Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)

Part 3

Chapter 33,572 wordsPublic domain

Buonaparte, alimentato l’esercito, può spedire al bisognoso Direttorio trenta milioni e cento cavalli di lusso, ed altro denaro all’esercito del Reno; atto inusitatissimo fra generali che solo pensavano a rubare e godere. Era suo divisamento di voltare nel Tirolo, e per la valle del Danubio ricongiungersi a Moreau e Jourdan sul Reno: ma il Direttorio ingelositone lo dichiarò chimerico e pericoloso, e ordinogli di lasciare mezzo l’esercito con Kellermann in Lombardia, col resto difilarsi sopra Roma e Napoli. Buonaparte che badava a vincere non a fare dispetti al papa o a un re, conobbe quanto pregiudicherebbe lo spartire il comando e addentrarsi nell’Italia come Carlo VIII; e per mezzo di Giuseppina, amante sua e dapprima amante del direttore Barras trafficante di favori, a disposizione del quale egli mise un milione depositato a Genova, stornò il Direttorio da quel proposito. Al quale scriveva: — Ho fatto la campagna senza consultare nessuno; a nulla di buono sarei riuscito se fosse bisognato acconciarmi col vedere d’un altro. Vinsi forze superiori sebben privo di tutto, perchè persuaso che voi fidavate in me: la mia marcia fu pronta quanto il mio pensiero. Se mi ponete pastoje, non v’aspettate nulla di buono: se mi indebolite dividendo le mie forze, se rompete in Italia l’unità del pensiero militare, avete perduto la più bella occasione d’imporre leggi all’Italia».

Allora egli si dispose ad assediare Mantova, ultimo ricovero della bandiera austriaca, e procedere su per l’Adige. Enumerati pomposamente i trionfi all’esercito, diceva: — Altre marcie forzate ci restano, nemici a sottomettere, allori a cogliere, ingiurie a vendicare. Quei che aguzzarono i pugnali della guerra civile in Francia, tremino: i popoli stieno sicuri; noi siamo amici de’ popoli. Ristabilire il Campidoglio, risuscitare il popolo romano da molti secoli di schiavitù, sarà frutto delle nostre vittorie. Il popolo francese, libero, rispettato da tutti, darà all’Europa una pace gloriosa che la compenserà de’ seienni sagrifizj. Voi tornerete allora ai vostri focolari, e i concittadini additandovi diranno, _Egli era nell’esercito d’Italia_».

Il pericoloso entusiasmo per la forza fortunata, allora fa eccheggiare dei vanti dell’eroe la Francia, che divezzandosi dall’anarchia, all’ebrezza della libertà va sostituendo quella della gloria; e l’Italia, sospesa fra ansietà, meraviglia e speranza. Egli a ventott’anni carezzato, adulato, chiamato Scipione, Cesare, Giove, sentì svilupparsi la grande ambizione, e conobbe di poter divenire un attore decisivo nella scena politica. — Io era giovane, balioso nella conoscenza di mie forze e avido di cimentarle. I vecchi mustacchi che sdegnavano questo imberbe comandante, ammutolirono davanti alle mie azioni strepitose: severa condotta, austeri principj pareano strani in un figlio della Rivoluzione. Io passava, e l’aria sonava d’applausi; tutto pendeva da me, dotti, ignoranti, ricchi, poveri, magistrati, clero, tutto ai miei piedi; il nome mio sonava caro agl’Italiani. Questo accordo d’omaggi mi invase così, che divenni insensibile a ciò che non fosse gloria; invano le belle italiane faceano pompa de’ loro vezzi; io non vedea che la posterità e la storia. Che tempi! che felicità! che gloria!»

Così, allorchè a Sant’Elena soccombeva al peso di importune memorie, tornava Buonaparte con compiacenza su questa spedizione, ch’è uno splendido episodio per tutta Europa, e una storia delle più attraenti per noi; vi tornava, e con rimorso invano dissimulato vedeva il bene che avrebbe potuto fare alla patria nostra; egli italiano come noi, egli braccio d’un popolo libero; egli capace di sentire la potenza dell’unione e l’efficacia dell’ordinata libertà: pure, dopo cessati gli adulatori, egli si adulava da sè, e, come quelli, arrestavasi sempre sulla gloria militare.

Dalla quale affascinati, i colti Lombardi che aveano letto gli Enciclopedisti poi le gazzette, partecipato a loggie massoniche, librato le innovazioni dei proprj principi, da lui ripromettevansi patria, gloria, libertà, e di diventare nucleo dell’Italia, risorta in poderosa nazione per volontà d’un popolo libero e liberatore. La turba stupiva delle subitanee vittorie dell’eroe italiano, e abbandonavasi volentieri al tripudio del fanciullo che improvvisamente si trova sfasciato, e alle illusioni d’un fausto avvenire; si affezionava a que’ Polacchi che, invano difesa la nazionale libertà, ora combatteano per la nostra; a quei Francesi vivaci, gentili, spassoni, che da lerci e cenciosi rimessi in panni e in carne, faceansi amare dagli uomini e più dalle donne, brillavano in frequenti rassegne, narravano le romanzesche vicende della rivoluzione e della guerra, e le stranianze d’una società che ridendo passò dalle cene voluttuose della Reggenza alla ghigliottina, dagl’idillj di Rousseau alla idrofobia di Marat; e colle canzoni sanguinarie e generose spargeano le idee d’una libertà soldatesca.

Dappertutto agli antichi Governi si sostituirono le municipalità, primo elemento delle nazioni che sorgono, ultimo rifugio dell’autorità che tramonta. A principio vi si collocarono persone, di cui il senno, la ricchezza, la dottrina fossero garanzia d’onorato operare, e fra essi a Milano Pietro Verri e Giuseppe Parini. Ma furono bentosto soppiantati dalla turba impacciosa, ch’è pronta sempre ad usufruttare di vittorie ch’essa non preparò, e che si regge adulando la ciurma colle smargiassate, adulando gli scribacchianti colle parole pompose, adulando i padroni colla codardia e i ladri colla connivenza.

Anche allora il primo uso della libertà consistette nel restringere le libertà; vietato l’andare in volta, e fin l’uscire di città senza passaporti; vietata ogni pubblicità di culto, anche il portare il viatico o sonare le campane; obbligati i preti a montare la guardia nazionale; vietati certi tagli d’abiti, sotto pena dell’arresto; il matrimonio fatto meramente atto civile; violato il secreto delle lettere; intercetti i giornali esteri; imposto agl’impiegati di giurare «odio eterno al governo dei re, degli aristocratici ed oligarchi». I nobili, in paese dove non esistevano nè servaggio nè banalità nè caccie riservate, erano bersaglio di scherni e di accuse quotidiane; e non che abolirne i titoli e spezzarne gl’inconcludenti stemmi fin sui sepolcri aviti, si obbligarono a pesi speciali in nome dell’eguaglianza; richiamati dalla campagna, costretti a tenere i servi, malgrado le decimate fortune. I preti, che non vollero buttarsi nell’orgia, nè menare una donna all’albero per isposarla, doveano subire frequenti insulti in mezzo alla popolazione che continuava a venerarli, ma non aveva energia a difenderli.

Adunque preti, frati, nobili e l’estesissima loro clientela sbigottivano delle irruenti novità, spargeano un cupo sgomento pei regicidi, pei terroristi, pei sovvertitori dei troni e della fede; e quando si videro le larghe promesse riuscire al latrocinio, alle insaziabili imposte, allo sprezzo della religione e delle consuetudini, il popolo fremette e si agitò.

Pavia era occupata da Augereau e Rusca, tutt’altro che moderati, i quali pronunziarono stava male in faccia all’albero della libertà la statua d’un tiranno; tale giudicando quel monumento di bronzo antico, detto il Regisole che non si sa qual cosa rappresenti. E subito la plebe gli fu attorno a ruinarlo, urlando morte agli aristocratici e ai preti. Questi invece pascolavansi della speranza che l’occupazione fosse momentanea, e ad un giorno fisso insorgerebbe Milano (23 maggio), e dal Ticino tornerebbero i Tedeschi. Due soldati prigionieri fuggiti si credettero l’avanguardia; si diè nell’armi; le campane delle ventotto chiese toccarono a martello, e barricate, e lumi; i soldati che non cadono uccisi hanno appena tempo di ricoverare nel castello, ove non avendo da vivere e da curare i feriti, capitolano in numero di quattrocento. Pensate che feste, che trionfi, che accorrere di popolo dalla campagna, che trescare di capitani improvvisati! Ma Buonaparte saputone, accorre; manda a fuoco e sacco Binasco che resiste; e poichè a Pavia spedì invano l’arcivescovo di Milano persuasor di pace, v’entrò a forza e abbandonolla al saccheggio. Molti perirono, fra cui il vicario d’esso arcivescovo; e Buonaparte giurava di volere la testa di cento aristocratici; poi s’accontentò di far passare per l’armi il curato di San Perone, il cancelliere di Bereguardo e alcuni altri, colpevoli o no; portare ostaggi sessanta fra nobili e preti; gettare una tassa; contento di atterrire coll’esempio in su quelle prime[12].

Anche altrove il popolo, sturbato nelle sue abitudini, offeso nelle sue credenze, si stomacava a subbugli di cui non sentiva i vantaggi, e di cui vedeva profittare soltanto i birbi e i trasmodanti. Quindi in molti luoghi insurrezioni: sul lago di Como si stringeva un’armata cattolica per scortare il Viatico e difendere il culto: a Como s’insultò all’albero, e benchè il vescovo e buoni cittadini calmassero l’improvvida turba, si volle sbigottirla con supplizj; così altrove, usando la ferocia d’un governo militare, mentre se ne facea testo a declamare contro i preti e gli aristocratici, imputati al solito di congiure. Saliceti, compatrioto di Buonaparte e famoso commissario, che dava mano agli esagerati, teneva mano ai ladri, scriveva al Direttorio: — Per assicurare la calma ho tolto le armi a qualunque abitante, di nessuno essendo a fidarsi. Da un ventesimo in fuori tutti affezionano l’antico Governo; e di quel ventesimo anche i più dichiarati pe’ Francesi sono spinti da interesse e cupidigia. Li conosco, ne cavo quanto posso, e non mi lascio togliere la mano».

Allora una febbre di mutare mestiere; un cattivo abate si rendeva politico, finanziere un filologo, oratore demagogo uno screditato giornalista, arruffatore di plebi un adulatore di re, libellista un serio filosofo inascoltato; alla democrazia, che schiude un’arena a tutte le forze e capacità, sottentrava quella che porta a spallucce i nani, che produce apoteosi senza virtù, avanzamenti senza merito, cariche senza cognizione nè probità; che alla moderatezza, alla riflessione, alla gravità, necessarj contrappesi dello smanioso moto, impongono di tacere e tirarsi da banda. Audacia, ciancie e convulsioni bastavano ai saccenti che vengono a galla ogniqualvolta si scuota la feccia, più abbondanti ov’è più negletta la politica educazione, e che per l’ingordigia d’essere qualcosa affollano mozioni e decreti, antesignani ogniqualvolta si tratta di diletticare i potenti del giorno, siano i re o i piazzajuoli, purchè lascino loro una settimana onde soddisfare un’ambizione, un rancore, una cupidigia. Il vulgo scribacchiante che pretende avere diretto il torrente, da cui si lasciò strascinare, e crede sue le voci di cui non è che l’eco, arrogavasi di rappresentare il popolo e l’opinione, gridando alto affinchè non s’udissero le ragioni. Quella bordaglia giornalistica, che ogni cominciamento di libera stampa contamina quasi col proposito di farla detestare, imbrattava fogli, tutti iracondia, fraterni vituperj ed empie diatribe, istigando contro chi non partecipasse al suo delirio, o non ne accettasse servilmente tutte le opinioni; scaraventava proclami, in cui la sola cosa degna di considerazione è il vederli, sentimenti e frasi, ripetuti in pari circostanze un mezzo secolo più tardi. Apostolavano un sistema di cui non comprendevano le obbligazioni; destri alle schermaglie della rivoluzione, non alle battaglie della libertà, usavano talento ov’era mestieri di carattere; e coll’audace franchezza onde aveano rovesciate le prime barriere, sfrenavansi da principj e da costumi, in libertà di oltraggio se non anche di delitto.

Quanto di più fermentativo aveano le varie provincie d’Italia, accorreva a Milano, portando lingue e penne anzichè braccia e spade: ivi il metafisico Poli e lo statistico Melchior Gioja, più esagerando per farsi perdonare l’unzione sacerdotale; il Valeriani, autore dell’esame delle XII Tavole; il valente medico Rasori; il Barbieri architetto romano; l’erudito Tambroni, lo storico Beccatini, il Custodi economista; ivi Latanzio, Salvadori, Salfi, Poggi, Abamonti stendeano giornali smargiassi, con lusso d’ingiurie e col limaccioso vezzo di voltare tutto in celia; ivi Ceroni, Fantoni, Foscolo producevano versi accademicamente rivoluzionarj; ivi il romano Gianni[13] improvvisava vituperj ai re ed apoteosi a Buonaparte, incontrastato Tirteo della Cisalpina, finchè non vi capitò il Monti a redimersi delle esagerazioni papali con esagerazioni regicide. Il fermento ne cresceva, e tanto più dacchè, a imitazione sempre di Francia, si apersero i club e il circolo Patriotico, ove persone, balzate dalla venerazione illimitata del potere all’idolatria dell’illimitata libertà individuale, gareggiavano a chi ne scaraventasse di più badiali, pindareggiando un eroismo scevro di pericolo: non v’era persona, non cosa che si rispettasse, non violenza che non si suggerisse o applaudisse, non verità che si tollerasse; bruciando i libri che opinassero diversamente dalla moda, o i giornali che dessero notizie non volute; tacciando di terrorista chi avvisasse de’ pericoli, e intanto supponendo pericoli immaginarj per giustificare provvedimenti smoderati. Da quei circoli partivano le proposizioni di non far assistere da preti i condannati per non allungare il supplizio; d’imporre la tassa progressiva sulle sostanze; d’istituire opifizj nazionali, e accomunare le proprietà; da quelli i sospetti lanciati al popolo in momenti in cui facilmente si convertono in furori; da quelli le denunzie contro vescovi che aveano visitato la loro diocesi senza permesso, o parrochi che aveano fatto una festa: tutto ciò in nome della libertà ed uguaglianza. Altri smaniavano d’originalità con proposte ridicole al buon senso, col guidare feste, organizzare dimostrazioni: fra i quali primeggiò un prete Ranza, maestro d’umanità a Vercelli, le cui smancerie divennero la parte comica di quegli avvenimenti e l’esercizio alle descrizioni del Botta.

Polacchi, Piemontesi, Papalini, Napolitani migrati vi portavano ciascuno declamazioni contro il tiranno del proprio paese; e quale esortava a far rinascere dalle ceneri del Vaticano la fenice dell’antica Roma; quale a sepellire nel Vesuvio i Borboni di Napoli; quale a sperdere le ceneri regali di Superga, e surrogarvi quelle de’ patrioti uccisi; tutti smisurati come chi parla e non opera. Le dottrine indecise di que’ declamatori palesano l’ignoranza delle grandi quistioni messe a dibattimento, ove la sapienza accumulata da’ nostri padri in diciotto secoli si vituperava per razzolare nelle ceneri di Bruto e Timoleone; vedeansi Regoli e Scevola e Scipj e Menenj Agrippa in ogni caporale, in ogni magistrato: in ogni donna prometteansi Clelie e Cornelie. Eppure tutto quel lancio era pretta imitazione; non si sapea che ripetere le massime divulgate in Francia; ogni re essere tiranno; puntelli suoi i preti e i nobili; sovrano unico il popolo, che può in qualsiasi tempo e modo recuperare gli usurpatigli diritti; unico Governo legittimo la repubblica democratica; unica fedeltà quella al popolo, e lode il tradire i principi; nessun intermedio fra l’uomo e Dio, e perciò non dogmi, non culto; tutti pari davanti alla legge, e la legge è arbitra delle vite e delle sostanze, come dominatrice del patto sociale. Dietro a ciò, fare elegie sul popolo, compatire come martire ogni uomo colpito dalla legge, come vittima chiunque fosse gravato da una tassa, o traversato in un suo desiderio; vedere oppressione in ogni ritegno alle inclinazioni, in ogni sacrifizio del comodo o dell’utile individuale al pubblico; iniquità in ogni disuguaglianza, despotismo in ogni autorità.

Fortunatamente v’era più da ridere che da fremere, più illusione negli spiriti, che non viltà e corruzione ne’ cuori: nè degli errori possiamo chiedere conto rigoroso ai nostri, giacchè non erano che stromenti ed ombre degli onnipotenti governatori militari. Un Despinoy comandante di piazza era il despoto di Milano: guai se la municipalità si raccogliesse senza sua saputa! guai se un provvedimento emanasse non da lui autenticato! Fu volta che snudò la spada e la battè fieramente sulla tavola dove si deliberava, intimando la sua volontà; sicchè il Parini abbrancando la sciarpa tricolore che portava sul petto, — Chè non ce la cingete al collo e la stringete?» A Como l’agente Valeri côrso, avuta in mano una satira a sua derisione, ordina che un tal giorno tutti i cittadini in su dai dodici anni si radunino in duomo. In tempi così sospettosi ne nacque un turbamento generale, un interrogarsi a vicenda su quell’ordine misterioso. Ed ecco arrivare i parrochi con dietro la loro plebe, arrivare frati, e tutti in pensosa apprensione: poi come furono dentro, egli ordinò che ciascuno scrivesse il proprio nome, sperando dal confronto de’ caratteri scoprire l’autore di quel libello.

E ferocie e lepidezze molte potrei narrare di costoro; e i nostri gl’imitavano. Un comitato di polizia, sostituendo l’arbitrio dell’uomo all’imparzialità della legge, destituiva, deportava per colpe d’opinione, per antichi meriti, per supposta malevolenza; pretendeva mettere in onore lo spionaggio, e apriva un’urna, ove ciascuno potesse deporre le accuse od offrirsi a delatore, sicuro d’una ricompensa e d’inviolabile segreto[14].

Cangiata la frasca, restava dunque eguale il vino; al posto d’un imperatore e d’un arciduca faceano da tiranno molti generali, commissarj di guerra, municipalisti, più duri perchè nuovi, più avidi perchè sorti di ventura, più tediosi perchè vicini. Peste di quella spedizione, i commissarj di guerra dilapidavano le provincie per impinguare sè e le bagascie; e dappertutto prezzi ad arte rincariti, finte carestie, contratti finti, finti soldati, finti magazzini; si requisivano tele per gli ospedali, e andavano in vendita; prometteasi preservare da imposte chi pagasse, e pagato che avesse veniva disanguato; della chinachina allora costosissima, faceasi traffico, mentre i soldati morivano di febbre; e Italiani teneano il sacco, e la connivenza de’ superiori compravano a prezzo della coscienza, delle mogli, della patria.

Buonaparte chiedeva, non già che costoro non rubassero, ma che, rubando a sazietà, rendessero almeno i servigi necessarj: ma «rubano (scriveva al Direttorio) in maniera così grottesca e sfacciata, che non uno sfuggirebbe al supplizio s’io avessi un mese di tempo». Per liberarsi da questi vampiri, i nostri offersero contribuire un milione al mese alla repubblica francese: fu accettato il patto, non cessò quella rabbia. Il Direttorio di Parigi faceva a mezzo, nè avea riguardo che all’esercito; l’Italia era pingue, e bisognava smungervi principi e repubblicanti; il Milanese sarebbe buono per dare in cambio della Savoja al Piemonte o de’ Paesi Bassi all’imperatore, dunque era bene rovinarlo sicchè men fruttuoso arrivasse a quelli; e senza pudore scriveva a Buonaparte: — Alla prima occasione di terrore, strizzate dai Lombardi quanto potete; fate di guastare anche i loro canali e l’altre opere pubbliche; ma prudenza!» Buonaparte guardavasi dal lasciarne trapelare, anzi blandiva le idee sempre allettatrici di libertà e indipendenza, e ripeteasi amico a tutti i popoli, e massime ai discendenti degli Scipioni e dei Bruti.

Intanto il contagio repubblicano s’appiglia a tutta Italia; e patrioti come si chiamavano da sè, o giacobini come erano chiamati dagli altri, scassinavano il vecchio edifizio. Ad esortazione di Buonaparte che, se non altro aveva il merito di mostrare la colpa e il danno delle nostre divisioni, deputati cisalpini andavano attorno a fraternizzare; la media Italia bolliva d’indipendenza, e Reggio per la prima mandava Paradisi e Re in Milano a festeggiare coi Cisalpini l’incipiente unità italiana. Modena resistette ai patrioti; ma Buonaparte, allegando violato l’armistizio e che «que’ ridicoli principotti cospiravano, ond’egli dovea prevenirli», dichiara decaduto quel duca e libero il suo paese. Bologna e Ferrara ergevansi in repubblica; e Lugo che fece movimento contrario, ebbe sanguinosa punizione da Augereau. Nella legione lombarda Italiani d’ogni paese dimenticavano le annose divisioni; nella polacca i compagni di Kosciusko e i profughi di Germania offrivano il loro valore per noi; i Reggiani affrontandosi cogli Austriaci, offersero le primizie dell’italico valore.

Buonaparte risolve costituire Modena, Bologna, Ferrara, la Romagna, la marca d’Ancona e Parma in repubblica Cispadana; la quale restasse alla Francia qualora dovesse restituire la Lombardia; in compenso al duca di Parma darebbe Roma; potrebbesi anche unire il Piemonte alla Francia, e attribuire a quel re la Lombardia: soliti azzeccamenti della diplomazia sia regia o repubblicana.

Di rimpatto aristocratici, Austriaci, Inglesi, il papa faticavano a puntellare il crollante edifizio con armi e con denaro. L’Austria, sentendo che, se perdesse Mantova, si troverebbe scoperta da questo lato, spedì pel Tirolo e la val Sugana il maresciallo Wurmser (1796 luglio) con sessantamila combattenti. Secondati da diecimila che trovavansi chiusi in quella fortezza, e dai devoti Tirolesi, erano per varcare l’Adige in ogni punto, e prendere Buonaparte in mezzo; onde cadde il cuore ai patrioti, risorse ai rammaricosi. Ma Buonaparte osa abbandonare Mantova inchiodando le artiglierie (30 agosto), e concentrasi alla punta del lago di Garda: ben tosto colla battaglia di Lonato rintegra la sua fortuna; poi a Castiglione compie la campagna, sessantamila uomini avendo superati con trentatremila e colla sua risolutezza.

In Germania il giovane arciduca Carlo spiegava più fortunata strategia contro Jourdan e Moreau: e Buonaparte volea correre a sostenerli; ma Wurmser, accinto a una terza riscossa, divallasi dal Tirolo lungo il Brenta, e lo costringe a dare indietro. Qui si ravvivano le speranze: ma Wurmser battuto a Bassano riuscì a fatica a buttarsi in Mantova (8 7bre), ove rinnovato l’assedio, s’ebbe a soffrire orribile stretta di vittovaglie.

L’Austria, a cui nessuno sforzo parve mai eccessivo per conservare la Lombardia, manda ancora il maresciallo Alvinzy; e questo rinnovellarsi di lotte scoraggia i soldati, non Buonaparte. Vedendo minacciata la linea dell’Adige, gli uffiziali persuadevano di tagliare la costa di Castagnaro, sicchè il fiume, disalveando, sarebbesi misto col Tartaro e colla fossa d’Ostiglia, allagando quant’è fra l’Adige, il mare e il Po sotto Legnago, e con ciò assicurando l’ala destra ed accorciando la linea militare: ma Buonaparte non volle quel guasto. Dopo fiere battaglie attorno ad Arcole (15 novembre) e a Rivoli (16 gennajo 1797), gli Austriaci furono costretti ancora a ritirarsi a Mantova e capitolare (1797 2 febb.), così assicurata l’Italia superiore alla Francia, dopo dieci mesi di mirabili operazioni.

Ma non soltanto come gran guerriero va lodato Buonaparte. Misto portentoso di mobilità e profondità, di audacia e di previdenza, di calcolo e d’entusiasmo, ardito ne’ concetti, prudente nell’esecuzione, affettava ancora il tono di rivoluzionario, e al direttore Röderer scriveva, — Sono un soldato, figlio della rivoluzione, uscito dal popolo, e non soffrirò d’essere insultato come un re»; ma in effetto aspirava a comporre e riordinare; rubava meno degli altri, sebbene accettasse regali per sè, per la donna, pei parenti, e di continuo inviasse denaro alla sua famiglia per educare i fratelli, per dotare le sorelle, per procacciarsi una casa ove riposare se le vicende d’allora lo riducessero ancora al nulla[15]; e sentendosi forte in mezzo ai mediocri, operava senza ed anche contra le istruzioni del Direttorio, concedeva pace e tregua a principi, rimbrottava i commissarj che non facessero a suo modo, guadagnava quelli che, come Clarke, fossero mandati ad esplorarlo.