendo ricuperare in America l’insorta isola di San Domingo, erasi fatto cedere dalla Spagna la Luigiana, antico possesso della Francia, in compenso promettendo crescere all’infante di Parma gli Stati fino a un milione e ducentomila abitanti, col titolo di re. A tale aumento fu destinata la Toscana, che verrebbe custodita contro gl’Inglesi dalla flotta spagnuola, al granduca assegnandosi un’indennità in Germania.
Così Austriaci più non rimaneano di qua dall’Adige. L’imperatore, senz’autorità della dieta germanica, riconosceva le repubbliche Batava, Elvetica, Cisalpina, Ligure; rilasciava i prigionieri di Stato italiani, facea nuovamente cessione alla Cisalpina di tutti i diritti e titoli che vi avesse, e alla Ligure de’ feudi imperiali. Non parola del papa, di cui ambiva le Legazioni; non di Napoli, non del Piemonte.
La più generale conseguenza politica della rivoluzione francese, cioè l’ingrandimento delle grosse potenze e la ruina delle piccole, diveniva più sempre apparente; e per indennità ai grossi Stati spartivansi i piccoli principati tedeschi e specialmente gli ecclesiastici. L’Austria, patteggiando di contrade e sovranità non sue, e all’interesse della Casa sagrificando quel del corpo germanico, si pigliò i vescovadi di Bressanone e Trento; al granduca di Toscana diede l’arcivescovado di Salisburgo, gran parte di quelli di Cassow ed Eichstädt, e il prevostato di Bestholdsgaden; al duca di Modena la Brisgovia e l’Artenau[58]: compensi inadequati alle perdite in Italia, e per soprapiù iniqui.
In Toscana, quando si udì il ritorno de’ Francesi, il senato ordinò la leva a stormo: ma i Francesi non tardarono a entrarvi (1800 dicembre). Sola Arezzo resistette e si fortifica, e il generale Monnier la bombarda, e penetratovi a forza, fucila chiunque coglie colle armi, lascia esercitar il saccheggio fin ne’ monasteri e spedali per sette ore, poi smantellata la fortezza, mette contribuzioni, ammutite le campane che aveano sonato incessantemente a martello. Il generale Miollis proclamava poi il perdono, sperando «che la patria del Petrarca non saprebbe essere insensibile alla generosità, colla quale tutto è obliato»[59]; e poichè pizzicava di letterato, fece ristabilire l’Accademia del Cimento, rendere onori funebri alla Corilla poetessa e porre una lapide alla casa di lei; dagli Israeliti fece erigere una cattedra di letteratura; protesse a Padova il Cesarotti, come a Parma avea visitato il Mazza che ripagollo con una lettera e un sonetto: ma quando a Firenze volle visitare l’Alfieri questo non lo accolse.
Sull’Appennino duravano molti rivoltosi, contro cui si spinsero le colonne francesi; per tutta la campagna si assassinava; nelle città intrigavasi e disputava. Al crescere delle vittorie francesi, il re di Napoli, stimolato dall’instancabile moglie, propone di marciare a difendere la Romagna e ricuperare la Toscana, e avvia truppe sopra Siena, guidate dal francese fuoruscito Dumas: ma Miollis con Pino affrontatolo (1801 22 gen.), il ricacciano a forza, mentre Murat, sceso dalle Cozie con diecimila uomini, si difila su Napoli. Questa non poteva opporre che poche truppe scoraggite ai vincitori dell’Austria; ma Carolina corre all’imperatore di Russia, ne adula l’onnipotenza, non volesse negar la mano a una famiglia, rea soltanto del nome borbonico e d’essersi esposta per la sacra causa de’ troni.
Il czar le promise appoggio, e spedì il gran scudiere Levaschef a dire al primo console come desiderasse l’integrità del regno di Napoli. Buonaparte, vogliosissimo di tenersi amico il czar qual unico contrappeso all’Inghilterra, si proferì disposto a sagrificare anche i giusti suoi risentimenti al piacere di fargli piacere. Levaschef proseguì verso Napoli, ricevuto fin con archi trionfali dall’esercito di Murat (18 febb.); il quale arrestando l’irrefrenabile suo corso alla parola del Russo, fece l’armistizio di Foligno (29 marzo), poi la pace di Firenze, salvando quel regno a patto che i porti ne restassero chiusi alla bandiera britannica e alla turca, e aperti alla francese e alla russa; rinunziasse a qualunque ragione sull’isola d’Elba e sullo Stato di Piombino e de’ Presidj; piena amnistia per colpe di Stato; pagherebbe mezzo milione di franchi per restauro dei cittadini francesi danneggiati. In segreto vi s’aggiunse, finchè durasse guerra colla Turchia e la Gran Bretagna, guarnigioni francesi starebbero negli Abruzzi e in terra d’Otranto, mantenute dal re.
Allora si riapersero le carceri, i proscritti uscirono dai nascondigli e tornarono al possesso dei beni, si vietò ai repubblicani di turbare gli ordini regj; e Buonaparte scriveva a Soult, comandante de’ presidj francesi, che desiderava andasse alla messa coll’uffizialità a suon di musica, e conversasse coi preti e cogli uffiziali regj. Tale spirito nuovo e conciliativo Buonaparte voleva insinuare.
CAPITOLO CLXXIX.
Buonaparte ordinatore. Rimpasto di paesi. Concordato. Pace di Presburgo. Regno d’Italia.
Le paci di Campoformio e di Lunéville ripristinavano dunque il diritto pubblico, dalla rivoluzione abbattuto; e dopo le radicali dottrine e le pompose promesse, la Francia stessa immolava popoli e nazionalità al vecchio sistema dell’equilibrio. Buonaparte, benedetto dall’Europa come il genio dell’ordine, del buon senso, della pace, ai migrati restituì la patria e i beni non ancora venduti, schiudeva una società nuova al calore della sua gloria, e avviavasi alla dittatura: ma non che ripudiasse i costosi frutti della rivoluzione, li fece ordinare e sanzionare nel Codice, costruito sull’individuale libertà e sull’eguaglianza di tutte le persone e tutte le cose sotto leggi e tribunali identici, pareggiando i cittadini nella società, i figliuoli nella famiglia; svincolando la proprietà, sicchè ognuno potesse disporne co’ soli limiti imposti dall’utilità pubblica; secolarizzando l’ordine politico e il civile.
Alle idee riordinatrici di Buonaparte confacevasi il ripristino della religione, sentimento che tocca più degli interessi. Il culto era stato abolito, abolito Dio sotto il Terrore, quasi a dimostrare che una società non poteva imbrutire a quel segno se non rinnegando Iddio. Sentì quel vuoto il Direttorio, e mediocre come era, credè surrogarvi l’assurdo culto teofilantropico, i cui sacerdoti, alla ricorrenza di certe feste della Virtù, venivano a deporre fiori su quegli altari, donde erasi eliminato il sacrosanto rito dell’espiazione. Pio VI, cacciato da Roma poi anche da Firenze, fuggì a Parma e di là a Valenza di Francia, meglio accompagnato nella nobile miseria da dimostrazioni popolari, che dalle cortigianesche nel fastoso e umiliante pellegrinaggio a Vienna. Quando colà morì di ottantun anno (1799 29 agosto), i filosofi dissero, — Ecco sepolto l’ultimo papa», e Revellière-Lépaux, inventore del culto teofilantropico, scriveva a Buonaparte impedisse di eleggere un successore, e profittasse della circostanza per istabilire a Roma un Governo rappresentativo, e sottrarre l’Europa dalla supremazia papale.
Ma Buonaparte avea trattato il papa da vincitore bensì, pur con riguardi, e «come avesse centomila soldati». Rientrato in Milano, assistette ai Tedeum che qui celebravano le sue vittorie, e potè chiarirsi che il popolo nostro era e voleva essere cristiano. Onde raccolti i parroci di Milano disse loro: — Persuaso che la religione cattolica è la sola che possa procurare felicità vera ad una società ben ordinata, e assodar le basi di un Governo, volli accertarvi che metterò ogni cura a proteggerla: avrò come perturbatori del pubblico riposo e nemici del ben comune, e punirò rigorosamente e fin colla morte chiunque le farà il minimo insulto: voglio sia conservata nella sua interezza, pubblicamente esercitata e libera come la prima volta ch’io entrai in questo felice paese. I cambiamenti posteriori avvennero contro l’inclinazione e il veder mio, nè potevo oppormi ai disordini, ad arte eccitati da un Governo, sprezzatore della religione cattolica. I filosofi vollero dipingerla nemica d’ogni sentimento democratico e del Governo repubblicano. L’esperienza disingannò i Francesi; ed io, che pur sono filosofo, so che nessuno potrebbe passare per virtuoso se non sa donde viene e dove va; nè saperlo si può che dalla religione, senza di cui la società è vascello privo di bussola. Dei trattamenti usati al papa defunto, han colpa gl’intrighi di quelli in cui avea posto confidenza, e la crudele politica del Direttorio. Col nuovo papa spero tôrre gli ostacoli all’intera riconciliazione della Francia. Voi so quanto soffriste nella persona e nei beni, e vi provvederò; e quel che vi dico, desidero sia noto non solo all’Italia e alla Francia, ma a tutta Europa»[60].
Anche in Francia, se per moda, per idolatria a Voltaire, per rispetto umano, durava ancora fra la gente colta l’empietà, il popolo tornava a sentir bisogno del Redentore, che riabbellisse la natura, benedicesse le cune e i feretri, giudicasse le iniquità de’ forti: i pensatori disingannati vedeano dover rintracciare un’eguaglianza più vera, una libertà più salda e meno fallibile, meditavano melanconicamente sulle ruine che da tre secoli le sêtte religiose e filosofiche facevano nel cristianesimo senza sostituirvi una legge generale dell’uomo e del mondo, senza trovare un essere intermedio fra il gran tutto che rapivano all’umanità, e il nulla in cui la sobbissavano.