Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)

Part 7

Chapter 73,613 wordsPublic domain

A Roma intanto nei Napoletani apparivano il disordine, l’inobbedienza, l’inesecuzione, soliti in esercito nuovo; a gara colla ciurmaglia trascorreano ad ogni abuso, diedero il sacco, affogarono Ebrei, guastarono le camere vaticane, e se alcun che di prezioso era sfuggito al Direttorio: costosa lezione all’Italia di quel che vagliano i liberatori armati. Championnet che si era ritirato concentrandosi, presto si sente in grado di tornare alla riscossa; rientra in Roma (14 xbre), donde il re fugge travestito; e pensa profittare dello sparso sgomento per assalire il Reame.

Frontiera eccellente ha questo; a sinistra appoggiandosi a Terracina sul Mediterraneo, a due marcie da Roma, nel centro, fra Rieti e Civita Ducale, a quindici miglia da Terni; e a destra verso l’Adriatico, linea di cencinquanta miglia, che non può essere girata perchè mette capo nel mare. Se il nemico si dirizzi sovra Terracina e Roma, possono i Napoletani riuscirgli alle spalle per Rieti e Terni, ed occupare le strade che volgono a Foligno: se forza il centro o la destra, s’implica in montagne o gole pericolose: se neglige il Tronto e le rive adriatiche, possono i Napoletani in due giorni essere ad Ancona. Perchè dunque sì belle posizioni furono sempre inutili o superate?

Nè allora seppe profittarne Mack, il quale turpemente fugge sin a Capua e sulla linea del Volturno. Il popolo di Napoli gridandosi tradito, invoca armi, e avutele, si fa padrone della città (1799): il re, la regina, Acton, con venti milioni in denaro e sessanta in gioje[40], fingendo andare a ingrossarsi di rinforzi, salpano per Sicilia sulla flotta di Nelson senza lasciar ordini o provvedimenti; fanno bruciare i vascelli e le navi incendiarie e cannoniere e il corredo dell’arsenale, lungo e costoso studio di Acton, quasi temessero nel popolo quella risoluta difesa di cui essi non sentiansi capaci. Ben se ne sentivano capaci i paesani, che insorti per tutta la campagna, trucidano i Francesi, tagliano i ponti, rapiscono le artiglierie, rattengono Championnet: se non che Mack, inetto a combinare la tattica scientifica coll’impeto popolare, conchiude un armistizio (11 genn.), dando Capua e una contribuzione di otto milioni.

Il popolo abbandonato giura per san Gennaro di morire respingendo i Francesi; — Viva la patria, viva il re»; quelli che il re fuggiva per paura d’esserne tradito, se ne costituiscono unici difensori; universale disordine baldanzeggia, si trucidano persone di nome e di senno, il duca della Torre e suo fratello Filomarino trucidati, Moliterno e Rôccaromana, ch’erano stati messi a capo del Governo, non valgono a frenare i lazzaroni, non valgono le processioni col sangue di san Gennaro: la campagna li seconda, talchè Mack non vede altro partito che darsi in mano ai Francesi (1790 23 genn.). Championnet guida i suoi Giacobini sopra la città; assalto pericolosissimo contro arrabbiati plebei, che non curavano la propria purchè togliessero la vita ai Francesi, e resistettero anche quando egli per intelligenza co’ repubblicani ebbe avuto castel Sant’Elmo: ma egli, che fra l’orrore della mischia non avea deposto la speranza di riconciliazione, col trattare bene uno dei capi preso e col mostrare venerazione a san Gennaro induce la plebe a cessare le armi[41].

Detto fatto, il furore si converte in giubilo: fra mille cadaveri francesi e tremila napoletani si proclama la repubblica Partenopea, coi tripudj soffogando i gemiti, cogli applausi i dissensi; quei ch’erano perseguitati trionfano, quei che fremeano nelle prigioni pompeggiano nella reggia; e l’esercito francese piglia il nome di esercito napoletano «per combattere con loro e per loro, e del difenderli domandando unico premio l’amore». Così diceva Championnet, uomo di sincere intenzioni, e promettea libertà, indipendenza, e lasciava piantar alberi, e dichiarare cittadino san Gennaro, imponendogli il berretto tricolore. Sì, ma le dimostrazioni bisognava pagarle; e l’esercito liberatore imponeva diciotto milioni di ducati, che bisognò tor per forza e a capriccio, ponendo mano fino agli argenti e alle orerie delle case, e perchè il popolo fiottava, Championnet ne ordinò il disarmo.

Cessò allora d’essere l’idolo della plebe, mentre il Direttorio disapprovava quel darsi aria di liberatore e legislatore; ed a regolare la parte economica vi spedì quel Faypoult, che aveva espilato Roma, e che quivi pure cominciò confische. Il generale, cui l’avere conquistato il paese pareva ragione di farvi ogni suo talento, ingiunse soldatescamente a’ commissarj d’andarsene; ma quest’atto gli meritò d’essere destituito e arrestato, surrogandogli l’emulo Macdonald, mentre Faypoult dichiarava beni della Francia quei della Corona, degli ordini cavallereschi, de’ monasteri, e le anticaglie. Se una repubblica credeasi in diritto di togliere questi al re ed alle corporazioni, non avrebbe dovuto restituirli alla nazione? ma il diritto suol guardarsi sempre da un lato solo, e alla Francia allora occorreva denaro, denaro; e l’Italia n’aveva ancora.

E senz’altro titolo che di trarne due milioni per l’esercito, i Francesi invadeano la repubblica di Lucca con Serrurier, poi con Miollis: dalla cui presenza inanimati, i democratici domandarono l’abolizione della nobiltà e delle leggi del 1556 e del 1628; e all’antico venne surrogato uno statuto popolare, che fu il francese; intanto moltiplicandosi le tolte fin a tre milioni di scudi, cui tennero compagnia la consueta ruba dell’erario, delle armerie, e il dovere mantenere i soldati.

Si domandò ragione alla Toscana d’aver accolto Pio VI, e non escluse le navi napoletane dal porto di Livorno; e in conseguenza, e col pretesto di salvarla da altrui invasioni, fu occupata (25 marzo). Il granduca parte per Vienna, i ministri per Sicilia; Gautier e Miollis scacciano i migrati francesi, reprimono le opposizioni di Firenze e Pistoja, poi derubano i beni del duca, gli argenti, sessantatre de’ più bei quadri, fra cui otto di Rafaele, il Virgilio della Laurenziana: ventidue tavole in pietra dura, e cammei e medaglie voleansi mandare via, se risolutamente non si fosse opposto il Puccini, presidente alle gallerie.

Il Piemonte non avea veduto salvezza che nell’attaccarsi al carro trionfale di Francia, e il Direttorio avea fatto rispondere al nuovo re, «La nazione francese non dimenticherebbe mai ciò che da principio avea fatto per la Francia». Erano ministri Prospero Balbo e Damiano Priocca, valente giureconsulto e sperto diplomatico; e per quanto repugnanti, dirigevano le attenzioni, gli uffizj, la corruzione ad amicarsi il Direttorio. Neppure nella depressione dimenticando le lunghe speranze, gli mostravano come a Francia importasse l’aversi a’ fianchi uno Stato amico e robusto, e tale renderebbero il Piemonte coll’aggiungervi Genova e quella Lombardia, tutte le cui forze non valeano quanto un battaglione piemontese; diecimila Piemontesi dispenserebbero la Repubblica dall’occupare i suoi prodi a custodire quel lato. In fatti Buonaparte avea conchiuso alleanza in questo senso: ma il Direttorio or si faceva scrupoloso su tale mercato di popoli, or ricusava garantire al re gli Stati, essendo i popoli in diritto di scegliersi un governo al modo di Francia; quanto ai diecimila uomini, bastava si aprissero i ruoli nella Cisalpina, e ne accorrerebbero altrettanti e più a combattere per la libertà; a ogni modo si desser parole al re fino alla pace. Intanto però si lasciava che il suo territorio fosse sommosso dai novatori e dai profughi, i quali è vero non riuscivano che a moltiplicar le vittime[42]. Giovani improvvidamente animosi furono passati per le armi, e contaminarono col sangue la storia di quel re; fra i quali Carlo Tenivelli, mediocre storico, che a Moncalieri avea predicato idee democratiche, e vivrà in una pagina caldissima di Carlo Botta suo scolaro. Crescevano lo scontento le tante gravezze necessarie per soddisfare a Francia: ma per quanto Carlo Emanuele IV odiasse questa, e le potenze confederate lo stimolassero ad avversarla, egli reggeasi fido ai trattati.

Facea da ambasciatore a Torino il Ginguené, repubblicano caldo e sincero, accademicamente dissertatore, che in prima fu nelle carceri del Terrore, poi messo nella commissione d’istruzione pubblica, approvò il regicidio, ed è memorevole per una _Storia letteraria d’Italia_, più lodata qui che nel suo paese. Egli si tolse l’indegno incarico di perdere i reali di Piemonte, cercando esacerbarli con piccole persecuzioni, e sollecitare i popoli a sollevazioni che ne giustificassero la cacciata. Volle ricevuta a Corte sua moglie, e ve la mandò in abito peggio che plateale (_en pet en l’air_); il maestro delle cerimonie la respinge; ma perchè il marito domanda i passaporti, è ricevuta, ed egli spedisce un corriere per annunziare al Direttorio questo trionfo sovra i pregiudizi e Talleyrand ne pubblica nel _Monitore_ un ridicolo ragguaglio[43].

Ma la scintilla era gettata, e le sommosse in paese non tardarono; Genova le seconda sul mare e a Carrosio; la Cisalpina sul lago Maggiore e a Pallanza: ma i regj combattendo presso Ornavasso, prevalgono (1798); moltissimi insorgenti sono uccisi in Domodossola e a Casale per legge di guerra. Il Priocca si lagna di queste subornazioni, asserisce il diritto di difendersi: ma Francia assume il tono di oltraggiata; Ginguené parlando retoricamente di stiletti, di fonti avvelenate, d’oro inglese, di migrati, di barbetti, d’un tramato vespro siciliano, intima al re che cessi i supplizj dei patrioti e le spedizioni contro gl’insorgenti di Liguria. Intanto il Direttorio domanda sempre nuove concessioni, onde avvilire il re prima di prostrarlo; ora vuole che estradica i fuorusciti, or che tolga di grado alcuni suoi sudditi, or arresti quello, or perdoni a questo; che più? dovette dar la chiave del proprio regno, cioè lasciar occupare la cittadella di Torino, a patto venissero acquetati i patrioti sul lembo della Cisalpina.

Così egli trovossi sotto al cannone francese; obbligato allora a disarmarsi, vide ripigliar baldanza i patrioti e tentare Alessandria; e sebbene respinti colla morte di seicento côlti in un’imboscata, pure crescono dappertutto, e raddoppiano gl’insulti al re; con buffe mascherate, provocano la Corte e il popolo, mentre il Direttorio pretende che il re congedi, anzi consegni il Priocca, il suo miglior ministro, e un de’ pochissimi che tenessero la testa alta in quel tempo di depressione, mandando fuori una _notificanza_, ove protestava della lealtà del re e snudava la perfidia degli oppressori.

Ma quando arrivò notizia della nuova lega tessuta contro Francia, il Direttorio temette che Carlo Emanuele cogliesse il destro per vendicarsi; Joubert che comandava la cittadella, butta fuori le solite accuse generiche, chiama dalla Cisalpina (1798 xbre) uno stuolo che _per cautela_ occupa le fortezze e fa prigionieri i presidj. Carlo Emanuele, che aveva esortato i cittadini a tenersi quieti, e avea perduto il suo miglior sostegno, cessa dall’esercitar il potere, e non togliendo nè le gioje nè settecentomila lire che aveva in tasca, per risparmiare al paese i guaj d’una resistenza inutile, se ne va. Passò per Firenze, dove a Vittorio Alfieri, che come gentiluomo era andato a riverirlo, disse: — Vedete cos’è un tiranno», e pianse. Arrivato in Sardegna (1789 5 marzo), protesta contro la violenza usatagli, poi si dà a vita di quiete e di pietà: nessun libro nuovo più volle leggere, salvo le poesie vernacole del Calvi, ammirandone la naturalezza, e diceva: — Così non si scrive se non nella lingua della balia; se avessi continuato, anch’io avrei scritto a questo modo». Mortigli poi i fratelli duchi di Monferrato e di Moriana, morto l’unico maschio del duca d’Aosta, successore designato, morta la moglie Clotilde sorella di Luigi XVI, per le austerità sue dichiarata venerabile, il re soccombente a tante sventure, rinunziò la corona al fratello Vittorio Emanuele, e si ritirò a Roma.

In Torino, dove si trovarono mille ottocento cannoni, centomila fucili, provvigioni abbondanti e denaro, s’istituì governo a popolo, o più veramente militare sotto Eymar. Costui vedendo scontenti i soldati dal trovarsi sottomessi a coloro che fin là aveano osteggiato, il popolo dalla riduzione delle cedole, i preti dall’incameramento dei beni, i ricchi dalle implacabili imposizioni, vuol prevenire una sommossa col rapire i capi di famiglie nobili, e mandarli ostaggi a Grenoble. Subito si usurpano le preziosità della Corona, dal re illibatamente lasciate; depredansi i musei per arricchire il parigino; i titoli di nobiltà sono arsi in piazza Castello. Erogati in tre mesi da trentaquattro milioni per mantenere l’esercito, ridotto a un terzo il valore della carta moneta, stremate le finanze, più non vedendo altro spediente, si propose la fusione colla Francia.

Aperti ne’ Comuni i registri per votare su ciò, colla solita maggioranza il plebiscito domandò che il Piemonte facesse parte della Francia. Carlo Bossi, fautore delle nuove idee, e che aveva celebrato con un’ode le innovazioni di Giuseppe II onde fu mandato a viaggiare, rimpatriato verseggiò sugli eventi de’ tempi; poi al minacciar della guerra fu spedito al re di Prussia; a Pietroburgo, infine a Buonaparte. Dal quale avendo udito esser proposito della Francia tenersi il Piemonte e ingrandire la Cisalpina, pensò meglio smettere i pensieri d’italianità che con Carlo Botta avea coltivati; ed essi due fecero lo spoglio de’ quattromila processi verbali che conteneano meglio d’un milione di firme, e portò la domanda della fusione al Direttorio, che si degnò esaudirla[44]. Non pochi avversavano alla perdita dell’indipendenza; in Acqui vi si oppose una risoluta sollevazione, ma fu repressa; e venne istituito in Piemonte il Governo francese.

CAPITOLO CLXXVIII.

Riazione. I Tredici mesi. Italia riconquistata. Pace di Luneville.

Ma sopra la Repubblica francese e le sue create si addensava il nembo, tutti i nemici allestendosi a tarpare la sparnazzante democrazia. Paolo di Russia, deliberato a ristabilire i dinasti spossessati, mandava all’Austria sessantamila uomini; esercito terribile, di tutta la forza che dà la barbarie a servizio dell’intelligenza. Lo comandava Suwaroff vincitore dei Turchi, a cui una fanatica intrepidezza teneva luogo di genio, e d’arte l’unico intento d’andar sempre avanti. Ma il Consiglio aulico di Vienna, che poteva movere ducenventicinquemila soldati, aveva divisato la guerra all’antica, e mirando più di tutto all’Italia.

In Francia, le finanze esauste, scarsa la subordinazione, malversata l’amministrazione; dei paesi protetti, cioè servi, non profittavano che gli espilatori; il suo più bello esercito e i migliori generali campeggiavano in Egitto, nè meglio di cencinquantamila soldati effettivi le rimaneano; di Moreau temevasi l’esuberanza repubblicana; Joubert e Bernadotte ricusavano il comando supremo per le restrizioni che vi si voleano mettere: sicchè attribuendo l’esercito di Napoli a Macdonald, quello dell’Alpi fu commesso a Scherer ministro della guerra, segnalatosi nel Belgio e nelle prime campagne d’Italia, ma vecchio e ignaro della moderna tattica di concentrare le forze in un punto solo, e poco amato perchè reprimeva la rapacità militare. È prezzo dell’opera conoscere le istruzioni dategli dal Direttorio: — La missione affidatavi dalla patria tende a rendere la repubblica francese arbitra delle nazioni dell’universo. Nella caduta di Cartagine Roma previde la conquista dell’Oriente; nella totale sommessione dell’Italia sono compresi i nuovi trionfi riserbati all’eroismo della gran nazione dall’insormontabile forza delle cose... Fin qua il Direttorio esecutivo stimò bene celare il magnifico proposito, e allucinar le teste italiane col fantasma della sovranità e indipendenza nazionale: questo lenocinio, secondato dagli avidi e ambiziosi di colà, riuscì a capello de’ nostri interessi: sedici milioni di uomini furono sottomessi da un numero di combattenti, che potrebbero dirsi corpi volanti anzichè esercito... L’oro e l’argento di che Italia ringorgava, fu versato nelle nostre casse militari: ma bisognò prodigarlo a corrompere gli amministratori dei diversi Stati, salariare i faziosi, gli allarmisti, gli spioni che servivano la nostra causa, e fra gli stranieri gli entusiastici apostoli dei nostri principj... Troviamo inutile rammentarvi che la repubblica francese essendo una, tutte le repubbliche italiane, partorite e tollerate solo per le imperiose contingenze, devono sparire. L’esistenza politica dei vinti non consista che in una pacifica servitù; non altre leggi conoscano che quelle date dal conquistatore... Abolite all’istante i nomi di guardie civiche, di legioni nazionali; soffogate nei cuori italiani ogni favilla d’ardor nazionale».

Massena, comandante all’esercito di Svizzera, invase (1799 marzo) prosperamente il paese de’ Grigioni che aveano chiamato gli Austriaci; ma verso Italia il valoroso austriaco Kray sventò i divisamenti di Scherer, ed eccitando i popoli alla rivolta, lo sconfisse a Magnano e a Verona (5 aprile); Santa Lucia, Bussolengo, i laghi d’Idro e d’Iseo videro combattimenti gagliardi, mentre gl’Italiani stavano guardando a chi toccherebbero.

Il selvaggio Suwaroff sopraggiungendo, e dato lo scambio agli uffiziali austriaci trattandoli da donnicciuole, zerbini, infingardi, aduna tutte le sue forze sull’Adda, e dopo sanguinosi fatti a Lecco, a Verderio, a Cassano, la passa d’ogni parte (25 aprile); lascia saccheggiare la Lombardia da Cosacchi, appena uomini d’aspetto, sicchè vi rimasero popolarmente terribili i nomi di Bagration, Korsakoff, Wukassovich[45]. Moreau, tardi mandato a scambiare Scherer, potè a fatica coprire Milano sinchè fuggissero i patrioti: e testimonio dell’esultanza dei popoli che si consideravano come liberati, e che in più luoghi lo molestarono, voltò verso Genova, donde potrebbe e tener aperto il passo verso Francia, e unirsi a Macdonald che, per ordine del Direttorio, veniva da Napoli. Melas, alla testa di cinquantamila Austriaci (28 aprile), e d’alquanti migrati francesi comandati dal principe di Rohan, entrò in Milano.

Questa città, capo della migliore fra le improvvisate repubbliche, focolajo della rivoluzione di tutta Italia, non oppose resistenza: i vantatori di vittorie francesi e disastri austriaci, d’ostacoli naturali insuperabili, d’opposizione indomita de’ liberi petti furono primi alla fuga, alcuni squallidi e afflitti, altri lucidi e satolli, altri s’affrettò colla viltà a meritar grazia dai nuovi padroni, e tosto rialzansi le croci e gli stemmi, si drappellano santi e aquile, e simboli d’una nuova trinità, Austria, Russia, Turchia; si dà nelle campane; al grido di — Viva la religione, viva Francesco II» si saccheggiano le case e le terre di Giacobini; il solito trionfo de’ camaleonti.

Quelli che l’altalena aveva abbassati, or si rialzano baldanzosi e stizziti; alla forza dei vili sottentra la viltà dei forti, che pretendono disfare il passato, punire le ingiustizie con altre, e fin la giustizia snaturano coll’aspetto di vendetta. In tali casi un Governo intelligente conosce unico partito il perdonare e dimenticare, per ottenere dimenticanza e perdono, anzichè secondare le riazioni, che scavano abissi in cui non precipita soltanto il vinto. Ma la vittoria sa di rado moderarsi. Una congregazione delegata e tre giureconsulti (Manzon, Drago, Bazzetta) sotto al commissario imperiale Cocastelli presero a sindacare i fautori d’un Governo, che pure era stato legalmente riconosciuto; molti furono cacciati prigioni, centrentuno mandati nelle fortezze di Cataro e del Sirmio; minute persecuzioni pubbliche e domestiche, sotto il pretesto di vendicare altari e troni, aprivano sfogo a rancori, esacerbati da tre anni d’umiliazione. Intanto i soldati la davano per mezzo a mille sporcizie, per quanto i paesani sapessero ad ora ad ora pagar l’insulto col sangue.

In Valtellina, dapprima truppe cisalpine comandate da Lechi invadono o turbano la val Poschiavo; poi una frotta di Bresciani, vantando il nome d’Austria, taglieggia, concute, maltratta chiunque ebbe impieghi sotto la repubblica; poi per l’imperatore vi governa dispotico il barone Lichtenthurm; e un Parravicini valtellinese militante coi Tedeschi, e Claudio Marlianici delegato commetteano o lasciavano commettere arresti, perquisizioni, violenze.

Nella Svizzera italiana i malcontenti, dalle valli sbucati sopra Lugano, cacciano prigioni alcuni patrioti, uccidono uno Stoppani, l’abate Vanelli da gran pezzo redattore della _Gazzetta ticinese_, e alcuni altri: finchè si mandano a chiamare gli Austriaci, che prendono il paese «sotto gli auspicj potenti dell’imperial potere». L’amministrazione di Torino rifugge a Pinerolo, e tutto il Piemonte sobbolle: Brandalucioni, con bande ragunaticcie del Canavese che chiamava masse cristiane, corre a schiantar gli alberi di libertà, e surrogare croci, e depredare Giacobini e scannarli: il popolo aprì ai Russi le porte di Torino (1799 20-22 giugno), ed ajutò Wukassovich ad assediare la cittadella, capitolata la quale e quella d’Alessandria, fu ripristinato il nome dei re di Sardegna.

Ma il solo nome; perocchè padroni erano i militari, che moltiplicavano le esazioni, mentre Cosacchi e Panduri imperversavano al saccheggio; le cedole infestavano il paese; i soldati davano ai cavalli la sagina e il granturco sottratti al contadino, che moriva di fame. Molti furono carcerati, nessuno ucciso in giudizio. Suwaroff, per quanto spaventoso ne’ suoi manifesti, professava di combattere per difesa della religione e delle proprietà, e pel ripristino degli antichi governi, laonde, più che a punire, credea dovesse pensarsi a riordinare, e dal marchese Thaon di Sant’Andrea facea raffazzonare il Governo regio: ma altri erano i divisamenti dell’Austria.

La rivoluzione in Italia era stata desiderata o gradita solo da negozianti, da dotti, da begli spiriti, ed anche di essi i più se ne stomacarono appena vedutala differente dalla speranza; poca parte vi avea preso il popolo, o solo per l’andazzo; eransi fatte piuttosto sedizioni, collera dei pochi, che non rivoluzioni, idea ed espressione di un’epoca, e troppo lo chiarirono le fiere tragedie realistiche, risposte alle commedie giacobine. Roma, Ancona, Livorno ebbero effigie divote che giravano gli occhi: alla Madonna del Conforto di Arezzo tanto crebbe la venerazione, che colle offerte le si alzò magnifica cappella: in via del Ciliegio a Firenze alcuni gigli selvatici, esposti avanti una Immacolata, fiorirono, ed il fenomeno naturale eccitò meraviglia e concorso e grazie e disordini; preludj di molto più fieri. Nello Stato Pontifizio sobbollivano Terni, Civitavecchia, Orvieto: in tutti i punti la guerra civile era fomentata dalle pessime nuove che a giornata venivano d’ogni dove.

Napoli della brevissima repubblica Partenopea poco ebbe a lodarsi. Persone di senno e di bontà l’aveano servita di cuore; nella giunta legislativa sedettero Mario Pagano, Galanti, Signorelli, nomi conosciuti, e per omaggio al defunto Filangieri un suo fratello; nel direttorio l’Abamonti e il Delfico: Francesco Caracciolo brigadiere di marina, disgustato del re, al quale serviva da trent’anni, perchè gli mostrò diffidenza col togliere dalla nave di lui una somma depostavi, passò nella marina repubblicana. Col nome di padri e madri dei poveri, signori e dame andavano distribuendo denari e lavoro agli artieri scioperi: il medico Cirillo, uno dei pochissimi che nelle rivoluzioni mirano al pubblico bene, suggerì una cassa di soccorso, nella quale versò quanto avea guadagnato nel lungo esercizio. Mario Pagano, da vecchio e da storico, ripeteva non dovessero ripromettersi pace e godimenti, ma a consolidar la repubblica volersi tributi, armi e virtù, e che del proprio senno ciascuno ajutasse i reggitori della patria: ma la moltitudine ascolta piuttosto a chi la assonna di facili trionfi e beatitudini; poi quando le mancano, si chiama tradita, e ribrama il prisco stato.