Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 42
Ormai la musica è ristretta al teatro; composizioni teatrali ripete la banda militare; le sacre volte non echeggiano che stromentazione od arie da drammi. Che bel campo per chi gli bastasse il genio d’erigersi riformatore d’un’arte, la quale occupa la società a troppo scapito delle altre, e di qualche cosa che più dell’arti importa! Chè sentimento d’artisti, nè abilità di maestri, e tanto meno virtù civili o pubbliche non possono sperare i trionfi, che ripetonsi a cantanti[301] e ballerine. Spargerli d’applausi, di fiori, d’oro, sta bene, perchè il secolo serio paga chi lo diverte, gli scaltri pagano chi il secolo distrae: ma quando a un teatro si destina dotazione maggiore che a tutta l’istruzione pubblica d’un paese; quando a una capriola e ad un gorgheggio si tributano anche monumenti perenni, si può riderne in paesi che ad altri entusiasmi si animano, e che alla pienezza d’affari interpongono ore di dissipamento; non si può che gemerne dove quelle distrazioni inabilitano le menti alle serie verità, e stornano dal sentire i virili dolori, da cui s’aspetta la rigenerazione.
FINE DEL LIBRO DECIMOSETTIMO E DEL TOMO DECIMOTERZO
INDICE
LIBRO DECIMOSESTO
CAPITOLO CLXXV. La rivoluzione francese _Pag_. 1 CLXXVI. Buonaparte in Italia. I Giacobini. Fine di Venezia » 24 CLXXVII. La Cisalpina. Conquista di Roma, Napoli e Piemonte » 63 CLXXVIII. Riazione. I Tredici mesi. Italia riconquistata. Pace di Luneville » 97 CLXXIX. Buonaparte ordinatore. Rimpasto di paesi. Concordati. Pace di Presburgo. Regno d’Italia » 130 CLXXX. I Napoleonidi a Napoli » 194 CLXXXI. Ostilità col papa » 213 CLXXXII. Campagne di Spagna e di Russia. Caduta dei Napoleonidi » 237
LIBRO DECIMOSETTIMO
CAPITOLO CLXXXIII. La restaurazione. Il liberalismo. Rivoluzioni del 1820 e 21 » 299 CLXXXIV. La media Italia. Rivoluzioni del 1830. » 371 CLXXXV. Letteratura. Classici e Romantici. Storia. Giornalismo » 418 CLXXXVI. Scienze morali e sociali » 506 CLXXXVII. Scienze matematiche e naturali » 534 CLXXXVIII. Belle arti » 558
NOTE:
[1] Il decreto 17 giugno 1791 dell’Assemblea Costituente contesta che le persone della stessa professione possano avere interessi comuni.
[2] Napoleone Buonaparte, allora tenente d’artiglieria, scriveva contro costui: — O Lameth, o Robespierre, o Pétion, o Volney, o Mirabeau, o Barnave, o Bailly, o Lafayette, ecco l’uomo che osa sedersi al vostro lato. Grondante del sangue dei fratelli, lordo d’ogni specie di delitti, presentasi sotto l’abito di generale, iniqua ricompensa de’ suoi delitti; osa dirsi rappresentante della nazione egli che la vendette, e voi lo soffrite! osa alzar gli occhi e tender le orecchie a’ vostri discorsi, e voi lo soffrite! Non è la voce del popolo, ma sol quella di dodici nobili ch’egli ebbe. Ajaccio, Bastia, la più parte de’ contorni han fatto della sua effigie quel che avrebbero voluto fare della sua persona».
[3] _Cum omnibus regni incolis enixissime gratulamur de egregia comparata sardo nomini regnoque nunquam interemtura gloria_. Breve 31 agosto 1793.
[4] Quelle intenzioni ci sono rivelate dall’elogio del Semonville, recitato alla Camera dei pari il 7 febbrajo 1840. Era con essi Montholon, che avea fatto le prime armi in Corsica sotto Buonaparte, e dovea poi raccorne l’ultime parole a Sant’Elena.
[5] Allocuzione 17 giugno 1793.
[6] Il contado Venesino era appartenuto a Raimondo VII di Tolosa, il quale, sospettato d’eresia e scomunicato da Gregorio IX, per sottrarsi a Luigi XVIII di Francia rassegnò le terre di là del Rodano al papa, che tenne quel contado. I re di Francia più volte l’aveano reclamato invano: or ecco il popolo stesso vuole staccarsi dal papa per darsi alla rivoluzione. Subito si trovarono divisi fra patrioti e papisti: Carpentras, gelosa d’Avignone, non volea unirsi a lei per non esserle sottoposta, e pretendeva esser capo di dipartimento, e cominciossi ad assassinare d’ambe le parti; gli Avignonesi v’entrano armati, e si canta il _Tedeum_; Carpentras respinge gli assalitori, per tutto si uccide, si beve il sangue, si mangia la carne de’ nemici. Si manda a domandar la fusione: allora l’Assemblea e tutti i circoli di Parigi prendono parte per gli uni o per gli altri. In queste fusioni un Governo non insano sa sopire l’avidità del momento per addomandarsi se un popolo abbia diritto di disporre di sè e di cangiare la propria amministrazione, e a che porterebbe un tal diritto applicato a tutti. Menou agitò tal quistione davanti all’Assemblea, e conchiuse che i Venesini e gli Avignonesi n’aveano il diritto secondo il sistema antico quando la Francia non era una; cessava dacchè, messisi in rivoluzione, volontariamente eransi legati a un patto sociale con tutti. S’apersero dunque i registri; e quelle quarantacinque leghe quadrate di paese, così opportunamente situate fra il Rodano e i dipartimenti della Drôme e delle Basse Alpi, furono aggregate alla repubblica. Ma Liancourt mostrava che è impossibile accertar il voto della pluralità durante la guerra civile; Mably, che a spogliar il papa non v’avea nè generosità nè giustizia; Jessé, che abbastanza litigi religiosi agitavano la Francia; Malouet, che la Francia accettando Avignone sgomentava tutt’Europa: e per quanto Robespierre, Goupil, Pétion sostenessero il contrario, l’Assemblea dichiarò che «Avignone e il contado non formavano parte integrante della Francia». Avignone era stata venduta al papa per ottantamila fiorini: acquisto regolare dunque, ma pretendeasi infirmarlo perchè Giovanna aveva ereditato la contea di Provenza come inalienabile, e di tenerla tale avea giurato ella stessa; perchè era in età minore; e perchè è «da supporre avesse operato per comprare dal papa l’assoluzione». Intanto però la guerra civile menava sterminio in quei paesi; i faziosi scannavano chi repugnasse, e insistevano presso la repubblica perchè li ricevesse nella gran famiglia; talchè finalmente l’Assemblea li accettò, benedetta da quei ch’erano stanchi di tante stragi. Ma non cessarono per questo, e i _bravi briganti dell’armata di Valchiusa_, com’erano intitolati nei proclami, esercitarono ogni peggior misfatto: avendo un commissario voluto rapire i pegni del Monte di pietà e i voti alla Madonna, il popolo lo trucidò; e lo spaventevole mulattiere Jourdan, il quale una volta tagliò tutte le dita d’un nemico, e se le pose in bocca un dopo l’altro a guisa di sigaro, lo vendicò con centinaja di vittime, che invece di sepolcro furono buttati a riempiere una ghiacciaja.
Questo da Luigi Blanc e dal Michelet è dato tra i fatti che mostravano «la potente attrazione, il sorprendente effetto del poter morale esercitato dalla rivoluzione francese», una gloriosa conquista non della forza, ma dello spirito nuovo. Blanc sopra tutto dice che «bisogna confessare che la dominazione di Roma non presentava nulla che di ben tollerabile»; e domandandosi perchè dunque gli Avignonesi avessero voluto essere alla Francia, esclama: — Oh prestigio del diritto vittorioso! o potenza per sempre santa della giustizia sopra gli uomini».
[7] Secondo una dissertazione di Depoisier, inserita nell’_Investigateur_ del 1855, le relazioni sopra quella campagna sono molto inesatte. Tutti i documenti d’allora attestano la meraviglia de’ Francesi per l’inattesa ritirata, e Lebrun, ministro degli affari esteri, scriveva a Montesquiou: _La retraite subite des troupes du roi de Sardaigne, et ce qu’il peut avoir concerté avec les Suisses, donnent lieu à tant de réflexions, qu’on ne peut trop multiplier les précautions_.
Prese parte a quella spedizione il famoso conte Giuseppe De Maistre, e scrisse un’_Adresse de quelques parents des militaires savoisiens à la Convention Nationale_, ove, dopo detto che le truppe _dans une honorable impatience attendaient le moment de signaler leur valeur_, soggiunge: _Mais il était écrit que leur bonne volonté devait être inutile: il fallut s’éloigner sans combattre. Tirons le rideau sur des événements inexplicables, et surtout gardons-nous d’insulter l’honneur. Le courage malheureux et trompé doit exciter dans tous les cœurs bienfaits une compassion respectueuse, fort éloignée du langage adopté par tant d’hommes inconsidérés_.
Con De Maistre militava pure il marchese Enrico Costa de Beauregard, che scrisse un ragguaglio di quella spedizione, poi i _Mémoires historiques sur la Maison de Savoie_ (Torino 1816), e altre opere, fra cui merita attenzione il _Saggio sull’eloquenza militare_. Nella spedizione del 94 perdette suo figlio Eugenio, e De Maistre ne scrisse quel bellissimo _Discours à madame la marquise de C... sur la vie et la mort de son fils lieutenant au corps des grenadiers royaux_.
Sull’_Investigateur_ di Parigi (1856 giugno: luglio...) comparvero alcune memorie sulla situazione della Savoja e sull’occupazione di Montesquiou. Allora il paese contava 402,724 abitanti, e ventimila migravano; le imposte salivano a due milioni e mezzo di lire tornesi; il sale a due soldi la libbra. COSTA DE BEAUREGARD, _Mém. historiques_ precitate, vol. III.
[8] Come Mazzini a Carlo Alberto, così l’_ex-marchese_ Gorani scriveva consigli a Vittorio Amedeo. Dipingeagli la sua posizione, e come quattro occasioni avesse avuto Casa di Savoja d’ingrandirsi: sotto il Conte Verde impadronendosi della Francia, sotto Carlo III profittando della Riforma, sotto Carlo Emanuele valendosi dei disastri di Maria Teresa, e adesso. «Perchè si vedono nel Canavese e fin alle porte di Torino tante sodaglie? perchè ricusò i progetti di canali navigli e d’irrigazione? perchè non accettò l’offerta de’ Ginevrini di render navigabile l’Arve, e così utilizzare le selve della Tarantasia? perchè invece volle favorire quegli otto o dieci signori che non voleano veder deprezziate le loro foreste del Sciablese? perchè abbandonar l’isola di Sardegna a vicerè e preti che ne scemarono la fertilità e la popolazione? E tutto ciò potea farsi colla metà del denaro sprecato in ricompense a indegni, in costruzioni inutili, in una Corte trista, in un compassionevole esercito, in inutili ambasciadori». E qui s’avventa contro il servidorame grande e piccolo, gli esuberanti uffiziali, le fastose ambascerie, le grandi cariche, e peggio gli ecclesiastici, dei quali non rifina di sparlare. «Con ciò, con tanti biglietti di banco senza ipoteca ruinò le provincie, mentre, se le avesse prosperate, sarebbero l’asilo di tutti i malcontenti d’Europa, e il Milanese si getterebbe nelle sue braccia». Lo sconsiglia dal romper colla Francia, potenza tanto maggiore e con eserciti invincibili; «ritiri dunque le truppe dai confini, congedi le austriache, si dichiari neutro negli affari di Francia, altrimenti non avrà che accelerato la sua ruina».
Pensate quel che costui diceva al papa in un altro indirizzo!
[9] Kellermann il 1º luglio 1795 si lagna con Devins perchè i soldati austriaci infierissero contro i prigionieri e i vinti, sin a tagliarli a pezzi. Devins risponde che ciò è contro i suoi ordini; _mais vous savez que nous avons des corps francs et d’autres troupes, en partie sujets turcs, et en partie des confins de la Turquie: vous savez que, par leur éducation, ces peuples sont beaucoup plus cruels que toutes les autres troupes de l’Europe_. PINELLI, _Storia militare del Piemonte_, documento IV. Kellermann fu poi chiamato a Parigi a giustificarsi dell’umanità usata verso i Lionesi, e gli sottentrò Dumas.
Il libro _Victoires et conquêtes des armées françaises_ esagera stranamente la forza degli eserciti nemici ai Francesi; e per esempio nel 1795 dà all’esercito austro-sardo centomila Piemontesi, quarantacinquemila Tedeschi e cinque in seimila Napoletani, mentre in tutto giungeano appena ai cinquantamila. Così esagerate vi sono sempre le perdite dei nostri.
[10] «Lo spettacolo dell’armata (quand’entrò in Milano) facea stupore a chi ha conosciuto quelle di Federico. Accampavano i Francesi senza tende, marciavano senza compassata forma; erano vestiti di colori diversi e stracciati; alcuni non aveano armi; pochissima artiglieria; cavalli smunti e cattivi; stavano in sentinella sedendo; anzichè d’un esercito, avean l’aspetto d’una popolazione arditamente uscita dal suo paese per invadere le vicine contrade. La tattica, la disciplina, l’arte cedevano costantemente all’audacia e all’impegno nazionale d’un popolo che combatte per se medesimo, contro automi costretti a battersi per timore del castigo». PIETRO VERRI _mss_.
[11] Il maggior elogio di Ercole III di Modena sta nella Memoria che Giambattista Venturi scrisse intorno alla vita del marchese Gherardo Rangone, che fu ministro di quel duca (Modena 1818). Annovera tutti i miglioramenti che esso introdusse nel ducato.
[12] Vent’anni appresso, nella calma della sfortuna, Napoleone descriveva la punizione di Pavia, e come n’avesse concesso ai soldati il sacco per ventiquatt’ore; dopo tre ore le grida della popolazione gliel fecero sospendere, attesochè aveva soli mille cinquecento soldati: se n’avesse avuto ventimila, avrebbe lasciato intero il castigo. _Mémoires de Sainte-Hélène_, tom. IV. p. 280.
[13] Il Gianni era fuggito da Roma dopo l’assassinio di Bassville col Salfi, che su questo fatto compose un poemetto. A Firenze il Gianni improvvisava colla Fantastici; e l’Alfieri ammirandolo diceva però che quello non era improvvisare, ma un comporre in fretta, alludendo al suo lento declamare.
[14] Notificazione del comitato centrale di polizia, 14 brumale, anno V.
[15] Vedasi _Mémoires et correspondance du roi Joseph_. Parigi 1853. Al 10 dicembre Buonaparte scriveva a questo: — La pace con Parma è fatta. Torna al più presto; metti sesto ai nostri affari domestici, principalmente alla nostra casa (in Corsica), che per tutte le evenienze desidero sia capace e degna d’esser abitata: bisogna rimetterla nello stato di prima, attaccandovi l’appartamento d’Ignazio».
[16] _Correspondance de Bonaparte_, tom. II. p. 518.
[17] Il pittore Gros ricusò le offerte de’ Perugini, pur promettendo levare sol due o tre quadri.
[18] Era console allora Antonio Onofrio, sul cui mausoleo nella pieve fu poi scritto Patri patriæ.
[19] _Raccolta cronologica dei documenti veneti_, tom. II. part. II.
[20] Forfait, nell’_Extrait d’un Mémoire sur la marine de Venise_, espose le forze di questa al suo cadere; ma più attendibile ci pare il quadro esibito dal Tonello nelle _Lezioni intorno alla marina_, Venezia 1829, e ch’è siffatto:
Vascelli da 70 cannoni Nº 10 » da 66 » 11 » da 55 » 1 Fregate da 42 a 44 » 13 » da 32 » 2 Galere » 23 Bombarde » 1 Cutter » 2 Barche cannoniere, armate di un cannone da 4, e quattro da 6 » 16 Brich da 16 a 18 cannoni » 3 Golette da 16 » 1 Galeotte da 30 a 40 remi » 7 Sciabecchi » 7 Feluche » 5 Barche obusiere armate con due obici da 40 o da 50, e quattro cannoni da 6 » 31 Galleggianti sulle botti, armati con due cannoni da 30 » 10 Passi, armati d’un cannone da 20 o quattro da 6 » 40 Batteria galleggiante di sette cannoni da 50 sul perno, detta Idra » 1
Baraguay-d’Hilliers, il 16 maggio 1797, scriveva a Buonaparte: — Ho visitato l’arsenale, e l’ho esaminato minutamente; è uno de’ più belli del Mediterraneo, e c’è dentro ogni cosa a proposito per armare in due mesi e colla spesa di due milioni un’armata da sette ad otto vascelli da settantaquattro, sei fregate da trenta a quaranta, e cinque cutter. C’è un’immensa artiglieria sì di ferro che di bronzo, fonderie, legnami, una corderìa superba, cantieri sommamente belli. I fondachi sono zeppi di legnami, di canapa, di ferro, di catrame, di sartiame e di tele. Ci sono circa due mila fucili, seimila pistole d’arcione, e pezzi per montarne altri assai, e tutti i lavorieri sono nel massimo buon ordine».
Nell’arsenale aveasi una preziosa raccolta d’armi vecchie; e parchi di ben 5293 bocche da fuoco, delle quali 1518 di bronzo; inoltre ne’ forti di Venezia, di terraferma, di Levante e sulle navi, non contando le piazze dell’Istria, della Dalmazia, dell’Albania, v’erano pezzi 4468, di cui 1925 di bronzo. Vedasi da ciò quale depredamento fecero gli avvicendati conquistatori.
Dopo tanto rubare che fecero i Francesi, dopo aver mantenuto diciotto mesi l’esercito, collo sperpero che si suole, l’erario veneto potè sussidiare tutte le città di terraferma più devastate dai Giacobini, e diede per provvedere l’esercito francese a
Verona ducati 2,070,026 Brescia » 200,010 Padova » 800,781 Vicenza » 52,332 Crema » 21,000 Feltre » 7,000 Treviso, Belluno, Ceneda, Cadore, Pordenone » 91,026 Cividal del Friuli » 4,000 Oderzo » 5,000 Asolo » 10,000 Conegliano » 39,000 Bassano » 70,976
_Quadro economico delle rendite straordinarie, percepite dal veneto aristocratico Governo dal 1º giugno_ 1796 _fin al cadere dell’aristocrazia_. Italia 1799.
Sei erano le grandi confraternite di Venezia, dotate di amplissimi privilegi, e che dai ricchi erano lasciate amministratrici de’ legati che istituivano pei poveri. L’annuale loro guardian grande avea dignità pari ai procuratori di San Marco. La più insigne era quella di San Rocco, che disponeva dell’annua rendita di sessantamila ducati in beneficenze, massime pei carcerati e gli appestati. In tempo di guerra mantenea molti soldati ai servigi della repubblica; per questa si fece garante di un prestito di sei milioni di ducati; avea ottocentomila ducati a censo nella zecca; e negli ultimi disastri diede diciottomila oncie d’argento, un dono di cinquantamila ducati, e garantì la repubblica per un prestito di ducati ducentomila. Tutto perdette nella rivoluzione.
[21] _Mémoires de Sainte-Hélène_.
[22] Mutinelli ebbe la pazienza di notare che, negli otto giorni che i quaranta elettori stettero in conclave per eleggere l’ultimo doge, si spese in pane, vino, olio, aceto lire 129,421; in pesce 24,410; in carni, polli, selvaggina 23,360; in salami, salciciotti, prosciutti 3980; in confetti e candele di cera 47,660; in vini, caffè, zuccaro 63,845; in frutti, fiori, condimenti 6314; in masserizie da cucina, legna, carbone 31,851; per guasto di mobili noleggiati 41,624; per spese minute 108,910; stuzzicadenti 25: tabacco 4931; carte da giuoco 200; altri giuochi 606; berrette di notte 506; calze e borse di seta nera per la coda 64; tabacchiere 3067; pettini 2150; essenze 182.
[23] Avea promesso salvar Venezia se gli pagassero ducentomila ducati; Buonaparte sventò il negozio, e Venezia perì. Ma l’ambasciadore Querini aveva già emesso obbligazioni per quei seicento mila franchi, e caduta Venezia, non potè pagarle, onde fu messo prigione a Milano, ma riuscì a fuggire.
[24] Leggendo la _Correspondance inédite_ di Napoleone col Direttorio, ogni onest’uomo freme al vedere que’ disegni prestabiliti d’iniquità, che appena sarebbero compatibili nel calore della guerra; e gl’Italiani sempre vilipesi come la peggior canaglia: _Venise va en décadence depuis la découverte du cap de Bonne Espérance et la naissance de Trieste et d’Ancône; elle peut difficilement survivre aux coups que nous venons de lui porter; population inepte, lâche, et nullement faite pour la liberté. Sans terre, sans eau, il parait naturel qu’elle soit laissée à ceux à qui nous donnons le continent. Nous prendrons les vaisseaux, nous dépouillerons l’arsenal, nous enlèverons tous les canons, nous détruirons la banque, et nous garderons Corfou et Ancône_. 26 maggio 1797.
[25] Il maresciallo Marmont nel vol. I, p. 36 delle sue Memorie (Parigi 1857), racconta che i Veneziani mandarono Dandolo ed altri al Direttorio per lamentarsi del turpe mercato di Buonaparte, e che questo, prevedendo come un tal passo sarebbe stato la sua ruina, spedì Duroc dietro alla deputazione, e se la fece condurre a Milano. _J’étais_ (soggiunse) _dans le cabinet du général en chef quand celui-ci les y reçut: on peut deviner la violence de sa harangue. Ils l’ecoutèrent avec calme et dignité, et quand il eut fini, Dandolo répondit. Dandolo, ordinairement dénué de courage, en trouva ce jour-là dans la grandeur de sa cause. Il parlait facilement: en ce moment il eut de l’éloquence. Il s’étendit sur le bien de l’indépendance et de la liberté, sur les intérêts de son pays et le sort misérable qui lui était réservé; sur les devoirs d’un bon citoyen envers sa patrie. La force de ses raisonnements, sa conviction, sa profonde émotion agirent sur l’esprit et sur le cœur de Buonaparte au point de faire couler les larmes de ses yeux. Il ne répliqua pas un mot, renvoya les députés avec douceur et bonté, et, depuis, a conservé pour Dandolo une bienveillance, une prédilection qui jamais ne s’est démentie: il a toujours cherché l’occasion de le grandir et de lui faire du bien: et cependant Dandolo était un homme médiocre: mais cet homme avait fait vibrer les cordes de son âme par l’élévation des sentiments, et l’impression ressentie ne s’effaça jamais. Celui qui pouvait éprouver de pareilles émotions, et garder de semblables souvenirs, n’était pas assurément tel que tant de gens ont voulu le représenter_.
Questo Dandolo non appartiene all’antica nobiltà: era un chimico, che salì poi ad alti posti ed ebbe il titolo di conte come senatore del regno.
[26] Credesi da molti fosse un prezioso documento di storia italiana; ma realmente era un almanacco della nobiltà che stampavasi ogni anno. Fra le mille prove del disprezzo in che si presero allora le cose patrie, racconterò che i dogi portavano un anello come distintivo di lor dignità, e il giorno dell’Ascensione lo buttavano in mare, ma legato a una cordicella con cui si ritirava. Quello del doge Manin aveva sul diritto l’impronta stessa dello zecchino, e sul rovescio lo stemma della casa. Al momento della caduta della repubblica l’aveva il cavaliere del doge, cioè il capo degli scudieri, e andò a venderlo a un orefice per censessanta lire venete. Trovossi chi lo ricomprò, e finì nel tesoro imperiale di Vienna. Il doge Manin lasciò centomila ducati da adoprarsi a mantenere pazzi e figliuoli abbandonati, pei quali dura col suo nome uno de’ meglio ordinati istituti.
De’ capi d’arte tolti a Venezia è il catalogo nel MUTINELLI, _Ultimi cinquant’anni_, pag. 226. Dei preziosissimi ornati del famoso breviario Grimani la più parte andò perduta: il bassorilievo rappresentante le suovetaurilia è rimasto nel museo del Louvre. Nelle altre città si fece altrettanto; ma qui noi vogliamo notare soltanto gli undici preziosi manoscritti, tolti dalla biblioteca di San Daniele nel Friuli. Da Verona Buonaparte tolse la raccolta d’ittioliti del conte Gazzola.