Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)

Part 48

Chapter 483,627 wordsPublic domain

[171] A’ Court, inviato d’Inghilterra, non avea parole bastanti per disapprovarli: — Neppur un’ombra di biasimo s’avventurarono a gittare sul Governo esistente; non altro promisero al popolo che la riduzione del prezzo del sale. Mai non erasi avuto Governo più paterno e liberale: maggiore severità e meno confidenza sarebbero riusciti ad altro... Spirito di setta, e l’inudita diserzione di un esercito ben pagato, ben vestito e di nulla mancante, causarono la ruina d’un Governo veramente popolare. Temo non si riesca a scene di carnificina e confusione universale. La costituzione è la parola d’ordine, ma in fatto è il trionfo del giacobinismo, la guerra dei poveri contro la proprietà».

[172] Nota del ministero degli affari esterni delle Due Sicilie alle Corti d’Europa, 1º dicembre 1820.

[173] Vedi le sue _Memorie_ scritte dal Galvani.

[174] Metternich scriveva al duca di Modena, invitandolo al Congresso, e divisandogli il fatto e da farsi. «Ogni rivoluzione passa per periodi distinti. Il carattere della _rivolta_ è stampato chiaramente ne’ suoi primi eccessi, ma presto si cancella, e agli occhi vulgari prende l’aspetto di _riforma_. La debolezza dei principi e de’ Governi, le paure degli onest’uomini, i clamori dei faziosi, l’ipocrisia e furberia loro, tutto insomma vi contribuisce. Coloro che vogliono combattere il flagello bisogna che badino bene di non ingannarsi sulla differenza di tali periodi, e accomodare a ciascuno mezzi differenti, se non vogliono fallire. Se avessimo avuto ventimila uomini disponibili sul Po, si correva su Napoli: avremmo spenta la rivoluzione, e il mondo avrebbe applaudito, come fa sempre ad ogni buon successo. Non avendoli, dovemmo attendere a combattere la rivoluzione nel suo secondo periodo. Il re avea giurato la costituzione, un Parlamento dovea servire di guida all’opinione che si diceva nazionale (_Notino la parola i rivoluzionarj del_ 1859): i liberali e radicali di tutta Europa non poteano a meno d’unirsi in fascio per cantare in verso e in prosa gl’ineffabili benefizj delle restaurate libertà napoletane.... Gl’indugj non ci spaventarono; anzi. Il Governo rivoluzionario di Napoli ebbe a combattere un male che non perdona, la penuria di denaro. Chi quattro mesi fa avesse creduto che le operazioni dell’esercito austriaco opprimessero la libertà nascente, col ricco corteo de’ benefici frutti, avrà avuto il tempo di persuadersi che questa così detta libertà è morta in brevissimo per l’opere sue proprie. Le stesse cose cattive, contrarie alle nostre intenzioni, che succedeano a Napoli, si volgeranno a pro della giustizia e della ragione. Il liberalismo vi è stato fulminato dal radicalismo: i Carbonari e il Parlamento rovinarono i Muratiani; i mezzi termini furono ridotti al giusto loro valore da una fazione che, per ora, è forte perchè vuole o tutto o niente. Fondandoci dunque sull’essere il napoletano un affare europeo, e dovere comune la repressione della rivolta, abbiamo terminato il primo atto di questo grave dramma».

[175] _Memorandum_ di don Neri Corsini, 20 gennajo 1821.

[176] Capodistria, ambasciadore di Russia, avendo domandato a Metternich se l’Austria approverebbe un sistema che si avvicinasse al rappresentativo, quegli aveva risposto che si farebbe piuttosto la guerra. Capodistria soggiunse: — Ma se lo stesso re stabilisse un tale sistema?» E Metternich: — L’imperatore farebbe guerra al re di Napoli». Lo racconta Sanmarzano ambasciadore del Piemonte in dispaccio alla sua Corte.

[177] In lettera del 5 gennajo 1821 egli diceva: — Dopo tutte le dichiarazioni e ritrattazioni del re di Napoli, se io fossi al posto di Metternich non vorrei mescolare la mia causa col tessuto di duplicità e menzogne ond’è composta la vita di S. M.».

[178]

E su tante migliaja di spade Una stilla di sangue non v’è. ROSSETTI.

[179] Nei cinque anni d’occupazione in Sicilia perirono da seimila Austriaci per clima, per vino, per vizj. Secondo il Bianchini (_Finanze del regno_, III, 794), dal 1801 al 27 il Regno avea speso in truppe forestiere cencinquantasette milioni di ducati. Per le gravi spese nel 1826 si ritenne un decimo sopra tutti i soldi e le uscite. Frimont era comandante generale dell’esercito austriaco in Italia; e morto il 28 dicembre 1831, ebbe a successore il maresciallo Radetzky.

[180] Carlo Emanuele IV, abdicato nel 1802, erasi fatto gesuita con voti semplici, continuando a vivere come prima in sempre maggiore pietà, fino al 6 ottobre 1819. Eragli succeduto il fratello Vittorio Emanuele.

[181] SANTAROSA, _Histoire de la révolution piémontaise_ 1821.

[182] Così uno de’ più smaccati adulatori del Governo piemontese, GUALTERIO, tom. I. p. 509. Vedi meglio SANTAROSA in generale, e BROFFERIO con minute particolarità, parte I. c. 7.

[183] Ruffini dice dell’Università di Genova: — La lettera era tutto, nulla lo spirito. Erasi proposto di formare delle macchine, non degli uomini. L’Università parea destinata a estirpare dalla generazione presente ogni indipendenza di spirito, ogni dignità, ogni rispetto di se stesso; e quando passo in rassegna tanti nobili caratteri che sfuggirono _a questo di Procuste orrido letto_, non so trattenermi dal pensare con orgoglio quanto devono essere forti gli elementi morali della natura italiana tanto calunniata, per uscir puri e vigorosi da un’atmosfera così deleterica». _Memorie d’un proscritto_.

[184] Il Gualterio dice che quei che chiedevano la costituzione erano assoldati dal conte di Binder ministro d’Austria (I. 570); e dipinge come minacciata la vita, non solo del re, ma della sua famiglia «che in quei frangenti non furono tutelate fuorchè da Carlalberto» (_i_. 564). È calunnia al mite popolo piemontese, e ad una rivoluzione quasi incruenta. Il realismo di quei rivoluzionarj scoppia fin con entusiasmo in queste parole del Santarosa: — O notte fatale!... la patria coi re non cadeva, ma questa patria era per noi nel re, anzi in Vittorio Emanuele incarnata; gloria, successi, trionfi e tutto per noi compendiavasi in quel nome, in quella persona».

[185] Luigi Giuseppe Arborio Gattinara di Breme, da famiglia vercellese ricca di prelati e diplomatici, si pose alla diplomazia, fu consigliere di Stato del regno d’Italia e commissario generale delle sussistenze dell’esercito, poi ministro dell’interno e presidente del senato (1754-1828). Luigi, suo secondogenito, scolaro dell’abate Caluso, cappellano del vicerè e governatore dei paggi nel regno, pizzicava di letterato, e scrisse _Sull’ingiustizia d’alcuni giudizj letterarj in Italia_, ed altre cosuccie (1781-1820).

[186] Fu ministro dell’interno il conte Ferdinando Del Pozzo, valente giureconsulto, che già in uno scritto pseudonimo avea dimostrato che le ragioni acquisite sotto il Governo francese non potevano abrogarsi; poi profugo, stampò nel 1833 _Della felicità che gl’Italiani possono e devono dal Governo austriaco procacciarsi_, dove a Carlalberto, divenuto re, dava esortazione d’imitar l’Austria in molte cose, fra cui nel dotare di centomila lire il teatro dell’Opera a Milano.

[187] Il marchese La Maisonfort, ministro di Francia a Firenze, s’adoprò a scusare Carlalberto, e tenerlo raccomandato a Pasquier ministro degli affari esteri: _Les torts qu’on reproche au prince de Carignan, sont presque tous dans ses liaisons en précédence de la révolution. Il ne les nie pas, mais il assure que l’on exagère... Chef d’une espèce d’opposition qui, selon lui, était purement militaire, le prince eut le malheur de se brouiller ouvertement avec le duc de Génevois. Le jeune prince était donc dans une situation, dont ses entourages abusaient quand la révolution a éclaté. Trop jeune pour s’apercevoir que cette rébellion était sans base, il la jugea trop puissante pour ne pas croire de son devoir de se jeter à travers, afin d’obtenir_ la confiance et le pouvoir, qui seuls pouvaient l’étouffer (_Correspondance du 19 juin 1821_). E più basso: _Arrivé à Novare, où il reçut l’ordre d’abdiquer tout pouvoir et de se rendre en Toscane, quel fut, m’a-t-il dit, son étonnement et son désespoir de ne pouvoir être reçu à Modène, où le roi Charles Félix jeta à la figure du comte Costa, son écuyer, la lettre de soumission qu’ il lui portait!_ E al 22 dicembre: _On continue de calomnier et décarter le prince de Carignan de Turin. On irait bien plus loin si la France n’avait semblé le couvrir de cette égide, qu’ elle offrira toujours à la légitimité._ Il m’a promis patience et conduite irréprochable.

Quando noi scrivevamo la _Storia Universale_, Cesare Saluzzo, granmastro d’artiglieria ed ajo de’ figli del re, ci promise documenti importanti sulla rivoluzione del 21: ma quando li reclamammo, non seppe darci che questi carteggi, i quali a noi parvero tutt’altro che nobilitare il re, anzi dire peggio che molte declamazioni de’ suoi avversarj. Pure furono più tardi pubblicati da suoi apologisti. Rimane una relazione di que’ fatti, stesa dal principe stesso a suo disgravio.

[188] A Venezia Pellico, Solera, Romagnosi, Rossi di Cervia che vi morì: a Milano Castiglia, Arrivabene, Pallavicini, Confalonieri, Adryane, Trechi, Mompiani, Visconti... Vedasi un mio discorso, su _Il Conciliatore, episodio del liberalismo in Lombardia_.

[189] Finita la rivoluzione piemontese, egli scriveva ad Ugo Foscolo: — Siam condotti a tale, da chiamare felici gli esuli, e molto più felici quelli che, se divideranno il danno generale che la perversità di quest’epoca ha serbato a tutti gli sforzi cauti e generosi, sono ben lontani dal dividere la vergogna di quelli che non seppero volere il bene se non imbecillemente e fanciullescamente». Avvertito d’in alto a fuggire, il Confalonieri non volle: côlto in casa, trovò arrugginiti i congegni della bottola per cui s’era preparata una fuga. Singolare venerazione professarono per lui quei che gli furono compagni di sventura. Uscito dallo Spielberg nel 1837 per l’amnistia, morì il 1847, e i suoi funerali a Milano furono un dei preludj della nuova rivoluzione.

[190] Maroncelli, Frignani, Adryane, Parravicini, Arrivabene ed altri pubblicarono la storia de’ loro patimenti. La _Semplice verità opposta alle menzogne di E. Misley nel suo libello «L’Italie sous la domination autrichienne»_, opera scritta dal tirolese Zajotti, che fu poi nostro processante di Stato nel 1833, asserisce che gli arrestati non furono ottomila, ma settantaquattro. Il Giordani (lettera 25 giugno 1825) chiama Zajotti «il solo vero ingegno italiano che siasi venduto all’Austria».

[191] Laderchi, come romagnuolo, fu consegnato al papa, che gli destinò per carcere la fortezza di Ferrara. Vi era legato il cardinale Tommaso Arezzo, che fe dichiarare fortezza tutta la città. Laderchi, potè finire i suoi studj, poi esercitare la professione d’avvocato; finchè liberato, divenne uno de’ migliori giureconsulti, fedele all’ordine e al giusto anche quando la rivoluzione del 59 riducea le vittime dell’Austria in vittime di nuovi sacrificatori.

[192] Fra questi Ansaldi, il medico Ratazzi, Dossena, Bianco, Radice, Ferrero, Marochetti, Avezzana, Ravina, che la più parte ricomparvero dopo venzett’anni d’esiglio con miglior esito.

[193] Vedi i Documenti del Governo di Modena, stampati nel 1860, p. 34.

[194] Dichiarazione a nome delle Corti d’Austria, Prussia e Russia alla chiusa del congresso di Lubiana; Circolare accompagnatoria ai ministri delle tre Corti. — In Capefigue (_Diplomates européens_. Milano 1844, pp. 41 e 42) appare che la Francia non acconsentì all’occupazione del Piemonte se non per brevissimo tempo, _car la France ne pourrait souffrir les Autrichiens sur les Alpes. Tous ces actes de cabinet, toutes les proclamations qui suivent la tenue d’un congrès, étaient spécialement l’œuvre de M. de Metternich. Le chancelier d’Autriche possède... un goût pur.... etc_. Châteaubriand, nel _Congresso di Verona_, dà lode al cardinale Spina, capo della legazione pontifizia, dell’essersi opposto all’invasione austriaca nella bassa Italia.

[195] È una rarità la medaglia allora coniata, di 0,041 di diametro, portante il ritratto di Carlalberto e la leggenda «Presa del Trocadero 31 agosto 1833». I reggimenti della guardia reale gli offersero le spalline di granatiere.

[196] Le _Memorie storiche intorno alla vita di Francesco IV di Modena_ (Modena 1848-55) di Cesare Galvani (morto nel 1860) sono piuttosto un panegirico; ma per la cordialità con cui son dettate, e per la ricchezza di fatti devono consultarsi anche da chi non voglia ricredersi intorno a quello che apparve come il duca d’Alba dell’età nostra.

[197] Tornate delle Camere al 1 e 6 dicembre 1830.

[198] Risposta dell’ambasciatore Lützow al signor Seymour, 12 settembre 1832.

[199] Vedasi il Galvani suddetto.

[200] Nel bilancio del 1830 stampato, sono stanziate lire seicentomila per interessi del debito pubblico.

[201] Presidente Vicini; ministri Armaroli, Mamiani, Sturani, Bianchetti, Armandi, Sarti, Orioli.

[202] GUALTERIO, _Docum_. 87.

[203] Il Galvani racconta che il duca partendo levò dalle casse un milione per pagare i soldati, oltre le gioje; e che Zucchi levò centomila lire: centoseimila i membri del Governo provvisorio. Levarono appena quello che occorreva per mantenersi.

[204] Notificazione del segretario di Stato, 23 febbrajo.

[205] Vedi il _Moniteur_ dell’agosto 1831, e massime il discorso del signor Cabet.

[206] Dalle relazioni ministeriali consta che, al fine di settembre del 1831, la Francia dava sussidj a 2867 Spagnuoli, 962 Portoghesi, 1524 Italiani.

[207] Con atto insolito fra’ principi italiani d’allora, ridusse l’arciduchessa a una lista civile, e potè rifiorire l’erario, levando le corruzioni dell’amministrazione e gli scialacqui.

[208] Chi disse averlo ucciso il duca perchè non ne potesse rivelare all’Austria le trame, dimenticò che questi avealo lasciato a lungo nelle carceri di Mantova.

[209] Sue lettere al marchese D’Azeglio, nella _Rivista contemporanea_ 1854. Egli morì improvviso a Pesaro nel 1838.

[210] «L’amministrazione della giustizia era abominevole», lo assicura il Brofferio, _Storia del Piemonte_, tom. II. p. 87.

[211] Da Carlo Emanuele I di Savoja nacque Tommaso Francesco (-1656), che sposò Maria di Borbone, erede del contado di Soissons, e generò Emanuele Filiberto Amedeo sordomuto (1709), capostipite dei principi di Carignano. Da Eugenio Maurizio suo cadetto e da Olimpia Mancini nipote del cardinale Mazarino, ceppi d’una nuova casa di Soissons, nacque il celebre principe Eugenio. Dal primogenito Vittorio Amedeo (-1741) discendono Luigi Vittorio Amedeo (-1778); Vittorio Amedeo (-1780); Carlo (-1800); Carlalberto (1798-1849); Vittorio Emanuele nato 1821.

[212] Fa raccapriccio il leggere que’ supplizj nel Brofferio. Il ministro L’Escarène scriveva al Galateri: _J’ai rendu comte à sa majesté de la manière dont votre excellence a fait exécuter la sentence proférée par le conseil de guerre. Dans les moindres choses V. E. prouve son zèle pour le bon service du roi... Le roi m’a entendu avec intérêt, et m’a plusieurs fois interrompu pour exprimer toute l’estime et toute la confiance que V. E. mérite, et que sa majesté lui accorde_.

Carlalberto, in un manoscritto citato dal Cibrario, nel 1839 scriveva a proposito de’ suoi nemici: _Je n’ai persécuté personne; je n’ai pas adressé un seul reproche_. Il Gualterio (tom. I, p. 71). sostiene che capo de’ Carbonari era Luigi Filippo, e ch’egli denunziò i cospiratori italiani all’Appony ambasciatore austriaco a Parigi!

[213] Tra cui Vincenzo Gioberti, Anfossi medico, Durando avvocato, Giuseppe Garibaldi, divenuti poi famosi nel 1848. Furono per alquanto imprigionati Cambiaso, Balbi-Piovera, Durazzo, De Mari, Pareto, Spinola e altri patrizj genovesi.

[214] È quasi comune il credere che il duca di Modena tentasse spossessare Carlalberto; ma il Galvani, nel vol. III, sventa questo concetto, adducendo anche lettere del re che al duca professava gratitudine e consenso. Nel 1832, avendogli il duca chiesto fucili e cannoni, Carlalberto gli scriveva: _Je prie V. A. R. de croire que toutes les fois qu’elle me mettra à même de lui prouver mon profond attachement et la vénération que m’inspirent son beau caractère et ses principes, elle me fera resentir un vrai bonheur_.

E nel 1834: _La grande crise ne peut être que plus ou moins retardée, mais elle arrivera indubitablement. Elle sera terrible, car un des deux partis doit y succomber entièrement. V. A. R. pourra alors rendre de grands services à l’Italie. Quant à moi, elle peut être assurée que je suis résolu à y périr si nous ne pouvons triompher; mais que jamais je ne pactiserai en la moindre des choses avec la révolution._

E altrove: _Quant à nous deux, j’en ai l’intime conviction, nous marcherons toujours invariablement avec fermeté et assurance dans la même et constante voie... Il est impossible de vous porter un attachement plus vif que le mien, de vous être plus entièrement dévoué, et de partager plus complètement sur tous les points votre manière de penser_.

E ancora nel 1834: _Je suis bien touché, mon cher cousin, de ce que vous me dites, que l’empereur vous a dit d’obligeant et de flatteur à mon égard. Son approbation et son estime forment le but de tous mes souhaits_.

E nel marzo 1835: _J’ai bien partagé l’affliction que V. A. R. a ressenti de la cruelle perte que nous venons de faire de S. M. l’empereur d’Autriche, car je lui étais profondément attaché et dévoué, et je lui portais une très-vive reconnaissance pour toutes les bontés qu’il avait eu pour moi. Il ne pouvait, dans les tems malheureux où nous sommes, nous arriver un plus grand malheur._

E il 25 novembre 1835: _Les libéraux de tous les pays sont furieux contre moi, n’étant pas accoutumés à être ainsi pris de front._

In altre moltissime lettere l’informa di tutte le mene della Giovane Italia, d’attentati contro la vita di lui ecc., com’è a vedere nel tom. III, c. 3 del Galvani.

[215] Essa è sorella del re di Napoli. Perdute le speranze, sposò il siciliano Lucchesi Pali dei principi di Campofranco, visse assai a Venezia, e vide sua figlia duchessa di Parma.

[216] _Memorandum_ del 31 maggio 1831. L’imperatore d’Austria «non cessò d’inculcare nel modo più incalzante al sovrano pontefice, non solamente di dar piena esecuzione alle disposizioni legislative già pubblicate, ma ancora di dare loro un carattere di stabilità, che le mettesse fuori d’ogni rischio di futuri cambiamenti, eppure non impedisse utili miglioramenti». Nota del principe Metternich a sir F. Lamb, 28 luglio 1832.

[217] «Il gabinetto austriaco fu costretto cedere su questo punto così alla legittima resistenza del papa, come alle unanimi proteste degli altri Governi d’Italia, che in simili concessioni vedeano un imminente pericolo alla tranquillità dei loro Stati, alle cui istituzioni il principio dell’elezione popolare è affatto estraneo». Nota suddetta.

[218] Tale opinione sentii ripetere generalmente, e massime nel mostrarmi il cimitero di Santo Spirito, ove allora furono accumulati quarantamila morti. Ciò che è notevole, nella rivoluzione del 1848 un valente economista siciliano scrisse che «si era dato il cholera alla Sicilia perchè l’avea Napoli»; e nella Memoria sporta dai signori Bonaccorsi e Lumía al congresso di Bruxelles del 1849, è detto che _on s’écria, non sans quelque raison, que le Gouvernement de Naples avait à dessein introduit la maladie_. Storici passionati accolsero quest’idea per farne oltraggio a Napoli e al re.

[219]

Quest’è Vincenzo Monti cavaliero Gran traduttor dei traduttor d’Omero. Quest’è il rosso di pel Foscolo detto, Sì falso che falsò fino se stesso Quando in Ugo cangiò ser Nicoletto: Guarda la borsa se ti vien appresso.

Nicola era il nome di battesimo di Foscolo.

[220] _Epistolario_, tom. III. p. 15.

[221] — Che non ha ella corrotto in Italia sì fatta peste della calunnia, e più che altrove in Milano? città accannita di sêtte, le quali intendendo sempre a guadagni di vili preminenze e di lucro, hanno per arte imparato ad esagerare le colpe e dissimulare le doti degli avversarj. O monarchi, se ambite avere più servi che cittadini, lasciate patente l’arena de’ reciproci vituperj». E a chi (solita celia) lo disapprovava del difendersi, — Dovremo dunque sentirci onesti e vederci infami, o per sinistra modestia tacere? e mentre altri s’apparecchia ad affliggere l’ignominia anche ai nostri sepolcri, ci aspetteremo che la posterità ci giustifichi?»

[222] — La prego, e le raccomando strettamente di fare quello che fan tutti quelli che mi amano ed ai quali scrivo di cuore, di bruciare subito senza eccezione ogni mia lettera. S’ella non vuole promettermi e mantenermi religiosamente questa cosa, ella non avrà da me se non lettere vanissime, brevissime, freddissime... La mia fantasia è in questo, che, per quanto io posso, non duri una linea di mia mano». Al Grillenzoni, 19 gennajo 1821.

[223] — Sei malignosamente spiritosa offrendoti di volere parlare male di tutti e di tutto per intenderla bene con me. Sappi dunque che io starò ad ascoltarti molto volentieri; ma io disprezzo tanto gli uomini e le cose e le opinioni, che non mi curo di biasimarle». 28 febbrajo 1818.

[224] — Foscolo, al quale rimane anche oggi chi, per pochi versi facendolo poeta, e per non buoni versi gran poeta, ammiri il famoso enigma de’ suoi _Sepolcri_». _Opere_, tom. I. p. 148.

[225] — Quell’articolo (della _Biblioteca italiana_) sugli improvvisatori, l’ho fatto contro voglia più che mai altra cosa al mondo. Ma fu ordine espresso, ripetuto, inculcato dalla propria persona del governatore di farlo, e farlo così». 5 febbrajo 1817.

[226] A De Sinner, lettera 24 maggio 1832.

[227]

Libertade è frutto Che per virtù si coglie; è infausto dono Se dalla man dello straniero è pôrto. I depredati campi, i vuoti scrigni Piange il popol deluso: ira di parte I petti infiamma: ad una stessa mensa Seggon nemici il padre e ’l figlio: insulta Il fratello al fratel: ascende in alto Il già mendico e vile, e della ruota In fondo è posto chi n’avea la cima. _Carme al Roverella._

[228] Quando la Staël fu a Milano, il Monti le portò la traduzione del suo _Perseo_; ed essa il contraccambiò con un volume di Necker suo padre. Il Monti passò dalla signora Cicognara, e vi depose il suo libro, dicendo lo prenderebbe un’altra volta. Ed ecco poco poi giungere la Staël che avea leggicchiato il _Perseo_ in carrozza, ed essa pure glielo lasciò, per prenderlo un’altra volta; e dopo molti mesi la Cigognara li mostrava, un sovrapposto all’altro, qual segno della stima che si hanno fra loro i letterati.

[229] _Considerazioni sopra il teatro tragico italiano_. Firenze 1825. Una recente storia della letteratura dell’Emiliani Giudici fa i Romantici complici del Governo austriaco, perchè accettavano dottrine predicate da grandi tedeschi.

Quelle ironie ed accuse sono riprodotte da Carlo Cattaneo nella prefazione alla raccolta degli scritti suoi, e in un giornale, dove, com’egli dice, «lasciò trapelare fra cosa e cosa qualche _spiraglio_ d’altri pensieri». Eppure aveva scritto altrove: «Quando si devono abbattere gli steccati che serrano il nobile campo dell’arte, non monta con che povero mezzo lo si consegua. L’effetto della disputa si fu che ora siamo liberi signori del luogo e del tempo, e che ci sta solo a fronte il senso comune e il cuore umano». Tom. I. p. 48. Peggio fece il Settembrini.

[230] _De varia latinæ linguæ fortuna_.

[231] Il francese Courier, uno de’ più vivaci e tersi libercolisti, trovò nella Laurenziana un frammento inedito del _Dafni e Cloe_ romanzo di Longo Sofista. Lo copiò; poi, acciocchè nessun altro potesse averne copia, vi versò sopra il calamajo. Naturalmente asserì ch’era mero caso, ma si trovò che l’inchiostro era differente da quello somministrato nella Laurenziana; e ne sorse un pro e contro, come d’un affare di Stato. E di fatto ci andava di mezzo l’onoratezza.