Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)

Part 47

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I desiderj del popolo italiano non potevano non esser conformi al principio, che l’indipendenza è il primo bene e la principale sorgente della felicità di uno Stato. La deputazione, al cui patrio zelo la reggenza ha confidato il sacro deposito dei voti della nazione, gli avrà già manifestati alle alte Potenze alleate.

Spagna, Francia, Olanda attestano nei trasporti della loro riconoscenza che la magnanimità delle alte Potenze alleate ha sostituito, con nuovo genere di trionfo, alla sanguinosa gloria delle conquiste quella ben più reale e durevole di ristabilire la felicità de’ popoli col mezzo d’istituzioni sagge e liberali. Italiani, vorreste voi obliare questi numerosi esempj di generosità a segno di temere che per voi soli le alte Potenze alleate ricusino di essere magnanime, di far risorgere la vostra nazionale indipendenza?

Le negoziazioni che saranno già intraprese, sono dirette da concittadini che, circondati dalla pubblica confidenza, hanno e lumi e zelo pari all’eminente oggetto della loro delegazione. Il loro unanime interesse è identico col vostro, che è pur quello della reggenza.

Mentre le alte Potenze stanno compiendo la grande opera, rimanetevi dunque in quel dignitoso contegno di calma che si conviene ad un popolo, il quale attende i suoi destini da nazioni che l’Europa tutta venera ed ammira come suoi liberatori. Milano, 4 maggio 1814.

_Verri_ presidente, ecc. ecc.

[142] Erano Marcantonio Fe, Federico Confalonieri, Alberto Litta, Giangiacomo Trivulzio, Giacomo Ciani, Somaglia, Sommi, Ballabio: segretario Giacomo Beccaria. Le loro domande portavano: I. Indipendenza assoluta del paese, il quale abbia la maggior estensione possibile; II. Costituzione liberale, fondata sulla divisione del potere esecutivo, legislativo, giudiziario, e sull’intiera indipendenza di quest’ultimo; una rappresentanza nazionale faccia le leggi, regoli le imposte; sieno assicurate la libertà individuale, la libertà di commercio, la libertà della stampa; i pubblici impiegati sieno sottoposti a sindacato; III. Tale Costituzione sia fatta dai collegi elettorali, eretti in assemblea costituente; IV. Si preferisca un Governo monarchico ereditario. Quanto alle maggiori guarentigie, non si era creduto «conveniente di legar le mani alle Potenze alleate».

[143] Vedi l’allocuzione 21 marzo 1813.

[144] Al congresso di Vienna erano rappresentanti del pontefice il cardinale Consalvi; del re di Sardegna il marchese di Sanmarzano e il conte Rossi; di Gioachino il duca di Campochiaro e il principe di Cariati; di Ferdinando di Sicilia il conte Ruffo, il duca Serra Capriola, il cavaliere Medici; della Toscana Neri Corsini; di Modena il principe Albani; di Luigia di Parma lo spagnuolo Labrador; di Genova il marchese Brignole Sale; del principe di Piombino il giureconsulto Verra; di Lucca il conte Mansi.

[145] Furono il generale Teodoro Lechi, il tenente colonnello Gasparinetti, l’ispettor generale Demester, Ragani caposquadra, Lattuada, Brunetti, Cavedoni, Pagani, Gerosa, Caprotti, Marchal, Varesi, tutti uffiziali; i professori Rasori, Gioja ed altri. Dopo tre anni di processi furono condannati a morte, commutata in carcere temporario.

[146] Carolina coi figli abitò Trieste, poi morì a Firenze il 1839. Luciano che era accorso da Roma ad offrire i proprj servigi al reduce fratello, al cadere di questo tornò a Roma, e nel suo principato di Canino scoprì le necropoli e i vasi che innovarono la storia delle belle arti etrusche, e raccolse un insigne museo, che poi vendette al britannico: morì nel 1840, e suo figlio Carlo meritò nome fra i naturalisti, poi fra i rivoluzionarj (-1857), e Luigi fra i chimici. Re Giuseppe, dopo i disastri di Waterloo ricoverò a Nuova York, poi a Firenze col nome di conte di Survilliers, e vi morì nel 1844. Ivi pure morì re Luigi il 25 luglio 1846; e suo figlio Luigi, dopo vicende da romanzo, rinnovò l’impero francese. Girolamo, già re di Westfalia, morì capo dell’Ospizio degli Invalidi a Parigi; suo figlio rimane famoso col nome di principe Napoleone. Madama Letizia, madre di cinque regnanti, visse in Roma fino al 2 febbrajo 1836. Felice Baciocchi, principe di Lucca, morì a Bologna il 1841. Beauharnais ebbe rendita di sei milioni, e dal re di Baviera il principato di Eichstädt, ove fece moltissimi miglioramenti: visse fin al 1824, e di Amalia sua moglie restò cara ricordanza fra gli Italiani, che sempre ben accolse anche a Monaco. Una loro figlia sposò il principe reale di Svezia, e si assise su quel trono (-1876); l’altra il duca di Braganza; un figlio sposò la regina di Portogallo; l’altro la primogenita dell’imperatore Nicolò di Russia.

[147] Gli alleati aveano imposto a Ferdinando di dare al principe Eugenio un distretto di cinquantamila abitanti! che fu cambiato in cinque milioni di lire. Anche a carico del papa si mantenne il ricco appanaggio d’Eugenio nelle Marche, mascherandolo col titolo d’enfiteusi, redimibile per 3,170,000 scudi. Ferdinando regalò splendidamente i cooperatori della sua restaurazione: al generale Bianchi il titolo di duca di Casa Lanza con novemila ducati annui; a Metternich il titolo di duca di Portella con sessantamila; altrettanti a Talleyrand col ducato di Dino; seimila ducati annui al cavaliere Medici; altrettanti al plenipotenziario Alvaro Ruffo; duemila all’altro plenipotenziario Serra Capriola; le quali rendite furono capitalizzate con 1,010,722 ducati. Vedi il rapporto del ministero delle finanze al Parlamento in ottobre e dicembre 1820.

[148] Secondo un articolo addizionale e separato del 20 maggio 1815, nel caso che il ducato di Parma ricada all’Austria, la città e fortezza di Piacenza con un circondario determinato spetta al re di Sardegna. Il 28 novembre 1844 a Firenze fra i duchi di Lucca e Modena, il granduca di Toscana, il re di Sardegna e l’imperatore d’Austria fu conchiuso cambio di varie porzioni di Stati, per meglio arrotondarsi quando avvenisse il passaggio del ducato di Lucca alla Toscana, e di Parma e Piacenza all’infante di Spagna. La Toscana conserverà i vicariati di Barga e Pietrasanta, e al futuro duca di Parma cederà Pontremoli, Bagnone e le terre annesse di Lunigiana. Il duca di Parma cederà a quello di Modena il ducato di Guastalla e la lingua di terra parmigiana sulla destra dell’Enza. L’imperatore riconosce la cessione del ducato di Guastalla; e il diritto di riversibilità che gli competea su quello, e sul territorio oltr’Enza, lo trasferisce sul distretto di Pontremoli e sulla restante Lunigiana, ceduti al duca di Parma. Se mai il ducato di Parma ricada all’Austria, l’imperatore cederà al re di Sardegna la suddetta porzione di Lunigiana e i distretti ora estensi di Treschietto, Villafranca, Castevoli, Mulazzo; e ciò invece della convenuta città e fortezza di Piacenza.

[149] I Genovesi mostrarono i danni che verrebbero «dall’aggregamento di genti così tra loro avverse e discordanti, come furono sempre la ligure e le subalpine» (_Lettere di Pareto a lord Castlereagh_, 11 maggio 1814); e invocavano piuttosto «un sovrano, parente delle auguste famiglie che governano l’Europa, purchè indipendente, troppo recenti ed altamente fitti negli animi essendo i mali che tiene congiunti la dominazione straniera» (_Nota del Serra al congresso di Vienna_). La discussione fattasi allora al Parlamento inglese, dove l’opposizione stava pei diritti, il Governo pei fatti e per le convenienze, e delle più importanti sulla politica e sul gius delle genti. Può vedersene un estratto in SCLOPIS, _Delle relazioni politiche tra la dinastia di Savoja e il Governo britannico_, Torino 1853, che reca pure una Memoria del conte d’Agliè a Castlereagh per mostrargli quanto importi render forte il Piemonte unendovi tutta l’alta Italia. Su questi fatti son a vedere _Correspondence, despatches and other papers of Viscount Castlereagh_, Londra 1853.

Il cardinale Pacca, in un opuscolo sui _Grandi meriti verso la Chiesa cattolica del clero di Colonia_, Modena 1840, moveva lamento che nel congresso di Vienna «non si restituì a varie repubbliche cattoliche quella libertà e indipendenza che avevano perduta per la sfrenata ambizione di Napoleone, mentre la si restituì alla repubblica di Ginevra, irreconciliabile al nome cattolico, e le si volle anche accrescere il territorio, staccando alcune terre e paesi dal paterno Governo de’ principi di Savoja, per sottometterli a Ginevra che si gloriava di esser chiamata la Roma protestante».

[150] La Farina, nel _Proemio_, pag. 79, dice che «fuvvi chi propose una confederazione italiana a somiglianza dell’alemanna; ma l’Austria che ben sentiva ogni confederazione italiana non poter essere che a sè nemica, si oppose, ecc.». Il Farini tutto all’opposto (_Storia d’Italia_, lib. VII) insiste sulla smania dell’Austria a volere una lega italica, e sul pericolo che ne sarebbe venuto alla libertà; e ingloria i re sardi d’esservisi opposti, e così salvato l’Italia.

[151] Adunanza del 20 marzo 1815. Al conte di Brusasco, ambasciadore di Vittorio Emanuele, che si lagnava de’ mali fatti all’Italia dal congresso di Vienna, Capodistria diceva: — Verissimo, ma le circostanze non permetteano di meglio. Era necessario dar la pace all’Europa, darla subito; il riposo era il primo bisogno; e l’esperienza passata e presente mi fanno tenere di sommo momento la forza delle circostanze, che tutto trascina. Quali sono le cause che condussero Buonaparte alla perdizione? non certamente i disegni politici de’ suoi nemici. La medesima forza delle circostanze ha generato il sistema europeo che esiste oggi: non il genio nè la volontà dell’uomo. Il riposo era il bisogno universale, e non potea conseguirsi che per mezzo dell’unione. Se mi domandate quanto durerà l’odierno sistema europeo, vi risponderò, durerà finchè la forza delle circostanze lo rende necessario. Ma sin d’ora si può affermare, che allorquando il riposo non sarà o non parrà il primo de’ bisogni, quando saranno distrutte tutte le parti che erano legate a quel colosso che si rovesciò da sè, e quando nuove leghe, nuove relazioni, opinioni nuove, nuovi interessi avranno dato un indirizzo differente agli spiriti umani, allora il sistema presente cadrà, ogni cosa prenderà un assetto stabile e durevole, perchè sarà secondo natura e secondo giustizia. Intanto a me son noti come all’imperatore i portamenti dell’Austria in Italia: ma non ci pare devano dispiacervi troppo, perchè, se occasioni imprevedibili portassero la guerra in Italia, esse potrebbero riuscirvi di grande vantaggio; e l’idea dell’indipendenza italiana, accortamente svegliata, potrebbe procacciarvi molti partigiani, e fare gran male all’Austria».

[152] I commissarj pontifizj lasciarono a Parigi moltissime pergamene di monasteri antichi; alcuni quadri e sculture, regalati in riconoscenza, o ceduti per istanze, fra cui il colosso del Tevere, la Pallade di Velletri, la Melpomene. I deputati dell’Università di Eidelberga reclamarono i codici palatini, che Gregorio XV avea comprati nel 1622 da Massimiliano di Baviera; e le furono resi in fatto trentanove codici greci e latini già trasportati a Parigi, e ottocenquarantasette tedeschi ancora esistenti a Roma, col famoso Gladiatore, il vaso, l’educazione di Bacco. Il museo Borghese restò a Parigi, come formalmente comprato, e benchè una parte ne reclamasse il re di Piemonte, perchè era stato pagato co’ suoi beni. Gl’Inglesi diedero duecentomila lire pel trasporto dei capi d’arte. Il Martirio di santo Stefano di Giulio Romano, che la città di Genova avea regalato alla Francia nel 1807, ed era stato restaurato da Girodet, fu chiesto dal re di Piemonte e messo a Torino.

[153] Anche il famigerato principe di Canosa rimproverava ai principi, per idee diverse, questo accentramento, quest’abolizione dell’individuo; e nella _Esperienza ai re della terra_ scriveva: — Principi miei, che cosa fate? Il mondo va tutto in precipizio, il fuoco arde sotto i vostri troni, la cancrena corrompe la società; e voi vi battete le mani sull’anca, applicate qualche cerottello inconcludente su piaghe sterminate, e non adottate provvedimenti vigorosi e validi?... Voi per zelo male inteso della sovranità avete levato ai Comuni tutti i loro privilegi, tutti i loro diritti, tutte le loro franchigie e libertà, e avete concentrato nel potere ogni moto e ogni spirito di vita. Con questo avete reso gli uomini stranieri nella propria terra, abitatori e non più cittadini delle loro città; e dall’abolizione dello spirito patrio è sorto lo spirito nazionale. Distrutti gl’interessi privati di tutti i municipj, avete formato di tutte le volontà una massa sola; ed ora vi trovate insufficienti a reprimere il moto di quella mole terribile e smisurata. _Divide et impera_. Voi vi siete dimenticati di questa massima scolpita nel fondamento dei troni: avete preteso reggere il mondo con una redine sola, e questa vi si è spezzata nelle mani. _Divide et impera_. Dividete popolo da popolo, provincia da provincia, città da città, lasciando ad ognuna i suoi interessi, i suoi statuti, i privilegi suoi, i suoi dritti e le sue franchigie. Fate che i cittadini si persuadano d’essere qualche cosa in casa loro; permettete che il popolo si diverta coi trastulli innocenti de’ maneggi, delle ambizioni e delle gare municipali; fate risorgere lo spirito patrio colla emancipazione dei Comuni; e il fantasma dello spirito nazionale non sarà più il demonio imbriacatore di tutte le menti...»

[154] Eppure Napoleone nel 1814 a re Giuseppe scriveva: _J’ai toujours reconnu que la police fait un mal affreux: elle alarme sans éclairer_.

[155] Quando la Rivoluzione credeva togliere tanti poteri al re, Mirabeau, nella sua corrispondenza secreta, mostrava a Luigi XVI che anzi li consolidava: — È dunque nulla il non esservi più nè Parlamento, nè paesi di stato, nè corpo di clero, di privilegiati, di nobili?... Molti regni di Governo assoluto non avrebbero fatto altrettanto quanto questo sol anno per l’autorità reale».

[156] Il suddetto Canosa esclamava: — Un’altra causa principale dello sconquassamento del mondo è la troppa diffusione delle lettere, e quel pizzicare di letteratura che è entrato anche nelle ossa de’ pescivendoli e degli stallieri. Al mondo ci vogliono i dottori e i letterati, ma ci vogliono anche i calzolari, i sartori, i fabbri, gli agricoltori e gli artieri di tutte le sorti; ci vuole una gran massa di gente buona e tranquilla, la quale si contenti di vivere sulla fede altrui, e lasci che il mondo sia guidato coi lumi degli altri, senza pretendere di guidarlo coi lumi proprj. Per tutta questa gente la letteratura è dannosa, perchè solletica quegl’intelletti che la natura ha destinati ad esercitarsi dentro una sfera ristretta, promove dubbj che la mediocrità delle sue cognizioni non è poi sufficiente a risolvere, accostuma ai diletti dello spirito, i quali rendono insopportabile il lavoro monotono e nojoso del corpo, risveglia desiderj sproporzionati alla umiltà della condizione, e con rendere il popolo scontento della sua sorte, lo dispone a tentativi di conseguire una sorte diversa. Perciò, invece di favorire smisuratamente l’istruzione e la civiltà, dovete con prudenza imporle qualche confine, e considerare che, se si trovasse un maestro, il quale con una sola lezione potesse rendere tutti gli uomini dotti come Aristotele, e civili come il maggiordomo del re di Francia, questo maestro bisognerebbe ammazzarlo subito per non vedere distrutta la società. Lasciate i libri e gli studj alle classi distinte, e a qualche ingegno straordinario, che si fa strada a traverso l’oscurità del suo grado; ma procurate che il calzolaro si contenti della lesina, e il rustico del badile, senza andarsi a guastar il cuore e la mente alla scuola dell’alfabeto».

[157] Fra gli illustri ospiti è a contare la duchessa di Devonshire figlia del conte Spenser, che più volte avea scorsa l’Italia e il resto d’Europa col proposito di riconciliar le due Chiese. Qui fece stampare la quinta _Satira_ di Orazio con grandissimo lusso di caratteri e d’incisioni, e in molte edizioni sempre di pochissimi esemplari per migliorare or il sesto or la traduzione; l’ultima, eseguita nel 1818 dal successore di Bodoni, riuscì un capolavoro con incisioni di Ripenhausen e Caracciolo, riproducendo i luoghi e valendosi delle antichità pompejane. Fece anche stampare l’_Eneide_ del Caro (Roma, De Romanis, 1819) in censessantaquattro esemplari mandati a soli principi, con ventidue incisioni nel primo volume e trentotto nel secondo, oltre i ritratti della duchessa, di Virgilio, del Caro; ed è peccato non abbia potuto far altrettanto della _Divina Commedia_, come divisava. Grande amica della Stael e della Récamier, accogliendo attorno a sè la più splendida società, potè anche far servigi a Roma, sia col chiedere al Governo inglese i gessi dei marmi d’Elgin, sia qualche mitigazione pe’ Cattolici d’Irlanda.

[158] I fautori del libero scambio asseriscono che nel regno d’Italia erasi posta una tassa sull’esportazione dei grani, onde si coltivarono a preferenza altri generi, e da ciò o venne o peggiorò la carestia del 1817: soggiungono che in questa i grani costavano carissimo nella Sicilia dov’erano le tratte, mentre in Toscana si continuò la libertà, e non mancava fromento indigeno, e Livorno guadagnava all’affluirne di straniero. Son fatti tutt’altro che accertati.

[159] La baronessa di Stael fin nel 1805 diceva: _Il y aura des révolutions en France jusqu’à ce que chaque Français ait obtenu une place du gouvernement_.

[160] Se è vero quel che riferisce lo Zobi, vol. V, p. 57, don Neri Corsini soleva ripetere confidenzialmente agli amici: — I venti vescovi del granducato, se non sono continuamente sorvegliati dal Governo, da un momento all’altro, secondo il piacere di Roma, possono rivoltare il paese. E la sorveglianza conviene che sia continua, circospetta e preventiva, onde evitare scandali e clamori, i quali irritano i devoti che credono e non ragionano, e non sono pochi».

Pejretti, primo presidente in Piemonte, a Barbaroux ambasciadore a Roma scriveva: — Tutto quanto è oggetto di speranza in Roma, dev’esserlo a noi di timore, e dobbiamo astenerci dall’accordarlo».

[161] ARTAUD, _Vita di Leone XII. — Contra hæc repugnabant acerrime recens impietas et ipsa meticulosa sæculi deciminoni politica_. NODARI, _Vita Pii VII_.

[162] Savojardi furono il purista Vaugelas, Claudio di Seyssel istorico di Luigi XII, Ducis, Michaud, ecc.

[163] Vedi la sua _Correspondance inédite_.

[164] Un trasunto dei processi del 1821, che io possiedo e che porta la storia di ventotto società segrete, toccando di quella de’ Sanfedisti o Concistoriali dice: — Di questa parlano continuo i Carbonari pontifizj, e pretendono sia diretta a espellere gli Austriaci, e ristabilire la preponderanza della Corte di Roma. Però di queste intenzioni non seppero mai esibire più accertate notizie; e siccome si trattava di svelare le mosse d’una società segreta che avrebbe mirato principalmente a combattere il moderno liberalismo, pare che essi cercassero piuttosto deviare l’attenzione del Governo dalle loro combriccole, dirigendola sulle traccie d’una setta, la quale, quand’anche esistesse, non potea meritare seria considerazione. Non favoreggiata dallo spirito del tempo, essa non potea fare giammai progressi pericolosi: e non ci è mai avvenuto d’avvertirne l’esistenza fra noi».

[165] Il principe di Castelnuovo, che grandemente si adoprò per ritrarre il re da questo partito, quando morì lasciò un grosso legato a chi potesse ottenere dal re il ripristino della costituzione siciliana.

[166] Il Colletta, dopo raccontato a disteso gli errori e delitti del Governo napoletano, conchiude che «i governanti erano benigni, la finanza ricca; felice il presente, felicissimo si mostrava l’avvenire; Napoli era tra’ regni d’Europa meglio governati, e che più larga parte serbasse delle idee nuove». Lib. VIII. n. 51.

* Ecco il saviissimo decreto de’ 10 giugno dell’anno 1817, sulla fondiaria.

.... Essendo nostra intenzione di tener come costante il valore imponibile delle proprietà fondiarie, e così incoraggiare l’agricoltura dando a’ proprietarj la nostra sovrana garentìa, che pel miglioramento de’ loro fondi per lungo corso di anni non ne sarà annullato il valore imponibile, decretiamo:

Art. 1. La contribuzione fondiaria ha per base la rendita netta de’ fondi. Questa rendita, che consiste nel prezzo del prodotto depurato dalle spese di cultura, di conservazione e di mantenimento, può essere rappresentata dagli affitti fatti in un decennio, o dall’interesse del prezzo de’ fondi, quando la compra ne sia stata fatta, durante lo stesso tempo.

Art. 2. Ogni terra colta o incolta, ogni suolo urbano con edifizj o senza, è soggetto a contribuzione per l’intera sua estensione. Un errore in più o in meno di valutazione, che non oltrepassi il ventesimo, non darà luogo ad aumento, o riduzione di contribuzione, salvo il riportare ne’ catasti la estensione vera.

Le terre addette a delizia debbono essere valutate come i migliori terreni coltivati del Comune.

Le case di abitazione entrano in tassa, al pari delle terre, per la loro rendita netta calcolata in ragione degli affitti del decennio, colla deduzione del quarto per la riparazione e pel progressivo deperimento.

Gli edifizj o parti di edifizj appartenenti allo Stato, ed addetti per disposizione del Governo ad un uso pubblico non produttivo di rendita alcuna, sono esenti dalla contribuzione fondiaria, e rimanere debbono registrati ne’ catasti per semplice numeraria.

La rendita dei molini e degli edifizj addetti a manifatture debbe essere valutata similmente sugli affitti del decennio, colla deduzione del terzo.

Le fabbriche rustiche, costrutte nell’interno delle terre per servire ai soli usi dell’agricoltura o della pastorizia, debbono essere valutate in ragione del suolo, assimilato pel valore imponibile alle migliori terre del Comune.

[167] Tanto asserì il conte Orlof nelle Memorie del regno di Napoli. Ma il Canosa nei _Piffari di montagna_ (Dublino 1820) lo smentisce risolutamente. Crede egli che, quando si sciolsero le maestranze durante l’occupazione inglese, si levasse tumulto principalmente fra’ calderaj, che protestarono della loro devozione alla regina, e le si profersero: onde furono accarezzati dai fuorusciti napoletani. Quando questi rimpatriarono, si addissero alle società segrete avverse a Murat, e ad un’antica setta dei _Trinitarj_ posero il nome di Calderari. V’apparteneva gente di basso stato, e forse in realtà era un avanzo delle bande del 1799.

[168] Saccheggiandosi il palazzo di Palermo dov’è la specola, l’astronomo Nicolò Cacciatore si oppose alla ciurma che voleva manomettere l’osservatorio; onde «fu trascinato per la città quasi ignudo, rinchiuso in fondo d’oscura e fredda prigione in compagnia d’una ventina d’uomini della massima depravazione. Per miracolo ne uscì il giorno seguente». _Autobiografia_.

[169] Queste in Sicilia diedero un terzo di nobili, un quarto di preti: a Napoli invece il Parlamento riuscì di sei nobili, diciannove preti, tredici possidenti, dodici magistrati, altrettanti legisti, otto militari, sei medici; quattro impiegati attivi e due in ritiro, due negozianti e un cardinale.

[170] Molti furono i perseguitati dalla setta: Giampietro, direttore della Polizia, fu tratto di mezzo a nove figliuoli e trucidato; lo che spaventò moltissimi che s’ascosero, mentre correvano liste di proscrizione.