Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 2
Di trentacinquemila uomini era l’esercito napoletano; ma fatto e rifatto in pochi anni, mancava di solidità, e d’uniforme e consentita disciplina. Le somme spese da Acton, e l’apparato belligero davano a credere ai popoli che il Reame figurasse come potenza di mare: ma quella flotta era vistosa abbastanza per compromettere lo Stato, non abbastanza forte per difenderlo. Ed ecco il La Touche con nove vascelli di linea e quattro fregate si presenta a Napoli, intimando alla Corte riconosca il nuovo plenipotenziario francese, tengasi neutrale, disapprovi una nota del suo ministro a Costantinopoli in discredito dell’ambasciatore francese, o bombarderebbe. Si dovette piegare la testa, e Ferdinando IV fu il primo re che riconobbe la repubblica francese.
Solo il Piemonte, dalla sua postura chiamato ad ingrandire per le armi, alimentò lo spirito guerresco con trentacinquemila uomini e quindici castelli. Sotto Carlo Emanuele III una scuola militare fiorì alla disciplina di Alessandro Papacino de Antoni, che scrisse ad uso di quelle l’_Architettura militare_, l’_Esame della polvere_, l’_Uso delle armi da fuoco_, l’_Artiglieria pratica_ e altre opere, tradotte anche in francese, oltre un racconto della guerra del 1753. Vittorio Amedeo III, che diceva stimar più un tamburino che tutti i membri dell’Accademia, nel grosso esercito che riformò nel 76, poi di nuovo nell’86, profuse il tesoro paterno, e crebbe a cenventi milioni il debito pubblico; fabbricò la fortezza di Tortona, compì quella d’Alessandria: ma l’essere sempre generale supremo il re, e alla nobiltà riservati i gradi, impediva di formarsi valenti capitani e di eccitare i soldati colla speranza.
Questo paese per la vicinanza di Francia fu il primo a sentirsi in pericolo. Vittorio Amedeo III (1773-96), non eroe, neppur guerriero benchè soldatesco, seguiva materialmente la politica de’ suoi avi. Devoto, e imparentato con una sorella e con due fratelli di Luigi XVI, credette dovere di cristiano, di re, di parente l’armarsi; diè ricetto ai nobili francesi che uscivano di patria non come vittime ma come ribelli, e che a Torino macchinavano una controrivoluzione; il conte d’Artois che fu poi Carlo X, di là sparpagliava agenti dappertutto, e trovava piacentieri, e prometteva soggiogar presto la Francia; ma il popolo li chiamava _quelli della settimana ventura_ per le sempre prorogate speranze. Re Vittorio cogli altri potentati s’accordò sui modi di soffogare questo che credeva incendio momentaneo, e togliere qui speranza ai novatori, i quali si manifestavano con parole e con qualche mal represso movimento, specialmente in Savoja dove Thonon insorse per unirsi alla repubblica francese e alla ginevrina. Quando Semonville fu spedito a proporgli alleanza colla Francia (1792 7bre), egli nè udire tampoco lo volle; anzi, sollecitato dai fuorusciti e dal nuovo imperatore, allestì a guerra la Savoja e Nizza, e conchiudeva con lord Grenville alleanza contro la Francia, obbligandosi a tener in piedi cinquantamila uomini.
Armi e viveri non mancavano; guarnite le fortezze e gli arsenali; l’Inghilterra, oltre spedire nel Mediterraneo una flotta, lo sussidierebbe di ducentomila sterline l’anno; ordinate preci nelle chiese, su tutta la linea dall’Isero al Varo si distesero truppe piemontesi, poi rinforzate dagli Austriaci. Il movimento era concertato con quel di tutt’Europa, sorta contro la Francia: ma questa pose tre eserciti che tenessero in freno gli alleati sul Reno, il quarto con Montesquiou volse alla Savoja. Avea appena quindicimila uomini, scompigliati, sprovvisti, ma teneva intelligenze nel paese. Benchè da quarantacinque anni godesse pace, e se non contenta fosse almeno tranquilla, con imposte lievi, non cresciute da sessant’anni, pochissimi delitti, nobiltà moderata e non esclusiva, emancipate le persone e le proprietà, a Chambéry ed altrove s’erano insinuati i sommovitori, e sospiravano la libertà francese. Sebbene la Convenzione avesse dichiarato non voler fare conquiste, Montesquiou insisteva perchè s’assalissero i diciottomila Piemontesi; e l’ottenne, incolpando questi re di cento falli speciosi o contestabili, mentre la ragione vera stava nel voler sconcertare gli alleati mediante un grande colpo, e poter condurre anche quest’esercito alla difesa del Reno. Adunque, in nome della nazione francese, e vantandosi di «esser il primo a introdurre le bandiere della libertà in un paese che n’è degno», violò ogni diritto e ogni forma col neppure darne avviso; e dopo fatto giurare alle truppe (7bre) «di rispettare le persone e le cose, non combattere che i satelliti dei tiranni, e proteggere la libertà de’ popoli», egli entrò in Savoja fra gli applausi de’ patrioti, e i balli attorno all’albero, ch’erano alla rivoluzione d’allora ciò che furono i banchetti a quella del 1848. Al 1º ottobre non vi restava più un soldato piemontese; e nello stile enfatico de’ bullettini scriveano i commissarj dell’esercito delle Alpi: — Superammo senza la minima resistenza la barriera che separava la repubblica da un popolo schiavo; l’albero della libertà, i colori nazionali, il _ça ira_ moltiplicavansi sui nostri passi; e i più semplici montanari c’indicavano la strada per la _capitale della nuova Francia_».
Parve un artifizio quella ritirata, tanto più che la minima resistenza potea scompigliare il piccolo esercito francese quando appunto la guerra volgeasi in peggio sul Reno, e la disobbedienza propagavasi nell’esercito[7]: ma come si conobbe il vero, Lazzari capitano de’ Piemontesi fu sottoposto a consiglio di guerra e degradato, e quest’esercito in tutta Europa tacciato di vile, prima che se ne vedessero di ben più gagliardi e agguerriti fuggire davanti a quei militari improvvisati. Perocchè la nazione intera si avventava alle frontiere, e giovani eroi briachi d’entusiasmo introdussero una tattica nuova, senza riguardi alle vite o ai disagi dell’uomo, nè quartieri d’inverno, nè riposi da marcie, nè tende o baracche; sicchè davanti a quel misto di generosità, di cupidigia, di terrore, che fu carattere della Rivoluzione, anche i migliori ordini degli altri paesi dovettero soccombere alla forza, divenuta supremo movente. Poco andò che anche Nizza fu presa, e scrittovi sulla cattedrale _Temple de la raison_; e nella festa del 10 agosto 1793 si diede il volo ad uccelli che portavano l’atto costituzionale, per annunziare al mondo la fraternità francese.
Dall’invasa Savoja, i rifuggiti, soliti sparnazzatori di vanti e di sgomenti, fuggirono a torme sopra Torino: ma sebbene l’esercito fosse sfasciato, le popolazioni avverse ai Giacobini sfogavansi in vendette; e coll’antico nome di Barbetti, masnade assalivano e trucidavano alla spicciolata i Francesi nelle montagne nizzarde. Sul mare, Oneglia era centro della pirateria contro la Francia: ma avendo percosso una nave mandata con proposizioni, l’ammiraglio Truguet la bombardò (1792); tutta la gente fuggì, eccetto i frati che si credeano inviolabili, e che furono tutti trucidati, ed arsa la città.
I grossi capitali che i suoi negozianti aveano in Francia, obbligavano la repubblica di Genova a circospezione; d’altra parte unirsi al Piemonte non osava, sapendone la lunga cupidigia; non all’Austria, di cui aveva spezzato i ferri; talchè teneasi di mezzo fra le pretensioni opposte di Parigi e di Londra. Quest’ultima, abusando della marittima superiorità, sorprese in porto la _Modesta_, fregata francese, e mandò intimare ai Genovesi cessassero ogni comunicazione con Francia, e non ne ricevessero veruna nave: prepotenza inaudita! Poi i Côrsi, alzata bandiera inglese, sfogavano l’odio antico, corseggiando sulle coste.
Essendo chiuso dagl’Inglesi il porto di Genova, la Toscana avrebbe potuto vantaggiarsi collo spedire olj, saponi, grani in Francia: ma Inghilterra le intimò cacciasse tutti i Francesi (11 8bre) e anche l’ambasciadore entro quarantott’ore; e il granduca, avuta garanzia de’ suoi Stati da quella potenza, abbandonò la politica d’interesse per quella di sentimento, e armò, rinnovando la milizia paesana al modo del Machiavelli.
Anche Napoli, malgrado la neutralità stipulata colla Francia, promise unire alle forze inglesi seimila uomini, quattro vascelli di linea e quattro minori ed altrettante fregate e più occorrendo; impedire ogni commercio colla Francia, aprendo invece i porti (12 luglio) alle navi inglesi. Difatto le napoletane corsero colle flotte alleate a predare il ricchissimo arsenale francese di Tolone; ma trovandolo difeso da Napoleone Buonaparte, dovettero ritornarsene con molto spesa e nessun profitto, per propria scusa esagerando il valore e la fierezza de’ Francesi. Subito il re rifece l’esercito, e Acton e Carolina vigilavano personalmente, animavano, faceasi denaro di tutto.
Quando poi Montesquiou, conquistatore della Savoja, fu destituito (1794) dalla repubblica perchè mettea freno ai patriotici assassinj de’ Nizzardi, e le arcadiche atrocità di Robespierre esacerbarono sì che parea le popolazioni si rivolterebbero contro la tirannide de’ Terroristi, la coalizione si rannodò col disegno d’invadere la Francia. Per verità, il Piemonte se avesse concentrate le forze s’un punto solo, e preso accordo coi Lionesi, coi Provenzali, cogli altri Girondini e Federalisti, avrebbe sostenuto la prima figura in quei tentativi, e fors’anche mutato le sorti di Francia[8]. Ma re Vittorio, di molto coraggio e niun’abilità, preferì distendere le sue truppe lungo la frontiera in aspetto di difesa, e aborrendo dallo stendere la mano agli uccisori di suo cognato, preferiva operare di conserva coll’Austria, colla quale a Valenciennes (23 maggio) convenne sulle spartizioni; i paesi che si togliessero a Francia verso Italia, cadrebbero al re in compenso d’altri verso il Milanese ch’e’ cederebbe all’imperatore.
Ma anche nell’esercito piemontese diffondeansi i dogmi rivoluzionarj, propagatore principale il côrso Cervoni, che per compenso fu poi eletto a generale di brigata nell’esercito italiano. I Sardi si erano valorosamente schermiti da’ Francesi; ma non per questo rassegnavansi all’oppressione piemontese, e spedirono una deputazione dei tre ordini a Torino, domandando fossero levati molti abusi, mantenuti i privilegi, raccolti gli stamenti. La Corte la trattenne lungamente a Oneglia, poi permessole di venire, sei mesi le tardò udienza, infine non diè che parole (1793 28 aprile). Avutolo per un oltraggio, Cagliari insorge, nè la forza basta a reprimere; il vicerè e l’arcivescovo partono, s’adunano dappertutto gli stamenti, e si rinviano i Piemontesi impiegati e i vescovi; poi subito i contadini ricusano le prestazioni ai baroni, la demagogia gavazza fra disordini e sangue; e tutto è peggiorato dalle rivalità degli Angiò e dei Petzolo.
Così l’Italia era disunita e fiacca; intanto che la Francia, tuffata la guerra intestina in un mare di sangue, spediva Kellermann (1793), che con cinquantamila uomini rincacciò i Piemontesi, tornati nella Savoja; un altro esercito per la riviera invade Ventimiglia e Oneglia; altri Francesi versavansi dal Cenisio sul Piemonte, non rattenuti che dal forte della Brunetta; e le creste delle Alpi e degli Appennini divennero teatro di fiere battaglie, dove il valore piemontese riscattò gli smacchi della prima campagna, respingendo anche più volte i Francesi. Ma questi procedeano; presero anche l’inespugnabile Saorgio e Col di Tenda. I re, tentennanti di paura, moltiplicano minaccie, arrestano, uccidono, raddoppiano di vigilanza, interdicono ogni convegno anche letterario. Ma dal re di Napoli non si possono ripromettere soccorsi, perchè ha il fuoco in casa: all’Austria, paga di avere assicurata la sua Lombardia dall’invasione, poco caleva che re Vittorio recuperasse i territorj perduti, e mentre accalorava le imprese in Fiandra, qui spediva solo pochi reggimenti comandati dal barone Devins, buon allievo di Laudon, ma vecchio, podagroso, avaro, mentre vecchio e malaticcio pur era il barone Colli, austriaco nato a Vigevano, che ferito nel petto a Belgrado, doveva farsi portare in lettiga, eppure era stato chiamato a capitanare le armi piemontesi[9]. Francia senza perder tempo assale gli alleati nel campo di Dego, li riduce a ritirarsi, e baldanzosamente spiega la bandiera tricolore sulle Alpi marittime e sulle savojarde, a guisa di turbine addensato sulle vette minacciando la sbigottita Italia.
CAPITOLO CLXXVI.
Buonaparte in Italia. I Giacobini. Fine di Venezia.
Ogni rivoluzione divora i proprj figli; e come i monarchici erano stati uccisi dai costituzionali, poi i costituzionali dai repubblicanti, e questi dai puritani, e tutti dai terroristi, così venne il giorno che anche i teschi ferini di Danton, Robespierre, Carrier furono gettati nella pozza del sangue da loro versato (1794 luglio). Allora in Francia si osò mostrare umanità e quasi anche giustizia, a qualche innocente aprire le carceri, perdonare, permettere fino il culto; i moderati ripresero aura; i tanti arricchiti coi beni nazionali, colle forniture, colle eredità cascate dalla ghigliottina, col disordine ove sempre guadagnano gli scaltri, bramavano godere dopo tante privazioni e tanti sgomenti; sicchè invocavasi fine alle stragi, riposo dalle sanguinarie convulsioni. Ma poichè a quel terribile agguagliamento non era sopravvissuta che la forza, alla forza si dovette ricorrere per disarmare la plebaglia (1795) e trucidare i Giacobini più ostinati: nel che alla vigorìa di Barras servì l’inesorabile mitraglia del Buonaparte, richiamato dalle Alpi alla caduta di Robespierre. Allora si stabilì una nuova costituzione che tutelasse le acquistate libertà e la repubblica una ed indivisibile (9bre); visto che una Camera sola facilmente diveniva precipitosa e violenta, si volle associare la ragione e l’immaginazione istituendo un Consiglio di cinquecento persone, almeno trentenni, rinnovatesi per terzo ogn’anno; ed uno di ducencinquanta anziani sopra i quarant’anni, ammogliati o vedovi, rinnovatesi al modo stesso, che sanzionava le leggi proposte da quelli, ma che poteano discutersi soltanto dopo tre letture. Tutti i cittadini, dai ventun anno in su, nelle assemblee primarie nominano i membri delle assemblee elettorali, che eleggono i due Consigli, e questi il Direttorio esecutivo, di cinque membri, con ministri responsali; elettivi sono pure i magistrati giudiziali; libera la stampa, ma vietate le società popolari; espulsi per sempre quei ch’erano fuorusciti; sanzionata la vendita dei beni nazionali; liberi i culti, nè stipendiati dal Governo.
Raffazzonata così la civile convivenza, il Direttorio sconnette la coalizione nemica facendo pace con Prussia e Spagna; e poichè la principale sua avversatrice era l’Austria, pensò portarle guerra in Germania non meno che in Italia. E qui comincia l’età omerica della rivoluzione, colle grandi conquiste che le erano necessarie per farsi riconoscere e per diffondere le idee e i sentimenti suoi. Il generale Scherer ingrossato sulle Alpi, con Massena e Serrurier batte Devins e Colli (22-28 9bre), in una serie di fatti che denominaronsi la battaglia di Loano, prendendone tutta l’artiglieria ed il carreggio: i vinti precipitandosi in fuga, non meno che i vincitori stuprando e devastando, lasciarono tutta la Liguria esposta ai Francesi; onde se Scherer allora drizzava sopra Torino, non trovava ostacolo: ma ebbe paura dell’inverno; poi non finiva di rimostrare i bisogni d’un esercito che lasciavasi mancante di tutto; e non vedendosi ascoltato, mandò la dimissione, e fu surrogato da Napoleone Buonaparte (1796 23 febb.).
Discendeva questo da un Guglielmo di Pistoja, che nelle guerre del Quattrocento si stabilì a Sarzana, donde Francesco nel 1530 tramutò la famiglia in Corsica. Ivi i Buonaparte coi Saliceti parteggiavano per Francia; onde al sormontare del Paoli e dei Pozzodiborgo andarono proscritti. Ricoverati a Marsiglia, madama Letizia rimasta vedova, vivea dimessamente; le avvenenti sue figliuole facevano i servigi della casa; i molti maschi correano le fortune di quel tempo, e tra essi Napoleone, nato il 5 agosto 1769, educato dallo zio prete, scriveva in sentimento giacobino, firmandosi Bruto Buonaparte. Entrato nell’esercito, lo trovammo in Sardegna, poi alla difesa di Tolone come artigliere, poi a sedare sanguinosamente le insurrezioni in Parigi. Ora spedito sopra l’Italia, di cui le barriere in ogni parte già erano superate, prometteva, — Fra tre mesi sarò reduce a Parigi, o vincitore a Milano».
Al crescere del pericolo, l’Austria mandò sull’Alpi Beaulieu, generale esercitato sotto il maresciallo Daun, poi segnalatosi nel Brabante e a Fleurus e nel liberare Magonza dai Francesi, e che alla sperienza di vecchio univa spiriti giovanili. Ma non guidava più di trentaduemila soldati, oltre mille ducento cavalli napoletani; e la gelosia toglieva che gli alleati operassero d’accordo. I quali, mentre vantavano tutelare i troni e la società, ruminavano parziali ambizioni; il Piemonte sperava guadagnare la Lombardia a scapito dell’Austria sua alleata, dalla quale non volea lasciar occupare le fortezze; l’Austria di rimpatto sperava ciuffare il Veneto, e ricuperare la Lomellina e il Novarese, sicchè parve poco curare i disastri del Piemonte, persuasa a vicenda che a questo non rincrescerebbe vederla espulsa dal Milanese dov’è destinato a succederle. Il Direttorio dava dunque incarico a Buonaparte di rincacciare gli Austriaci oltre il Po, sicchè i Piemontesi isolati dovessero piegare a buoni accordi.
Buonaparte, moderato nell’ardimento, vedea bisognare altro sistema che le campagne metodiche; e che, colpita l’Austria, ai principotti italiani nulla resterebbe a fare; ma insieme che bisognava smettere la propaganda sovvertitrice; e «se noi (pensava) colla libertà attizziamo la guerra civile in Piemonte e a Genova, e solleviamo le plebi contro i nobili e i preti, ci facciamo rei degli eccessi di tali lotte. Sull’Adige invece possiamo eccitare il patriotismo contro lo straniero, senza nimicare le classi, le quali tutte alla parola _Italia Italia_, bandita non dal Ticino, ma da Milano o da Bologna, si accorderanno a ristabilire la patria italiana».
A Nizza (20 marzo) egli trovò trentaseimila Francesi in condizione deplorabile; non vesti, non denaro, non cavalli, non viveri; ma coraggio, costanza, impeto repubblicano e bravi capitani, quali Massena senza paura, Augereau spadaccino che trasfondeva il proprio valore ai soldati, il coraggioso ed istrutto svizzero Laharpe, il prode e metodico Serrurier, Berthier eminente nelle particolarità e nel colpo d’occhio, e Miollis, Lannes, Murat, Junot, Marmont, destinati a vivere nella storia quanto gli eroi di Grecia e Roma. Fra loro Buonaparte, smettendo le famigliarità repubblicane, si dà aria di capo benchè sia il più giovane; ai generali distribuisce quattro luigi per uno; ai soldati dice: — Voi male vestiti, male pasciuti; e il Governo che tutto vi deve, nulla può per voi. Io vi condurrò nel paradiso terrestre, dove piani ubertosi, grandi città, laute provincie; dove troverete onore, gloria, ricchezze».
Mentre Beaulieu aspettava d’essere attaccato per Genova, egli procede per la valle della Bormida; e vincitore la prima volta a Montenotte, poi al passo di Millesimo (11-14 aprile), sapendo profittare di quei quarti d’ora che decidono delle battaglie, sbocca sovra il centro nemico, separa gli Austriaci dai Piemontesi, avventasi sopra questi, e da Cherasco proclama: — Italiani, l’esercito di Francia viene a frangere le vostre catene; il popolo francese è amico di tutti i popoli; corretegli incontro; le proprietà, le usanze, la religione vostra saranno rispettate. Faremo la guerra da nemici generosi, e solo coi tiranni che vi tengono servi»; e vincitore a Ceva, Mondovì, difila sopra Torino.
Il re di Sardegna, inquieto anche per le turbolenze sarde (28 aprile), impetra un armistizio: ma tale debolezza, non che salvarlo, mette il suo paese al pieno arbitrio dei nemici, ai quali se avesse tenuto testa, poteva cambiare il corso delle vicende italiche. E nobili e Corte diedero il primo pascolo di adulazioni servili al giovane prode: il quale impose di cedere la Savoja, Nizza e le fortezze di Ceva, Cuneo, Alessandria, Tortona, strada fornita tra Francia e Lombardia; altre smantellarne; amnistia ai repubblicanti; pagar taglie e viveri pei soldati. La Brunetta, con tant’arte e tesori resa insuperabile chiave d’Italia, fu sfasciata senza ostacolo.
Buonaparte, con esercito pasciuto, coll’artiglieria acquistata, con volontarj accorsi, «riportate (com’egli diceva) sei vittorie in quindici giorni, presi ventisei vessilli, cinquantacinque cannoni, molte piazze, quindicimila prigionieri, guadagnato battaglie senz’artiglieria, passato fiumi senza ponti, marciato senza scarpe, serenato senz’acquavite e talora senza pane»[10], per la destra del Po cala verso Lombardia, in pingui convalli, sopra terreno proporzionato alla forza dell’esercito. Entrato sugli Stati di Parma e Piacenza, che sotto i Borboni si erano ristaurati dalle guerre e fiorivano d’agricoltura, arti, commercio, concede al duca armistizio per due milioni di lire, milleseicento cavalli e grano, oltre venti quadri dei migliori. E mentre i Tedeschi l’attendono dritto a Valenza, egli obliquamente passa il Po a Piacenza, batte Beaulieu tardi accorso (9 maggio), a Lodi varca sanguinosamente l’Adda (11 maggio), e arriva a Milano, donde l’arciduca era partito senza resistenza nè compianti, ma con grand’accompagnamento di persone, che dai repubblicani si salvavano sul territorio veneto. Ivi pure rifugge Beaulieu colle truppe austriache, sol tenendo Mantova; poichè il castello di Milano capitolò (29 giugno), e i disertori e migrati che v’erano furono consegnati al generale francese.
Egli, prendendo possesso della Lombardia, bandiva che «ognuno dovesse contribuire al bene generale; goder sicuro delle sue proprietà; esercitare i proprj diritti sotto la scorta della virtù; riconoscendo un Dio, praticando il culto che la sua coscienza gl’ispira; non altra distinzione fra gli uomini che il merito; si ricordassero che verun’opera riesce perfetta di primo getto, e i grandi errori si riparano colle virtù e colla moderazione». Lascia armare le guardie nazionali, fare grandi allegrezze, prevalere quelli ch’erano già capi nelle loggie massoniche, stabilire ritrovi politici e gazzette declamatorie; e tutt’insieme gitta venti milioni per tassa di guerra, cioè il quintuplo di quanto pagavasi in un anno ai tiranni espulsi, e non equamente ripartiti sul censo, ma riscossi arbitrariamente sopra gl’individui. In nome della libertà fece deportare i sessanta membri dell’antica congregazione di Stato; in nome della democrazia rapiva al povero il suo pane, cioè i pegni che aveva deposti ne’ Monti di pietà, e il suo lusso, cioè gli ornamenti delle chiese; tra i vanti di fede pubblica sospendeva i pagamenti del Monte; tra i vanti di protezione rubava i capi d’arte, mascherando d’entusiasmo i calcoli dell’egoismo.
Per dieci altri milioni e viveri e quadri concede armistizio ad Ercole III duca di Modena, buon uomo che, per ammansarlo, aveagli detto, — Ricordatevi che siete de’ nostri» e si udì rispondere, — Io son francese»; e che coi tesori adunati pagando i danni dei sudditi ai quali avea cercato far del bene, si ritirò a Venezia[11].