Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)

Part 44

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[48] La vita del Coco, inserita nella _Biographie Universelle_, racconta che egli viveva in intimità colla San Felice: un Bacher per rivalità minacciò di denunziarlo: ma la San Felice denunziò più prontamente il Bacher come reazionario, e fu mandato al patibolo. Cambiato vento, essa pure fu condannata. Il Coco divenne giornalista nella repubblica Cisalpina, poi nel regno d’Italia; fu impiegato sotto Murat, ma aspirava a esser capo dell’istruzione o ministro, e non ottenendolo, trescò contro i Napoleonidi. Di ciò gli fece merito Ferdinando IV, che lo conservò direttore del tesoro. Trovavasi così a una Corte che egli avea violentemente denigrata: e una volta il principe reale avendogli espresso il desiderio di leggere la sua _Storia della rivoluzione di Napoli_, egli ne prese tale sgomento, che divenne pazzo, e sopravvisse in tale infelicità fino al 1823.

[49] Il Colletta dice furono parecchie centinaja: il parabolano Coco li porta a quattro mila: il marchese Gualterio a quaranta mila!! La lista che ne dà il Lomonaco è di cendiciannove, oltre la San Felice. Il Sacchetti riduce i giustiziati a novantanove.

[50] Fra i detenuti era il famoso naturalista Dolomieu, che, partitosi dalla spedizione d’Egitto, fu spinto sulle coste napoletane il giugno 1799, e toltogli il portafoglio, fu gettato in un fondo di torre senza libri e penne; dove, fattosi inchiostro col fumo della lampada, sui margini di qualche volume sottratto alla vigilanza scrisse la _Filosofia mineralogica_. Fu liberato il 15 marzo 1801.

[51] Motuproprio del 10 febbrajo 1800. In una circolare del 20 aprile successivo l’arcivescovo Martini di Firenze invitava i pievani della sua diocesi a dar una nota dei Giacobini, assicurandoli del massimo segreto; chiesti da qualche altra autorità d’informazioni simili, se ne disimpegnino come possono, giacchè il Governo non terrebbe conto se non della nota che trasmetterebbero mediante l’arcivescovo; e così concorrano «ad estirpare una cancrena che tanto male ha prodotto, ed è capace di produrre sino all’esterminio delle nazioni».

[52] Lettera all’abate di Caluso, 27 luglio 1799.

* Il furore dell’Alfieri contro i Francesi appare, non solo dal _Misogallo_, ma dalla _Vita_ e dalle lettere. Basti per tutte una del 5 agosto 1800 al famoso Lagrange. — La Grangia, sei tu francese o italiano? Se francese, non contaminerò la mia voce parlandoti, ma se italiano pur sei adempirò l’indispensabile sacro dovere d’indipendente e verace scrittore italiano col dirti; che non può nè deve un tuo pari menare i suoi giorni in Francia tra codesti schiavi malnati, e sotto una sì infame e stolta tirannide. Aggiungo che molto meno tu dei (e fosse pur anco a costo di una onorevole anzi gloriosa mendicità) ricevere tu il tuo pane dagli oppressori, assassini della desolata tua terra natale».

[53] Lavergne, nella _Vie de Souwaroff_, racconta che Paolo di Russia interpellò uffizialmente l’Austria se volesse ripristinare il re di Sardegna e la repubblica di Venezia; in tal caso Suwaroff resterebbe, e sarebbegli mandato un altro esercito: l’Austria non volle promettere. Vedi anche _Lettres et opuscules inédits_ di J. DE MAISTRE. Parigi 1851, tom. I. p. 178.

Il conte di Cobentzel, nel novembre 1799, rispondeva al conte Panin ministro russo: — Come potrebbe esigersi in cessione delle tre Legazioni, che nel trattato di Tolentino furono annesse alla repubblica Cisalpina da noi conquistata? È un giusto compenso delle spese di guerra. Io non dubito che la mia Corte non renda il Piemonte al re di Sardegna; ma Alessandria e Tortona, che furono già coll’armi staccate dal Milanese, devono per l’armi ancora tornare alla dominazione austriaca». Vedi anche l’_Histoire des cabinets de l’Europe pendant le Consulat et l’Empire, par_ ARMAND LEFÈVRE, 1840.

[54] La rivoluzione aveva divorato tre bilioni di proprietà del clero, cinque bilioni di proprietà degli emigrati; gli argenti e le campane e le gioje delle chiese, i beni della Corona; imposte infinite, tasse e prestiti forzosi, creato assegnati per 33,430 milioni: dall’89 al 98 aveva speso novantasei bilioni, oltre cinquanta bilioni a cui era fallita nel 97, e quando Napoleone, reduce d’Egitto, volea mandar un messaggiere in Italia, non trovò nell’erario millecinquecento franchi da ciò.

[55] Esiste il conto originale delle spese sostenute nel 1436 per condurre una grossa bombarda ed altre artiglierie per l’assedio di Chivasso, traverso al gran Sanbernardo. CIBRARIO, _Memorie di Savoja_, 350.

[56] Il generale Soult assicura che, alla battaglia della Moglia fra gli Appennini, i suoi soldati privi di pane e di munizioni, si buttavano sui cadaveri degli Ungheri e li mangiavano. _Mémoires_, tom. III. p. 51.

[57] Ho sempre creduto della massima inutilità alla storia le descrizioni di battaglie. I lettori ordinarj non capiscono; i militari non imparano, e ricorrono alle opere speciali. D’altra parte una battaglia succeduta sotto gli occhi nostri, nel maggior profluvio delle gazzette, dei bullettini, delle memorie, è narrata diversissimamente dai diversi: e senza citare il Botta, chi l’abbia letta in Thiers, che pur vanta aver avuto alla mano i più preziosi documenti, stupisce di trovarla affatto differente in due generali che vi presero parte, Marmont e Soult. Qui come altrove noi crediamo bene cercar le cause, abbreviare le particolarità, e affrettarsi alle conseguenze.

Il sepolcro di Dessaix all’ospizio del gran Sanbernardo è opera di Moitte, morto il 1810; e lo rappresenta in atto di cader morto dal cavallo, sostenuto dal colonnello Lebrun. Bourienne confessava che le circostanze della morte di esso e il discorso messogli in bocca, gli erano stati dettati da Napoleone; e che in realtà nessun lo vide o lo udì in quella confusione. Era romanzesco pure il bullettino quando gli faceva dire: — Andate a riferire al primo console che muojo col dispiacere di non aver fatto quanto basti per vivere nella posterità».

[58] Ercole Rinaldo, ultimo duca di Modena, moriva a Treviso il 14 ottobre 1803.

[59] Proclama del 1º gennaio 1801.

[60] _Almanach catholique pour 1801_.

[61] Mentre il conclave eravi adunato, morì il patriarca Giovanelli, sant’uomo, ed ebbe insigni esequie. Alla chiesa di San Giorgio, nel cui convento s’eran accolti i cardinali, il nuovo papa regalò magnifici candellieri, che poi il Governo d’Italia portò via per ornare la cappella reale di Milano.

[62] _Motu proprio_, 11 marzo 1801.

[63] Tal era a Milano Petiel, dove la commissione componeasi di Melzi, Aldini, Sommariva, Paradisi, Ruga, Arauco, Birago, Visconti, Bargnani: nella consulta de’ quaranta entravano Moscati, Luosi, Testi, Opizzoni, Serbelloni, Maniscalchi.

[64] Furono Diego Guicciardi segretario di Stato, Spanocchi grangiudice, Felici ministro dell’interno, Bovara del culto, Prina delle finanze, Veneri del tesoro, Pino della guerra, Maniscalchi degli affari esteri.

* Capo della commissione legislativa era l’avvocato Sommariva, che meglio degli altri profittò dei mezzi di guadagno offerti dal disordine. Nel rimettere il potere in mano del vicepresidente, al 16 piovoso anno I della repubblica italiana, diceva: «Non dissimuleremo che la moltiplicità degli obblighi contratti, e i pesi straordinarj ci determinarono a provvedimenti spiacevoli ma necessarj. Per sostenere l’economia pubblica abbiamo dovuto colpire la privata; ferire i cittadini nel vivo, e riaprire piaghe vicine a rimarginarsi. Ma de’ mali passati ci consola l’idea che i nostri successori, animati da fervido zelo, e secondati da circostanze migliori, potranno coronare i voti di un popolo che, stanco di tante vicende, ha diritto di finalmente godere la felicità a cui aspirava».

[65] Il bilancio del 1803 stava su novanta milioni di lire milanesi (sessantotto milioni di franchi); di cui cinquantadue al ministero della guerra: cioè venticinque e mezzo per l’esercito francese, ventidue e mezzo pel nazionale, quattro per le fortificazioni.

Il conte Sclopis, in un bel libro pubblicato dopo il nostro, diè fuori due preziosi rapporti del vice presidente Melzi a Napoleone sopra lo stato della Repubblica. Il Melzi si diffonde sulla propria incapacità. «Sì, cittadino presidente; senza la vostra grand’ombra che ci protegge, non saremmo che caos e sventura. L’Europa n’è convinta: ogni passo nostro n’è novella prova... Troppo grandi ragioni e troppo ben giustificate dall’esperienza vollero che il capo del nostro Governo fosse a Parigi, anzichè a Milano. Guaj a noi se fosse altrimenti!

«Più avanziamo, la strada non sembra allargarsi che per offrirci nuove difficoltà. I Giacobini e i ladri sono collegati; e le loro speranze, nudrite da intriganti lor pari, che son a Parigi, van sino al generale sovvertimento: e poichè sembra che ogni nostra forza è in voi, non vi risparmiamo punto... La nazione è contenta, poichè essa gode il riposo ch’era il suo primo bisogno. La confidenza nel Governo è ristabilita perchè si spera: ma tante speranze io non le trovo nè in me nè attorno a me. La mancanza d’uomini è grande più che non l’avrei pensato».

E dipingendo i varj ministeri e i varj corpi dello Stato, sovente ritorna sull’apatia pubblica a fronte de’ Giacobini, come sempre chiama gli antichi repubblicani. «I legislatori che mostrarono sempre buone intenzioni, son troppo pochi: tutto il resto ostentò una leggerezza, una trascuranza che troppo contribuì ad avvilire quel corpo nell’opinione generale. Più volte mi sentii afflitto, umiliato udendo che legislatori, in assenza di stranieri che ci spiano, nelle assemblee, al ridotto, ne’ palchetti sfogavansi a coprir di ridicolo e d’odio le stesse leggi ch’essi aveano fatte il giorno prima. E ciò non per vedute determinate, ma ben peggio, per mancanza totale di sentimento e interesse per la cosa, non dissimulando nè la loro diffidenza sul destino della repubblica, nè la persuasione che i nostri sagrifizj non andrebbero a profitto di essa, fino a guardar il Governo come trastullo o complice... Per evitare il grande sconcio della discussione pubblica si stabilì nella Costituzione la discussione privata fra gli oratori e i consiglieri, e non se n’ebbe che meglio... Voi conoscete tutte le persone che le circostanze fecero entrare nel consiglio legislativo. Certo v’è del merito, e cognizione, e zelo, ma anche troppi interessi e vedute personali, mancanza assoluta delle abitudini richieste dalle loro funzioni: non contegno, non segreto, non sentimento di far parte del Governo; tendenza evidente a separarsene per far più liberamente gli interessi de’ dipartimenti, e compiere intenti affatto personali.... Il maggiore imbarazzo de’ ministri non consiste tanto nella farragine degli affari, quanto nella mala volontà de’ loro dipendenti. L’antico Governo (della Cisalpina) aveva creato un’immensa falange d’impiegati, diffusi in tutti gli uffizj, che divennero una fazione numerosa quanto pericolosa pel nuovo Governo di cui erano i nemici naturali...

«Uno de’ maggiori impacci ch’io incontrai fu di trovare impiegati capaci di buon lavoro. Stiamo abbastanza bene quanto alla ragioneria; malissimo nel resto. Gli antichi secretarj sono morti, o via: i nuovi sono mediocri e mal educati, lavorano poco e non bene. Se trattasi di cosa che dovrebb’essere scritta in modo distinto per la forza della logica o per l’accuratezza dello stile, non si sa come fare. Quei che sanno scrivere non han la minima idea d’affari: quei che lavorano negli affari non sanno scrivere.

«I dipartimenti ci offrono uno stato morale affliggente. Quei dell’antica Lombardia recansi in pazienza, per effetto dell’abitudine, la dipendenza dalla centrale; gli altri vi ripugnano più o meno, e s’ingegnano sottrarvisi in ogni modo, tendendo ad assoluto federalismo. L’idea che bisogna accentrar tutto per esser forti non entra nelle teste, giacchè nessuno attacca importanza a questa. La forza nazionale, ch’è in contrasto con tutte le idee e le abitudini ricevute... L’esercito essendo il grande oggetto della spesa annuale, è la causa che allontana i più; e può dirsi che per l’esercito italiano non v’è altri voti che quei dell’esercito. Tutto il resto gli è contrario, più o meno apertamente; prova dell’assenza completa di spirito nazionale, e il massimo ostacolo a crearlo. Nobili, clero, campagne, popoletto delle città, salvo poche eccezioni, non sono per la repubblica, se anche non le son contro. Il resto, che si chiamano patrioti di molte gradazioni e fazioni, non è per essa, giacchè ognuno la vorrebbe per sè, e ognuno in maniera diversa... Fra gli elementi discordi, la fazione del Governo anteriore, cioè quello dei ladri, ha il miglior giuoco; diffonde le idee più opportune a screditare il sistema, e seminare l’inquietudine e lo sgomento...

«È un nascer morti il cominciare con un deficit nelle finanze: e noi siamo in quel caso...

«S’è più volte notato che la mia condotta fu più conciliante che imperiosa, più dolce che forte. Confesso che la mia maggior fatica fu diretta a non dover ricorrere alla forza, perchè non ne avevo il sentimento. Bisogna aver il piede assicurato per batter forte; ed io non sono in questo caso. Quando avrò i mezzi di chetare i clamori de’ sofferenti, di alleviare i pubblici carichi, di sostenere spese straordinarie, allora solo il Governo potrà prender un altro tono...

«Io non trovo altri spedienti d’assicurare radicalmente la tranquillità, conquistare la volontà generale in favor del sistema, e sottrarne così la repubblica ai mali onde l’Italia è minacciata, che migliorare dal fondo la sorte de’ suoi abitanti». E suggerisce la diminuzione d’imposte, e la attenzione di quel genio paterno, che è la prima come l’ultima speranza della patria.

[66] Nelle Memorie del conte Miot, che fu poi ministro del re Giuseppe a Napoli e in Ispagna, esso Giuseppe si lagnava della nessuna libertà che il fratello gli lasciava già da quando era console. «È vero ch’egli mi ha offerto il posto di presidente della repubblica italiana, posto tanto da me desiderato: ma voleva mettermivi in catene, e ridurmi alla parte che ora vi fa il Melzi: ond’io, che conosco a fondo mio fratello, e che so quanto il suo giogo sia pesante, e che preferii sempre un’oscura esistenza a quella di fantoccio politico, dovetti ricusare. Io esigevo che il Piemonte fosse riunito alla repubblica italiana, che mi si lasciasse ripristinare le principali fortezze, che si ritirassero dal territorio italiano le truppe francesi. Ottenendo tali condizioni, sarei stato vero padrone. Dipendevo dalla Francia pel gabinetto, per le relazioni politiche, ma non materialmente. Mio fratello, d’ambizione smisurata, non volle consentire a tali patti, e si fece nominare presidente».

Quanto poi si trattò di mutare quella repubblica in regno, non avendo potuto farne accettar la corona a Giuseppe, Napoleone voleva darla al figlio di suo fratello Luigi, fanciulletto sul cui conto la cronaca aveva a che dire; Luigi governerebbe fin alla maggior età di esso. Ma Luigi ricusò risoluto: «Finchè vivo, non consentirò nè all’adozione di mio figlio prima dell’età assegnata dal senatoconsulto, nè ad altra disposizione, che a scapito mio collocandolo sul trono d’Italia, resusciterebbe le voci sparse sul conto suo. Se volete, andrò in Italia, ma a patto di condur meco mia moglie e i figli». L’imperatore montò sulle furie a segno, che afferrò Luigi alla vita, e con violenza lo spinse fuori del suo appartamento. _Mém. du comte Miot_, tom. II. p. 257.

[67] Entusiasmo s’intende de’ soliti ciurmadori e ciurmati, e di quella plebaglia che vuol feste e dimostrazioni. La consulta di Stato dirigeva al ministro Marescalchi una memoria sullo stato dell’opinione pubblica, dove diceva: «In genere i dipartimenti, e viepiù la città di Milano verso il nuovo ordine di cose non mostra che apatia profonda: colla differenza che i dipartimenti potrebbero essere scossi e riscaldati al minimo vantaggio che loro si proponesse, mentre Milano, i cui abitanti sono dabbene ma alquanto inerti, e hanno prevenzioni cattive più che altrove, è sempre difficile a muovere ed eccitare». Rapporto del 15 aprile 1805. Esso Marescalchi scriveva a Napoleone, che erasi fermato a Stupinigi: «Ne’ tre giorni dacchè son a Milano, non perdetti un istante per far conoscere V. M. e le sue intenzioni. Devo confessarle che v’è molti ostacoli. Trovo le porte dei gran signori chiuse; gli spiriti preoccupati da prevenzioni funeste e ridicole... Sol la presenza di V. M. può operar il miracolo di convincerli e acquistarli. Spero riuscire a far organizzare una guardia d’onore. Se l’ottengo, chiedo a V. M. di presentarle a Stupinigi una deputazione de’ principali proprietarj per pregarlo a voler accettarla, ecc. ecc.»

Così questi codardi cortigiani mentono l’opinione pubblica. E M. Thiers dice che il regno d’Italia fu sempre _l’objet de toutes les prédilections de Napoleon_ (_Histoire du consulat_, t. V. p. 372.)

[68] Le spese annuali erano di nove milioni e mezzo, cioè quasi il doppio di quel che costava la repubblica aristocratica; e le entrate non toccavano i cinque milioni. Vedi _Annali della repubblica Ligure dal 1797 al 1805_. Genova 1853.

[69] Dispaccio 11 agosto 1805 da Boulogne.

[70] MAZZAROSA, _Storia di Lucca_.

[71] Girolamo Lucchesini (1752-1825), scolaro dello Spallanzani che l’ammirava come un nuovo Pico, stette buon tempo a Milano poi a Vienna; ma poichè Kaunitz nol lasciava penetrare nelle grazie di Maria Teresa, passò in Prussia, dove Federico II lo apprezzò e lo prese a segretario particolare. Anche il re successore l’adoprò in cose di Stato, e Mirabeau, nel codardo libro sulla Corte di Prussia, ne dice ogni male. Fu spedito in Italia per guadagnar i principi contro l’Austria. Benchè ostilissimo alla rivoluzione francese, risedette a Roma ed altrove, ebbe parte a tutti i trattati d’allora, benchè non fosse robusto negoziatore, ma piuttosto insinuante. Alla Prussia spiaceva si sacrificasse Venezia, accrescendo così forze all’Austria, e mandò Lucchesini a dissuaderne Buonaparte, nelle cui grazie s’introdusse colle adulazioni, e gli mostrò come la Prussia il seconderebbe nell’umiliare l’Austria: ma Buonaparte era già d’accordo coll’Austria. Lucchesini ebbe mano nello sfasciamento dell impero germanico; poi come a Jena fu sconficcata la Prussia, ricoverossi in patria, e fu maggiordomo e devotissimo suddito di Elisa. Cesare suo fratello (1756-1832) scrisse la storia letteraria di Lucca ed altre cose molte.

[72] Napoleone avea stabilito che ai veterani di Francia, invece di soldo, si dessero terreni sul Reno e in Piemonte, e cinque campi avea destinati fare con sei milioni di beni nazionali presso a Fenestrelle ed Alessandria; istituzione che non ebbe poi effetto.

[73] Trattato di Pietroburgo 11 aprile 1805.

[74] Vuolsi menzionare anche Francesco Apostoli, che di buon’ora viaggiò in Germania, poi fissossi a Vienna, donde accorse a Venezia a propagar le idee demagogiche; sbandito ricoverò nella Cisalpina; tornati i Tedeschi, fu deportato a Cataro, e que’ patimenti descrisse nelle _Lettere Sirmiesi_; liberatone, fu a Parigi, _piccolo_ ambasciadore della piccola repubblica di San Marino; poi venne nel regno d’Italia, vi fu fatto censore, e negletto e povero morì nel 1816.

[75] È divulgato il titolo di _Semiramide di Lucca_, che Talleyrand dava ad Elisa. Pure ella era tutt’altro che un’intelligenza vulgare, e fece molto nel piccolo ducato di Lucca, moltissimo nel regno d’Etruria, e avrebbe fatto di più se non fosse stata l’onnipotenza di Napoleone, col quale teneva un carteggio vivissimo. Il 9 marzo 1806 gli scriveva: «L’abitudine del lavoro è divenuta per me quasi una passione: mi tien luogo d’ogni altra idea, e quando entro nel mio gabinetto, vi resto con tanto piacere, quanto alla festa più brillante». Essendosi fatte passar delle truppe sul suo territorio nell’estate del 1808, essa ne rivolse vivi richiami al fratello. «Se V. M. riunì i miei principati al grande impero, renderò senza rincrescimento la mia sovranità a quello da cui l’ebbi. Ma se ella mi lascia al mio posto, io non soffrirò che la sorella del più gran monarca sia trattata con disprezzo, e il suo territorio come un paese conquistato. Lo dico francamente a V. M. Io ero felice nella mia vita privata; ma d’essere un sottoprefetto di Lucca non può nè dee convenirmi».

Vedi SCLOPIS, _La domination française en Italie_, Paris 1861.

Abbiamo dall’archivio dell’Impero a Parigi una relazione fatta da Menou a Napoleone sull’ordine giudiziario in Toscana. Espone i miglioramenti che vi aveva introdotti Pietro Leopoldo, pur rispettando molto di quel che era precedentemente. È notevole questo passo: «Farà meraviglia che i delitti commessi nel regno di quel principe, e singolarmente negli ultimi tre anni, siano men della metà di quelli processati in egual tempo sotto la regina d’Etruria, BENCHÈ riformando la legge del predecessore, essa abbia aggravato i supplizj, ristabilito la pena capitale, e moltiplicato i casi d’applicarla. Pure quest’enorme differenza bisogna ricondurla alle cause principali, cioè 1º alla maggiore agiatezza diffusa nelle classi della popolazione al tempo di Leopoldo; 2º alla sua polizia, divenuta così attiva e penetrante ch’era quasi insopportabile; e tutto quel che le pene aveano perduto in intensità, era stato convertito in una sorveglianza minuta e quasi personale».

[76] Il Puccini era riuscito a trafugare da Firenze in Sicilia la Venere de’ Medici: ma Napoleone la voleva, e avendo indarno insistito con modi da Verre, riuscì per frode a ottenerla dal ministro Acton.

[77] Adda con Sondrio, Adige con Verona, Adriatico con Venezia, Agogna con Novara, alto Adige con Trento, alto Po con Cremona, Bacchiglione con Vicenza, basso Po con Ferrara, Brenta con Padova, Crostolo con Reggio, Lario con Como, Mella con Brescia, Metauro con Ancona, Mincio con Mantova, Musone con Macerata, Olona con Milano, Panaro con Modena, Passeriano con Udine, Piave con Belluno, Reno con Bologna, Rubicone con Forlì, Serio con Bergamo, Tagliamento con Treviso, Tronto con Fermo.

Fra le celie del Botta, le denigrazioni del Colletta, le ammirazioni del Pecchio e le critiche del Coraccini (pseudonimo del francese La Folie) è difficile che paja giusto lo storico del regno d’Italia; nè dalla critica de’ nostri tempi può sperarsi tanta lealtà che ai fatti opponga de’ fatti, anzichè delle parole.

[78] Augusta di Baviera, della quale, col nome di Amalia, i Milanesi conservarono cara memoria, e che noi stessi, a Monaco, udimmo poi ricordare con desiderio gli anni qui passati, era tenuta per la più bella principessa di Germania. Alla pace di Presburgo, Napoleone la destinò sposa al Beauharnais, ma essa era invaghita e promessa al principe Carlo di Baden. Il padre le scriveva dunque il 25 dicembre 1805: «Se v’avesse lampo di speranza che mai poteste sposare Carlo, io non vi pregherei a ginocchio di rinunziarvi. Nè insisterei, mia cara e amata Augusta, perchè voi deste la mano _al futuro re d’Italia_, se questa corona non dovesse esser garantita da tutte le potenze alla conchiusione della pace... Pensate che voi farete la felicità non solo di vostro padre, ma de’ fratelli e della Baviera, che ardentemente desidera quest’unione.... M’è grave l’amareggiar il cuor vostro, ma io conto sulla vostra amicizia, sull’attaccamento che sempre mostraste a vostro padre; nè voi vorrete avvelenarne gli ultimi giorni. Pensate, cara Augusta, che un rifiuto renderebbe tanto nemico l’imperatore, quanto ora è amico della casa nostra. Risparmiateci il dolore d’una spiegazione, che potrebbe diroccare la mia trista salute. Rispondetemi per iscritto, o per mezzo di vostro fratello. Credete, cara amica, che mi costa infinitamente lo scrivervi così, ma le circostanze più che imperiose, e il mio dovere di badar agl’interessi del paese confidatomi dalla Provvidenza mi vi costringono...»