Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 43
[27] Berthier scriveva al Direttorio: _Je n’ai pu réussir_, COMME VOUS M’EN AVIEZ CHARGÉ _par votre lettre, à enlever à Venise la fabrique des marguerites_.
[28] Or ora il conte Ermanno Lanzi di Zacinto stampò la storia della dominazione veneta nelle isole Jonie, περὶ τῆς πολιτικῆς καταστάσεως τῆς Επτανῆσου ἐπὶ Ἐνετῶν. Atene 1856.
[29] A Campoformio fu messa la statua della Pace, di Comolli, che poi fu trasferita sulla piazza Contarena di Udine.
[30] Lettera del 5 messidoro anno IV.
Quando si pretendeva da tutti gl’impiegati il giuramento d’odiare i tiranni, esso astronomo scrisse al cittadino Baldironi commissario del Direttorio esecutivo della repubblica Cisalpina presso il dipartimento dell’Olona: — Barnaba Oriani stima e rispetta tutti i Governi ben ordinati, nè sa comprendere come, per osservare le stelle ed i pianeti, sia necessario di giurare odio eterno a questo o a quel Governo. Egli è stato in età di ventitre anni impiegato nella specola di Brera da un Governo monarchico, e si acquistò qualche nome in questa professione coi mezzi che gli vennero dal medesimo Governo accordati per vent’anni continui. Sarebbe dunque il più ingrato degli uomini se ora giurasse odio a chi non gli ha fatto che del bene. Pertanto egli dichiara che, non potendo giurar odio al Governo dei re, si sottomette alla legge che lo priva del suo impiego alla specola di Milano, e malgrado questo castigo, non cesserà mai di fare i più fervidi voti per la prosperità della sua patria».
Scarpa pure fu dimesso per lo stesso titolo: ma quando Buonaparte andò a visitare l’Università, chiese di lui, e udito il motivo della sua rimozione, — E che? le scienze son esse d’alcun partito? A qualunque appartengano, i grand’uomini devono essere onorati»
Dell’Oriani stesso si ha una lettera al Pioltini ministro di polizia, del 22 piovoso anno VII, ove, a nome suo, del Parini, del Reggio, del Brambilla, si lagna delle prepotenze che ai professori di Brera usava un uffiziale della guardia nazionale per obbligarli a montar la guardia, e a pagar doppia tassa come _così detti preti_.
[31] Il 1º giugno 1797, cioè nel maggior parossismo repubblicano, Buonaparte, discorrendo con Melzi e col conte Miot de Melito, diceva: «Credete ch’io trionfi in Italia per la grandezza degli avvocati del Direttorio, dei Carnot, dei Barras? Credete sia per fondar una repubblica? che idea! una repubblica di trenta milioni d’uomini, coi costumi nostri e i nostri vizj! Possibil mai? È una chimera de’ Francesi, ma che passerà come tante altre. Essi han duopo di gloria, di soddisfare la vanità, ma della libertà non s’intendono un’acca. La nazione ha bisogno d’un capo: capo illustre per la gloria, non delle teoriche di governo, delle frasi, dei discorsi di ideologhi. Diansi loro dei balocchi, e basta: si spasseranno e lasceransi guidare, purchè si dissimuli la meta a cui sono incamminati». _Mém. du comte_ MIOT DE MELITO, tom. I. p. 163.
[32] Di que’ Governi esponemmo i disordini nella _Storia della città e diocesi di Como_, lib. IX.
[33] Quelle pazzie venivano così riferite dal cittadino Poggi alla Società di pubblica istruzione di Milano: — Il popolo tutto ondeggiava nelle dolcezze, ai puri repubblicani serbate, se il truce oligarca si tragga, che in segreto angolo appiattato mordeva forse la polvere, vedova rimasta del mal seminato oro fatale; quando improvvisa fama annunzia clamorosa, che nel quartiere di Prè, creduto per influsso molesto il men democratico, si è innalzato il primo albero di libertà per mano del popolo esultante. Fu questa una voce creatrice: in un istante comparvero alberi su d’ogni piazza, entro poche ore parve Genova un bosco, e, meraviglia ai presenti ed ai lontani popoli, più di cento ne sursero lo stesso giorno! I sermoni dettati dall’eloquenza repubblicana si udivano per le vie tutte e appiè degli alberi, e varj d’abito e di colore i ministri del culto peroravano collo zelo maggiore la causa del popolo; ben diversi da quegli impostori, che non bramando esser utili, anzi cercando di nuocere alla pubblica cosa, protestano di non volersi immischiare in oggetti politici.
«I pranzi repubblicani, tanto opportuni per nodrire il piacere dell’eguaglianza, e per stringere i nodi della fraternità, erano pubblici, e senza numero moltiplicati: i suoni di numerose bande, gl’inni ed i balli patriotici e marziali, che allumarono in Francia il fuoco della libertà, e scossero i debellatori dei re, condivano le mense di non mai gustate dolcezze: i saporosi brindisi alla morte de’ tiranni, alla salute della patria, alla libertà dell’Italia, alla memoria del liberatore de’ popoli Buonaparte, si rispondevano all’unissono da mille canti.
«L’ora s’accostava intanto, in cui il popolo ligure dovea dar prova dell’odio profondo che nodrir denno i figli di Bruto contro ogni ombra di tirannia: quindi abbattutosi egli nelle due statue colossali dei tiranni Doria, animato dal genio siracusano, a cui l’immortale Timoleone fu padre, le diroccò, le stritolò, le teste e le braccia ne appese all’albero della salute, e alcuni pezzi del busto ne destinò a formar patere e vasi per la Dea Cloacina.
«Sul declinare del giorno il popolo sovrano richiese l’esecrabile libro d’oro: si tentò d’ingannarne l’ordine assoluto colla esibizione di altri libri: era già pronta la pubblica vendetta, se i veri originali in cinque volumi non venivano immediatamente consegnati. Un decreto del nuovo Governo consolò il popolo, e que’ libri, che come in Roma i sibillini, si tenevano in venerazione, furono con universale esecrazione lacerati ed arsi solennemente all’Acquaverde in presenza di venti e più mila cittadini. Ma chi descriverà colle tinte della natura la brillante energia, i vivi trasporti e la nobile fierezza, onde fu accompagnata la gloriosa impresa? Le ceneri furono consegnate ai venti, che le recarono sul mar Tirreno, onde confonderle con quelle del libro d’oro pochi dì prima abbrugiato sulle adriatiche Lagune, che sull’ale di altri venti si trasportavano alla cumea voragine d’Acheronte.
«Popolo lombardo che belle lezioni repubblicane!
«Nuovi canti, nuovi balli, nuove grida di tripudio chiusero quest’illustre giornata, che viverà eterna nella memoria de’ liberi nipoti».
[34] _Moniteur_, anno VI, nº 167.
[35] Per le incertezze che accompagnano ogni minaccia di guerra, il debito pubblico di Roma era ingrossato sotto Pio VI, che fece cavare da Castel Sant’Angelo scudi cinquecento mila del fondo di riserva, che diceasi tesoro di Sisto V; fece prestiti, levò per venti milioni sui beni ecclesiastici, impose tasse; chiese la volontaria consegna degli ori e argenti, che salirono, per parte de’ privati, a scudi 560,438; del monte di Pietà a 962,102; della casa di Loreto a 179,517. Per l’armistizio di Bologna si dovette dare ai Francesi quindici milioni in denaro, e quasi sei in merci e animali, onde si fecero pegni e debiti e si vendettero molte proprietà: undici milioni si ebbero da gioje del tesoro pontifizio: sicchè in quattro mesi lo Stato papale pagò trentadue milioni di franchi: e al 1797 avea il debito di settantadue milioni di scudi, non compresi i debiti delle comunità, mentre era ridotto a soli 1,700,000 abitanti. Dal solo tesoro di Sisto V (che allora fu vuotato) si mandarono alla zecca 3155 libbre d’oro: i cardinali dovettero dare le mazze d’argento dorato, da cui si faceano precedere nelle funzioni, e dove il lavoro superava la materia. La succeduta repubblica mandò tutto a sconquasso.
Oltre i libri levati alla Biblioteca Vaticana e i quadri e le statue, si tolse un ricchissimo medagliere di numismi antichi e moderni, spesso donati dai regnanti, o comprati da diversi papi, fra’ quali il medagliere Albani con 323 medaglioni d’imperatori di gran modulo, quel dei Carpegna con 175 medaglioni; quel di Clemente XIV colla serie degl’imperatori e delle famiglie romane in numero di 1261 in argento, e 1989 di altri popoli e città in argento e bronzo; altre 737 da Giulio Cesare a Probo; e la serie dei papi: 200 stupendi cammei, insignemente legati in oro, una croce pettorale gemmata, un prezioso vaso d’oro, 105 cammei della regina Cristina illustrati da Sante Bartoli; un ricchissimo forziere regalato da Maria Teresa colle sue medaglie in oro.
Inoltre da Roma si portarono via moltissimi reliquiarj preziosi, e principalmente da Santa Croce di Gerusalemme; e da Santa Maria Maggiore la lunga cassa d’argento, in cui Filippo IV avea fatto chiuder gran parte del presepio; dalla basilica lateranense due grandi busti d’argento giojellati.
Fu pure tolto un famoso ostensorio, che la casa Doria Pamfili possedeva e imprestava per le quarant’ore alla chiesa di Sant’Agnese in piazza Navona, e che si valutava da 174,000 scudi.
Poi nel 1807 fu dall’imperatore comprato il famoso museo Borghesi con 255 preziosi monumenti, contro voglia del proprietario e con protesta del Governo.
Al fine del III vol. della _Correspondance de Napoleon I_, che si pubblica ora da Napoleone III è il catalogo de’ capidarte spediti da Roma a Parigi da Buonaparte e da Berthier.
[36] TAVANTI, _Fasti di Pio VI_.
[37] Lettera del Milizia, 2 marzo 1798, in DE POTTER, _Vie de Ricci_. A Tavoleto nell’Urbinate altre sollevazioni, dove accorso il generale Sahuguet, pose il fuoco al paese, bruciandovi vecchi, donne, fanciulli; e innocenti ben più che malfattori.
[38] I tribuni fatti da Berthier erano i poeti Monti, Gagliuffi, Solari genovese e il medico Corona. L’editto 5 ottobre del senato di Bologna dice «d’ordine del comandante di piazza a cui siamo in dovere di obbedire».
[39] _Correspondance de Napoléon I_, t. IV. p. 14.
[40] Secondo la corrispondenza di Nelson, le sole gioje che la regina confidò a Emma Leona, passavano il valore di sessanta milioni di franchi.
* Si è molto detto ed esagerato sulle frodi usate da Ferdinando IV al Banco pubblico, ma vuolsi correggere coll’opera del barone Savarese _Sulle carte dei Banchi di Napoli, emesse dal 1796 al 1799, e ritirate nel 1800_. I Banchi, riordinati da Carlo III, rilasciavano fedi di credito, dinotanti la somma depositata, ed esigibili a vista; comodo impiego, pel quale eransi accumulati quindici milioni di ducati. Il Governo pensò profittare di questa fiducia con pagare le sue spese mediante fedi di banchi senza deposito precedente: niuno se n’accorgeva, sicchè non alteravasi il valore. Ove se ne fossero accorti, bastava a pagarli il patrimonio de’ banchi stessi in terre e capitali fruttiferi. Prima si andò con misura, ma imminendo la guerra, si attinse largamente a questa fonte; e allora il valore delle fedi scadde, stentaronsi i pagamenti, e più quando la Cassa di guerra si dotò con cedole siffatte di nuova emissione; e l’aggio fu sino di cinque sesti del valor nominale. I debitori pretendeano, come avanti, pagar in carta, e i creditori ricusavano, ma il Governo ordinò ai tribunali di tenerle buone. Ciò scompigliò non poco gli averi, e sopraggiunta la repubblica, si trovò ch’eransi emessi venti milioni di ducati senza deposito; talchè le carte scaddero al decimo del valor nominale. Ristabilito il Governo regio, e dirigendo le finanze l’abilissimo Giuseppe Zurlo, il Governo confessò il torto suo, giacchè ritirò i ventiquattro milioni di cedole, che costarono cinque milioni di ducati di beni dello Stato, e la rendita iscritta d’annui quattrocento mila ducati. L’operazione piacque al re, che volle premiarne lo Zurlo con sessanta mila ducati, ma esso ricusò dicendo non voler trarre un utile privato da una pubblica sventura.
[41] Perchè non si vantino d’originalità i nostri contemporanei, ecco il proclama che allora divulgò:
«Championnet generale in capo dell’armata di Napoli a tutti gli abitanti del fu regno napolitano.
«Siete liberi finalmente; la vostra libertà è il solo prezzo che la Francia vuol ritrarre dalla sua conquista, e la clausola del trattato di pace, che l’armata della Repubblica giura solennemente con voi fin dentro le mura della vostra capitale, e sopra il trono rovesciato dell’ultimo re vostro.
«Guaj a chiunque rifiuterà di segnare con noi questo onorevole patto, in cui tutto il frutto della vittoria è pel vinto, e che altro non lascia al vincitore, che la sola gloria d’avere consolidata la vostra felicità! sarà egli trattato come un pubblico nemico, contro del quale noi restiamo armati. — Se si trovano dunque fra voi persone di cuore così ingrato da rigettare la libertà, che abbiamo loro conquistata a prezzo del sangue nostro; se si trovano uomini così insensati da richiamare un re decaduto dal diritto di comandarli mercè la violazione del giuramento che aveva di difenderli, fuggano eglino sotto le bandiere disonorate dello spergiuro, la guerra contro di loro è a morte ed esterminati saranno.
«Repubblicani, la causa per la quale avete così generosamente sofferto è finalmente decisa: ciò che non aveano potuto terminare le brillanti vittorie dell’armata d’Italia, ciò che aveano sì lungo tempo ritardato gl’interessi pubblici dell’Europa intiera, ciò che aveano sospeso le speranze d’una pace generale, ciò che avevano impedito fino a questo giorno la religione dei trattati, ed il timore d’una nuova guerra: l’acciecamento dell’ultimo re l’ha felicemente operato. — Accusi egli dunque solamente il proprio orgoglio insensato e l’audacia della sua oppressione, della felicità dei vostri destini e delle sue disgrazie: ma sia egli giustamente punito colla perdita di una corona che ha disonorata, e col rammarico di avervi egli medesimo resi liberi, e aver attaccato contro la fede dei giuramenti una nazione alleata, e d’aver voluto rapire la libertà ad un popolo vicino.
«Il sentimento d’una felicità tanto inaspettata non sia in voi per niun modo avvelenato da alcun timore. L’armata che comando resta fra voi per difendervi: perderà essa financo l’ultimo de’ suoi soldati, e spargerà fino l’ultima goccia del suo sangue pria di soffrire che l’ultimo vostro tiranno conservi nè tampoco la speranza di rinnovare le proscrizioni delle vostre famiglie, e di riaprire le prigioni oscure nelle quali vi ha fatto gemere per lungo tempo.
«Napoletani, se l’armata francese prende oggi il titolo di armata di Napoli, e ciò che in sequela dell’impegno solenne che essa prende di morire per la vostra causa, e di non fare altro uso delle sue armi che quello di conservare la vostra indipendenza, e sostenere i vostri diritti, che essa ha conquistati per voi. — Si rassicuri dunque il popolo su la libertà del suo culto, cessi il cittadino d’inquietarsi sui diritti della sua proprietà: un grande interesse ha stimolato i tiranni a grandissimi sforzi che hanno fatto per calunniare agli occhi delle nazioni i sentimenti e la lealtà della nazione francese; ma pochi giorni sono necessarj ad un popolo tanto generoso per disingannare gli uomini creduli delle odiose presunzioni di cui si serve la tirannia per condurli ad eccessi deplorabili. — L’organizzazione della rapina, e dell’assassinio dall’ultimo re vostro immaginata, e da’ suoi agenti perversi eseguita, quale un mezzo di difesa, ha prodotto disastrose e serie conseguenze funestissime; ma rimediando alla cagione del male facile cosa sarà arrestare gli effetti e di riparare a queste conseguenze.
«Che le autorità repubblicane, che saranno create, ristabiliscano l’ordine e la tranquillità su le basi d’un’amministrazione paterna, dissipino gli spaventi dell’ignoranza, e calmino il furore del fanatismo con un zelo eguale a quello ch’è stato impiegato dalla perfidia per inasprirli ed irritarli, ben presto la severità della disciplina, che si ristabilisce con tanta facilità nelle truppe d’un popolo libero non tarderà di mettere un termine ai disordini provocati dall’odio, e che il diritto di rappresaglia ha permesso di reprimere.
«Fatto in Napoli il cinque piovoso anno VII (24 gennajo v. st.).
CHAMPIONNET».
[42] L’avvocato Brofferio, nella _Storia del Piemonte_, part. I. c. 5, addurrebbe un fatto, ch’egli attesta avere diligentemente verificato. I cittadini d’Alba erano stati dei primi a chiarirsi pei Francesi; ma dopo la pace di Cherasco si avvidero che Buonaparte amava tutt’altro che la repubblica, onde mandarono al Direttorio una protesta contro il generale. Dovendo poi pagare una contribuzione di ottantamila lire, spedirono a Buonaparte a Milano per chiedere una proroga. L’inviato fu Parussa, uno de’ primi patrioti, e che aveva firmato la protesta suddetta. Buonaparte gli mostrò questa protesta e congedollo; ma nell’uscire fu preso e subito fucilato nel cortile della villa di Milano.
Per esortare i Piemontesi ad unirsi colla repubblica Cisalpina, Leopoldo Cicognara che ne era commissario a Torino, scrisse un opuscolo _Agli amici della libertà italiana_, Torino 1798. I Francesi vi fecer fare dal cavaliere Gaspare Gregori piemontese la _Risposta agli amici della libertà italiana_.
[43] Pettegolezzi chiariti nei _Mémoires tirés des papiers d’un homme d’Êtat_, tom. VII.
* La nota del _Moniteur_ conchiudeva: _On regarde cette innovation comme une victoire de la grande nation_: ma a Ginguené fu scritto che il Governo francese era rappresentato da ambasciadori, non da ambasciatrici.
Fra le altre insistenze con cui Ginguené molestava incessantemente il Governo piemontese, era che fosse punito di morte chiunque si trovasse con uno stilo o coltello, per qualsivoglia uso. Gli si domandava se un codice, dove fosse scritta tal legge, s’addirebbe alla filantropia tanto predicata dall’ambasciadore.
Barante, nell’_Histoire du Directoire_, stampata al tempo stesso di questa nostra, e che noi conoscemmo solo adesso, parla a lungo delle vicende d’Italia nel triennio; ma non ci parve una novità, nè in modo da cambiare i giudizj da noi portati. Sulla lettera del Pignatelli al Priocca (pag. 86) non mette alcun dubbio. Si estende su questo incidente del Ginguené; _honnête homme, mais la philosophie et la révolution lui avaient inspiré des opinions absolues et orgueilleuses. Les chimères systématiques et l’emphase sentimentale étaient devenues dans son esprit une croyance sincère et intolérante,... il attribuait_ (_aux princes d’Italie_) _des complots, et révait les poignards et les poisons, tandis qu’il parlait avec admiration de la loyauté du Directoire, qui l’avait chargé d’exciter contre le roi les révoltes de ses sujets_.
Segue a dire che aveva preparato un discorso accademico e panegirico; ma vista la semplicità della Corte, ne proferì uno meno enfatico, ma sconveniente, lodando la lealtà del Direttorio, a fronte della perfidia degli altri Governi, ecc. Carlo Emanuele, invece di rispondergli, gli domandò se avea fatto buon viaggio, se stava bene di salute; gli parlò della propria infermità, dei dispiaceri, delle consolazioni che gli dava la santa sua moglie Clotilde, ecc. ecc.
[44] Il Bossi finì prefetto in Francia nel 1823; compose l’_Oromasia_, poema italiano sui fatti della rivoluzione, ma freddo. Il dottore Botta divenne poi storico famoso.
[45] «Suwaroff detestava di cuore i Francesi. Era magro, ossoso: la brillante divisa ondeggiava s’un corpo scarnato, e traverso le innumerevoli croci sul suo petto vedevasi una camicia di tela grossa come i soldati. Capelli bianchi, rasi davanti secondo l’ordinanza militare: piccoli occhi, scintillanti di passione e di indomita energia. Il giorno che arrivai al campo, il feldmaresciallo mi tenne a pranzo. Due cosacchi posero sulla tavola, coperta d’una grossolana tovaglia e senza mantili, un enorme piatto di salcraut e uno di aringhe, e qui consistette tutto il desinare. Dopo si portò il punc, e Suwaroff dava un bicchiere a ogni soldato che entrasse, e che dopo trangugiatolo non mancava mai di dire: «Su, papà, ancora un altro». Adorato dai soldati e dai bassi uffiziali, benchè non potessero fidarsi delle sue promesse: sua passione era la gloria. Niente scrupoloso di mentire o ingannare, detestando di tutto cuore gli Alleati, l’unica cosa di cui tenesse conto era battere Napoleone: il resto, dice non valere una pipa di tabacco. Prode, freddo di sangue ma vendicativo, univa le qualità più disparate. Ostentava pietà, ma abbandonavasi a tutta la foga della passione. Passava per rozzo e ignorante, mentre aveva un’istruzione estesissima, un cervello da pensatore, una conoscenza perfetta della storia: non poteva soffrire quei che scrivono lungo, e diceva: «Quand’uno non vale nè pel pensiero nè per l’azione, attacca grand’importanza all’inutile scribacchiare». Guaj all’ajutante di campo che non sapesse esser conciso ne’ rapporti! li stracciava a bocconi, e gettandoli via diceva stizzoso: «Rifate, e corto». Quando il segretario della guerra gli dirigeva un rapporto, dicea sempre: «Questi asini non saprebbero scrivere senza far sempre marciare un esercito di cento mila lettere?» D’attività prodigiosa, non lasciava far nulla agli uffiziali: non dormiva si può dire mai; nè mai riposava: spesso correva in manica di camicia, e sprezzava mille cose, che son bisogni per gli altri. Il suo difetto come capitano era l’impazienza, che sperdeva spesso i piani meglio concepiti, e lo privava del frutto de’ suoi vantaggi». _Memorie d’un legittimista dal _1770_ al_ 1830, _sopra il giornale manoscritto, le lettere e le note lasciate dal marchese Enrico Gastone di B***_ (ted. 1861), per Giulio de Wickede. Quel marchese scrive che, dopo la battaglia di Cassano, Suwaroff gli disse solo «Contento», e quest’unica parola lo eccitò in modo, che si sarebbe fatto uccidere per lui.
[46] Di questo Mammone, così orribilmente dipinto dal Coco, non fa il minimo cenno Lomonaco, la cui relazione a Carnot è vera opera d’un frenetico, eppure è la fonte a cui principalmente attinsero i narratori di quelle tragedie, e principalmente Carlo Didier nella _Caroline en Sicile_. Molte falsità emendò il barone Leon d’Hervey Saint-Denys nella _Histoire de la révolution dans les Deux Siciles depuis 1793_: ma resta ancora il dovere a qualche storico onesto di vagliare la verità dalla sistematica menzogna delle gazzette e dei settarj. Il tempo nostro v’è meno adatto che nessun altro.
[47] Il fatto è asserito comunemente, ma di tal lettera non c’è vestigio; la negano il Sacchinelli (_Vita del Ruffo_) e il barone d’Hervey, e che più monta, non la adducono gl’Inglesi, interessatissimi a discolpare Nelson.
Nelson scriveva al cardinale Ruffo. «Milord Nelson informa V. E. che egli disapprova affatto cotali capitolazioni, e che egli è risolutissimo di non restare neutrale, colla forza rispettabile che ha l’onore di comandare.... Milord spera che il cardinale Ruffo sarà del suo avviso e che allo spuntar del giorno di domani esso potrà agire d’accordo con S. E. I loro intenti non possono esser che gli stessi, cioè di ridurre il nemico comune, e di sottomettere alla clemenza di S. M. Siciliana i suoi sudditi ribelli».
Il Cacciatore nell’_Esame della storia_ del Colletta (Napoli 1850), difende il Ruffo, e ne reca una lettera con cui il comandante del Castelnovo significava che «sebbene egli (Ruffo) e i rappresentanti degli Alleati tenessero per sacro e inviolabile il trattato, nulladimeno il contrammiraglio Nelson non voleva riconoscerlo; e siccome era in libertà delle guarnigioni di avvalersi dell’articolo 5º della capitolazione, come avevano fatto i repubblicani della collina di San Martino che erano tutti partiti per terra, così gli faceva questa partecipazione, affinchè, sulla considerazione che in mare comandavano gl’Inglesi, le guarnigioni potessero prendere quella risoluzione che meglio loro piacesse e che sicuri li rendesse»; lib. I, pag 145. Vedasi pure _Memorie storiche sulla vita del cardinale Fabrizio Ruffo_, scritte dall’abate DOMENICO SACCHINELLI (Napoli 1836): e marchese _Filippo Malaspina_ _Occupazione de’ Francesi nel regno di Napoli dell’anno 1799; invasione del regno nel 1806, e l’impresa intrapresa dal cardinale F. Ruffo_, ecc. Parigi 1846. Il Malaspina fu ajutante di campo del Ruffo, che per sospetto lo fe gettar in carcere. Il Sacchinelli, segretario del Ruffo, reca documenti irrefragabili.