Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 4
Da un pezzo egli consigliava al Direttorio di far pace coi più forti Stati d’Italia, e dichiarare l’indipendenza negli altri: di fatto un armistizio egli concesse al re di Napoli (1796 10 8bre), onorevole perchè il sapeva bene armato, ma a patto richiamasse i sussidj forniti all’Inghilterra e all’Austria, aprisse i porti alle navi repubblicane, desse sei milioni per Francia, la quale non favorirebbe l’insurrezione nel paese: dei tanti prigioni di Stato non fece parola.
Morto di colpo Vittorio Amedeo III, che avea messo sua gloria nelle armi, e n’era riuscito povero, vinto, disonorato, Carlo Emanuele IV succedutogli (1796 15 8bre), di santi costumi, di malotica salute e d’immaginazione turbata, comprò l’amicizia di Francia cedendole la Savoja e Nizza, e liberi i passi. Quest’amicizia metteva in pericolo Genova. Ad essa Buonaparte imponeva di frenare i Barbetti che assassinavano i Francesi, e cacciare alcune famiglie suddite ad Austria ed a Napoli, e dare a lui il passo per la Bocchetta. Divincolavansi que’ padri con umilissime scuse; quand’ecco l’ammiraglio inglese Nelson assalta una nave francese in rada e la rapisce: dalla quale prepotenza disgustati, i Genovesi accettano l’amicizia di Francia, escludendo la bandiera britannica.
La Toscana tenevasi quieta e spettatrice della generale effervescenza, ma che giova? Buonaparte ha in pronto querele di proprietà francesi violate; e pur confessando che il granduca serbò imperturbata la neutralità, e che il Direttorio lo trattò vituperosamente, per ordine di questo fende la Toscana a bandiere spiegate, spinge una divisione sopra Livorno (1797 27 giugno), e cacciatane la squadra inglese, col pretesto di vedere se negozianti britannici vi tenessero merci nascoste ordina un generale esame dei libri mercantili, rabbuffa il governatore conte Spanocchi come traditore perchè lasciò sfuggire gl’Inglesi. I mercanti si ricomprarono dalla visita con cinque milioni, fu ordinata una spontanea illuminazione delle case, e gl’impiegati si rassegnarono; ma la popolaglia insorgeva se il municipio e l’arcivescovo di Pisa non l’avessero rattenuta. Buonaparte, confiscate le sostanze d’Inglesi e di Napoletani, occupate le fortezze, pensa spossessare il granduca, soltanto perchè austriaco: intanto solleva la Lunigiana e Massa e Carrara, piantandovi la libertà o almeno l’albero, e suggendone denaro.
La Corsica era ambita dall’Inghilterra, e solo Paoli poteva sostenerne l’indipendenza in faccia alla Francia. — Il popolo côrso che tanto fece per la propria libertà (diceva egli), darà l’ultimo de’ suoi figli, anzichè andare confuso con un altro»; e a chi chiedeva se tanto sangue non dovesse servire che a tingere la porpora d’un principe straniero, — Prima i coralli sormonteranno l’isola, che Paoli s’infami di ciò». Chiamato a Londra e ricevuto con grandi onori, stipulò l’annessione della sua isola colla britannica, conservando nazionalità, religione, leggi. Male vi s’acconciarono i Côrsi; fomentati dai Buonaparte, scossero quel dominio; e Saliceti andò a fare giurare odio alla monarchia, e disporre i suoi patrioti alla nuova servitù. Paoli, perseguito dalla calunnia, rassicurato dalla coscienza, prese allora l’estremo congedo dalla patria: — Saluto tutti i buoni; nè di quelli a cui il mio nome potesse recare qualche rimorso, ricordo altro che le buone azioni. Insorgemmo per la libertà: questa ora si gode nell’isola; che importa da quali mani vi sia derivata? Tutto andrà bene se non più castelli in aria, ma ciascheduno procurerà vantaggiare nella propria sfera, anzichè come pulcini a bocca aperta aspettare da altri l’imbeccata. Chiuderò gli occhi al gran sonno, contento e senza rimorsi sulla mia condotta politica: Iddio mi perdoni il resto». E ritiratosi a Londra, visse fino al 1807, vedendo un suo compatrioto assidersi sul primo trono d’Europa, eppure non rinnegando la fede repubblicana.
Ma l’esercito giacobino non dovea solo spandere rugiada di libertà sui popoli, sibbene turbinare su Roma la vendetta dei tanti mali, che proverbialmente imputavansi al clero di tutta Europa. Il Direttorio scriveva a Buonaparte[16], la religione cattolica sarebbe sempre irreconciliabile colla libertà, e il maggior ostacolo a consolidare la repubblica in Francia; andasse dunque, ne distruggesse il centro, e o la desse a un’altra potenza, per esempio alla Spagna in compenso di Parma, o v’istituisse un Governo che rendesse spregevole quello de’ preti, e papi e cardinali lasciasse annidarsi fuori d’Italia.
Altrimenti la pensava Buonaparte, egli nato non a distruggere ma a sistemare: pure propose di fare una cavalcata sopra gli Stati del papa, e raccorvi il denaro che gli occorreva per difilarsi sopra Vienna. Mosse dunque, e posta all’avanguardia la legione lombarda col generale Lahoz, invano contrastato dal generale Colli a capo de’ Napoletani, depreda Loreto (1797 13 febb.), arricchito di voti da tutto cristianità, e la madonna ne manda a Parigi. Allora fra il popolo pretino di Roma più non si parla che d’Attila e del Borbone; si trafugano robe e persone verso Terracina; e lo scompiglio universale non lascia al papa altro scampo che di venire a patti. Il cardinale Mattei presentatosi umilmente a Tolentino al vincitore, ne accetta una pace (19 febb.), per cui sono ceduti alla repubblica francese il contado Venesino con Avignone, e alla cispadana Bologna, Ferrara e la Romagna; libero passo alle truppe; il papa disapprova l’assassinio di Bassville, e ne risarcisce la famiglia; darà manoscritti e capi d’arte preziosi, fra i quali Buonaparte, egli devoto repubblicano, nominatamente inchiuse i busti di Giunio e Marco Bruto.
Il Governo pontifizio, che già per gli allestimenti avea domandato dai ricchi metà delle gioje, degli ori, degli argenti, dovette chiederne l’altra; buttò carta monetata, e dal clero riscosse un prestito corrispondente al sesto de’ beni che godeva: anche dopo la pace quattro milioni esigettero le truppe, oltre bovi e bufali e allume in quantità e accatti d’ogni maniera. Intanto i commissarj andavano a levare la Bibbia greca, e il Dione Cassio del V secolo, il Virgilio del VI, il Terenzio dell’VIII, la Trasfigurazione di Rafaello, il San Girolamo di Domenichino, l’Apollo e il Laocoonte; d’un altro milione gravando lo Stato per trasportarli.
Nè Carlo VIII di Francia, nè Carlo V d’Austria aveano rapito i capi d’arte a Roma; Federico II di Prussia era entrato due volte in Dresda, due i Russi e gli Austriaci in Berlino, senza toccarne le famose gallerie: ora il latrocinio nuovo mascheravasi di civiltà o d’amore alle arti; e in quest’offesa al diritto delle nazioni, alla politica, al gusto adopravansi Francesi d’alto ingegno e di buon cuore, e dagli Italiani ricevevano somme onde rapire di meno[17]; talmente quella nazione perde ogn’altro vedere quand’è abbagliata dalla gloria. Essa vantava di regalarci ancora a buon prezzo la libertà conquistata col suo sangue: ma l’Italia, se era disgustata dei nobili, dei re, dei preti, serbava affetto per la religione e per le arti; e in questo duplice culto appunto trovavasi oltraggiata imperdonabilmente.
Buonaparte crebbe le fortificazioni d’Ancona, i cui cittadini aveano piantato l’albero, e raccomandava al Direttorio che nella pace la conservasse, come opportuna a dar padronanza nell’Adriatico e predominio sulla Turchia. Avendo egli mandato complimenti alla vicina repubblica di San Marino, e offrirle cannoni ed un aumento di territorio, que’ magistrati risposero: — Semplice costume; intimo sentimento di libertà sono l’unico retaggio tramandatoci dai nostri padri; l’abbiamo conservato fra l’urto de’ secoli; nè conati d’ambizione, nè odio di potenti, nè insidie di nemici potrebbero impunemente attentarci. Questa repubblica, contenta della sua picciolezza, non ardisce accettare l’offerta generosa dell’eroe, nè aspira a un ambizioso ingrandimento, che col tempo potrebbe mettere in compromesso la sua libertà». Fra le gonfiezze universali d’allora ricrea questa semplicità; piace una lezione di temperanza data da pochi montanari all’idolo e terrore del mondo; lezione inutile[18].
Allora Buonaparte torna sull’Adige per assalire Vienna. Audace mossa chi consideri ch’e’ lasciavasi a spalle un paese appena conquistato e molti nemici. Così la campagna d’Italia diveniva principale, e qui, non più in Germania s’aveva a forzare l’imperatore. Al Tagliamento Buonaparte vince (1797 11 marzo) e passa, incalzando l’arciduca Carlo; superate le alpi Noriche, tiene il Tirolo, la Stiria, la Carintia, Trieste, Clagenfurt; e se all’esercito che trionfa sul Reno con Moreau e Jourdan, viene fatto di congiungersi a questo, l’Austria è cancellata dalla carta d’Europa. Ma il Direttorio non ha denari per sostenere quella marcia, sicchè Buonaparte propone pace all’arciduca Carlo, e a Leoben se ne segnano i preliminari.
Colla vecchia Europa riconciliavasi dunque (18 aprile) la Francia repubblicana, ormai convinta che non era possibile farla tutta democratica. Ben seguitavano a predicarlo per sentimento i rivoluzionarj, per maschera i governanti: ma i proclami dei generali dissonavano dalle trattative de’ ministri, il linguaggio diretto ai popoli da quello tenuto coi re. Piantar alberi, drappellare bandiere, mantacare paroloni lasciavasi in Lombardia, eppure il Direttorio avea prestabilito darla all’Austria in cambio dei Paesi Bassi. Se non che Buonaparte le avea posto affezione come a sua creatura, o come al primo gradino d’una grande scala; sicchè pensò cercare qualch’altro compenso per l’Austria, e stabilì di tradire Venezia.
Quelli che contro ai turbini della forza credono valga la prudenza, tacciano Venezia d’avere smentito l’antica reputazione politica coll’affettare sicurezza mentre le tribune parigine rintonavano d’imprecazioni contro la sua nobiltà, i suoi Dieci, i suoi Inquisitori, i suoi piombi, i suoi pozzi. Accuse convenzionali, mentre vera colpa n’era l’ostinarsi a custodire gli ordini, anzichè lo scopo a cui quegli ordini erano diretti. Da ottant’anni sussisteva essa unicamente perchè mancava chi la soggiogasse.
Minacciata dai democratici, essa diffidava dei despoti, e principalmente dell’Austria di cui sapeva esser lungo spasimo; ma credette stornare il pericolo col non confessarlo, e gl’Inquisitori di Stato vietarono di comunicare al senato i sinceri ragguagli, togliendo così il fare proposizioni opportune. Nella micidiale perplessità potea più durarsi quando l’esercito francese già dilagava sul suo territorio? Gli oligarchi proponeano d’armare, e guaj a chi primo violasse i confini. — Abbiamo quindici milioni di sudditi; sul continente italiano venti città popolose e ricche: soldati trarremo dalle isole e dall’Albania, addestrati nell’incessante nimicizia coi Turchi; le cerne della Carnia e del Friuli ci daranno bellissimi granatieri; robusta gioventù le valli della Brenta, dell’Oglio, del Serio, come le pianure del Polesine, del Trevisano, del Veronese, e i colli padovani e bellunesi: pieno è l’arsenale, e le vittorie recenti dell’Emo attestano che l’antica bravura non è morta: buoni ingegneri restaureranno le fortezze: restano risparmj abbondanti, e il patriotismo de’ privati verrà a soccorso». Così gli animosi, mentre i timidi avrebbero preferito gittarsi in braccio all’Austria; ma altri: — Perchè non piuttosto alla Francia? essa vincitrice e repubblicana, essa non interessata a distruggere la nostra repubblica, ma solo a svecchiarla secondo le sue idee».
Si scelse il peggio, la neutralità inerme; e invitata a fare lega colla Francia, la Spagna, la Turchia contro l’Austria, la Signoria protestò che la esistenza riponea nella felicità e nell’affetto de’ sudditi, non aver altra ambizione che di non esporre questi ai mali d’una guerra. Parole d’oro per un congresso della pace, e che avranno solleticato a riso i generali combattenti.
Di fatto, come le operazioni belliche lo portarono, Buonaparte entrò sul Bresciano, protestando non intendeva fare il menomo torto alla Serenissima; Beaulieu coi Tedeschi ne toglie pretesto di violare anch’egli il territorio, e sorprendere Peschiera: ma quando Buonaparte ebbe vinto a Borghetto e passato il Mincio, quegli dovette lasciarla e ritirarsi pel Tirolo, mentre i Francesi presero stanza in quella fortezza, e invasero anche Verona (1796 giugno). L’ordine di mandarla in fiamme come ricovero del conte di Provenza, fratello dell’ucciso re; Buonaparte non l’eseguì, ma ebbe tutta la linea dell’Adige, e così agevolato l’assedio di Mantova. Con altrettanta buona fede il generale Cervoni aveva sorpreso il castello di Bergamo, levato le lettere da quella posta, e dalla casa Terzi il tesoro depostovi dall’arciduca quando fuggiva da Milano; del quale una preziosa scatola di viaggio, da Maria Antonietta regalata alla nostra Beatrice, crebbe il corredo della donna di Buonaparte[19].
A tal modo trattavasi una repubblica, addossandole poi tante accuse quante si suole a chi vuolsi sagrificare, e ritessendo con essa i turpi maneggi, praticati dianzi dai re colla Polonia. Singolarmente vi si mantenevano emissarj «per promuovere lo spirito pubblico, sviluppare l’energia, consolidare la libertà»; cioè fomentare gli odj e le fazioni. I nobili esclusi dal libro d’oro macchinavano contro l’oligarchia, i poveri contro i ricchi, i gentiluomini della terraferma contro quei della dominante. In Milano un comitato espresso attendeva a rivoltare la terraferma veneta, capi il Porro milanese, i bresciani Lechi, Gámbara, Beccalosi, i bergamaschi Alessandri, Caleppio, Adelasio. In fatto il 12 marzo si solleva Bergamo, ai 18 Brescia, poi Crema, cacciando i magistrati veneti. La Serenissima mandò a querelarsene; e Buonaparte le esibì di venire colle armi a sottometter egli stesso le città ribelli; la repubblica nol consentì ma doveva aspettar inerme il proprio sfasciamento, e intanto mantenere con un milione al mese le truppe francesi: le quali non solo volevano i viveri, ma toglievano i bovi e i cavalli occorrenti all’agricoltura, disperdeano il vino nelle cantine, tagliavano gli alberi fruttiferi, batteano, violavano, uccideano, mentre gli abbondanzieri impinguavano della miseria de’ soldati e degli abitanti. Perchè gl’imperiali avrebbero operato più moralmente che i Repubblicani? e chi n’andava di mezzo era la neutra Venezia, era il popolo innocente. I paesani domandavano armi per difendersi; ma la Signoria calmava, assopiva, esortava a pazienza; chiunque mostrasse sdegno o compassione veniva in grido d’aristocratico ed austriacante.
Ma i montanari delle valli Camonica, Trompia, Sabbia insorsero (1797 marzo) armati contro le novità, capitanati dal conte Fioravanti: Salò respinse i repubblicani, comandati da Lechi, e lui fecero prigioniero. Verona, ridotta a puzzolenta caserma, facea schifo agli stessi cittadini; e se non bastavano le violenze a’ privati, furono rotte le porte delle fortificazioni, tolte le chiavi della città, le artiglierie dalle mura, le munizioni dai magazzini, i ponti. La gente indignata afferrò le armi, e trucidò da quattrocento Francesi in cinque giornate. Il fatto deplorabile grida vendetta: accorrono Francesi e Lombardi con Lahoz e Buonaparte, che affrettatosi a soscrivere l’armistizio di Leoben, punì ferocemente Verona, e le impose taglie così esorbitanti, che Augereau stesso dovette mostrargliele impossibili.
Buonaparte attribuiva ogni colpa al senato, mentre i democratici nella capitale urlavano contro il patrio Governo, come contro i re e il papa. Secondo soleasi nei frangenti, Venezia aveva intimato che nessuna nave estera penetrasse nell’estuario. Un legno francese di corso, inseguito dagli Austriaci, ricoverò sotto il cannone di Lido, e fu fulminato e preso dagl’indignati Schiavoni (1797 17 aprile). Crebbe allora lo scalpore, e Buonaparte ai deputati spediti a scagionarsi rispondeva: — Quando avevo a fronte il nemico, offersi l’alleanza di Francia e fu ricusata: ora che dispongo di ottantamila uomini non voglio udire condizioni, ma dettarle. Io sarò un altro Attila per Venezia; più inquisitori, più libro d’oro, rimasugli della barbarie; il vostro Governo è decrepito»; e dopo minaccie, promesse, lungagne le indíce guerra, senza brigarsi che questo diritto era riservato ai Cinquecento.
Anche dopo perduto il continente, Venezia potea reggersi, ove le fosse bastato costanza quanto al tempo della lega di Cambrai, o quanto poi nel 1848. Essa contava ventidue vascelli dai settanta ai cinquantacinque cannoni, quindici fregate, ventitre galere e molti legni minori, e un ricchissimo arredo di bocche da fuoco e d’ogni occorrente per allestire la flotta e le fortezze. Per munire le lagune e provvedere al passaggio delle truppe straniere impose il dieci per cento sulle pigioni, una tassa sulle gondole e i servi, una taglia sulle arti; ma appena ricavò seicensessantaduemila ducati, mentre i doni spontanei salsero a novecentomila: fece prestiti, levò i pegni ai Monti di pietà, le argenterie alle chiese e alle confraternite, ricchi e grandiosi corpi, i quali per la patria non ricusavano verun sagrifizio[20]. Se avesse adoprato tutti i suoi mezzi, chi potea valutare quanto tempo costerebbe ai Francesi l’impresa? e per poco che durasse (riflette Buonaparte)[21] qual effetto la resistenza produrrebbe sul resto d’Italia?
Ma ai consigli mancava la risolutezza che salva; l’occupazione de’ beni in terraferma desolava i patrizj; d’altra parte trapelava che a Leoben già si fosse patteggiata la vendita delle provincie venete. Dal terrore altrui prendeano spirito i democratici, cioè i fautori dei Francesi, i quali imitandone le arroganze, davano d’urto a tutto che sentisse d’italiano. Sperossi salvare il leone col torgli dalle branche il vangelo e mettergli i diritti dell’uomo, ma non bastò e veniva abbattuto da ogni parte: Padova minacciava interrompere i canali che avvicinano l’acqua dolce alla metropoli: molti agognavano d’essere i primi a disertare dalla patria per avere posti e guadagni nell’ordine nuovo.
Mentre i patrioti gridano Viva la libertà, il popolo grida Viva san Marco, e infuria contro di quelli; gli Schiavoni saccheggiano le case, i Dalmati, avversi sempre ai Francesi, e più dacchè questi aveano vilipesi i loro soldati a servizio della Serenissima, si ammutinano, trucidano i novatori, e bisogna domarli col cannone.
I Manini di Firenze, mutatisi per le patrie turbolenze a Udine, col soccorrere generosamente ai bisogni di Venezia v’ottennero il patriziato. Lodovico, discendente da quelli, come procuratore di Vicenza, di Verona, di Brescia, tanto ben meritò, che la Serenissima lo elesse procuratore di San Marco, poi doge il 1789, quantunque non venisse dalle antiche famiglie tribunizie. Splendidissimamente si solennizzavano queste elezioni[22], e in quella del Manin fu gittato denaro a profusione alla plebe nel giro consueto della piazza, diecimila ducati ai nobili poveri, pane e vino a chi ne volle: ma basta leggere la promissione ducale impostagli per tor molta ragione alle accuse che gli si danno di negligenza e debolezza, chè male può fasciarsi un uomo, poi dirgli cammina. In fatto egli non seppe che esibire di rinunziare la sua carica ai rivoltosi; pusillanimità applauditagli come eroismo; e l’unico lamento di lui sonò: — Non semo nemmanco sicuri sta notte nel nostro letto».
Mandasi a Parigi a trattare a qualunque siansi condizioni, e per averlo meno triste si profonde oro al venale direttore Barras[23]: poi il granconsiglio rinunzia all’ereditaria aristocrazia, riconosce la sovranità del popolo, e alla repubblica francese consente sei milioni, venti quadri e cinquecento manoscritti: per ordine di Francia si scarcerano i detenuti politici, cioè quelli che tramavano contro la repubblica, si puniscono gl’Inquisitori e il comandante di Lido, si licenzia la milizia schiavona.
Con tante bassezze speravasi salvar almeno l’indipendenza; ma dentro trescavano i demagoghi, e n’era centro Villetard segretario della legazione francese, e principale turcimanno il Battagia. I cospiratori spingono il granconsiglio (1797 12 maggio) a decretare sia introdotta guarnigione francese, e viene istituita una nuova municipalità. Coloro che aveano trionfato del demolire la Bastiglia, e trionfato al paro dello scannare migliaja d’ingiudicati all’Abadia e al Carmine, gemeano e fremeano sull’efferatezza delle carceri di Venezia; e dimenticando quanti patrioti giacessero in ben altro squallore nelle regie carceri sottomarine di Messina e nelle alpestri di Fenestrelle, vollero s’aprissero (16 maggio) gli orribili pozzi e i piombi ricantati, e vi trovarono... un prigioniero.
Buonaparte, lieto d’un’occasione che diminuiva infamia ai preliminari di Leoben, finse un accordo col granconsiglio: ma, secondo avea concertato, il Direttorio francese[24] ricusa le stipulazioni fatte con un corpo che avea cessato d’esistere; ricusa le riserve, pur tenendo saldi gli obblighi che v’erano convenuti; onde si decreta abolita l’aristocrazia, diano tre milioni in denaro, tre in munizioni navali, tre vascelli di guerra, due fregate[25].