Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 6
A Genova, straziata come il debole in mezzo ai forti litiganti, osteggiavansi a morte aristocrati e democratici, e a questi ultimi erano stimolo i giornali ed emissarj milanesi; il commissario Faypoult facea colà quello che Bassville a Roma, e Villetard a Venezia, viepiù da che quest’ultima fu perita, e ai lamenti de’ nobili rispondendo, — I tridui e l’altre santocchierie non ritarderanno i lumi, e meglio fareste a dirigervi regolarmente verso là dove è inevitabile l’arrivare». In fatto i patrioti insorsero (maggio), ma il popolo ricordandosi del grido con cui avea cacciato i Tedeschi, ai tre colori oppone le effigie della Madonna; nella Polcevera e nel Bisagno si diffonde la sommossa non senza sangue; i patrioti soccombono; e Buonaparte manda querele pei Francesi trucidati, e rabbuffi contro l’aristocrazia; fa arrestare alcuni (14 giugno), esige soddisfazioni, modifica la costituzione sul taglio di moda, all’antico senato sostituendo i due consigli legislativi, ed un senato esecutivo preseduto dal doge; garantiti la religione cattolica, il banco di San Giorgio e il debito pubblico; cassati i privilegi; nei posti colloca persone moderate e delle varie classi, e scrive alla repubblica: — Non basta astenersi da ciò che contraria la religione; bisogna non inquietar neppure le più timorate coscienze... Illuminate le plebi, mettetevi d’accordo con l’arcivescovo per dare loro buoni curati, meritate l’affetto de’ vostri concittadini». Ma il popolo coi soliti impeti, brucia il libro d’oro (9bre); abbatte la statua d’Andrea Doria «il primo degli oligarchi»[33]; consacra alla ligure rigenerazione la casa dello speziale Morando, culla delle adunanze repubblicane. Il piccolo Genovesato, unitevi per forza Arquata, Ronco, Torreglia e i feudi imperiali, è diviso in quattro dipartimenti, e ordinato militarmente all’uopo di trarne soldati. Ai nobili spiaceva la prepotenza straniera, ai preti l’incameramento dei beni ecclesiastici e il distacco da Roma, al popolo gl’insoliti accatti; onde violentemente si ammutinarono le valli, e la forza e la forca bisognarono per domarli (7bre).
Buonaparte, che rappresentava la forza espansiva della rivoluzione, allorchè partì dalla Cisalpina lasciandovi Berthier con trentamila uomini, le diceva: — La libertà donatavi senza fazioni, senza morti, senza rivoluzioni, sappiate conservarla. Voi, dopo Francia, la più ricca e popolosa repubblica, siete chiamati a gran cose. Fate leggi con saviezza e moderazione, eseguitele con vigore, propagate le dottrine, rispettate la religione; riempite i vostri battaglioni, non di vagabondi ma di cittadini leali e caldi d’ardore repubblicano; sentite la forza e dignità vostra, quale richiedesi a liberi. Dopo tanti anni di tirannide, non avreste da voi potuto ricuperare la libertà, ma fra breve potrete da voi tutelarla. Io vado, ma ricomparirò fra voi non sì tosto un ordine del mio Governo o il pericolo vostro mi richiami. Anche lontano amerò sempre la felicità e la gloria della vostra repubblica».
Il suo ritorno in Francia (9 xbre) fu un continuo trionfo: all’esercito fu dal Direttorio presentata una bandiera, ove leggevasi in oro: «L’esercito d’Italia fe cencinquantamila prigioni, prese censettanta bandiere, cinquecentocinquantacinque pezzi d’assedio, seicento da campagna, cinque equipaggi da ponte, nove vascelli, dodici fregate, dodici corvette, diciotto galee. Armistizio coi re di Sardegna e di Napoli, col papa, coi duchi di Parma e di Modena. Preliminari di Leoben. Convenzione di Montebello colla repubblica di Genova. Pace di Tolentino e di Campoformio. Data libertà ai popoli di Bologna, Ferrara, Modena, Massa, Carrara, della Romagna, della Lombardia, di Brescia, Bergamo, Mantova, Cremona, parte del Veronese, Chiavenna, Bormio, la Valtellina; ai popoli di Genova, ai feudi imperiali, ai dipartimenti di Corcira, del mar Egeo e d’Itaca. Spedito a Parigi i capolavori di Michelangelo, Rafaello, Leonardo. Trionfato in diciotto battaglie ordinate: Montenotte, Millesimo, Mondovì, Lodi, Borghetto, Lonato, Castiglione, Roveredo, Bassano, San Giorgio, Fontanino, Caldiero, Arcole, Rivoli, la Favorita, il Tagliamento, Tarvis, Neumarckt. Dato settantasette combattimenti».
A quei vanti sarebbonsi potuti aggiungere almeno cinquanta milioni di lire, che Buonaparte mandò per servizio dello Stato: egli che in contribuzioni avea tirato venticinque milioni dalla Lombardia, ottocentomila lire da Mantova, ducentomila dai feudi imperiali, seicentomila da Massa e Carrara, dieci milioni da Modena, venti da Parma e Piacenza, trenta dal papa, sei da Venezia, otto dallo spoglio de’ magazzini inglesi. Le feste non finivano al giovane vincitore: i giornali ne riferivano ogni atto o gesto, come di re; il popolo cominciò a guardarlo come l’uomo suo, e stupiva che, in tanta gloria, avesse sì poca ambizione. Non avea di fatto quella piccola che esala in intrighi, e portando gli sguardi ben alto, meditava un’impresa che crescesse la sua gloria senza dar ombra a una rivoluzione, la quale aveva schiacciato chiunque avea voluto imbrigliarla.
L’India non è il paese da cui l’Inghilterra trae tutta la potenza, e quelle droghe e quel cotone che le fanno tributario tutto il mondo? Se dunque si voglia spegnere quest’implacabile nemica della repubblica francese, bisogna ferirla in quel suo cuore; e via per giungervi non può essere che l’Egitto. Conquistato questo il Mediterraneo è reso un lago francese, e per l’istmo di Suez e pel mar Rosso è dominata la via diretta alle Indie. Le navi e le isole carpite a Venezia, tre milioni sottratti al tesoro di Berna, i suoi veterani d’Italia gli varranno ad un’impresa che più gli arride perchè straordinaria; e fatti in gran secreto i preparativi, salpa da Tolone (1798 19 maggio), con cinquecento vele, quarantamila uomini, diecimila marinaj e sommi capitani.
L’Ordine di Malta, ultima reliquia delle Crociate, da un secolo viveva in depravata oscurità, fra minuti litigi interni e dissipate congiure. Pingui commende in tutti i regni erano investite a cavalieri discoli e gaudenti, cadetti d’illustri famiglie, cui il voto di castità non serviva che a sacrilegio, e quello di povertà a lauti ozj. La marina, ond’essi avrebbero dovuto assicurare il Mediterraneo dai Barbareschi, conservava qualche galera appena per corse di piacere, nè tampoco impedendo agli Algerini di corseggiare le coste d’Italia. Dovea dunque perire; e prevedendo che l’Inghilterra alla prima occasione metterebbe le mani su quell’isola, Buonaparte vuole prevenirla; e di sorpresa sbarcato (12 giugno), l’ha dopo lieve ostacolo. Non veduto procede di mezzo alle crociere inglesi; là pure proclamando libertà (luglio), conquista Alessandria, vince al Cairo, e sottrae dai Mamelucchi il basso Egitto.
I trionfi d’Italia e d’Egitto erano la sola parte nobile negli avvenimenti d’allora. Il Direttorio di Francia, debole come tutti i Governi che sbocciano da una rivoluzione, parea volesse spingerla anzichè sistemarla allorquando tutti sentivano bisogno di riposo e di legalità; fuori menava intrighi politici, insultava papi e re; dentro accusava incessantemente i realisti e i preti, vantava legalità e la ledeva, era a continue baruffe in consiglio, mentre la calma rimetteasi nelle strade, usava violenze nel governare, mentre la gente era caduta nella noncuranza; a Buonaparte invidiava la gloria mentre vivea del riflesso di questa.
Di tale vanitosa debolezza risentivansi le nostre repubbliche. Oltrechè niun popolo ama una costituzione, che una volontà estranea gli diede e può togliere e mutare, il governare riusciva difficile dove la libertà e l’eguaglianza essendo intese nel senso più materiale, tutti credeansi in diritto di comandare e nessuno in dovere d’obbedire; le plebi si lagnavano dei Governi municipali, questi degli eserciti, eserciti e popolo dei commissarj di Francia: ed è in questi rammarichi che si logorano i nervi d’una nazione.
Quasi fosse fatale a tutte le nostre rivoluzioni di pensare meno a consolidare la nazione, che a scinderla in partiti, nella Cisalpina tutto andava in baruffe: aristocrati, democratici, preti, giacobini, agenti del Direttorio, emissarj dell’Austria, milanesi, novaresi, transpadani, veneti, formavano altrettante consorterie, che si contrariavano, rinterzavano gl’intrighi, e voleano ognuna trarre a vantaggio proprio la pubblica cosa. L’indipendenza non erasi ancora acquistata, e già sull’uso da farne vituperavansi a vicenda federalisti e unitarj; questi rinnegando tutta la storia per voler fondere i piccoli Stati in un unico potente, quelli risparmiare la soverchia scossa col lasciare a ciascuno la propria individualità; gli esagerati sorretti dagli uffiziali, otteneano predominio nei consigli e nella legione lombarda; e neppure i piccoli dissensi possono conciliarsi quando uno è appoggiato dalla forza esterna. Tutto poi era guasto dalla prepotenza militare: gli uffiziali come in paese di conquista comandavano a bacchetta, esigevano, tassavano senza dare ragione; coi commissarj di guerra si conchiudeano turpi baratti; la società degli abbondanzieri col quattro per cento sugli appalti comprava la connivenza dello stato maggiore; ne’ quadri appariva il doppio di soldati che in realtà, e lo Stato li pagava.
Non bastando tre secoli di sanguinosi eventi a mostrarle che il tenere serva una porzione d’Italia la obbliga a conflitti incessanti, la repubblica francese non si contentò d’essere protettrice della nostra, e la volle ausiliaria, obbligandola ad un trattato d’alleanza e uno di commercio, e a pagare diciotto milioni l’anno per un corpo francese da mantenervi. I nostri respingeano gagliardamente questi patti di servitù; ma il generale Brune, succeduto nel comando a Berthier, imprigionò i più caldi patrioti, fra cui Melchior Gioja; ai direttori Moscati e Paradisi sostituì Lamberti e Testi, gittò una contribuzione militare, e fece approvare i trattati.
Trouvé, giovane ingegnoso e caldo, redattore del _Moniteur_, mandato a Milano perchè modificasse la costituzione, per quanto gli uffiziali protestassero vedervi uno smacco a Buonaparte, coi moderati sormonta (1798 1 7bre); dimezza i consigli, designando quali persone conservare; sulla sistemata imposizione fonda il diritto elettorale, e pone al direttorio Adelasio, Alessandri, Luosi e l’avvocato e poeta Sopransi. Ma un nuovo intrigo del Direttorio sostituisce a Trouvé l’esagerato Fouché, manutengolo di Barras, che tutto sovverte; le bajonette del generale Brune collocano direttori Brunetti, Seletti, Smancini; quand’ecco il Direttorio di Francia gli manda lo scambio, e Joubert surrogatogli ripristina la costituzione di Trouvé.
Questi mensili avvicendamenti toglievano ogni fiducia di durata, ed esaurivano le finanze in modo, che dopo gli accatti e le tolte, si dovette por mano anche ai beni dei capitoli, dei vescovi, delle confraternite. Ne conseguiva una malavoglia universale, e il ricordo di quei tempi fa molti aborrire anche adesso dalla libertà repubblicana, non volendo accorgersi che quel che mancava era appunto la libertà. Nulla al certo è più detestabile che il despotismo militare; ma almeno allora si avea speranza che fosse precario, e avvierebbe ai beni di cui siamo più sitibondi, la libertà e l’indipendenza.
E a questi mirando, formossi allora un partito nazionale; e Pino, Lahoz, Teulié, Birago, altri militari legaronsi nella società de’ Raggi che aspirava all’indipendenza, favoriva i Francesi come barriera contro i Tedeschi, ma sperando potere poi anche quelli escludere con forze italiane. Fu la prima manifestazione del voto _Italia farà da sè_: ma per effettuarlo occorreva anzitutto un buon esercito; poteva la Cisalpina formarselo, costretta a mantenere venticinquemila soldati forestieri?
Quella libertà alla francese continuava a distruggere le libertà italiane. Sebbene il Direttorio raccomandasse di non fomentare le insurrezioni, la casa di ciascun diplomatico francese era un focolajo, dove scaldavansi quelli che febbricitavano di repubblica. Roma, sfiancata dall’umiliazione, era aggredita da ogni parte, e più dai paesi statile tolti; preti e papi erano il comune bersaglio dei giornali e delle tribune; e sul teatro di Milano si sceneggiò il conclave. Pio VI era stato costretto a imitare i rivoluzionarj, pigliando gli ori delle chiese e i beni di manomorta, aggravezzando gli ecclesiastici, avendo smesse le spese e le pompe, con cui pareva fare rivivere il secolo dei Medici. Ne mormoravano i sudditi, già scandolezzati dall’arricchirsi del suo nipote Braschi; i nobili parlottavano di ristabilire un senato all’antica; i Giansenisti rigalleggiavano; pertutto non si discorreva che del rancidume pretesco, di superstizioni tarlate, di regno dei cieli staccato da quello della terra, di riformare, di secolarizzare. La creazione d’una carta moneta portò al colmo il disgusto contro il Governo di preti: un Ceracchi scultore s’arrischiò di piantare l’albero sul monte Pincio: gli allievi dell’Accademia di Francia tentarono levare rumore, nel qual fatto (1797 26 xbre) sventuratamente cadde ucciso il generale francese Duphot.
— Assassinio, violazione del diritto pubblico» si grida allora; Giuseppe Buonaparte ambasciadore abbassa lo stemma e se ne va; e il Direttorio, declamando contro «quella potenza che sembrava essere nata sotto il regno di Tiberio per appropriarsi i vizj del padre di Nerone, e della quale da mille quattrocentun anni l’umanità domandava la distruzione»[34], ciuffa molti milioni in diamanti del papa deposti a Genova[35], e ingiunge a Berthier di menare l’esercito contro la Babilonia, e «sbigottire il preteso gerarca della Chiesa universale colla sua tiara in capo». Berthier ai già volenterosi soldati porge nuovi eccitamenti a punire quel Governo, ma risparmiare il popolo innocente e i riti; e senza dare spiegazione nè trovare resistenza arriva a Roma (1798 15 febb.), vuole Castel Sant’Angelo, promettendo rispettare il culto, gli stabilimenti pubblici, le persone e le proprietà: ma subito la fa da padrone, congeda le truppe pontifizie, arresta e prende ostaggi; getta contribuzioni, sequestra i beni d’Inglesi, Russi, Portoghesi.
Appena si vedono drappellati i tre colori, una folla, di concerto con Cervoni e Murat, proclama il popolo libero, nomina consoli: Berthier trionfalmente s’insedia nel Quirinale; a Pio VI intima d’abdicare la sovranità temporale, atteso ch’egli ne sia soltanto il depositario; e perchè ricusa, gli ingiunge d’andarsene in Toscana. Il papa pregava che, vecchio e convalescente, lo lasciasse morire in pace col suo popolo, a’ suoi doveri; — Morire si può in qualsia luogo», gli fu risposto. E dovette andarsene (19 febb.) non prima d’avere subito le insultanti indagini di Haller, avidissimo fra gli avidi commissarj, che gli tolse fin il bastone, fin un anello di dito: e talmente erano sbigottiti gli animi, che nessuno protestò. Pio VI rifuggì in quella Toscana, donde erangli venuti tanti disgusti; e al ministro Manfredini diceva: — Queste disgrazie mi fanno sperare ch’io sia non indegno vicario di Gesù Cristo; mi rammentano i primi anni della Chiesa, e quelli furono gli anni del suo trionfo»[36].
I cardinali ed altri prelati sono mandati via; di quelli forestieri si spogliano i palazzi, e così le chiese; è soppressa la Propaganda «istituto affatto inutile», sperperandone la preziosa biblioteca e per poco anche gli archivj; da’ palazzi pontifizj si levano fino le porte e i gangheri; si predano i vasi sacri come quei di cucina, e bruciansi i paramenti per cavarne l’oro; grosse taglie sono imposte a privati, trecentomila scudi alla famiglia Chigi, dodicimila all’incisore Volpato, e spesso non erano se non minaccie affinchè a pronto prezzo se ne redimessero; vendute a vil costo le sculture degli Albani e del Busca che non fossero scelte pel museo nazionale.
Se n’impinguava la turba, che dietro all’esercito traeva, di commissarj per rubare, mediatori ed ebrei per comprare il rubato; intanto che nello scialacquo i militari giacevano sprovvisti di viveri e di paghe comuni. Protestarono essi contro quello sperpero; ma fu risposto che all’esercito era proibito deliberare. Ne nascevano scissure, e i soldati guardavano di mal occhio Massena che rubava e lasciava rubare: di che preso speranza, i Transteverini si sollevarono (2 marzo); «colla fiducia di potere sorprendere Castel Sant’Angelo, Monte, Transtevere, Borgo, si danno al diavolo; e con Cristi e Madonne gridando _Viva Maria_, si avventano contro i Francesi e contro i neonati repubblicani romani. Qualche centinajo tra morti e feriti; un altro centinajo arrestato da popolo barbaro; de’ fucilati alla piazza del Popolo ventidue; altri se ne fucileranno, e forse alquanti preti»[37].
Anche nelle altre città v’ebbe ammutinamenti e con esito eguale; le bande del prete Taliani d’Ascoli e la squadracela d’Imola si sostennero a lungo; sul Trasimeno, nella Campagna, nella Marittima le domò il terrore; al saccheggio furono abbandonati Ferentino, Frosinone, Terracina, e molti passati per le armi: ed è notevole come solo nel paese che dicesi governato peggio di tutti, incontrasse resistenza la Rivoluzione.
Allora Faypoult, Florent, Daunou, Monge, uomini famosi, compilano per Roma una tapina costituzione, notevole unicamente perchè nel centro del cattolicismo non facea motto della religione. Secondo il consueto, dovea giurarsi odio alla monarchia: ma Pio manda per enciclica, che il Cristiano non deve odiare nessun Governo; basta si giuri sommessione alla repubblica, e di non fare trame contro di essa. Queste temperanti parole furono bestemmiate dai patrioti, i quali, in piazza del Vaticano, celebrarono la festa della federazione, imitando quella di Milano, che aveva imitato quella di Parigi.
Subito Bruto e Scipione sono su tutte le lingue: consoli, senato, tribuni allettano con rimembranze di un tempo troppo diverso. Ma i primi consoli erano nominati, poi rimossi dai generali, e non essi, non i tribuni poteano[38], bensì Massena, Saint Cyr, Championnet, insomma le sciabole. Si arma la guardia nazionale, ma il Direttorio scriveva: «Non si lasceranno in Roma che millecinquecento fucili per la guardia nazionale, coll’avvertenza però che n’abbia soli ducento buoni a sparare[39]. Positivo soltanto il pagare; tre milioni di scudi all’esercito d’Italia in denaro, seicentomila lire in abiti, un milione sui beni nazionali; poi contribuzioni, poi prestiti forzati, e torre gli argenti e fino le posate (1798), metter ipoteche su beni di particolari, poi la carta moneta, poi il fallimento. Pochi voleano comprare i beni ecclesiastici _nazionalizzati_, chi per coscienza, chi per paura che un cambiamento di cose invalidasse i contratti: onde all’asta liberavansi a pochi speculatori audaci, che con tenuissimo profitto dell’erario facevano ingenti acquisti. Il depauperamento de’ ricchi sottigliava le entrate indirette: non si potè pagare i Monti, non gli stipendj: gl’impiegati, amando i posti non i pesi annessi, avrebbero voluto tante vacanze quante ai vecchi tempi: il popolo sobbolliva: i patrioti si disingannavano d’una libertà così costosa, d’una repubblica affatto serva della francese. Di sì varj scontenti arrivavano i gemiti o le grida a Parigi, gittavano zizzania fra i governanti, esacerbati dai disastri, e trovavano appoggi nel Direttorio stesso, massime in Luciano Buonaparte, desideroso di rendere necessario il fratello eroe.
Perocchè i nemici armavano, e la diplomazia trescava. La Francia, benchè stesse in pace con Napoli, occupò i beni che in Romagna aveva il re ereditati dai Farnesi; poi gli mandò intimare congedasse Acton e i migrati francesi; alla repubblica romana pagasse il tributo che dovea come vassallo della santa Sede; lasciasse passare l’esercito francese per occupare Benevento e Pontecorvo. Ferdinando sì poco avea creduto alla pace, che da quattro anni teneva in piedi sessantamila uomini, per ciò diffondendo carta moneta, levando bestie e uomini all’agricoltura; gridava per l’occupata Malta, su cui pretesseva l’antica superiorità, e negava mandarle dalla Sicilia i provvigionamenti senza cui essa non vive; lagnavasi che le irrequietudini della repubblica romana si propagassero anche ai paesi limitrofi, e per non lasciarli invadere dai Francesi, occupava egli stesso Benevento e Pontecorvo. Francia per ciò gli tenea il broncio, e per aver accolto vascelli inglesi nei suoi porti, mentre se n’approdavano di francesi il popolo gli offendeva e derubava: e la vicinanza delle stazioni d’Egitto e di Malta dava a tali lamenti il peso di minaccie.
Ferdinando era stimolato al rigore da Nelson, famoso ammiraglio inglese, il quale, sconfitta e mandata a fondo la flotta di Buonaparte nella rada di Abukir, avea menato la sua a Napoli, e ricevuto in trionfo, v’era trattenuto dai vezzi di Emma Leona, fanciulla divulgata in Inghilterra, poi modello di pittori, prima che l’ambasciatore Hamilton se le facesse marito connivente e peggio.
Ferdinando faceva predicare che la religione periva dovunque Francesi arrivassero, che bisognava rassodare la fede e l’autorità; e quand’egli, condottosi in gran pompa alla basilica, lo scettro, il diadema, il manto deponeva sull’altare, quasi collocandoli in protezione dei santi, la ciurma applaudiva, esaltavasi, giurava difenderli. Udito poi che Buonaparte si trovava a cattivo partito in Egitto, intima a Francia che sgombri lo Stato pontifizio e Malta, per rispetto alle stipulazioni di Campoformio, e conchiude alleanza difensiva coll’Austria, la quale obbligavasi ad avere sessantamila uomini in Tirolo, mentr’egli ne porrebbe trentamila alle frontiere, e tre o quattro fregate nell’Adriatico; colla Russia, la quale prometteva mandare truppe a Zara, donde Ferdinando le tragitterebbe nel suo regno; coll’Inghilterra, la quale avrebbe una flotta nel Mediterraneo; colla Porta, la quale manderebbe diecimila Albanesi. Ferdinando accelera i provvedimenti; levando otto uomini ogni mille ne raduna settantacinquemila; mancando però di generali, è costretto chiedere l’austriaco Mack, il quale la sapeva lunga in fatto di storia e d’arte bellica, e non si metteva in marcia che con cinque carrozze. L’esercito francese di Roma contava soli sedicimila uomini sotto Championnet, e sparsi qua e là per vivere; onde i Napoletani avrebbero potuto sorprenderlo, e piantandosi fra Roma e Terni, separare la destra dalla sinistra, vincerli disgiunti, e sottoporre mezza Italia. Mack invece (1798), all’antica, sparte i suoi corpi in tre colonne: una che tagli ai Francesi il ritirarsi nella Cisalpina per Ancona; una che copra la Toscana, ove Inglesi e Portoghesi occuperanno Livorno; una con Ferdinando trionferà nella capitale del cristianesimo.
In fatto il re, vincitore senza merito, entra in Roma (29 9bre), richiama il papa, e alla guarnigione di Castel Sant’Angelo intima che, per ogni cannone sparato, darebbe al furore del popolo un de’ Francesi feriti. Intanto sollecitava Piemonte e Toscana a fare causa seco contro Francia; il principe Belmonte Pignatelli suo generale chiedeva al Priocca ministro del re di Piemonte: — Perchè il tuo padrone tarda a frangere i patti impostigli dalla forza? Forse è assassinio sterminare i proprj tiranni? I Francesi vagano sicuri pel paese. Eccitate a furore il popolo; ogni Piemontese voglia aver atterrato un nemico della patria. Parziali uccisioni varranno meglio che fortunate battaglie; nè la giusta posterità chiamerà assassinj gli atti vigorosi d’un popolo, che sui cadaveri oppressori sale a recuperare la libertà. Primi i Napoletani sonarono l’ora fatale de’ Francesi, e dall’alto del Campidoglio avvisano l’Europa che i re sono risvegliati. Su, Piemontesi, spezzate le catene, opprimete gli oppressori». Questo foglio (se pure non fu finto ad arte) si disse intercetto dai Francesi, e pubblicato diede pretesto al Direttorio di volere occupare la cittadella di Torino, mentre i patrioti moltiplicavano sforzi per ammutinare il Piemonte.