Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)

Part 46

Chapter 463,605 wordsPublic domain

[103] Questo proclama è dato come una scoperta, una rarità in una storia recente, bassamente adulatrice dell’antico Piemonte (Del Gualterio). Esso leggesi fin nel Botta: in pieno dominio austriaco io lo stampai nella _Storia della diocesi di Como_; nè l’Austria se ne ascondeva, dicendo che tali promesse erano condizionate al ribellarsi de’ paesi: e questi nol fecero.

[104] Il vicerè annunziò aver perduto duemila combattenti e due generali feriti; gli Austriaci d’averne uccisi ottomila, preso quattromila seicensessantasei prigioni, dodici cannoni, mentre essi perdettero tremila seicento uomini. Il Coraccini parla di dodicimila Italiani periti. Fu stampata allora una _Histoire de la campagne de S. A. I. Eugène Napoléon_, in tono così iperbolico, che si dubitò fosse ironia; e la Corte fece comprare tutti gli esemplari, e ricattare i già venduti.

[105] Marzio Mastrilli marchese del Gallo, palermitano, era ambasciatore a Vienna quando nel 1797 si temè che Buonaparte marciasse contro di essa, e fu spedito a trattare privatamente con quello. Firmò i preliminari di Leoben, e più conciliativo di Cobentzel, meglio valse a condur la pace. Ebbe poi gran parte in tutte le vicende seguenti fino al 1821, quando adoprò a dissuadere Ferdinando dal tradimento di Lubiana.

[106] È un vastissimo piano di 103 chilometri sopra 50, irrigato da fiumi, cinto da monti e feracissimo; da Alfonso d’Aragona, verso il 1450, fu concesso in enfiteusi, ed è goduto da pastori, che pagano allo Stato un canone, fruttante circa sei milioni; e non può esser chiuso da mura nè siepi, dovendo restar aperto al pascolo vago.

[107] Pasquale Borelli m’assicurò che, come segretario della prefettura di polizia, aveva dovuto compilare il processo contro un tal Abussi che, per incarico della polizia, avea scritto finte lettere, sopra le quali furono condannati alla forca il marchese Palmieri, il figlio del duca Filomarino ed altri. Capo della commissione straordinaria era lo storico Colletta.

[108] Vedi la preziosa _Correspondance du roi Joseph_, Parigi 1853, e specialmente al vol. II, pag. 422-433; e le lettere di Napoleone del 6 marzo, 22 aprile, 31 maggio, 9 agosto, 2 settembre 1806, citate da Thiers, _Histoire du Consolat_, lib. XXV.

[109] _Correspondance_, tom. II, pag. 131, 810.

[110] _Correspondance_, tom. II. p. 121.

[111] Pag. 127, 230, 417, 418.

[112] È pubblicata nel bullettino delle leggi delle Due Sicilie del 1808, pag. 146. Confermando i provvedimenti già presi, rendeva costituzionali il ministero, il consiglio di Stato, e introduceva un Parlamento di cento membri, divisi in cinque sedili, del clero, de’ nobili, de’ possidenti, de’ dotti, dei negozianti; gli altri a vita; possidenti e negozianti eleggibili ad ogni sessione; il Parlamento non propone, ma tratta le materie sottopostegli dagli oratori del Governo; secrete le tornate; punita la pubblicazione dei dibattimenti e dei voti.

[113] Nella costituzione siciliana del 1812 leggiamo: «Le angarie e parangarie, introdotte soltanto dalla prerogativa signorile, restano abolite senza indennizzo. Quindi cesseranno le corrispondenze di gallina, di testatico, di fumo, di vetture, le obbligazioni di trasportare in preferenza i generi del barone, di venderne con prelazione i prodotti, e tutte le opere personali e prestazioni servili, provenienti dalla condizione di vassallo a signore. Sono egualmente aboliti senza indennizzo i diritti privativi e proibitivi per non molire (_macinare_) i cittadini in altri trappeti e molini fuori che in quello dello stesso, di non condursi altrove che ne’ di lui alberghi, fondachi ed osterie: i diritti di zagato per non vendere comestibili e potabili in altro luogo che nella taverna baronale e simili, qualora fossero stabiliti dalla semplice prerogativa signorile e forza baronale».

Da qui appaja quante antiche servitù esistessero ancora. David Winspeare annoverava che nel Napoletano sussistessero 1395 diritti su cose e persone, quando vi giunsero i Napoleonidi.

[114] Tra il resto, imponeva ai vescovi un giuramento di fedeltà al re, sino ad obbligarsi di denunziare chi sapessero far trame contro di esso. È il giuramento che si usa ancora.

[115] «Intanto innumerevoli spie son qui mantenute, e tutta Roma, tutto lo Stato Pontifizio sono in preda alle loro calunnie; il palazzo apostolico n’è assediato, come fosse un castello munito». Nota del Consalvi a Talleyrand, 1805.

[116] Lettera da Monaco, 7 gennajo 1806.

[117] Nella vita del cardinale Fesch, scritta dall’abate Lyonnet, viene raccontato che un Marseria côrso, emissario del ministro inglese Pitt, venne ad esortar Napoleone primo console a riconciliarsi con Inghilterra, e insieme dare a questa la pace interna col far abbracciare il protestantismo alla Francia. Napoleone avrebbegli risposto che, quanto alle cose del mondo, fidava nella propria spada; delle cose del cielo toccava a Roma sola il decidere: che del resto una religione non può crearsi se non montando al Calvario, e ch’egli non avea di tali voglie.

[118] Napoleone scriveva al vicerè: _J’ai lu votre lettre au pape. Elle m’a paru fort bien; mais je doute qu’elle produise quelque chose, car ces gens-là sont ineptes au delà de ce qu’on peut imaginer. Toute réflexion faite, je n’écrirai pas au pape. Je ne veux pas me jeter dans les tracasseries avec ces nigauds. Le plus court c’est de s’en passer_.

[119] Di Venezia fu nominato patriarca nel 1811 Stefano Bonsignori, già vescovo di Faenza, ma fu considerato come intruso; e quando nel 1814 cessò di essere amministratore capitolare, vennero sottoposti a penitenza quanti da lui aveano avuto il presbiterato; a otto giorni di esercizj spirituali quelli da lui promossi agli ordini maggiori, a tre giorni quelli ai minori.

[120] Lettera di Talleyrand al legato Caprara, 28 aprile 1806.

[121] Il Borghese, benchè cognato dell’imperatore, negava cederla, perchè fedecommessagli; alfine acconsentì, comprendendovi pure i Monumenti Gabinj: e malgrado la protesta del Governo romano, furono spediti a Parigi ducencinquantacinque capi d’arte; pagati quattordici milioni inscritti sul gran libro, o piuttosto ciuquecentomila lire di rendita, a quanto si disse. Caduto Napoleone, il principe li reclamò; ma Luigi XVIII non volle rescinder il contratto, e rimasero in Francia.

Dicono che Paolina Borghese posasse avanti il Canova; e avendo una sua damigella esclamato, — Come! gli steste davanti così nuda?» essa rispose: — Oh, ma la stanza era calda». I nostri padri la vedeano talora comparire ad un ballo con un gran manicotto di famosissimo pelo, ed ivi gettarlo a terra per posarvi i piedi. Delle satire de’ Romani contro di lei alcune sono sanguinose come quella: _Dos ficta, facies picta, v.... refricta_, e in occasione dei restauri alle ville Borghesi: _Paulus struxit, Paulina destruxit_.

[122] Napoleone ad Eugenio il 16 agosto 1807: _Le pape est résolu de m’envoyer le cardinal Litta. Nous verrons ce que ces gens-là veulent faire. Le cardinal Litta est un des plus mauvais hommes du sacre Collège. Il passera par Milan. Il faut que le vieux Litta le tance fortement comme chef de la famille, lui disant qu’ils sont des....; qu’ils veulent perdre leur temporel: que ce n’est pas le pape qu’on accusera, mais que le blâmes des hommes sensés en tombera sur les cardinaux qui le conseillent si mal._

E al 17: _Après les renseignements que j’ai pris sur le cardinal Litta, je me suis résolus à ne pas l’accepter. Si jamais il avait quittè Rome, mon intention est que vous lui donniez l’ordre de se rendre dans les terres de son frère, sans qu’ils puisse retourner à Rome, ni se rendre en France. Faites-lui écrire par son frère qu’il ferait mieux de rester tranquille, et de ne pas se mettre avec la tourbe des gens qui seulement me contrarient: que mon intention, s’ils ne se tiennent pas tranquilles, est d’envoyer dix-milles hommes à Rome, d’en exiler à soixante lieues tous le cardinaux turbulents, dont lui, Antonelli et Pietri sont du nombre_.

[123] Istruzioni segrete di Champagny a M. Alquier, 23 gennajo 1808. Fino Léfèbvre, _Histoire des cabinets de l’Europe_, cap. 27, che nel tono consueto de’ Francesi giustifica sempre il forte, qui esclama: — Fa pena a vedere il padrone della Francia, uomo di tanta forza e tanto genio, adoprare la bella sua intelligenza a ingannare e abbattere un vecchio, le cui resistenze provenivano da convinzioni ardenti e da scrupoli di coscienza, al postutto rispettabili».

[124] Il cardinale Pacca professa che sarebbe stato «lecito di permettere al popolo di liberarsi da quegl’ingiusti aggressori. Tutte le leggi naturali, divine ed umane danno il diritto agli oppressi ingiustamente di respingere la forza colla forza, e di scuotere un giogo che senz’alcuna ragione fu loro imposto»; _Memorie storiche_, parte I, cap. 4. E adduce il passo di Wattel: _Qu’un avide et injuste conquérant subjugue une nation, qu’il a forcée à accepter des conditions dures, honteuses, insupportables, la nécessité la contraint à se soumettre: mais ce repos apparent n’est pas une paix; c’est une oppression que l’on souffre tandis qu’on manque de moyens pour s’en délivrer, et contre laquelle des gens de cœur se soulèvent à la première occasion favorable._ Egli reca il viglietto di M. Alquier al papa quando le truppe occuparono Roma. _Cet événement n’a rien d’allarmant; je prend sur moi de le garantir. Si les troupes de sa majesté devaient rester pendant quelques jours à Rome, cette mesure ne serait que passagère: elle n’offrirait aucune apparence de danger ni pour le présent, ni pour l’avenir_.

[125] «Ciò permise la Provvidenza per confermare sempre più la divina lezione data ai papi, ed ai ministri della Chiesa, spesso ripetuta dalla sacra Scrittura, di non riporre la loro fiducia ne’ principi della terra». PACCA, _Memorie storiche_, introduzione alla parte II.

[126] Thiers, raccontato l’affare dei cardinali che non comparvero al matrimonio, e come Napoleone ordinò fossero sporporati, dispersi per le provincie, sequestrate le rendite loro e fin i beni patrimoniali, soggiunge: «Non poteasi rispondere con più violenza a un’opposizione più _imprudente e condannabile_. Fra i tredici cardinali trovavasi Opizzoni arcivescovo di Bologna. Lo fece chiamare dal vicerè d’Italia, e minacciare dei più severi castighi se non si dimetteva immediatamente di tutte le dignità ecclesiastiche. Quest’_ingrato_, colpito di terrore, diede la dimissione richiesta versando torrenti di lagrime, e subito lasciò Parigi pel ritiro fra d’esiglio e di prigionia assegnatogli». _Histoire du Consolat et de l’Empire_, lib. XXXVIII. (Su ciò vedasi la lettera di Napoleone ad Eugenio 3 aprile 1810, ove qualifica d’_infame conduite_ quella dell’Opizzoni).

Thiers istesso poco prima, giudicando il blocco, scrive: «Per quanto violenti fossero i mezzi a cui Napoleone era costretto, l’importanza dello scopo era sì grande, ch’è forza scusar ciò che e’ fece per raggiungerlo; anzi il principal suo torto fu di non essere stato abbastanza perseverante».

[127] Gl’indirizzi furono messi all’indice de’ libri proibiti, con decreto 30 settembre 1817, avvertendo che erano parte finti, parte alterati; e tutti, appena i tempi lo permisero, furono riprovati da quelli di cui portavano i nomi, con lettere ossequiose, spontaneamente dirette al papa. Vuolsi che i più fossero scritti da un Ferloni, prete cremonese, autore d’un libro «Dell’autorità della Chiesa secondo la vera idea che ne ha data l’antichità, libro da cui si dimostra l’abuso che se n’è fatto e la necessità di circoscriverlo», e che aveva messo la penna e il talento a servigio del Governo, il quale scarsamente lo compensò. Spiridione Beroli, vescovo d’Urbino, professò altamente che la Chiesa universale non può separarsi dal papa. Napoleone contro del papa era sostenuto dall’ex-vescovo Gregoire, il quale poi tramò la caduta dell’imperatore, e di questo scriveva che «l’unione delle parole _machiavellismo, despotismo, tirannia_, non presentano che gl’informi elementi della scienza infernale, di cui egli perfezionò la teoria e la pratica».

[128] Il manoscritto di Sant’Elena dice che «per le differenze con Roma stavano arrestati cinquecento preti». Altre memorie dettate da Napoleone negano l’autenticità di quello, e li riducono a cinquantatre, e soggiungono: _Ils l’ont été légitimement_ (Note sul libro dei Quattro Concordati).

Il ragguaglio più importante di questi avvenimenti sta nelle _Memorie storiche del ministero, dei due viaggi in Francia, e della prigionia nel forte di San Carlo a Fenestrelle_, del cardinale Bartolomeo Pacca; Roma 1828. Egli si dice «indotto a raccontarle perchè gli onest’uomini esposti a dure e difficili circostanze, apprendano che gli esiglj, i sequestri dei beni, le prigionie ed altri mali, che tanto ci spaventano quando ci sono minacciati, allorchè s’incontrano nell’adempimento de’ proprj doveri perdono gran parte della loro amarezza, e sono da altre consolazioni e dolcezze largamente compensati». Riflette giustamente che Napoleone all’isola di Sant’Elena continuava lamenti perchè non potea scrivere o ricevere lettere se non vedute dai ministri inglesi; e Montholon a nome di lui esclamava: — Questo non si tollererebbe nemmanco ad Algeri». Eppure Napoleone stesso n’aveva dato l’esempio coi cardinali deportati e fin col papa.

* Napoleone, nel gennajo 1811, nelle lettere ad Eugenio molto si occupa delle cose del papa e dei preti. Il 5: «Jeri in Consiglio di Stato domandai al conte Portalis se conosceva un libello del papa, tendente a provocare la disobbedienza e il disprezzo dell’autorità. Esitato alquanto, rispose di sì, ed io lo cacciai dal Consiglio, gli tolsi tutti gl’impieghi, e l’ho relegato a quaranta leghe da Parigi. Ve lo scrivo perchè vediate la mia intenzione assoluta di far cessare questa lotta scandalosa del pretume contro la mia autorità».

Il 6: «A Venezia c’è de’ movimenti: vi si fanno delle scene religiose inutili. Date ordini e esempj che mettano freno a queste turbolenze».

[129] Del novembre 1809 si ha lettera di Murat all’imperatore, che lo informa della situazione di Roma: «Non devo dissimularvi ch’essa soffre. L’assenza del Governo produsse molti infelici: mi accertano che la sua popolazione scemò di 40,000».

[130] Rapporto di A. De Pastoret _sulla situazione degli Stati romani nel giugno_ 1809.

[131] Per la storia nostra militare vedansi VACANI, _Gl’Italiani in Ispagna_; LAUGIER, _Guerre degli Italiani_; ZANOLI, _Della milizia cisalpina_; e le biografie del Fontanelli, del Pino, di altri. Fra i prodi distinguono Bernardo Rossi, proletario bergamasco, che combattendo in Italia e in Germania, salì grado grado, e divenne capitano e cavaliere in Ispagna, ebbe gran parte all’assedio di Tarragona e alla presa del forte Olivo, dove la divisione italiana si segnalò con Palombini, Bertoletti, Banco, Severoli, Mazzuchelli, Vacani, Bianchetti, Santandrea, Ceroni, Peyri, poi in Russia e nelle ultime fazioni in Italia. Giovanni Ettore Martinengo Coleoni, versato nell’architettura militare, servì la Prussia, poi la rivoluzione francese nelle armi e nella diplomazia; presentò a Melzi una memoria sul rendere indipendente l’Italia; poi corteggiò Napoleone e fu capitano della guardia d’onore, senatore, ciambellano.

I coscritti dei quattordici dipartimenti franco-italiani salirono a censessantaquattromila; altrettanti in circa quelli dei ventiquattro dipartimenti italiani: trentamila furono dati dal regno di Napoli: onde sarebbero trecensessantamila i soldati che la Penisola nostra diede alla grand’armata dal 96 al 14.

[132] Eugenio scriveva a Napoleone il 20 ottobre 1810: _Sire, j’ai l’honnenr d’adresser à V. M. deux tableaux; l’un indiquant le nombre des conscrits réfractaires de ces quatre dernières années, se montant à 22,227 hommes; l’autre indiquant les déserteurs, dans le même temps, et porté à 17,750: total 39,977 hommes. Ce résultat est affligeant. L’on emploie tous les moyens pour l’empêcher ou y remédier.... On arrête journellement de ces déserteurs. La totalité se monte à plusieurs milliers par an. On est peiné d’être obligè de porter une condamnation aux fers envers une quarantaine de mille individus_.

[133] ZANOLI, op. cit., tom. II, p. 205. Egli computa che, per numero medio, durante il regno d’Italia perissero 7337 uomini all’anno, cioè in tutto 124,729, sopra la popolazione media d’un dieci milioni e mezzo; e vi si spendessero 723 milioni, oltre le esazioni forzose e i 30 milioni annui tributati alla Francia. I dipartimenti aggregati alla Francia diedero 164,000 coscritti. Secondo lui, le truppe che mossero dal regno d’Italia furono 27,397, cavalli 9040, e tutto il corpo franco-italiano 52,000 uomini. Egli calcola i soldati del regno d’Italia periti in quella guerra 26,597, tutti i 9040 cavalli, 58 cannoni, 391 cassoni di munizione, 702 carriaggi di trasporti: ma altri elevano molto di più queste cifre. La gazzetta di Pietroburgo stampò il prospetto di uffiziali prigionieri 6000, soldati prigionieri 130,000, cadaveri bruciati da Mosca a Wilna 308,000, cannoni avuti in mano 900, fucili 100,000, carri, cassoni, vetture 25,000. È probabile v’abbia esagerazione,

Napoleone diceva a Metternich che, nella guerra di Russia, perirono 200,000 uomini, però (soggiungeva) molti erano tedeschi.

[134] Realmente i battaglioni nostri non contavano meglio di venti uomini d’ogni grado. _Mémoires du prince Eugène_, IX. 104. Le relazioni d’allora, e massime quelle del Vaudencourt, come pure il Du Casse nelle Memorie del principe Eugenio, sprezzano assai le truppe italiane, fino a dire che unico loro incoraggiamento era la speranza di arricchirsi, come nella Spagna. Del generale Lechi fanno unico vanto la bella presenza, e gli attribuiscono i disastri del 1813. Pino è qualificato come negligente e pusillanime a segno, che il vicerè, per risparmiargli l’affronto di torgli il comando, lo indusse a domandare un congedo a titolo di salute.

Nelle istruzioni che mandava al vicerè nel novembre 1813, Napoleone scriveva: «Il vicerè può avere grande confidenza in Zucchi. Io ne fui contentissimo. Non bisogna dar credito a Pino, bensì elevare Palombini e Zucchi, e sostenere Fontanelli. Il nemico cerca guadagnare i generali stranieri che noi abbiamo innanzi. I tre che indico bisogna avanzarli, e annichilar Pino».

[135] La fortezza di Mantova era comandata da Julien di Tolosa, generale di brigata al servizio italiano, che credesi autore del libretto _Dernière campagne de l’armée franco-italienne en Italie_.

[136] Che i bullettini mentiscano è convenuto. Ma Napoleone, in lettera privata a Eugenio, da Dresda il 30 agosto scriveva: «Ho battuto il grand’esercito degli alleati, ch’era di ducento mila uomini, di cui ottantamila russi: gli ho preso trentamila uomini, trenta bandiere, cinquanta bocche di cannone, e ottocento cassoni di munizioni e vetture di bagagli. Fuggì spaventato in Boemia, e lo fo inseguire vivamente».

E il 17 novembre: «Figlio mio, voi avete ancora un bell’esercito, e se vi unite cento cannoni, il nemico è incapace di forzarvi. Non si tratta che di guadagnare tempo. Io qui (a Parigi) ho seicentomila uomini in movimento: ne riunirò seicentomila in Italia. Vo a provvedere acciocchè i vostri quadri siano completi di novecento uomini ogni battaglione».

Informato il giorno stesso delle strettezze dell’esercito italiano, scriveva ad Eugenio: «Non bisogna abbandonar l’Adige senza una gran battaglia. Le grandi battaglie si guadagnano coll’artiglieria». Ciò parrebbe smentire l’ordine dato a Eugenio d’abbandonare l’Italia e recarsi sull’Alpi, l’avere disobbedito al quale viene gravemente imputato al vicerè. È però vero che al 24 gennajo Napoleone gli ordinava, caso che i Napoletani si dichiarassero nemici, di portarsi alle Alpi con tutto l’esercito. Il 18 febbrajo informava Eugenio d’aver distrutto l’armata di Slesia composta di Russi e Prussiani, cominciato jeri a battere Schwarzenberg: in quattro giorni fatto trenta o quarantamila prigionieri, una ventina di generali, cinque a seicento uffiziali, cencinquanta a ducento cannoni, e immensi bagagli, _senza quasi perder uomo_.

[137] Una brigata di giovani componea sibilloni, che furono poi stampati nel 1815.

[138] Eugenio scriveva alla moglie il 26 novembre 1813 che ad Aldini aveva l’imperatore detto: «Finalmente farò la pace: devo rinunziare al sistema continentale, cederò anche all’Austria il Veneto; ma in ricambio l’Italia avrà il Piemonte, e la Francia resterà ne’ suoi confini naturali. Il regno d’Italia sarà dichiarato indipendente».

[139] La difesa di Genova e della Riviera furono affidate al barone Maurizio Fresia di Saluzzo, che combattè tutte le guerre del secolo, fu anche governatore di Venezia, e morì il 1827.

[140] Beauharnais, il 29 novembre 1813, scriveva a Ortensia in lettera evidentemente destinata ad esser mostrata: _Ma bonne sœur... Un parlementaire autrichien a demandé avec instance à me parler... Il était chargé de la part du roi de Bavière de me faire les plus belles propositions pour moi et pour ma famille, et assurait d’avance que les souverains coalisés approuvaient que je m’entendisse avec le roi pour m’assurer la couronne d’Italie. Il y avait aussi un grand assaisonnement de protestations d’estime... Tout cela était bien séduisant pour tout autre que pour moi. J’ai répondu à toutes ces propositions comme je le devais, et le jeune envoyé est parti rempli d’admiration pour mon caractère, ma constante fermeté et mon désintéressement: j’ai cru devoire rendre compte de tout à l’empereur, en omettant toutefois les compliments qui ne s’adressaient qu’à moi... Ce qui pour moi est la plus belle des récompenses, c’est de voir que, si ceux que je sers ne peuvent me refuser leur confiance et leur estime, ma conduite a pu gagner celle des ennemis. Adieu, ma bonne sœur, je ne saurais assez te dire combien je suis heureux des sentiments de ma femme en cette circonstance. Elle a tout-à-fait suspendu ses relations directes avec sa famille depuis la déclaration de la Bavière contre la France, et elle s’est réellement conduite divinement pour l’empereur._

Nei patti che proposero a Napoleone gli Alleati da Chatillon, v’era che l’Italia restasse indipendente, data ad Eugenio colle isole Jonie.

Su questi atti di Beauharnais sparsero luce le sue Memorie, stampate nel 1858, per quanto parziali.

[141] La reggenza del Governo provvisorio.

Le armate delle alte Potenze coalizzate entrano nel territorio italiano; vogliono l’ordine e la felicità della nazione. Italiani, voi avete sviluppato il nobile carattere vostro; ed il generale sentimento dell’amore per la patria ha escluso la possibilità di opposti partiti. L’interesse privato è intieramente dimenticato da ciascuno di voi; il riposo, la tranquillità, la brama d’un saggio Governo indipendente stanno fissi nel cuore di tutti; nè vi è Italiano, il quale non senta il bisogno d’un nuovo ordine di cose.

Le alte Potenze coalizzate non ad altro fine hanno impugnate le armi se non per il bene de’ popoli, nè giammai si è combattuto con principj più virtuosi...

Secondate, o Italiani, queste benefiche sovrane intenzioni; accogliete come veri liberatori i militari che hanno esposti se stessi per il vostro bene, accoglieteli coll’affettuosa ospitalità a loro dovuta. Il trasporto della pubblica esultanza sia vivace, ma tranquillo e dignitoso...

La reggenza conscia delle intenzioni dei nostri liberatori, è persuasa che la dovuta riconoscente accoglienza della capitale sarà di nobile esempio a tutto il regno. Milano, 27 aprile 1814.

_Verri_ presidente-_-Giulini Giorgio — Borromeo Giberto — Mellerio Giacomo — General Pino — Mazzetta Giovanni — Strigelli_ segretario.

La reggenza del Governo provvisorio.

La rappresentanza nazionale ha esternato il suo voto per l’indipendenza del regno d’Italia, e per una costituzione, le cui basi liberali saggiamente contrabbilancino i rispettivi poteri.