Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)

Part 5

Chapter 53,408 wordsPublic domain

Stabilita la municipalità democratica, cominciano le solite gazzarre popolane contro tutti i resti dell’antico dominio; si rilasciano i condannati in galera, si distribuiscono al popolo quattordicimila ducati; il dì della Pentecoste piantasi l’albero parodiando il _Veni Creator_, e si manda a sperpero e saccheggio il palazzo ducale, testimonio di tanta sapienza politica, tanta virtù patriotica, tanti omaggi di re, tante devozioni di ministri; e i tributi di tutto il mondo, e le rarità di cui da secoli i viaggiatori faceano patriotica offerta, e i doni dei sultani di Bagdad, d’Egitto, di Costantinopoli, vanno preda del popolo sovrano e degli speculatori; stracciansi le bandiere, monumenti d’insigni vittorie; si pone il fuoco al seggio ducale, e il libro d’oro è arso con ischiamazzante solennità[26]. Poi vennero le consuete depredazioni delle casse, fra cui ducentomila zecchini depositati dal duca di Modena, poi dei capi d’arte nelle chiese e ne’ musei, il Giove Egioco della biblioteca, il san Pietro martire, la Fede del doge Grimani, il Martirio di san Lorenzo del Tiziano, lo schiavo liberato e la sant’Agnese del Tintoretto, il ratto d’Europa, una Madonna, il convito in casa di Levi di Paolo Veronese, una Madonna di Gian Bellino ed altri dipinti, e ducento preziosi codici. Dal tesoro di San Marco si trassero le gemme de’ reliquarj, e l’oro si mandava alle zecche: delle armi bellissime e storiche conservate presso il consiglio dei Dieci, fecero preda gli uffiziali: saccheggiato l’arsenale che aveva quarantasette cale, nove tettoje acquatiche, trentatre cantieri pel legname, una corderia unica al mondo, arricchita dai boschi di Montello, di Cansiglio, dell’Istria, dal rame d’Agordo, dalla canapa ferrarese e bolognese; il bucintoro e i peatoni, di cui la ricchezza e gl’intagli destavano meraviglia nelle feste del doge, andarono arsi o sconquassati; affondaronsi alcune navi. Non bastando il denaro, Haller e Serrurier facevano darsi per ducencinquantamila franchi in catrame, il doppio in sartiame, altrettanto in àncore e ferraglie, trecencinquantamila in sevo e ragia, quattrocentomila in tela da vele, settecentomila in canapa; e si tentò spegnerne fin le ultime industrie veneziane[27]. Altrettanti segni di rapacità lascia Massena a Padova; e vuolsi valutare a cinquanta milioni di ducati lo spoglio pubblico. Fin dalle gallerie private si tolsero quadri e medaglie e cammei, e per ultimo insulto il leone della Piazzetta, e i cavalli che diconsi di Lisippo. A Lallemant, capo del sistematico ladroneccio, furono regalati sette cammei. Il vulgo, vedendo i Francesi rubare, rubare i municipalisti, si buttò a rubare anch’esso; altri Veneziani, e non tutti ebrei, compravano il rubato dai Francesi e dal vulgo. Il municipale Dandolo ordinava una nota di tutti i benestanti per confiscare quel che avessero d’oro, argento, contanti, gioje di là del necessario: e solo l’accidente impedì d’attuare un insano decreto della municipalità, che traeva al fisco le sostanze eccedenti la rendita di cinquemila ducati.

Intanto un avviso esortava gli artisti: — Orsù, incisori, dateci l’effigie di quel grande che beneficò l’umanità col sublime trattato _Dei delitti e delle pene_; sia quella effigie incoronata dalla filosofia; le stia presso in atto riconoscente Italia, cinta degli emblemi della libertà; l’immortalità dall’altro canto tenga in mano il maraviglioso sapiente dettato». Le procuratìe nuove e le vecchie doveano nominarsi galleria della libertà e dell’eguaglianza: sul libro del leone si scrisse, _Diritti e doveri dell’uomo e del cittadino_; e tutti a leggere giornali, tutti accorrere ai teatri, sonanti d’insulti ai re, ai nobili, ai preti, ai magistrati; i cittadini indossavano la carmagnola degli operaj; le donne procedeano seminude in tuniche _all’ateniese_ aperte sul fianco, in farsetti _all’umanità_, cappellini _alla Pamela_, chioma raccorcia _alla ghigliottina_; e satire e caricature scompisciavano il lacero manto e le glorie di sedici secoli. Vero è che non mancavano insulti all’albero della libertà, ed alla figura di questa surrogavansi in più luoghi le aquile e _Viva l’Austria e l’arciduca Carlo_; il che causò qualche supplizio. I Dalmati infuriati trucidarono alcune truppe giacobine a Sebenico, e il console di Francia e la moglie; apersero le prigioni, s’impossessarono delle artiglierie dicendo voler adoprarle contro i democratici di Venezia: così a Trau, a Spalatro, a Zara, dove la gente di campagna accorse distruggendo quanto sapesse di rivoluzionario, uccidendo chi in fama di democratico, deliberata piuttosto a darsi a Casa d’Austria.

L’Austria, non che lamentarsi che i Giacobini scorressero a nuovi acquisti, pensò trarne profitto, ed occupò l’Istria e la Dalmazia, possessi veneti, «volendo l’imperatore preservare la tranquillità de’ suoi sudditi dallo spirito di vertigine delle vicine provincie»; e si stese fin a Cattaro, facendosi giurar fede da quello strano misto di razze, di culti, di lingue. Venezia chiedeva a Buonaparte snidasse quegl’invasori; ed egli le permise d’allestire una spedizione pel Levante. Era una nuova perfidia di Buonaparte per trarre la flotta fuori del porto, e così sguarnire la capitale. Veleggiò essa in fatto a Corfù, ma con insegne francesi, e da Francesi fu preso il governo anche delle Jonie[28].

Buonaparte facea far feste a Venezia, e vi mandò la propria moglie, che fu caricata di doni nella speranza che ammanserebbe il liberticida, come l’avea sperato Pio VI nell’offrirle statue e una collana di cammei: egli intanto a Campoformio (1797 16 8bre) conchiudeva il mercato[29]. Il Direttorio aveagli imposto l’emancipazione dell’intera Italia; ma egli dissobbedisce e assegna l’Adige e Mantova alla riconosciuta Cisalpina, Magonza e l’isole Jonie alla Francia; obbliga l’imperatore a dare la Brisgovia in compenso al duca di Modena; a Casa d’Austria abbandona la lungamente agognata Venezia col Friuli, l’Istria, la Dalmazia, le Bocche di Cattaro. Sì bene il ministro Cobentzel avea saputo carezzare l’indovinata ambizione di Buonaparte, che tutto il profitto toccò all’Austria; la quale, colla perseveranza che si ammira anche in causa che si disapprova, dopo tante sconfitte si rifacea della perdita de’ Paesi Bassi aquistando il mare e l’immediata congiunzione delle provincie italiane colle sue slave, toccando anche alla Turchia ond’essere pronta a partecipare al più o men vicino ma inevitabile spartimento di quella. Quanto alla Cisalpina essa confidava ricuperarsela. I Parigini mostrarono tanta esultanza della conchiusa pace, che il Direttorio non osò palesarsi scontento dell’operato di Buonaparte.

Trattavasi di metter le catene a quella Venezia, che aveano suscitato a rivoluzione col pretesto di liberarla. Già le si era tolta la flotta, e distrutto quanto potesse servire all’imperatore per crearne una nuova. Il Villetard, fanatico se non colpevole stromento di quella tradigione, dovette annunziare alla donna dell’Adriatico la sorte destinatale (1798 gennajo), promettendo ricovero e patria in Francia o nella Cisalpina a chi volesse. Come un compenso, ai magistrati suggerì d’arricchirsi colle spoglie della patria; ma dovette rescrivere al Buonaparte: — Trovai ne’ municipali animo troppo alto sicchè volessero cooperare a quanto per me proponeste: _Cercheremo libera terra_, risposero, _preferendo all’infamia la libertà_». Buonaparte rispondeva insultando: — E che? la repubblica francese spargerà il suo prezioso sangue per altri popoli? I Veneziani sono ciarlieri dissennati e codardi, che non sanno se non fuggire. Se rifiutano arricchirsi delle prede pubbliche, non è probità, non altezza d’animo». Ma quando ai loro lamenti egli replicò, — Ebbene difendetevi», il veronese De Angeli proruppe: — Traditore, rendici quell’armi che ci hai rapite».

Venezia ch’era vissuta tredici secoli, con pochissime sommosse e neppur una guerra civile, finì spossata; eppure fra tante ruine di quel tempo destò vivo rammarico pei vilissimi artifizj, e lasciò un affettuoso desiderio in quegli stessi che erano compianti come suoi servi. Gli abitanti dell’Istria e della Dalmazia non sapeano darsene pace, e nel consegnare all’austriaco generale il vessillo di San Marco, versavano lacrime solenni al cospetto de’ nuovi padroni; alcuni ne mostravano tale accoramento, che fin i soldati austriaci commossi lasciavano che il conservassero. A Zara, lo stendardo si porta in duomo, il maresciallo Strático lo consegna al vicario generale monsignor Armani che intonato il _De profundis_ e lasciatolo baciar con entusiasmo ai cittadini lo sepellisce: così a Pirano, così altrove; intanto che i vincitori e i venduti tentavano strappar a Venezia fin la pietà, ultimo diritto della sventura, diffamandola a guisa del giovinastro che espone alle risa la donna ch’egli contaminò.

CAPITOLO CLXXVII.

La Cisalpina. Conquista di Roma, Napoli e Piemonte.

La repubblica francese toccava all’apogeo; estesa dai Pirenei al Reno, dall’Oceano al Po; sostenuta da generali prodi, non ancora disonorati da egoistica ambizione; rinnovato colla Spagna il patto di famiglia; l’Impero e l’Austria ridotti ad accettar la pace; Inghilterra non avea potuto impedirle di acquistare i Paesi Bassi e di predominare nell’Olanda, e mal reggeva da sola alla guerra, di cui era stata l’anima e la cassiera. Il mareggio che succede alla procella non era finito, ma la durata di quindici mesi già dava qualche consistenza al Direttorio, che venuto in credito per le vittorie di Buonaparte, potè reprimere violentemente e i Realisti, e i Terroristi, e circondatosi di altre repubbliche, pensava a sistemarle.

Primogenita di queste, la Cisalpina fin allora restava ad uno di que’ governi militari, che fanno schifo a chi abbia sentimento dell’ordine e del dovere. Buonaparte, uom di guerra e di disciplina, teneva altro linguaggio che il gonfio e iracondo de’ repubblicanti; non irritava i preti, blandiva i ricchi, e pensando che mal si costruisce sul popolo mobile e capriccioso, repudiava gli esuberanti per rannodarsi i moderati, e cingeasi coi nomi storici de’ Visconti, de’ Melzi, de’ Litta, de’ Serbelloni, de’ Contarini, de’ Morosini. Ergevasi anche protettore de’ dotti, e appena entrato in Milano scrisse all’astronomo Oriani: — Le scienze e le arti devono nelle repubbliche essere onorate, e chi vi primeggia nel sapere è francese, ovunque sia nato. So che a Milano i dotti non godono la considerazione che meritano; ritirati ne’ gabinetti o ne’ laboratorj, credonsi fortunati quando i re e i preti non li molestino. Oggi tutto mutò; il pensiero è libero in Italia; non più inquisizione, non intolleranze, non diverbj teologici. Invito i dotti a farmi conoscere come dare alle scienze e alle arti belle nuova vita ed essere nuovo. Chi di essi vorrà andare in Francia, sarà accolto con onore; il popolo francese stima più l’acquisto d’un matematico, d’un pittore, d’un erudito, che della città più ricca. Cittadino Oriani, spiegate voi questi sensi del popolo francese ai dotti di Lombardia».

Il nostro patriotismo suole andar in solluchero allorchè qualche straniero sparla di noi, consolazione che non ci si lascia scarseggiare. L’Oriani, più semplice e perciò più vero, rispondeva alla superba compassione del Buonaparte che «i letterati di Milano non erano stati negletti nè vilipesi dal Governo, anzi godeano oneste pensioni e stima proporzionata al merito; anche nella guerra presente n’erano stati puntuali gli assegni, i quali sol da poche settimane cessarono, a gran costernazione di poche famiglie; sicchè l’unico modo di farne cessare le calamità e d’affezionarli alla repubblica francese, sarebbe di rimetterne in corso i soldi». Soggiungeva volesse il generale attribuire tali parole all’amor suo per la verità e la giustizia: chè, quanto a lui, avea pochi bisogni, ed era sicuro di trovar da vivere in qualunque paese, ed anche allora stava in lui l’accettare una cattedra ben provveduta in una delle più celebri Università[30]. I democratici non avranno fatto mente al coraggio della semplicità, ma è tristo modo di rigenerare una nazione il cominciare dal deprimerla con insulti, col raffaccio iroso, colla servile imitazione forestiera.

Buonaparte, a dieci valentuomini, tra cui il padre Gregorio Fontana, commise di preparare una costituzione per la Cisalpina; ma il Direttorio ordinò vi si applicasse la francese (1797 8 luglio). Dopo le consuete dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del cittadino, essa portava la repubblica una e indivisibile, distribuita in dipartimenti, distretti, Comuni. Al 21 marzo gli abitanti di ciascun distretto si uniscono per nominare i giudici di pace e gli elettori del dipartimento, uno ogni ducento teste. Le assemblee elettorali al 9 aprile nominano i membri del corpo legislativo e del tribunale di cassazione, i giurati, gli amministratori de’ dipartimenti, i giudici e presidenti de’ tribunali, l’accusatore pubblico. Il corpo legislativo consta di quaranta in sessanta seniori; di ottanta in cenventi membri il granconsiglio: questo propone le leggi, quello le approva o rigetta, insieme stabiliscono l’annua imposta. L’esecuzione è commessa a cinque direttori nominati dal corpo legislativo, i quali scelgono i ministri responsali; un’amministrazione centrale in ogni dipartimento, una municipale in ogni distretto; un’altra corte di giustizia pondera le accuse contro il Direttorio o i legislatori. Libero a tutti di scrivere, parlare, stampare; l’esercito è per essenza obbediente.

Allora si abolirono maggioraschi e fedecommessi; si posero all’asta le commende maltesi; i beni e debiti delle provincie e de’ Comuni si riconobbero nazionali. La repubblica fu dichiarata libera; ma l’esercito cisalpino era comandato dal côrso Fiorella; truppe francesi per tutto il territorio e nelle fortezze; molti Francesi in uffizi principali; e per un anno sospesa la libera stampa. Così a noi, che già godevamo una forma di libertà municipale, era tolta per imporci la costituzione d’un paese che non l’aveva; e Buonaparte nominò egli stesso per la prima volta i direttori, i consigli legislativi, e quattro congregazioni, di costituzione, di giurisprudenza, di finanza, di guerra. La libertà molti l’aveano sulle labbra, alcuni nella testa, pochi nel cuore; gli uni la simulavano per farsi perdonare l’antica servilità; gli uni per impinguarsi mercanteggiandone, o per brogliare contro le leggi e la giustizia; molti, sinceramente scambiando la conquista per emancipazione, esultavano di vederci dati un nome, una bandiera, un esercito; speravano che il governo militare finirebbe, e ce ne rimarrebbero i frutti; lasciavansi ingenuamente lusingare a quelle apparenze di governo popolare, ed all’indestruttibile fiducia dell’indipendenza. Buonaparte li conosceva, gli accarezzava, e ne rideva; trattava superbamente i deputati e le dignità che venivano a inchinarlo nella villa di Montebello, che già chiamavasi sua reggia, le api del manto imperiale trasparendo dalla tracolla repubblicana[31]; ma pure veniva ripetendoci le triste conseguenze delle nostre scissure, il bisogno d’acquistare il sentimento della propria dignità e d’avvezzarci alle armi; «proponete (raccomandava) le persone meglio conosciute per attitudine, onestà, _civismo_, non i terroristi e i patrioti intemperanti e ringhiosi, amici del sangue e della guerra, che in ogni cosa trascendono, e non sanno che diffamar il Governo».

La Cisalpina non era soltanto una conquista, sì bene un inoculamento della rivoluzione in Italia, e bisognava estenderla per conservarla. Avea vicina la Svizzera, repubblica all’antica, divisa in Cantoni formanti una confederazione debole e viziata di feudalità. Nell’interno, le classi godeano i diritti in differente grado, e molte servivano di sgabello alle privilegiate; alcuni paesi giaceano sudditi di altri, che liberi dentro, erano tiranni fuori. Di qua dai monti avevano signoria il Cantone di Uri sulla Leventina: Uri, Schwitz e Unterwald sulla Riviera e Bellinzona; i dodici Cantoni insieme su Lugano, Locarno e Valmaggia; sulla Valtellina i Grigioni. Paesi, lasciati in balìa di magistrati ignoranti, che comprata la carica di governatore o di giudice, pensavano a rifarsene con usura. Le più volte il balio non faceva che venir di qua per rivendere la carica a qualche suddito, e dopo un buon pranzo tornava indietro col titolo e coi quattrini. Quindi giustizia vendereccia, prepotenze tollerate; che più? vendute impunità in bianco per delitti da commettersi[32].

Nella val Leventina gli abitanti viveano de’ pingui pascoli e dei trasporti pel Sangotardo, riconoscendo i loro padroni con lievi pedaggi e scarsa imposta. Avendo gli Urani negato dar il soldo ai Leventini che aveano militato, questi fecero turba, cacciarono il balio (1713), nè si quetarono finchè i cinque Cantoni cattolici non decretarono dovuti i soldi. La giustizia ripristinò la pace, e furono detti cari e fedeli alleati: ma più tardi vennero portati ai padroni lamenti (1755) contro tutori che malversavano le sostanze de’ pupilli; e gl’imputati pensarono coprire colla sommossa le colpe, e levatisi in armi imprigionarono il balio. Uscirono gli Urani a domarli; Orso di Rossura ed altri capi furono decollati davanti a tremila popolani, che a testa scoperta e a ginocchio piegato dovettero sentir proferita l’abolizione di tutte le franchigie e garanzie, e giurare la servitù.

Anche nella Valtellina poteasi redimere a contanti ogni delitto, salvo l’omicidio qualificato; e poichè i processi fruttavano denaro, i podestà erano attenti non solo a scoprire delitti, ma a farne commettere; tenevano sciagurate che seducessero, poi accusassero il correo, desiavano sommosse per toglierne pretesto a confische. L’immoralità de’ dominanti e le discordie invelenite fra i Planta fautori dell’Austria e i Salis inchini a Francia, incancrenivano i patimenti della Valtellina. Quante volte non aveva essa ricorso al duca di Milano per far osservare il capitolato che aveva ottenuto dopo il sacro macello del 1620, e di cui esso era garante!

Cessata la confidenza fra governanti e governati, cresceano le gozzaje; il giureconsulto Alberto Desimoni di Bormio, per avere scritto a difesa della costituzione della Valtellina, fu condannato a morte in contumacia: sommovimenti interni cominciarono prima de’ francesi, i quali gl’incalorirono. Ben presto tutta Svizzera ribolle contro le annose tirannidi (1797); a nome della libertà rovesciansi le repubbliche; i Francesi, invitati a sostenere i democratici insorgenti, s’impossessano delle casse, e dichiarano che le leggi e i decreti del Governo paesano non varranno se contrarj alla Francia. I repubblicani di Milano e di Como aveano tentato sollevare i baliaggi italiani, e alcune guardie nazionali penetrarono fino al lago di Lugano piantandovi l’albero. Furono respinti, e i commissarj svizzeri vennero a tenere in dovere il paese: ma una mano di patrioti si presenta a loro, e colla sicurezza che dava la vicinanza della Cisalpina, domanda i diritti dell’uomo; essi fuggono, e l’albero è piantato, non col berretto frigio, ma col cappello di Tell. Quando poi furono dichiarati liberi ed eguali tutti i sudditi della Svizzera, essi baliaggi divennero membri della repubblica Elvetica, destinata a ben altra vita che non l’effimera della Cisalpina, a cui ricusarono aggregarsi.

La Valtellina pensò ella pure novità; ma alcuni preferivano unirsi ai Grigioni come quarta lega in eguaglianza di diritti, altri attaccarsi alla Cisalpina; e intanto la plebe assaliva i signori, le chiese, principalmente le cantine, ballonzando e cantando secondo la moda, spezzavansi gli stemmi de’ vecchi pretori, pur non mancando chi mettesse fuoco agli alberi della libertà. Un conte Galliano Lechi, prepotente e dissoluto bresciano, fuggito a Bormio per sottrarsi ai castighi meritati in patria, e di nuovi meritandosene con braverie ed altro, eccitò l’ira del popolo, che lo uccise con due suoi bravacci. Le gazzette li presentarono come martiri della libertà; i comitati di Bergamo e Brescia inveivano contro le persecuzioni fatte in Valtellina ai patrioti; il generale Murat, scesovi da Edolo colla sua brigata, intimò amnistia e pace; e Buonaparte offertosi mediatore, chiamò a sè deputati grigioni e valtellinesi. Quelli non ascoltarono: questi sì, e chiesero d’unirsi alla Cisalpina; ma voleano riservare per unica religione la cattolica, immunità di fôro per gli ecclesiastici, non partecipare all’ingente debito della repubblica nè alle inesplebili contribuzioni; a tacere le meschinità da campanile, per cui Bormio voleva stare disgregato da Sondrio, e Chiavenna fare casa a parte.

Lunghissime anticamere dovettero durare i deputati al quartiere generale d’Udine: infine Buonaparte proferì (28 8bre) che, non essendo comparsi i Grigioni, ai Valtellinesi restava facoltà d’unirsi alla Cisalpina; andassero ad aspettarlo a Milano. V’andarono; e quivi seppero che «la loro sorte e felicità era ormai fissata stabilmente con quella dell’Italia libera»; e perchè rimostrarono che ciò trascendeva il loro mandato, Buonaparte li sbraveggiò come non fossero «compresi dal gran principio dell’unità e indivisibilità della repubblica, la quale deve formare una famiglia sola».

Così quella valle divenne parte della Cisalpina; confiscati i beni che i Grigioni vi possedevano; a Murat, per le gravi spese che diceva incontrate, si regalarono una ricca sciabola e mille luigi, estorti a forza dalla valle, dove fra le allegre spensieratezze si cominciò lo spoglio delle chiese, e l’altre novità religiose. Queste eccitavano maggior indignazione perchè rammentavano quelle del 1620; nessuno andava alle assemblee primarie che doveano accettare la costituzione; v’ebbe congiure e sommosse, domate colla fucilazione; e il tribunale istituito a Bergamo contro gli _allarmisti_ esercitava tremenda azione anche nella valle.

Vedemmo come l’Emilia fosse eretta in repubblica Cispadana; e il congresso accolto a Modena aveva compilato una costituzione alla francese, e nominato direttori Magnani, Ricci, Guastavillani, persone moderate: ma Buonaparte ordinò che quella repubblica fosse unita alla Cisalpina. La quale così abbracciò l’antica Lombardia, Mantova, Modena con Massa e Carrara, le legazioni di Bologna, Ferrara, Romagna, oltre Bergamo, Brescia, Crema, Peschiera, cioè i paesi veneti sulla destra dell’Adige; più Campione e Macagno, feudi imperiali presso gli Svizzeri, la Valtellina e il ducato di Parma. Divisa in venti dipartimenti, contava tre milioni e ducentomila abitanti, coll’Adige, Mantova, Pizzighettone per difesa, e grandi elementi di prosperità. Nel lazzaretto di Milano solennizzossi la federazione italiana (1797 9 luglio), i deputati e le guardie nazionali sull’altare della patria giurando libertà ed eguaglianza: una di quelle feste, che fanno vivere un popolo intero d’una vita sola, e battere all’unissono migliaja di cuori; ma non dovea lasciare se non un mesto desiderio.