Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)

Part 8

Chapter 83,590 wordsPublic domain

Ma la libertà era cosa insolita, insolitissima l’eguaglianza in paese monarchico, di tenace feudalità, di fanatica ignoranza, e che la presente condizione non avea conquistato a fatica e sangue, ma riceveva in dono. Il sospetto era morbo inoculato dalla precedente dominazione; i perseguitati voleano vendicar le ingiurie sofferte con recarne di nuove; i giovani le idee di moda sorbivano coll’esagerazione che non tollera freno; e per imitazione di Francia urlavasi contro il tiranno, contro il papa, contro il culto, contro l’aristocrazia; nelle sale _patriotica_ e _popolare_ formolavansi accuse contro a privati e a pubblici, e diluviavansi parole e ineffettibili proposizioni. Al popolo che chiedeva pane, si predicavano i beni della repubblica, s’insegnavano i diritti dell’uomo e i destini d’Italia; i nomi di santi imposti nel battesimo, e principalmente di Ferdinando, si cambiano nei classici di Cassio e Armodio, o di Masaniello; e cantar Partenope e il Sebeto, e recitar le tragedie d’Alfieri, di mezzo alle quali talvolta uno sorgeva in pien teatro, e presone a testo qualche verso, metteasi a sbraitare contro il dispotismo.

Acclamata la costituzione francese, si sciolsero i fedecommessi, le giurisdizioni baronali, i servigi di corpo, le decime, le caccie riservate, i titoli di nobiltà; con integrità si corressero gli abusi delle banche, annichilando moltissima carta, e la gabella sul pesce, sulle farine, sulle teste. Tutto bene, ma i modi precipitosi guastavano; l’abolire le tasse senza nulla surrogarvi, scompigliò le finanze; se non bastava che col distruggere le feudalità tutt’a un colpo si fossero suscitate inestricabili liti coi Comuni, si beffavano e ingiuriavano con iscritti e con atti i baroni come i preti. Il ministero della guerra avea proclamato che «chiunque avesse servito il tiranno, nulla sperasse da un Governo repubblicano»: onde tutto l’esercito antico e il satellizio dei baroni (milizia già addestrata che sarebbesi potuto utilizzare per la patria) si ridussero paltoni o masnadieri, ribramanti il governo antico. Quindi scombussolamento e mali umori; chiunque non sedeva in posti screditava chi vi sedesse; chiunque trovava un freno di legge, urlava alla tirannide. I _democratizzatori_ erano odiati nelle provincie, ove piantavano alberi di libertà e toglieano denari. I ventiquattro del Governo, da un lato pareano tirannici, perchè moderavano le trascendenze dei circoli politici, peste d’ogni libertà; dall’altro fiacchi, perchè nelle benevole fantasie non voleano persuadersi degli abominj della ciurma qualora sormonta.

I Borboni erano fuggiti per pusillanimità, ancora integri di forza e di tesoro, e lasciando moltissimi fedeli, ai quali aggruppavansi man mano i malcontenti. Fidando in una vicina riscossa, i baroni, avversi al nuovo Stato e non lo temendo, cingeansi de’ loro vecchi armigeri e de’ soldati regj congedati, e alla spicciolata combattevasi, assassinavasi, si rinnovavano fatti esecrandi. Pronío e Rodío capibanda non cessavano di molestare i Francesi negli Abruzzi: in Calabria uno Sciarpa, in Terra di Lavoro Michele Pezza, famoso col nome di frà Diavolo, altri altrove, piacevansi degli assassini, onestati dal titolo politico: il Mammone mugnajo ornava il suo desco con teste appena recise, beveva sangue, e se non n’avesse d’altrui, il proprio; quattrocento fe trucidare, anche traendoli di carcere: e a cosiffatti il re dava il titolo d’amici e generali[46]. Tali cose sono asserite dal Coco, ma dopochè il brigantaggio infierì quest’ultimi anni contro il nuovo regno d’Italia, l’esagerazione con cui ne sono narrate le imprese e le atrocità dalle due parti opposte obbliga a dedurre assai da quanto fu asserito allora. Nulla più credulo che i tempi di rivoluzione.

Altrettanto si esagerò intorno a Fabrizio Ruffo. Questo napoletano fu assessore di governo a Roma, poi tesoriere abilissimo; avea tolti molti abusi feudali, assicurato le rendite, stabilito un premio a chi piantasse ulivi, e passava per riformatore; e poichè gl’interveniva, come in tutti i tentativi, di fare e disfare, Pasquino il dipinse con nell’una mano _ordine_, nell’altra _contrordine_, in fronte _disordine_. Caduto di grazia, ricoverò a Napoli, ove il re lo pose intendente di Caserta e San Leucio, ma sì poco profittò de’ suoi posti che, quando fu fatto cardinale, per sostenere le spese dovette ipotecare i beni della prelatura. Allora rivide Roma, e cooperò a sostenere il coraggio di Pio VI, poi accompagnò i reali di Napoli nella loro fuga in Sicilia, donde tornato in Calabria, vi sistemò l’insurrezione e la guerra di bande in nome della santa fede; e al suo esercito parea dovessero unirsi moltissimi di Sicilia, dove i baroni, benchè non obbligati a servire fuori dell’isola, offersero di reclutare a proprie spese novemila soldati.

Intanto legni inglesi e siculi, capitanati da Nelson, sommoveano le coste, presero Ischia e Procida, minacciavano Toscana e Romagna, interrompeano le comunicazioni fra Egitto e Francia, e catturavano navi e persone: la flotta turco-russa, dopo ritolta Corfù ai Francesi, accennava all’Italia. Della rapida conquista di Championnet non restavano ornai che Napoli e il circondario (1799); sicchè il Governo repubblicano dovette uscire dalla quiete, in cui lo teneano la confidenza del bene e il desiderio di non infamarsi con crudeltà, e cominciò rigorose repressioni. Andria fu distrutta orribilmente; Trani col sacco e il fuoco punita dell’ostinatissima resistenza; e così Sorrento e moltissime terre di Bari e di Calabria, senza per questo sopire la rivolta. Macdonald mette fuori proclami ferocissimi; prelati e preti sconterebbero colla vita le insurrezioni de’ luoghi ove dimoravano e sarebbero uccisi appena côlti coi sollevati; autorità al Governo d’arrestare i sospetti; ricompensa e silenzio a chi denunziasse un migrato francese o depositi d’arme; morte a chi toccasse a stormo le campane, o spargesse false notizie. Ettore Caraffa conte di Ruvo, maggiordomo del re eppure mescolato nelle congiure, imprigionato, fuggito, stimolatore e compagno di Championnet nella spedizione, ora scontento che s’intepidisse l’ardore repubblicano, faceva ad arbitrio leve e tolte che invelenivano.

Stretto dal bisogno di riparare la Francia minacciata, il Direttorio di Parigi (1799 maggio) comandò a Macdonald accorresse nell’alta Italia per congiungersi a Moreau che scendea dalla Bocchetta di Genova; ed egli partì di Napoli, lasciando deboli guarnigioni a Capua, a Gaeta e in castel Sant’Elmo. Trovava la Toscana con insolito furore levata alle grida di — Viva Ferdinando, viva il papa», e dovette arrestarsi davanti Arezzo e Cortona che osarono resistergli. Questo rubogli un tempo d’inestimabile valore per unirsi a Moreau, e concedette agio a Suwaroff d’interporsi grosso fra loro nel piano di Piacenza. Tre giorni di fiera battaglia (17-19 giugno) contaminarono la Trebbia con quindicimila cadaveri; Macdonald indietreggia, e difilatosi sopra Genova, vassene in Francia, con lode di grande ma sfortunato valore; e Suwaroff pianta i suoi accampamenti in modo da impedire che fossero soccorse Tortona ed Alessandria assediate.

Ormai nelle sole fortezze trovavasi ridotta la possa francese. Il Direttorio rinnovatosi, volendo dare prova di sè con atti robusti, impone cento milioni sui ricchi, arma grossi eserciti, dirizza alla volta di Genova Joubert a capo di quarantamila infervorati: ma Kray e Suwaroff riunitisi, lo pettoreggiano e costringono a rifuggire tra l’Appennino; e poco poi resta ucciso a Novi in una battaglia che costò ventisettemila vite (15 agosto). Anche Moreau sottentratogli è messo in rotta: Championnet, sceso per Cuneo sul Piemonte, dopo breve prosperità, trova sconfitta e morte (7bre). Gli Austriaci espugnano faticosamente Tortona; ma Alessandria, Mantova, Serravalle, Cuneo, altre fortezze capitolano con tal rapidità che i comandanti sono accusati di corruzione o di tepore.

Sogliono gli Italiani chiedere la loro liberazione dai Francesi: ricevuta che l’abbiano, maledirli. Quando Macdonald la abbandonò, alla repubblica Partenopea parve d’avere acquistata l’indipendenza, e fece gavazze ed eccessi fino a proporre di tor d’impiego chiunque vi fosse stato posto da’ Francesi; e intanto frati predicare la repubblica in nome del vangelo, filosofi in nome di Rousseau; tutti assicurandola immortale, e già aveva il rantolo della morte. Il potere fu accentralo in Gabriele Manthoné, chiassoso repubblicano, che ravvivò gli ordini dei più fieri comitati di Francia, e con denari levati o donati soldò i veterani e li spedì a combattere gl’insorgenti, sistemò la guardia nazionale e una Legione Calabra, che proclamava — Vogliamo sangue, vogliam morte: darla o riceverla ci è tutt’uno, purchè la patria sia libera e noi vendicati».

Pensate che orrori ne dovessero seguire: intanto che le parti straziavano le viscere, e gl’insorgenti sbucavano d’ogni calle, d’ogni bosco, e superando l’opposizione, assalsero la mal guarnita Napoli. Si volle, come sempre, difendere la capitale, mentre l’abbandonarla e difilarsi in colonna verso Capua o ai monti, avrebbe risparmiato ai Realisti tanti assassinj. Ruffo v’entrò di viva forza, secondato dai lazzaroni, con ferocie quali poteano attendersi da disperati contro disperati. Le finte notizie sono sempre l’arsenale dei settarj. Come dianzi erasi sparso che Ruffo si fosse da sè creato papa, così allora si diè intendere ai lazzaroni che i repubblicani avessero tramato di scannarli tutti, e i loro fanciulli educare senza religione; ond’essi a buttarsi su quelli ferinamente, e spogliare maschi e femmine per punirli della chioma raccorcia o per trovarvi gl’impressi simboli repubblicani e massonici, flagellarli, straziarli a membro a membro, arderli vivi. Guai alla casa che uno ne ricoverasse! il che rendeva inospiti molti, altri vili sino a denunziare il figliuolo o il fratello. Dopo due giorni il cardinale riuscì a sospendere la carnificina, e si diresse ad espugnare i castelli Nuovo, dell’Ovo e Sant’Elmo, dov’erano ricoverati i patrioti di miglior conto.

Di là poteano questi recare immensi guasti alla città; aveano seco ostaggi e parenti del Ruffo, e modo di resistere finchè di Francia venissero soccorsi; laonde dal cardinale ottennero una buona capitolazione, libertà di partire sulle navi chi volesse, o di restare inoffesi, e promessa di sciogliere i prigioni e gli ostaggi. A tali patti ebbe esso i castelli, pubblicò generale perdonanza, e i repubblicani già erano imbarcati: quand’ecco dalla regina Carolina giunge una protesta[47], e voler morire piuttosto che patteggiare con sudditi ribelli; spedisce Emma Leona, che coi baci compra sangue da Nelson, il quale cassa la capitolazione (14 giugno) perchè fatta senza di lui ammiraglio, ottantaquattro cittadini fa incatenare, e dal francese Mejean, lasciato da Macdonald a comandare, riceve castel Sant’Elmo cogli ostaggi e coi patrioti in esso ricoverati.

Ruffo (dicasi a sgravio di questo prete che pure si dipinge senza costume e senza fede, dicasi a obbrobrio del Nelson) mai non aderì alla turpe violazione; e dichiarò che, se l’armistizio fosse rotto, non s’attendessero verun soccorso da sua parte. Non gli si badò, e alle infamate antenne britanniche si vide appiccato il vecchio ammiraglio Caracciolo. L’esempio incita a crudeltà i mal repressi popolani; la plebe scanna, ruba, abbrustolisce, mangia, si mangia i patrioti: il coltello degli assassini gareggia colla mannaja.

Il re giungeva di Sicilia (30 giugno) come in paese conquistato, perdonava ai lazzaroni saccheggiatori fin della reggia, aboliva i seggi e i privilegi della città, del regno, dei nobili, e dichiara ribellione ogn’atto commesso durante la sua fuga, e ottomila sono imprigionati nella sola capitale per avere parlato, scritto, combattuto, per avere avuto un nemico che li denunziasse. Spie, torture, presunzioni erano le procedure della giunta, la quale mandò a morte i generali Manthonè e Massa, Vincenzo Russo, Nicola Fiano, Francesco Conforti che avea sostenuto le ragioni regie contro Roma e allevato i migliori giovani d’allora, Nicolò Fiorentino dotto matematico e giureconsulto, Marcello Scotti autore del _Catechismo nautico_ e della _Monarchia papale_, il conte Ruvo, il medico Cirillo, Mario Pagano, una Sanfelice[48], ed Eleonora Pimentel, poetessa cara a Metastasio e famosa parlatrice repubblicana.

Questi nomi immortalò il martirio con quello dell’inquisitore loro Vincenzo Speciale, che insultava le vittime e i loro congiunti, seduceva a confessare, alterava perfino i processi. Pasquale Baffa, grand’erudito, ricusò dell’oppio, non credendo lecito il suicidio neppure negli estremi: era già condannato, e Speciale assicurava la moglie di lui non andrebbe che in esiglio. Invece Velasco, all’intimazione dello Speciale che lo manderebbe a morte, — Non tu» rispose, e precipitossi dal balcone. Cirillo interrogato da lui di che professione fosse sotto il re, — Medico»; e nella repubblica, — Rappresentante del popolo»; ed ora? — Ora in faccia a te sono un eroe», e ricusò chiedere grazia dal re e da Nelson che aveva curati. Vitaliani continuò a sonare la ghitarra, e uscendo al patibolo diceva al carceriere: — Ti sieno raccomandati i miei compagni, son uomini; e tu pure, un giorno potresti essere infelice». Manthonè alle interrogazioni non dava altra risposta se non: — Ho capitolato».

Furono da cento gli uccisi di nome, nobili, letterati, guerrieri, due vescovi, giovinetti di venti e di sedici anni[49]; molti altri andarono sepolti nella fossa della Favignana (_Ægusa_); infiniti a minori pene. Si omisero come troppo frequenti i rintocchi dell’agonia per giustiziati; visitatori scovavano per le provincie «i nemici del trono e dell’altare», e due di quelli bastavano per togliere la libertà e i beni. Se si consideri che fra quelle vittime era il fior della nazione, non si troverà esagerato chi scrisse avere ella per quel colpo retroceduto di due secoli. Domenico Cimarosa, cigno della musica, per avere puntato un inno repubblicano ebbe la casa devastata, prigionia qual soleasi allora, e per quattro mesi l’aspettazione della morte, finchè i Russi essendo arrivati a Napoli, e chiestane invano la liberazione, ruppero il carcere, e lasciarono andare a Venezia a morire sbattuto e dimenticato.

Poi venivano le ricompense. Al cardinal Ruffo lautissime dal re, da Paolo di Russia decorazioni; titoli e ricchezze agli altri, fossero pure masnadieri e scampaforche; e più di tutti a Nelson e alla sua bagascia, e il titolo di duca di Bronte infamò il vincitore d’Abukir. A bastonate si svezzarono i lazzari dalla ruba e dal sangue; e il Governo ripristinato, ravviando le consuetudini prische, avrebbe potuto riuscire forte e farsi ancora benedire, se non fosse stato ossesso dal demone della riazione. Il re, che mai non era sceso di nave, tornò a Palermo festeggiato come trionfante di nemici; Canova ebbe incarico di eternarlo in marmo sotto le sembianze di Minerva; e l’astronomo Piazzi nominò da lui il pianeta Cerere, scoperto il primo di quell’anno. Sol quando il risorgere della fortuna francese insinuava idee più miti, e le favoriva il principe del Cassero vicerè, Ferdinando bandì l’indulto (1800 30 maggio), pel quale settemila uscirono di prigione: ma tante erano le riserve che ve ne restarono mille, tre migliaja erano fuggiaschi, quattromila in esiglio[50].

L’esercito, rifatto coll’aggregarvi furfanti (1799), si era unito colle bande di Rodío, di frà Diavolo e simili per avviarsi verso Roma a ripristinare il papa. Garnier, che ne comandava lo scarso presidio, li respinse: ma Tedeschi, Russi e Inglesi strinsero Roma così, che i Francesi uscirono patteggiati e assicurando l’amnistia. Allora i Napoletani entrati (30 7bre) strapazzano il busto di Bruto, svelgono gli alberi della libertà, e ogni memoria e resto dell’esecrata repubblica; espulsi, banditi, catturati i patrioti e tutti i forestieri; posto un tribunale, che non mandò nessuno al supplizio, molti nelle carceri, molti abbandonò agli insulti e all’assassinio. Intanto si costituiva un Governo non papale ma napoletano, s’incamerano i beni de’ fuggiaschi, si lanciano tasse fin sulle clericali immunità. Altrettanto baldanzeggiava nelle Marche il generale Frölich, che le teneva a nome dell’Austria.

Quattro mesi di dominazione francese aveano della Toscana scassinate l’economia, la moralità, ogni subordinazione, e procacciatole universale disamore. Perciò, appena si ode il prosperare de’ coalizzati, grandi dimostrazioni prorompono nel Lucchese; ma l’intempestiva levata costa a molti la vita. Il Reinhard pubblicava: — Gli abitanti della campagna traviati, con petulante insolenza provocano i Francesi; con preti alla testa insultano i colori nazionali; vili istigatori dal fondo de’ nascondigli incitano alla rivolta e appellano i barbari del Nord... Voi che abbattete gli alberi della libertà, dovevate nel giorno in cui furono piantati esclamare, _Vogliamo rimanere schiavi; la ragione non è fatta per noi; ci dichiariamo indegni d’esercitare i diritti dell’uomo_».

Il granduca Leopoldo bonificando val di Chiana, avea ridotto fertili le circostanze d’Arezzo, e abolito le gravose eccezioni, onde quella città gliene professava una riconoscenza, che aumentata col confronto, indusse il maggio popolo a insorgere (maggio) gridando — Viva Maria, viva l’imperatore, abbasso l’albero». Cacciata la debole guarnigione, assaliti i patrioti, rialzati gli stemmi ducali, le donne incorano alla sommossa; la campagna asseconda, Cortona vien dietro, invano le autorità civili ed ecclesiastiche gettando parole di moderazione; appajono un valore e un furore qual mai nessuno aspettava dai miti Toscani, i quali si muniscono di tutte le arti della guerra paesana; intanto accoltellano i sospetti d’avversa parzialità, o qualche Francese che da solo si avventurasse.

In questo sopraggiungeva Macdonald da Napoli, come dicemmo, e trovandosi chiuse in faccia le porte, e munite di risoluti le ciclopiche mura, proclamò se tardavano ventiquattr’ore a sottomettersi, avrebbe passato per le armi gli abitanti, rase le città ribelli. Alcuna si sottomise, altre gli costarono sangue e, che più gl’importava, tempo: poi appena egli sfilò verso la Trebbia, gli Aretini raddoppiano di baldanza, e distendono la controrivoluzione, sorretta da un Windham, già ministro di Inghilterra presso Ferdinando III, e da Alessandra Mari sua ganza. A tutti i Toscani proclamavano essi: — Abbiamo scosso il ferreo giogo della servitù, dispersa la straniera forza che ne gravava il collo; nel nome del Dio delle vittorie veniamo a ridonarvi la politica e civile libertà rapita. Coraggio, Toscani, all’armi... L’angelo sterminatore che combatte per noi, perseguita i vostri oppressori». La ciurma accorsa da ogni parte trasmoda; Siena è presa dagl’insorgenti, bruciati tredici ebrei, altre persone trucidate; ai perseguitati dai Francesi sostituivansi nelle carceri i perseguitati dai riazionarj. Sorte gare di primazia fra le due città, Siena offre alla Madonna del Conforto una pace d’oro, stupendo dono di Pio II, e gli Aretini in ricambio ne riconoscono le prerogative.

Dopo la sconfitta della Trebbia, le truppe francesi sono costrette ritirarsi da Firenze, dove non essendosi provveduto alla pubblica sicurezza, la moltitudine alza il capo, a fatica dall’arcivescovo e dai prudenti rattenuta da eccidj e saccheggi. Il senato fiorentino ristabilito manda a sollecitare i Tedeschi; ma ecco gli Aretini soprarrivano ne’ più bizzarri arredi, con coccarde d’ogni colore e croci ed armi e cupe risoluzioni, e cominciano a violentare i patrioti. La Mari trionfa fra il Windham e un frate; un consesso inquisitorio, assistito dal celebre giurista Cremani, su trentaduemila processati, ventiduemila condanna per reati politici: le fortezze di Portoferrajo, Volterra, Livorno, Prato, Pistoja riboccano di carcerati; molti sono esposti alla gogna, moltissimi profughi, sostenuti l’antico vescovo Ricci, il vescovo di Massa, il preposto Fossi bibliotecario della Magliabechiana, diciotto cavalieri di san Stefano, il cavaliere Fontana ordinatore del museo di fisica: chiuse le Università, destituiti i professori. È superfluo parlare dei disordini economici.

L’arrivo del tedesco D’Aspre sospende le persecuzioni; i comandanti stranieri rimasti padroni, riescono a sottoporre al senato il Governo provvisorio d’Arezzo; poi l’armata austro-russa-aretina s’accinge a invadere la Romagna, e prende Perugia e le altre città fino a Roma. Tutta Toscana allora acclama il granduca Ferdinando; ed egli, che, al primo venire de’ Francesi, aveva imposto come segno di lealtà di riceverli con benevolenza, istituì una giunta onde premiare quelli che aveano dato «il grand’esempio» dell’insorgere contro di essi, «e adoperato valore o prudenza a far nascere, fomentare o animare la sollevazione contro i nemici»[51]. Vittorio Alfieri, che aveva declamato tutta sua vita contro i re, poi bestemmiata la rivoluzione francese, e fremuto a quest’alzarsi degli avvocati e dei villani rifatti, fu visto fra la turba applaudire agli insorgenti, poi scriveva: — Io ho passato i centodue giorni della tirannide francese di Firenze sempremai in villa, e non ho mai messo i piedi una sola volta nella città fin al dì 6 luglio, che fu il giorno della purificazione. Adesso sono ancora in villa, ma vo qualche volta a Firenze, e massime ogniqualvolta ci arriva dei soldati tedeschi, per vedere il trasporto, il giubilo, l’espansione di cuore del pubblico intero per i suoi liberatori, benchè gli Aretini han fatto essi il più. La Toscana è presentemente tutta evacuata, e il sole vi ritorna a risplendere»[52].

Ai Repubblicani non restavano più che Genova ed Ancona. Questa fu assalita dalla flotta turco-russa, e per terra da Austriaci e Romagnoli, guidati da Lahoz, il quale dalla Cisalpina era passato agli Austriaci, o com’egli diceva all’Italia, ingannato prima dal nome di libertà, ora da quello d’indipendenza, ed ivi perì. Pino e Monnier difesero quella fortezza, che poi capitolò onorevolmente (1799 6 luglio), ma fu saccheggiata da Turchi e Russi. Genova offriva l’unico passo verso Francia; laonde i Francesi la occuparono a malgrado delle autorità paesane, e la posero in istato di difesa.

Francia diè ricovero ai tanti profughi d’Italia, i quali alle sventure patrie anche allora non trovavano che le vulgari cagioni. — Il tradimento e la perfidia soli han dato la vittoria al Barbaro; e chi più efficacemente il favoriva, reggeva allora la Francia»: così cominciavano un indirizzo ai rappresentanti; e a grida di piazza insistevasi perchè il Direttorio dichiarasse l’unità d’Italia, altrimenti dall’Europa sarebbe creduto complice di quei suoi agenti che aveano compressa la libertà, posto in impieghi gli aristocratici, violentate le assemblee primarie, perseguitato i più fervorosi, fomentato le sollevazioni plebee. Poi venivano le incriminazioni fraterne, e quel che pare un bisogno degl’infelici, il volgere il dente contro le proprie carni. Chi avea tratto la Cisalpina in postribolo, godeva agi e onori; ad altri soccorreva la carità de’ ricchi lombardi; il poeta e matematico Mascheroni morì di stento; di stento visse il Monti, che metteva in versi quelle accuse e quelle ire; e trovandosi negletti da un Governo che di loro non abbisognava, i profughi ridestarono l’idea di rigenerare da soli la patria, e il sentimento dell’unità italiana rinvalidarono nella mescolanza de’ patimenti.

La Francia era a tal punto, da tremare della propria, non che poter assicurare l’altrui libertà; vinta sui campi e minacciata d’invasione, club di fanatici, indirizzi di eserciti pretendeano dettare leggi; baldanzosamente intaccavasi il Governo, e il Governo che non osava difendersi col terrore, suppliva con intrighi e colla polizia. Luciano Buonaparte, uno dei direttori, fomentava i mali umori, e diceva: — Non più ciancie si vogliono, ma una testa ed una spada».