Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 10
Sarebbesi detto che le vittorie de’ Nordici in Italia s’effettuassero al solo fine, che all’ombra loro fosse in Venezia (1800 14 marzo) adunato il conclave[61], dove avendo l’Austria dato l’esclusione al famoso Gerdil, uscì papa Barnaba Chiaramonti. Stando vescovo d’Imola, aveva questi pubblicato in una pastorale che «la libertà cara a Dio ed agli uomini, è la facoltà di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana; la forma democratica non repugna al vangelo, anzi esige quelle sublimi virtù che s’imparano soltanto nella scuola di Cristo; esse faranno buoni democratici, d’una democrazia retta, forbita da infedeltà e da ambizioni, e intesa alla felicità comune; esse conserveranno la vera eguaglianza, la quale, mostrando che la legge si estende su tutti, mostra insieme qual proporzione deva tenere ogni individuo rispetto a Dio, a sè, agli altri. Ben più che le filosofie, il vangelo e le tradizioni apostoliche e i dottori santi creeranno la grandezza repubblicana, gli uomini rendendo eroi di umiltà e prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare con sè e con Dio. Seguite il vangelo, e sarete la gioja della repubblica: siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici».
Questa moderazione parve attagliata ai tempi; ed egli, assunto il nome di Pio VII (1800 3 luglio), comparve a Roma, dove la noja della dominazione forestiera il faceva invocato: scelse a segretario di Stato il cardinale Consalvi, destro quanto moderato; ricostituì il governo all’antica, proclamando il perdono, e invitando i sudditi a imitarlo col sopire gli odj e le querele reciproche. Toltigli settecentomila sudditi delle Legazioni, gliene aveano lasciato un milione e settecentomila, ma intero il debito di settantaquattro milioni di scudi, di cui da tre anni non si pagava l’interesse. Si cercò sistemare l’imposta in modo d’ottenere una rendita di quattro milioni di scudi; fu proclamata la libertà di commercio, riconoscendo «che tutte le leggi proibitive o vincolanti l’industria e il commercio erano perniciose quanto vane[62]»; il papa diminuì le spese di corte; condiscese ai teatri; impose una tassa speciale sui terreni incolti, sciolse i vincoli di fedecommesso, di manomorta, di pascolo; dava premj a chi piantasse, prometteva edificare casali, via via che la cultura si estendesse. Secondando le istanze di Paolo I e di Ferdinando IV, ristabilì i Gesuiti in Russia e nel Napoletano.
Con un papa sì conciliativo e pien d’amore per la Francia, d’ammirazione per l’eroe che la dirigeva, non sarebbe possibile ravvicinarla alla Chiesa? Tre giorni dopo la vittoria di Marengo, Buonaparte ne gittò parola al cardinale Martiniana; poi Consalvi e Giuseppe Buonaparte ne trattarono a Parigi (1801): ma ricuperare questo regno primogenito del cristianesimo non poteasi senza grandi sagrifizj. Voleasi il matrimonio de’ preti: e Pio rispose, potersi assolvere gli ammogliati, ma autorizzarlo per massima no. Sui possessi tolti alle manimorte non si fe malagevole, le ricchezze non essendo essenziali al clero. E così tra cedere e negare si conchiuse il famoso concordato. La Francia ebbe un ministro pel culto (Portalis); la pasqua del 1802 i cannoni salutarono di nuovo una festa cristiana; il Caprara legato a latere cantò messa in Nostra-donna, mentre l’aerea armonia de’ sacri bronzi richiamava il popolo ai riti solenni e all’ineffabile gusto della parola divina.
Tutto ciò dava lusinghe di ordine all’Europa: la coalizione regia s’era sconnessa: anche l’Inghilterra ascoltò proposte di pace, la quale fu conchiusa ad Amiens (1802 27 marzo). L’Inghilterra si era avventata alle armi per difendere la minacciata libertà europea, ed ecco neppur motto ne fa nelle stipulazioni: avea posto come preliminare lo sgombro di tutt’Italia, poi lasciava al nemico il Piemonte e gl’emporj di Genova e Livorno; Francia sgombrerebbe il Napoletano e il Romano, e gl’Inglesi ogni posto nel Mediterraneo e nell’Adriatico, e Malta che si restituirebbe all’Ordine.
A Buonaparte, volontà ineluttabile, sistematore risoluto, bastava un atto per riunire un paese che la natura fece uno e le convenzioni sbranarono: ma già il Piemonte consideravasi fuso colla Francia, come Venezia coll’Austria; Buonaparte volle fossero distrutte le fortezze che davano soggezione alla Francia, quali Arona, Bard, Ceva, Cuneo, Tortona, Serravalle; smurata Torino, come il castello di Milano, e Forte Urbano sul Bolognese. La Toscana era stata eretta in regno d’Etruria per un infante di Spagna; al papa riconciliato bisognava confermare il patrimonio; al regno di Napoli serviva di scudo la protezione della Russia: e i fantastici Italiani piansero svanita ancora la speranza che la vittrice spada e la ferrea volontà d’un loro paesano ricostruisse la patria una e libera.
Ne’ varj Stati furono poste una commissione esecutrice e una consulta legislativa, ma tutto pendea dai ministri di Francia[63]. Del bello e forte paese cisalpino, con cinque milioni d’abitanti, settanta in ottanta milioni d’entrata, e quarantamila uomini in arme, Talleyrand avrebbe voluto si formasse un regno, da dare a qualche principe austriaco siccome compenso e pegno di pace: ma Buonaparte stabilì conservarlo repubblica, estesone il limite fin alla Sesia col recuperare gli sbrani dell’antico Milanese, cioè Novara, Vigevano, la Lomellina; buone fortificazioni la difenderebbero dagli Austriaci assisi di là dall’Adige, e la terrebbero sempre aperta alla Francia, che ne conservava il protettorato, e ne ricevea venticinque milioni all’anno di tributo, e di qua manderebbe i suoi ordini al paese meridionale, aspettando che i casi la elevassero a capo d’una federazione italica.
Per togliere la Cisalpina ai disordini della prima sua età, e concentrarla sotto una mano vigorosa che la proteggesse di fuori mentre la reggeva dentro, Buonaparte convocò a Lione una consulta. Quattrocencinquantadue rappresentanti, scelti fra il clero, i tribunali, le accademie, le amministrazioni dipartimentali, le quaranta primarie città, la guardia nazionale e l’esercito, e in essi il cardinale Bellisomi e nove vescovi, nel cuor del dicembre passarono i monti, e nella seconda città di Francia ebbero suntuosa ospitalità, adunanze splendide quanto le antiche sessioni reali, lauto trattamento, e fra altri spettacoli, quel dell’esercito che tornava d’Egitto, misto di veterani francesi con arabi e mori e mamelucchi.
Divisi in cinque classi (1802) secondo gli antichi dominj, presedevano ai Lombardi già austriaci il Melzi, ai Veneti il Bargnani, ai Pontifizj l’Aldini, ai Modenesi il Paradisi, ai Novaresi e Valtellini il De Bernardi, a tutti in apparenza il Maniscalchi ambasciadore della Cisalpina, in fatto Talleyrand, il quale senza quasi lasciarli discutere, fece che accettassero per acclamazione lo statuto da lui modellato sul francese dell’anno VIII. Portava esso tre _collegi elettorali_ permanenti e a vita, completatisi da se medesimi: uno di trecento grossi possessori risedeva a Milano; uno di ducento negozianti a Brescia; uno di altrettanti dotti ed ecclesiastici a Bologna. Essi sceglierebbero dal proprio grembo una _commissione di censura_ di ventun membro, che eleggesse tutte le magistrature dello Stato; otto _consultori_, che vegliassero sulla costituzione, deliberassero sui trattati, e nominassero un presidente della repubblica, decennale e rieleggibile, con cinquecentomila lire, incaricato del potere esecutivo, e che eleggerebbe un vicepresidente con centomila lire e ministri[64]. Il ministro del tesoro presenterebbe ogni anno il conto, e non consentirebbe verun pagamento se non per legge o decreto del Governo. Un _consiglio legislativo_ di dieci membri compilerebbe le leggi e i regolamenti, e li sosterrebbe davanti al corpo legislativo. Questo ha settantacinque membri, quindici de’ quali sono nominati oratori per discutere le leggi prima di votarle.
La giustizia era resa con sapiente progressione, da arbitri, giudici di prima istanza, tribunali d’appello e revisione, ed uno di cassazione; oltre le camere di commercio per le cause mercantili: inamovibili i giudici e il grangiudice. Eguaglianza fra i cittadini; nessun vincolo all’industria e al commercio se non quelli dalla legge stabiliti; uniformità di pesi, misure, catasto, istruzione; dichiarati nazionali i debiti e crediti delle provincie; lo Stato assegna la congrua a vescovi, capitoli, seminarj, parroci e alle fabbriche delle cattedrali.
Fatti intesi della volontà del primo console, i nostri, dilungandosi dai sistemi particolari per osservare l’intera popolazione senza preoccupazione d’abitudini, lasciaronsi bassamente porre in bocca la confessione della propria inettitudine, dichiarando non conoscere alcun italiano valevole ad essere presidente della repubblica (1802 26 gennajo), gli uomini che presero parte ne’ cambiamenti o non aveano sostenuto funzioni pubbliche, sì da poter reggere lo Stato, o le aveano sostenute fra l’agitazione delle opinioni e sotto estranee influenze, in modo da non meritarsi la pubblica fiducia: d’altra parte la recente repubblica non avere truppe sufficienti ad assicurarsi, nè poter sperare dagli altri Stati la considerazione necessaria per consolidarsi dentro e fuori: trovare insomma necessario di essere retta da Napoleone Buonaparte, due nomi che allora per la prima volta trovansi uniti. E Buonaparte degnava aggradire, e diceva: — La repubblica Cisalpina, invasa e omai perduta, fu una seconda volta dal popolo francese resa all’indipendenza. D’allora che non si tentò per ismembrarvi? ma la Francia vi protesse, e foste novamente riconosciuti. A Lunéville cresciuto il territorio d’un quinto, esistete con maggiore forza e maggiore speranza. Dandovi magistrati, non badai a terre o a fazioni, ma solo ai vostri interessi. Per le eminenti funzioni di presidente, non trovando persona fra voi abbastanza reputata, benemerita e spregiudicata, aderisco al voto espressomi, e conserverò, quanto fia necessario, il gran pensiero de’ vostri affari».
La repubblica, composta, com’egli diceva, di dieci popoli, cioè Milanesi, Mantovani, Bolognesi, Novaresi, Valtellini, Romagnuoli, Veneti, divisi in Bergamaschi, Cremaschi, Bresciani, s’intitolò italiana (1 febb.), e pensò ad organarsi in modo d’essere, com’egli voleva, «la prima potenza d’Italia». Restavano sue le artiglierie esistenti nelle piazze fin al valore di quattro milioni; si doveano preparare armi e ponti; trentaduemila soldati in tempo di pace, con una riserva che si porterebbe a sessantamila, coscrivendo dodicimila giovani ogni anno, oltre due mezze brigate e un reggimento di cavalleria di Polacchi, ceduti alla nostra dalla repubblica francese; alla tranquillità vigilavano mille seicento gendarmi, e la guardia nazionale di tutti i cittadini dai diciotto ai cinquant’anni. La spesa era bilanciata su novanta milioni di lire milanesi, di cui cinquantadue erano assorbiti dalla guerra e dal tributo alla Francia. Libera la stampa, sotto la responsabilità dell’autore e dello stampatore, i quali, avanti divulgarle, doveano presentare le opere alla revisione, che poteva sospenderle; soggetti a censura i fogli periodici, le composizioni teatrali e i libri che si introducevano.
Ai comizj di Lione i preti non aveano potuto ottenere si dichiarasse unica religione la cattolica, ma solo che si farebbe una legge organica pel clero, da approvarsi dal papa. Di fatti un concordato speciale (1803 16 7bre) con questo riconosceva come religione della repubblica la cattolica; al presidente concessa la nomina de’ vescovi; libero a questi il comunicare con Roma, il promuover agli Ordini e ai benefizj i meritevoli, e punire i colpevoli anche col rinchiuderli in conventi o seminarj: non si sopprimerebbero fondazioni ecclesiastiche senza approvazione della Sede apostolica; non sarebbero molestati i compratori di beni ecclesiastici. Tal era quel concordato: ma come erasi fatto in Francia cogli articoli organici, nel promulgarlo a Milano si aggiunse che nuove professioni non potrebbero farsi se non negli Ordini applicati all’educazione o a cura degl’infermi; e, come all’ordinazione dei preti, volervisi l’assenso del Governo, e così per dare valore alle bolle e ai brevi della santa Sede. Di quest’intrusione si dolse invano il pontefice.
Corse allora uno de’ più floridi e quieti tempi per la Lombardia; lontano il presidente, buono e amato Melzi che ne sosteneva le veci; distrutto ogni privilegio aristocratico, favorito il sapere; si citavano ancora i patrj esempj, si ristampavano i nostri classici e i nostri economisti, come ripigliavasi l’êra cristiana; facili i pagamenti, prospere l’agricoltura e il commercio, crescente l’esercito, non febbrili le speranze. La libertà della stampa era sì poco valutata, che Melzi potè senza difficoltà stabilire la censura preventiva de’ giornali e de’ libri provenienti di fuori. Gl’interessi materiali eccitavano più gelosie che non le garanzie della libertà[65]; nè l’iniziativa, nè l’esame erano liberi, e scarsa capacità mostravano le persone incaricate del potere. Soprattutto mancava la prima condizione d’ogni felicità, la fiducia della durata. Da una parte gli accorti s’avvedeano che questa repubblica era l’embrione d’un regno; tanto più che, ad ogn’ombra d’opposizione, Buonaparte minacciava dar un calcio a questo sistema rappresentativo, che pareagli un’organizzata ostilità: dall’altra il titolo d’italiana inchiudeva una minaccia agli Stati della penisola. Fra gli stranieri poi i rancori erano stati sopiti non tolti, e ben presto posero novamente a soqquadro tutt’Europa. L’Inghilterra, cogliendo gli appigli che troppi offriva il trattato d’Amiens, ricusa sgomberar Malta, cavilla i patti, e getta in mezzo la questione italiana, persuasa d’avvilupparvi anche l’Austria.
Questa avea subìto i trattati di Campoformio e Lunéville come una necessità, e colla fiducia di ripigliare la Cisalpina, donde padroneggiare la media e la bassa Italia. Unico mezzo a sbarbicarla sarebbe stato il rendere l’Italia a se stessa: ma Napoleone, che credeva al potere non alle nazionalità, impose al fratello Giuseppe che negli accordi di Lunéville non parlasse del papa, del Piemonte, di Napoli, sicchè lasciava in pendulo gravissime questioni: nè l’Europa potea soffrire che, con una nominale indipendenza, al vassallaggio austriaco fosse surrogata la dominazione francese.
Alessandro di Russia, succeduto all’assassinato suo padre, ricusava ravvicinarsi alla Francia se non ripristinasse il re di Sardegna e assicurasse quello di Napoli: anche la Prussia chiedeva che Francia sgombrasse il Napoletano, distaccasse Parma e Piacenza, le Jonie e Malta si dessero in compenso al re di Sardegna. Austria, col pretesto di un cordone contro la febbre gialla sviluppatasi a Livorno, ingrossò sulla frontiera dell’Adige; e viepiù quando Buonaparte scrisse in persona a Francesco II (31 xbre) voler ridurre la repubblica italiana a monarchia, distinta dalla Francia. La fede mentita all’Italia metteva dunque la Francia in guerra coll’Europa, e subito Inghilterra empì d’armi il Mediterraneo: di rimpatto Buonaparte allestì a Boulogne un famoso campo per tentare uno sbarco in Inghilterra; deriso dai più come una sublime follìa, lodato da altri perchè valse di palestra a’ suoi soldati. A quel campo la repubblica italiana mandò un corpo sotto il general Pino, e decretò quattro milioni per costruire due fregate e dodici scialuppe.
Ma non di guerra soltanto erano i divisamenti di Buonaparte, che credette venuto tempo alle lunghe speranze. Col prestigio della gloria egli avea fatto credere ancora al rinnegato entusiasmo; coi comporti in Italia avea mostrato di saper ridestare il passato e le relazioni consuete fra popoli civili: onde parve l’unico capace di rimettere Francia nella grande comunanza delle nazioni, senza sagrificare la libertà e l’orgoglio, come avrebbero fatto i Borboni. Francia sfiduciata delle libertà promesse da filosofi, da avvocati, da giornalisti, da legislatori, implorava il despotismo, e nol vedea che sotto la forma d’un soldato: uscendo dall’oppressione sanguinaria o ladra di tiranni abjetti e persino vili, meno male pareale la tirannide della gloria e del genio: cessato di credere alle idee, credea a un uomo. E Buonaparte racconciava all’obbedienza l’epoca più indisciplinata; e indotta la ragione a confessare la propria insufficienza, al ricostruire adoprò gli uomini ch’eransi mostrati più attivi a demolire. In paese stanco ed abbagliato dalla sua gloria, pochi ostacoli ebbe ad afferrare la dittatura. Interrogata colla ciurmeria de’ registri, la nazione prorogò il console per dieci anni: interrogata se il volesse a vita, disse sì; la costituzione fu modificata alla monarchica: ma poichè il nome di re facea mal suono a quelli che, in annuale funzione, giuravano odio sempiterno ai re, fra le reminiscenze d’Augusto e di Carlo Magno egli ripescò il titolo d’imperatore dei Francesi (1804 18 maggio).
Al potere nuovo facevano di mestieri tutte le forme che gli conciliassero rispetto. Dopo che i registri, aperti in tutti i Comuni, gli diedero la sanzione popolare, Napoleone volle anche quella della religione, e domandò che Pio VII venisse a coronarlo. Gran disparere in Roma. Piaceva che un eroe soffogasse nelle proprie braccia quella repubblica sovvertitrice degli altari e della società, e che una nuova dinastia all’Europa e alla civiltà assicurasse ordine e conservazione. Qual trionfo per la Chiesa di vedere questo figlio della rivoluzione invocare dal pontefice il sacro crisma, e credere legittimazione della temporale quella potestà pontifizia che dianzi trascinavasi nel fango! Anche nei possessi il papa potrebbe altrimenti che ingrandirsene?
Ma gli zelanti, alla cui testa erano il sapiente Antonelli, il severo Litta, il dotto Di Pietro, l’abile Pacca, avvezzi a credere la nave di Pietro insommergibile fra le transitorie tempeste, aveano tenuto il concordato come una dura necessità. — E chi è (rifletteano) questo Buonaparte? Un soldato di ventura, che a Tolentino strappò alla Chiesa le più belle provincie e tesori artistici; che tiene il contado Venesino e i feudi in Piemonte, roba della Chiesa: che colla spada suggellò il concordato, e pur subito lo eludeva cogli articoli organici; che stipulò la spogliazione de’ principi ecclesiastici di Germania; che in Egitto proclamava la tolleranza fino dell’islam. Or domanda la mano del papa, ma a qual fine: unicamente per sorreggere la personale ambizione, contentata la quale, si torcerà contro quelli che adesso accarezza. Che cosa risponderà il papa ai rimproveri degli Austriaci, da tanto tempo investiti del sacro romano impero? che cosa ad altri re che lo domandassero a coronarli? E i Borboni, a cui la violenza non tolse d’essere i cristianissimi, i primogeniti della Chiesa, con qual occhio vedrebbero il santo padre cingere colla corona di san Luigi uno, le cui mani stillano ancora del sangue dell’assassinato duca d’Enghien?
Pio VII aveva attinto nel chiostro virtù semplici e rassegnate, e l’abitudine di elevare gli occhi al cielo, più che scrutare le cose della terra. Il recuperare una tale preponderanza sulla Francia, il restituire alla tiara lo splendore offuscato, e al patrimonio le tre Legazioni pareangli interesse della religione; e riprometteasi ottenerlo a Parigi ne’ colloquj col nuovo Cesare, da cui farebbe cassare gli articoli organici, e ripristinare gli Ordini religiosi. Volle che venti de’ più creduti cardinali in tutta secretezza e coscienza gli esponessero il loro sentimento sul quesito «Sua santità deve, può andare a consacrare e coronare l’imperatore de’ Francesi?» Cinque dissero un no riciso; gli altri furono pel sì, ma con diverse condizioni, o di cassare gli articoli organici, o di attendere che il nuovo imperatore se ne fosse mostrato degno come Carlo Magno, o che venisse egli stesso di qua dell’Alpi, come aveano usato gli antichi fino a Clemente VII; o che almeno assicurasse gli atti riverenziali dovuti al sacro suo carattere, specialmente il bacio del piede: viepiù s’insisteva contro il giuramento che l’imperatore farebbe d’attenersi al concordato, di far rispettare la libertà de’ culti.
Pio VII fece dal cardinale Caprara sottomettere tali riserve a Napoleone; questi le repudiò tutte, e Pio VII si rassegnò, sempre confidando ottenere in persona quel ch’eragli fallito per intromissione de’ ministri; tollerò che l’imperadore si mostrasse aridissimo nella lettera d’invito, e voless’esserne unto sì, non coronato; e di sessantadue anni si pose in viaggio. Tutti gli ordini dello Stato vennero a fargli riverenza, come tutti dianzi avevano rinnegato e papa e Cristo; e Pio li guadagnava colla dolcezza. Dando un giorno la benedizione al popolo inginocchiato, vide un giovane tenersi ritto e col cappello in testa: — Giovinotto, se non credete all’efficacia della benedizione del pontefice, credete almeno che quella d’un vecchio non porta sventura».
Nella solennità (2 xbre), allestita collo sfarzo teatrale che illude e cattiva, Napoleone si pose da sè la corona; poi incoronò Giuseppina sua donna, che il giorno innanzi avea avuto la benedizione nuziale. I sinceri repubblicanti, che l’aveano proclamato un Camillo, un Washington redivivo, non sapeano darsene pace; i non sinceri s’affrettarono a divenire ciambellani, ministri, uffiziali, cavalieri, tutto quel ch’egli volle, anche più di quel che volle. Napoleone evitò di trovarsi testa testa con Pio VII, alle cui preghiere dolci e ragionate non potrebbe opporre le escandescenze; sicchè al papa non restò che avventurare le sue domande alle solite lungagne degli uffizj, e le esortazioni al magnanimo perchè imitasse anche in ciò Carlo Magno, il quale spontaneo restituì alla santa Sede quanto le armi sue aveano ritolto ai Longobardi.
Napoleone fece rispondere che avea giurato non alterare i confini della Francia; neppur poteva cincischiare la repubblica italiana, in lui confidatasi; prometteva però trovare congiunture d’estendere e consolidare il dominio del santo padre, e intanto presterebbegli mano soccorrevole per uscire dal caos dove l’hanno trascinato le presenti vicende, e assicurargli il pacifico godimento de’ beni rimastigli; e così darebbe all’universo una prova della sua venerazione al pontefice, della protezione alla capitale della cristianità, del desiderio costante di vedere la _nostra_ religione non inferiore a nessuna nella pompa delle cerimonie e in quel decoro che alle nazioni può ispirare venerazione. Il papa si dovette contentare di vedersi reso il cadavere del suo predecessore, e la statua della Madonna di Loreto, spogliata è vero delle gemme.
Carlo Magno era anche re d’Italia, nè questo titolo dovea mancare a Napoleone, il quale anzi nella nostra patria avea fatto il passo d’esperimento verso l’impero[66]. Ad assistere alla sua coronazione invitò dunque il vicepresidente Melzi e la consulta di Stato; e chiesti di _liberamente_ significare come in pratica riuscisse la costituzione avuta a Lione, liberamente risposero essere quella evidentemente provvisoria nè compatibile coi tempi, nè gl’Italiani ancora maturi per la repubblica; e lo scongiuravano a dare loro un re, foss’egli quello, erigesse il paese in regno con uno statuto. Rispose: — Ho sempre pensato a creare indipendente e libera la nazione italiana, ma capisco la separazione tornerebbe pericolosa or che la perfida Albione rinnova le minaccie; verrò dunque a Milano a cingermi la corona di ferro per ritemprarla e rinvigorirla, e perchè l’Italia più non si spezzi fra le tempeste che la minacceranno: ma affretterò il momento di deporla s’una testa più giovane».