Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 45
La principessa lottò, poi gli scriveva: «Mi obbligano a romper la fede data al principe Carlo. Io vi acconsento per quanto mi costi, se ne dipende il riposo d’un padre amato e la felicità d’un popolo. Ma non posso dar la mia mano al principe Eugenio se la pace non è fatta, e s’egli non è riconosciuto re d’Italia. Io rimetto la mia sorte nelle vostre mani: per quanto crudele deva essere, mi sarà addolcita dal sapere che mi sono sagrificata per mio padre, per la mia famiglia e la mia patria. In ginocchio vostra figlia domanda la vostra benedizione: essa m’ajuterà a soffrir con rassegnazione il tristo mio destino». V. _Mémoires du prince Eugène_, Parigi 1858, tom. II. p. 16.
Lo strano è che Eugenio non sapea nulla di quest’affare; e Napoleone, dopo tutto conchiuso, al 31 dicembre gli scriveva: «Son arrivato a Monaco. Ho combinato il vostro matrimonio colla principessa Augusta: fu già pubblicato. Essa è molto bella, ve ne mando il ritratto, ma la è molto migliore». E al 3 gennajo seguente: «Dodici ore al più dopo ricevuto la presente, partite in tutta diligenza per Monaco». Nella risposta di Eugenio non v’è motto del matrimonio. Arrivato che fu a Monaco, Napoleone cominciò a beffarlo de’ suoi mustacchi, e ch’erano troppo marziali per conquistar una fanciulla, e glieli fece tagliare. Vedi DARNAY, _Notices historiques sur le prince Eugène_.
[79] «Napoleone aveva in disegno di rigenerare la patria italiana, riunire gli Italiani in una sola nazione indipendente.... Era il trofeo immortale ch’egli alzava alla sua gloria... Tutto era disposto per creare la gran patria italiana... L’imperatore aspettava impaziente un secondo figlio per menarlo a Roma, coronarlo re d’Italia, e proclamare l’indipendenza della bella penisola sotto la reggenza del principe Eugenio». _Memorie dettate a Montholon_. — Ma nell’esiglio Napoleone pensava, o i suoi gli faceano dire tutt’altro da quel che sul trono.
* Quando Napoleone III conquistava la Lombardia nel 1859, io ebbi a dirgli d’essermi sempre mostrato avverso al suo gran zio perchè esso non avea voluto dare all’Italia l’unità, e almeno l’indipendenza che stava in sua mano. Egli mi rispose che tale fu sempre il suo pensiero, ma le circostanze glielo impedirono: e seguì coll’altre ragioni che del resto aveva già esposte ne’ suoi scritti. Io non potetti che augurargli d’essere esecutore delle volontà del grande zio.
[80] Si occupò la villa de’ Durini, i quali mai non assentirono nè vollero riceverne il prezzo, che perciò fu deposto in una cassa pubblica, donde il ritirarono sotto la succeduta dominazione.
[81] Scrive a Eugenio: _J’ordonne que le Corps législatif termine ses séances. Mon intention, pendant que je résiderai en Italie, est de ne plus le réunir. J’avais trop bonne opinion des Italiens; je vois qu’il y a encore beaucoup de brouillons et de mauvais sujets... Ce n’est pas l’autorité du Corps législatif que je voulais; c’est son opinion... Si vous tenez à mon estime, à mon amitié, vous ne devez sous aucun prétexte, la lune menaçât-elle tomber sur Milan, rien faire de ce qu’est hors de votre autorité... Vous êtes le premier qui m’ayez fait avoir tort avec trente au quarante polissons_, cioè il Corpo legislativo. E il 15 luglio 1805: _Si la loi sur l’enregistrement ne passe pas, je la prendrai de ma propre autoritè, et, tant que je serai roi, le Corps législatif ne sera point réuni... Faites leur bien entendre que je puis me passer d’eux, et que je leur apprendrai comment je puis m’en passer puisqu’ils se comportent ainsi envers moi_.
Anche dal suo segretario Duroc gli facea rispondere forti rimproveri, svillaneggiando l’opposizione italiana; e conchiudendo: _Par exemple, si vous demandez à sa majesté ses ordres et son avis pour changer le plafond de votre chambre, vous devez les attendre: et si, Milan étant en feu, vous lui demandez pour l’éteindre, il faudrait laisser brûler Milan, et attendre ses ordres_. 31 luglio 1805.
Eugenio, l’11 luglio 1805, scriveva a Napoleone: _Les Italiens sont réellement comme des enfans. On peut les comparer à des gens qui dorment, et qui ne veulent pas se réveiller pour être heureux. _E Napoleone rispondeva il 27_: Vous avez tort de penser que les Italiens sont comme des enfans: il y a là-dedans de la malveillance. Ne leur laissez pas oublier que je suis le maître de faire ce que je veux. Cela est nécessaire pour toutes les peuples, et surtout pour les Italiens, qui n’obéissent qu’à la voix du maître. Ils ne vous estimeront qu’autant qu’il vous craindront, et ils ne vous craindront qu’autant qu’ils s’apercevront que vous connaissez leur caractère double et faux. D’ailleurs votre système est simple: l’empereur le veut_. Tom. _i_, dei _Mém. et correspondance du prince Eugène, publiés par_ M. DU CASSE. Paris 1858.
[82] E ancora, tutto era guasto dall’adulazione de’ nostri gaudenti, a segno che Napoleone scriveva al vicerè: «Gl’indirizzi che vi fanno gl’Italiani non sono decenti: e’ non pesano le parole come si deve. Il rimedio è di non stamparli mai. Questa sia la vostra regola». Lettera del 4 febbraio 1806 nella _Correspondance du prince Eugène_.
[83] Rapporto ministeriale 11 dicembre 1806, che accompagnava il progetto del codice di procedura. Nello studio delle scienze civili merita di non esser dimenticata la _Collezione dei travagli del codice penale pel regno d’Italia_. Brescia 1807, 6 vol. in-8º.
[84] E la Cena e il Teseo furono poi, dalla sopravvenuta dominazione austriaca, trasportati a Vienna, dove ora s’ammirano. La statua di Napoleone, riposta ne’ magazzini di Brera per sottrarla all’indignazione popolare, fu ora collocata in pubblico.
[85] La scuola del genio militare era stata, dal valente matematico Leonardo Salimbeni di Spalatro, istituita a Modena, mettendovi maestri il Cassiani, il Venturi, il Ruffini modenesi, e chiamandovi da Verona il Cagnoli, il Maffei, il Bidasio, il Tramontini.
[86] È notevole il numero di valent’uomini che somministrò allora il piccolo ducato di Modena: Veneri ministro del tesoro, Luosi della giustizia, Fontanelli della guerra, Testi degli affari esteri, Vaccari segretario di Stato, Paradisi presidente del senato, dell’Istituto e del consiglio di Stato, Lamberti Giacomo senatore e diplomatico e fratello del letterato Luigi; Venturi matematico, e ministro presso la Confederazione elvetica, Dall’Olio commissario della contabilità nazionale, i professori Ruffini, Jacobi, Fattori; Bolognini ingegnere in capo del dipartimento del Cróstolo, Soli architetto, Filippo Re agronomo. Su di che vedasi la _Bibliografia del conte Luigi Valdrighi_, pel prof. Bosellini, Modena 1863. Il Valdrighi, pure modenese, fu procurator generale della corte di cassazione. Il generale Zucchi fu di questi paesi come Pellegrino Rossi.
[87] Scriveva al Cesarotti: — Il Governo mi ha comandato, e m’è forza obbedire. Batto un sentiero ove il voto della nazione non va molto d’accordo colla politica, e temo di rovinare. Sant’Apollo m’ajuti, e voi pregatami senno e prudenza». Eppure finiva quella _Visione_ così:
Vate non vile Scrissi allor la veduta meraviglia; E fido al fianco mi reggea lo stile Il patrio amor che solo mi consiglia.
[88] Lo sforzo dello Sgricci (-1822) fu poi emulato dal romagnuolo Luigi Cicconi (-1855) che a Parigi sostenne gara col Pradier, il quale tentò simile esperimento in francese. Non va dimenticato il Menchi, che nella montagna pistoiese andava improvvisando, e di cui si ripeterono a lungo il _Napoleone a Mosca_ e l’_Alessandro a Parigi_: ultimo forse di quei cantastorie popolari, che un tempo abbondavano principalmente in Toscana e in Romagna. Anche Valerio di Pos, nelle alpi di Canale d’Agordo, poetò fin agli ottant’anni, e talora bene, e una sua biografia è anteposta dal dottore Paolo Zanini alle _Poesie di Valerio da Pos contadino delle alpi Canalesi_. Venezia 1822. Spontanea improvvisatrice era pure riuscita la sua compatriota Angela Veronese, che dal Cesarotti educata, divenne celebre col nome di Aglaja Anassilide.
[89] Il divinizzare Napoleone fu un luogo comune de’ nostri retori. Pietro Giordani, nel panegirico, dove si vanta di «altamente sentire la dignità del secolo», abbonda d’espressioni simili a queste: — Il mondo è venuto in potestà di tale, non oso dir uomo... Dirò pure salva la riverenza alla tua maestà, o _divo_ Napoleone, quest’unica delle umane cose io veggo esserti impossibile, non essere eccellentemente buono... Invitando gl’Italiani a considerare e _adorare_ la grandezza de’ suoi benefizj... Augusto principe, in cui la nostra nazione _adora_ il più caro benefizio che riconosca dall’imperatore in Italia. Sorgeranno statue al _divo_ Napoleone... avrà in ogni cittade un tempio, in ogni casa un altare... Quale altro che uno Iddio, o virtù somiglievole agli Dii, poteva fare sì stupenda consonanza?... La virtù di questo _divino_ spirito non ci lascia sembrar temeraria qualunque speranza». È vero ch’egli chiamava divino anche il Leopardi, e _divina amica_ la contessa Cicognara, e _mio adorato signore_ un direttore della polizia, galantuomo del resto. Quel panegirico parve non abbastanza lusinghiero, e non gli furono regalati che mille franchi.
Esso Giordani nel 1825 scriveva al Leopardi: — Vanità detestabile celebrar ciò che l’armento umano mai non potrebbe esecrar abbastanza, voglio dire i suoi distruttori. Io non voglio dire che, se non vi fossero poeti lodanti le conquiste, non vi sarebbero conquistatori; poichè vedo che senza poeti vi sono assassini e corsari. Dirò che tutti gli ammazzatori o rubatori si hanno a detestare e maledire da tutti... M’inviteresti ad amare chi m’uccide il padre o il fratello? e mi chiami ad ammirare chi uccide un popolo? Taci, o vilissimo, taciamo tutti, se pur non osiamo gridare quel che si dee. Ci potranno trovare scuse al silenzio: ma dov’è il Nerone, dove il Tigellino che v’abbia cacciati tra ’l morire e l’adulare?» Egregiamente! ma allora da undici anni le conquiste erano finite.
[90] La lettera di scusa che diresse al vicerè, egli anima sì forte, oggi per certo nessuno la scriverebbe: tant’è lontana l’abjettezza d’allora.
[91] _Sciolti di Timone Cimbro a Cicognara_, invettiva contro i mali dell’Italia nel 1802. Leopoldo Cicognara fu destituito da consigliere di Stato. Al tempo della coronazione, Napoleone gli stese la mano, dicendogli: — La nostra pace è fatta»; ma soggiunse parole aspre contro la moglie di lui, coltissima donna, e troppo memore di Venezia sua perchè volesse adularne il distruttore. Essa teneva un circolo frequentatissimo: bastarono quelle parole perchè fosse deserta da tutti, eccettuati Ippolito Pindemonte e Carlo Rosmini, due forze pacate. Il Cicognara ebbe poi alti posti, ma nella sua autobiografia dice essere stato l’unico italiano che «ottenesse a forza la demissione dagli onori, dalle cariche, dagli emolumenti, nel convincimento che nulla poteva farsi in tale stato di cose per la vera e reale felicità dell’Italia».
[92] Napoleone a Eugenio il 15 settembre 1808: _Je n’ai jamais supposé que le chemin de Pordenone à Osopo dût coûter 1,500,000 fr.: si cela est, j’y renonce: que le canal de Palmanova dût coûter 3 millions, on m’avait assuré qu’il coûterait 500,000 fr.; s’il doit coûter 3 millions j’y renonce. Je n’ai jamais pu penser non plus que la digue de Mantoue coûtât un million. Causez avec les officiers du génie sur ces trois objets, et faites-moi connaître leur opinion. Mon intention est que les 300,000 fr. que j’ai accordés cette année, soient employés à la digue de Mantoue_. Nella seduta del 25 febbrajo 1813, Montalivet ministro dell interno presentava al corpo legislativo francese _la situazione dell’impero_, dalla quale caviamo ciò che concerne l’Italia. La strada da Parigi a Torino per la Morienna e il Moncenisio, e quella dalla Spagna all’Italia pel Monginevra, erano aperte con immensi sforzi, e col costo di ventidue milioni e mezzo, e il progetto totale sommava a trenta milioni. La strada da Lione a Genova pel Lantaret dovea costare tre milioni e mezzo, e già n’erano spesi un milione e ottocento mila. La strada da Cesane a Fenestrelle pel colle di Sestriera, compimento della precedente, ottocento mila. Con sei milioni e mezzo erasi stabilita la comunicazione fra Nizza e Ventimiglia, e fra Savona e Genova; con due milioni e seicento mila quella da Savona ad Alessandria per l’Appennino: più di tre milioni per quelle da Porto Maurizio a Ceva, da Genova ad Alessandria pel col dei Giovi, da Genova a Piacenza, dalla Spezia a Parma. Tre milioni e mezzo pel ponte sul Po a Torino; un milione e cento mila pel ponte sulla Dora a Rondissone; cinquecensessanta mila per quel sulla Sesia a Vercelli; trecento mila per quel della Scrivia. Per la navigazione del Tevere, e per abbellimenti a Roma, sei milioni; poi ducento mila lire annue erano assegnate per sanar le Paludi Pontine, ma il nessun esito venne attribuito all’aver lasciato quell’immenso tratto nelle mani di trenta livellarj, anzichè spartirlo in piccoli appezzamenti. Nessun vantaggio pure si trasse dalle spese fatte per introdurre la coltura del cotone e dell’indigo e la fabbrica dello zucchero. Le fortificazioni d’Alessandria costarono venticinque milioni.
[93] Durante la repubblica s’erano soppresse le cattedre di belle lettere, e di lingue orientali e greca, come anche di storia e numismatica; sicchè Foscolo, Mezzofanti e ventiquattro altri si trovarono sul lastrico.
[94] Il 16 settembre 1805 scriveva ad Eugenio: _Il ne faut pas vous épouventer des cris des Italiens. Ils ne sont jamais contents: mais faites-leur faire cette seule réflexion, Comment faisaient les Autrichiens, comment faisaient ils?.... Arrangez vous de manière à pouvoir toujours être le maître de la couronne de fer, et à l’enlever sans qu’on s’en aperçoive._
E il 14 aprile 1806: _Quant à l’établissement de l’hérédité, je n’ai point l’habitude de chercher mon opinion politique dans le conseil des autres, et mes peuples d’Italie me connaissent assez pour ne devoir point oublier que j’en sais plus dans mon petit doigt, qu’ils n’en savent dans toutes leurs têtes réunies. A Paris, où il y a plus de lumières qu’en Italie, lorsqu’on se tait et qu’on rend hommage a l’opinion d’un homme qui a prouvé qu’il voyait plus loins et mieux que les autres, je suis étonné qu’on n’ait pas en Italie la même condescendance._
Il 21 aprile, del qual giorno esistono ben cinque lettere ad Eugenio: _Il ne doit pas être question de rembourser à Venise les deux millions de contributions, qui lui ont été imposés. Ne dirait-on pas, à entendre les Vénitiens, qu’ils se sont donnés à moi par pure volonté?... Mon intention n’est pas d’appeler aucun Italien, ni aucun Vénitien aux duchés qui doivent être la récompense exclusive de mes soldats. J’ai traité Venise comme pays conquis, sans doute. L’ai-je obtenu autrement que par la victoire? Il ne faut donc point éloigner trop cette idée; mais le droit de victoire terminé, je la traiterai en bon souverain, s’ils sont bons sujets. Je vous défend de laisser jamais espérer qu’aucun Italien Vénitien puisse être nommé à aucun des duchés_.
Il 7 agosto 1806: _Je vous envoie un exemplaire du catéchisme qui vient d’être adopté pour toute la France. S’il pouvait sans inconvénient l’être pour le royaume d’Italie, ce serait un grand bien: mais ce sont des matières très-délicates, sur lesquelles il faut être très-circonspect. Consultez le ministre des cultes. Le mieux serait que quelque évêque le publiât dans son diocèse comme catéchisme diocésain: mais il faut mettre à cela beaucoup de prudence et de secret_.
Infatti quel catechismo fu tradotto, e nella sez. VII si legge:
_D_. Quali sono i doveri de’ cristiani verso i principi che li governano, e in particolare i nostri verso Napoleone I imperatore e re?
_R_. I cristiani devono ai principi, e noi in particolare dobbiamo a Napoleone I, nostro imperatore e re, l’amore, il rispetto, l’obbedienza, la fedeltà, il _servizio militare_, i tributi per la conservazione dell’impero e del suo trono. Inoltre gli dobbiamo fervide preghiere per la salute sua, e la prosperità spirituale e temporale dello Stato.
_D_. Perchè siamo tenuti a questi doveri verso il nostro imperatore e re?
_R_. Primo, perchè Dio, che crea gl’imperi e li distribuisce a volontà, colmando l’imperatore di doni in pace e in guerra, lo stabilì nostro sovrano, lo rese ministro della sua potenza, e _sua immagine in terra. Onorare e servire il nostro imperatore e re è dunque onorare e servire Dio stesso_. Secondo, perchè Nostro Signore Gesù Cristo colla dottrina e coll’esempio c’insegnò quel che dobbiamo al nostro sovrano: nacque obbedendo all’editto di Cesare Augusto: pagò l’imposta: e come ordinò di render a Dio quel ch’è di Dio, così ordinò di render a Cesare quel ch’è di Cesare.
_D_. Non vi sono doveri particolari che ci attacchino più fortemente a Napoleone I, nostro imperatore e re?....
_D_. I doveri che ci legano all’imperatore, ci legheranno anche ai successori suoi legittimi nell’ordine stabilito dalla costituzione dell’impero?
[95] Nei _Saggi di Critica_ del Foscolo, p. 209, vol. II, è detto che nel regno d’Italia i nobili novelli creati da Buonaparte non sarebbero mai stati ammessi alle feste o ai circoli degli antichi patrizj milanesi. In ciò il Foscolo non vede che assurda e boriosa ostentazione: dappoi parve nobile disdegno della servitù straniera.
[96] La creazione dei dodici grandi feudi nel regno, e tanto peggio le aggiunte che poi fece di altri ne’ paesi novamente annessi e nel regno di Napoli, è uno degli errori di Napoleone, che, figlio della rivoluzione, retrocedeva sino ai tempi feudali e barbari, quando un capo di invasori spartiva i territorj conquistati fra i suoi generali, e gl’investiva colla spada, e creava ai confini del regno le grandi marche, come un tempo era stata la Marca trevisana. Per indietreggiare fin a questa distinzione di terre e ai possessi feudali, Napoleone non dava la minima ragione, salvo la conquista; e ciò ch’è deplorabile ancora più che gli abusi della forza, non trovo che il minimo lamento ne movessero gli Italiani. Eppure il loro amor proprio doveva sentirsi oltraggiato da questa istituzione, tutta a favor dell’impero, di questo vassallaggio del patrio suolo alla conquista forestiera; ma v’è tempi ove quei che potrebbero e dovrebbero alzar la voce contro gli abusi, o almeno protestare col silenzio, s’affrettano ad applaudirli, purchè possano profittarne.
[97] Jacopo Morelli, celebre bibliotecario della Marciana, patì immensamente delle sottrazioni fatte a questa biblioteca ch’egli guardava come propria cosa. Pranzando un giorno col vicerè, venne richiesto se, fra tante ricchezze, egli saprebbe indicare i dodici volumi che soli volesse salvare perdendo gli altri. Impaurito che si abusasse della sua decisione disse: — In questo momento di piacere m’è impossibile affaticar la mente su domanda così scabrosa». E il vicerè: — Bene, bene; non si devono mai svelare tutte le attrattive della propria amante». Il Morelli fu soprattutto cercatore d’opuscoli, ne lasciò ventimila a quella biblioteca, e volea scriver un trattato _Dell’utilità che si può trarre dagli opuscoli_.
[98] Lettera 14 aprile 1806 nella _Correspondance du prince Eugène_.
[99] Nel febbrajo 1806 Napoleone scriveva al vicerè: _Partez du principe que j’ai besoin de beaucoup d’argent. On voudrait dans ce pays l’impossible: payer peu de contributions, avoir peu de troupes, et se trouver une grande nation: tout cela est chimère. Quant aux impositions, la seule réponse à faire est celle ci: Paye t-on plus qu’en France?_ Anche il conte di Cavour ripetea sempre: «Bisogna pagare, e pagare, e pagare». I suoi successori calcano le sue orme.
[100] Nei _Mémoires tirés des papiers d’un homme d’État_, che sono una delle pubblicazioni più curiose dei nostri giorni, si legge: _Prina souple instrument des exigences de Napoléon, torturait son génie pour trouver les moyens de pressurer un pays, auquel on avait solennellement promis tant de prospérité, et il acquérait la faveur de son insatiable maître au prix de la haine générale. Les projets de ce ministre, qui fut pour l’Italie ce que le trop célèbre abbé Terray avait été jadis pour la France, n’était soumis à aucun genre de contrôle: Napoléon voulait, il fallait obéir. Cependant toutes les ressources de son habilité tortionnaire se trouvaient épuisées avant qu’on renonçât à y recourir pour de nouvelles exactions: les améliorations imaginaires pompeusement combinées afin de couvrir tant d’oppression réelle, et publiées dans les gazettes comme une preuve des soins paternels du monarque français, étaient pour la plupart ou suspendues ou abandonnées, d’autant plus que, de leur côté, les généraux français employaient tous les moyens en leur pouvoir d’épuiser le pays pour accroître leur propre fortune_.
L’Italia francese (escluso il regno d’Italia) produceva alla Francia quaranta milioni; di cui diciotto pagavano l’amministrazione, polizia e strade; ventidue per piazze forti, e per mantenere cenventimila uomini a tutela del paese (1807). Vedi THIERS, _Histoire du Consolat et de l’Empire_, vol. VIII.
[101] L’adulazione postuma, che venne di moda verso il regno d’Italia, fa esaltare ancora i rendiconti del Prina e le illazioni del Pecchio, che si appoggia unicamente su quelli, colla fede d’un gazzettiere ufficiale. Senza cercare altre autorità, adduciamo quella sola del vicerè, che scriveva a Napoleone il 26 dicembre 1810: «V. M. mi fece l’onore di ripetermi più volte che diminuirebbe i carichi del suo regno a misura che s’assoderebbe; e nel lavoro dell’anno passato mi fece l’onore di dirmi che non avrebbe esatto dal suo regno che cenventi milioni. Di fatto non è possibile imporgli maggiore aggravio. L’interruzione totale del commercio, il deperimento delle manifatture di seta e di cotone, l’annichilamento del prodotto delle dogane sia pel divieto d’introdurre merci forestiere, sia pel tenue dazio delle francesi; infine la distrazione di due milioni del prodotto delle dogane per incoraggiare le manifatture di seta, ordinata da V. M.; tutto ciò impedisce di ripromettersi un’entrata più considerevole».
[102] Nelle Memorie del principe Eugenio, tom. II, p. 12, riferendosi l’ammutinamento di Crespino, si dice: _Cette révolte était d’autant moins motivées, que jamais ce pays n’avait appartenu à l’Autriche_. Strana ragione davvero, sol conveniente a coloro che dicono, tutto il liberalismo degli Italiani consistere nel ribramare i Tedeschi quando sono sotto ai Francesi e viceversa.
E a pag. 179 è la lettera 21 marzo 1806 di Napoleone: _J’ai reçu la réclamation de la commune de Crespino: je n’entends pas raillerie; mes drapeaux ont été insultés, mes ennemis accueillis; il faut du sang pour expier le crime de cette révolte. Si cette Commune veut se laver de l’opprobre dont elle s’est couverte, il faut qu’elle livre les trois principaux coupables pour être traduits devant une commission militaire, et être fusillés avec un écriteau portant ces mots_ Traditori al liberatore d’Italia ed alla patria italiana. _Alors je pardonnerai à la Commune, et je révoquerai mon décret_.
Dopo la battaglia della Piave, Napoleone scriveva a Eugenio, il 10 maggio 1809: _On dit que l’évêque d’Udine s’est mal comporté: si cela est, il faut le faire fusiller. Il est temps enfin de faire un exemple de ces prêtres, et tout est permis au premier moment de la rentrée. Que cela soit fait 24 heures après la réception de ma lettre, c’est un exemple utile. S’il est quelqu’autre individu qui se soit mal comporté, faites-les arrêter. Si Trieste vient à être en votre pouvoir, imposez-lui 50 millions de contributions, et faites arrêter quarante des principaux habitants, pour vous assurer du payement. Faites mettre le séquestre sur tous les navires jusqu’à ce que cette contribution soit acquittée. Vous suivrez cela à la lettre; j’ai pardonné trop souvent à cette ville_.