Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 39
Macedonio Melloni, costretto coll’Amici a fuggire da Parma dopo la rivoluzione del 1830, portò seco nell’esiglio un perfezionato telescopio, e, compiute le sperienze, le offrì all’Istituto di Francia. Biot ne stese una relazione in tutta lode. Le sue scoperte consisteano nel ravvisare nel calorico raggi di natura differente, alcuni essendo trasmessi, altri intercetti da certi corpi; oltre il calore ordinario che si propaga lentamente e per diverse vie, ve n’ha uno radiante, che si comunica non per contatto, ma istantaneamente, e va sempre retto a guisa della luce. Il calore radiante è un agente distinto dalla luce? Melloni risponde di sì; laonde la triplice proprietà di scaldare, illuminare, produrre impressioni fotografiche. Morendo a Napoli, lasciò un elettroscopio (1801-1856) assai migliore de’ precedenti.
Sul calorico sono pure ammirati gli studj del Belli (-1860) di Vallanzasca. Amedeo Avogadro piemontese (1776-1856) ne stabilì questa legge, che i calori specifici dei gas composti, ritenuti sotto volume costante, paragonati a quelli d’un egual volume d’aria o di un gas semplice sotto eguale temperatura e pressione, sono espressi dalla radice quadrata della somma dei numeri interi e frazionarj dei volumi dei gas semplici.
E d’altri fisici illustri ci gloriamo, quali Vincenzo Antinori fiorentino; monsignor Gilj, che armò la cupola di San Pietro a Roma, isolandola con un solo parafulmine, opera gigantesca, come la meridiana tracciata su quella piazza, cui serve di gnomone l’obelisco; Lorenzo Fazzini napoletano (1787-1837) che sviluppò molti fenomeni dell’elettricità e introdusse certe eliche molto acclamate; Zantedeschi, che al domani d’ogni grande scoperta si presenta a reclamarne la priorità, quasi genio che intraveda le verità, ma senza quella pienezza scientifica che le rende effettive.
Il botanico Giuseppe Raddi fiorentino, incaricato nel 1817 d’un viaggio al Brasile, poi in Egitto col Rosellini, stampò sopra alcune nuove crittogame; sulle quali il De Notaris studia in bella emulazione col Moris, cui è dovuta la _Flora sarda_, come la _Flora dalmatica_ al Devisiani. Ciro Pollini la _Flora veronese_, la piemontese il Re, la comasca il Comolli, la bergomense il Bergamaschi, la valtellinese il Massara, la tirolese il Perini e l’Ambrosi che senza maestri si meritò la stima de’ più illustri, la Pisana il Savi, che poi nella _Flora italiana_ (1818-24) raccolse le piante più belle che si coltivano nella penisola; al Bertoloni è dovuta la prima _Flora italica_, cominciata nel 1815. I veneti meneghini (_Algologia euganica_), Zanini, Massalungo; i lombardi Balsamo-Crivelli, Cornaglia, Cesati, Garovaglio faticano negli arcani di questa bella scienza, per la quale si segnalarono nel napoletano il Piccioli, il Tenore, il Gasperini, il Parlatore. Molti vegetali e insetti conservano il nome di Francesco Andrea Bonelli da Cuneo 1748-1830 buon naturalista. Giorgio Gallesio fece la _Pomona italiana_: il milanese Vittadini preparò in cera tutti i funghi. Mauro Rusconi da Pavia portò luce sulla generazione delle rane. De Filippi milanese sta fra’ megliori cultori del regno animale[291], di cui la parte ornitologica trovò un acclamato cultore in Carlo Buonaparte (-1857), e tutto un felice espositore in Giuseppe Gené. I molluschi dell’Adriatico furono studiati da Stefano Renier di Chioggia in opera che dopo trent’anni pubblicò nel 1816. Il bellunese Doglioni raccolse e pubblicò gli uccelli della sua provincia, come il Carraro da Lonigo. Il bergamasco Mangili (1767-1829) scoprì il sistema nerveo delle mignatte e delle conchiglie bivalvi, illustrò i mammiferi soggetti al letargo, la fecondazione artifiziale de’ girini, la circolazione del sangue nel mesenterio delle rane e nelle branche de’ pesci, e insegnò a rimediare coll’ammoniaca al veleno della vipera.
La zoologia, non contenta di svelare l’infinitamente piccolo, cercò in grembo alla terra i frammenti d’un mondo perito, e secondo quelli determinò l’età dei terreni. Il bassanese G. B. Brocchi (1772-1826) oltre lo stato fisico del suolo di Roma, descrisse alcune località d’Italia, e massime le colline conchigliacee subappennine; preparando a indurre l’identità di formazione dei terreni terziarj non dalla giacitura, ma da’ corpi organici che contengono. Morì al Sennaar nel 1826. Scipione Breislak diede un’introduzione alla geologia, e descrisse la provincia di Milano e la Campania, e mostrò che i sette colli di Roma sono crateri di vulcani estinti. Da Gaetano Rosina avemmo ricerche mineralogico-chimiche sulle valli dell’Ossola, e osservazioni sul moto intestino dei solidi.
Marzari Pencati vicentino (1769-1830) descrisse i terreni veneti e una corsa pel bacino del Rodano e per la Liguria occidentale; e s’accorse che i graniti erano emersi dopo la deposizione de’ calcari conchigliferi. Da poi la geologia trovò nel Napoletano passionati cultori Nicola Covelli, il Monticelli, il Sacchi, il Pilla; in Romagna lo Scarabelli, l’Orsini, lo Spada; in Toscana Cocchi, Meneghini, Savi; in Sardegna Lamarmora; nell’alta Italia Collegno, Pasini, Zigno, Pareto, Gastaldi, Curioni, Catullo, Stoppani, Sismonda; e cogli stranieri De Buch, Dolomieu, Beaumont, Agassiz, Lyell esaminarono i nostri terreni, ed agitarono quistioni animatissime. La emersione, predicata da Beaumont, e già enunciata da Lazzaro Moro (vol. XII, pag. 585), dovè cedere alla teoria del restringimento della crosta della terra, prodotto dal raffreddarsi di essa. Nella geologia, perchè troppo ancora conghietturale, difficilissimo è determinare il merito de’ suoi cultori, talun de’ quali è appellato sommo, mentre altri lo dichiara ciarlatano. Ecco in fatti il Gorini di Lodi uscire colla teoria del plutonismo, che sventerebbe tutte le precedenti, e che in conseguenza è da tutti i precedenti repudiata. E tanto sono squisite le diligenze, che oggi si esigono dagli osservatori, che nessuno può avventurarsi, non soltanto a diversi regni della natura, ma neppure a diverse provincie del regno stesso; nè la scienza si fa progredire che colla longanime perseveranza s’un punto solo, finchè verrà qualche poderoso sintetico che valga a tutto riunire.
Molti scrissero d’agraria; Filippo Re che compilava gli _Annali d’agricoltura del regno d’Italia_, il Ricci, il Malanotti, il Ridolfi, l’Onesti, il Lambruschini[292] in Toscana, a Pavia il Moretti che diè fuori una biblioteca agraria; come il bolognese Berti Pichat che riunisce una farragine di cognizioni onnigene. Già prima il Dandolo avea trattato della pastorizia, de’ bachi da seta, dei vini. Nicola Giampaolo napoletano (1751-1832) scrisse un catechismo d’agricoltura e sul rimediare all’immoralità derivata dalle ultime vicende politiche. Jacini, trattando della cognizione de’ villani in Lombardia, cercò suggerirvi miglioramenti. Agostino Bassi lodigiano (1773-1856) attese all’educazione dei merini, propagò migliori metodi della vinificazione e del caseificio; e le malattie contagiose volle dedurre da parassiti animali o vegetali. Il Gera da Conegliano, il Rizzi da Pordenone, il Freschi da San Vito, il piemontese Ragazzoni... adoprano lodevole zelo a queste applicazioni: molti cercano il rimboscamento, molti il miglioramento degli animali rurali: e gli studj di Giuseppe Gazzeri di Firenze sugl’ingrassi recherebbero gran vantaggio, se la popolazione nostra agricola gli applicasse. E società e giornali ampliano queste discipline, dove ha singolar nome l’Accademia dei Georgofili di Firenze.
La chimica, magistero d’analisi per eccellenza, che persegue la materia sin nell’infima attenuazione, venne tra l’ultime scienze, e di tutte approfitta per far ogni giorno passi tanto giganteschi, da antiquare prontissimamente ciò che era fresco pur jeri. Le teoriche del flogisto di Lavoisier furono schiarite e in parte combattute dal savojardo Berthollet (1748-1822), sperimentatore diligente; il quale credette le sostanze animali si distinguessero dalle vegetali per l’azoto, conchiusione affrettata: studiò i clorati, e ottenne l’argento fulminante, che dovea poi mutar il modo d’inescazione delle armi da fuoco. Luigi Valentino Brugnatelli suddetto (pag. 541) credette la teoria di Lavoisier non rendere ragione del calorico e della luce che si sviluppano in certe emergenze, e ne trasse una teorica sua propria, denominata termossigene. Trovati suoi son pure l’acido suberico e l’eritrico; diede _Elementi di chimica_, i primi in Italia nel senso delle teoriche francesi, e una _Farmacopea_, lodata anche da forestieri. Porati migliorò la chimica applicata alla farmacia, e dappertutto s’introdussero per applicarla alle arti.
Impadronitasi della pila, e collocato Davy al posto di Lavoisier, la chimica potè elidere le maggiori affinità, nè trovò corpo che non le cedesse il suo principio efficace, la sua essenza; donde le mirabili teorie degli equivalenti e del dimorfismo, che abbattono quella delle forme primitive, posta da Haüy. Gioacchino Taddei di Sanminiato (1792-1860) cercò principalmente le relazioni della chimica colla medicina e colle industrie, diede un prezioso trattato di farmacologia (1819), coprì in Firenze la prima cattedra di chimica organica (1840), migliorò i sistemi della metallurgia e della zecca, e molto occupossi dei concimi. I begli studj di Giovanni Polli milanese e del Beltrami sul sangue, le larghe applicazioni del milanese Kramer, del toscano Gazzeri, di Lorenzo Cantò da Carmagnola, del Grimelli da Modena, del Sobrero da Torino... non lasciano troppo invidiare gli stranieri, sotto de’ quali eccellenti riuscirono l’Usiglio, il Canizzari, il De Luca, il Malaguti, il veneziano Bixio, il napoletano Piria, il modenese Selmi. I romani Viale e Latini nell’atmosfera scopersero l’ammoniaca come sottocarbonaio ammoniacale, la credono dovuta alla respirazione, e che sciolta dall’acqua, ricada colla pioggia sulla superficie della terra; in opposizione a Boussingault, che crede l’ammoniaca dell’aria prodotta dai temporali. Questa scienza aspira a divenire scienza prima, e spiegherà arcani patologici e fisiologici mediante lo studio de’ fermenti.
La medicina si fece migliore col distinguersi dalle affini in modo, che ciascuna si migliorasse a parte, ed essa raccogliesse il frutto di tutte per divenir sempre più vantaggiosa all’umanità. La fisiologia era in fasce, nè i fenomeni della vita si investigavano che sulle orme di Haller, e se ne curavano le alterazioni secondo gli istituti di Boerhaave e di Van Swieten: alla scuola dell’irritabilità halleriana alcuni opponevano la sensibilità; altri variavano nell’attribuirla a questo o a quell’organo; e la combattuta insensibilità dei tendini fu sostenuta dal trentino Borsieri e dal milanese Moscati (1739-1824). Questi ben meritò quando, essendo preposto alla sanità nel regno d’Italia, si raccolse intorno i giovani d’ogni capacità, ajutandoli a far prova de’ loro talenti: ma egli distrattosi in variissime discipline, non potè in alcuna primeggiare; il Borsieri applicò con maggior esattezza l’irritabilità halleriana alla teorica dell’infiammazione, sbandendo le antiche ipotesi dell’ostruzione, e squisite osservazioni esponendo con semplicità.
Il cuore è l’organo più irritabile, eppure non ha nervi; prova che l’irritabilità non risiede in questi. Così dicevano gli Halleriani: ma Antonio Scarpa (tom. XII, pag. 596) ve li rinvenne, e mostrò non esistere divario di struttura fra essi nervi e quelli de’ muscoli soggetti alla volontà; non poter dunque conchiudersi che il cuore abbia un’irritabilità indipendente dai nervi cardiaci; e questi tutt’al più esser inefficaci ai moti di quello.
Intanto Guglielmo Cullen di Edimburgo derivava la febbre e l’infiammazione da alteramenti dell’irritabilità; e questa teoria diffondendosi, escluse le malattie umorali, e tutto ridusse al solido vivo. Il toscano Vaccà Berlinghieri (1732-1812) lo affrontò, sostenendo che gli umori non possono soggiacere a corruzione se non fuori de’ vasi, ma che le alterazioni salubri o nocive del corpo provengono da riazione dei solidi sopra i fluidi, suscitata da fisica necessità; col che avviava al puro dinamismo e all’eccitabilità de’ moderni. Più lungo rumore levava lo scozzese Brown, che distinguendo la natura morta dalla vivente, pone la salute in una dose regolata di eccitabilità, stimolata dagli agenti esterni, sicchè le malattie si riducono a due diatesi, steniche dove cumulo, asteniche dove esaurimento del principio irritabile; e la cura nell’osservare quanta capacità abbia il malato a sopportare il rimedio opposto.
Quest’apparente semplicità allettò molti, che non istettero ad osservare se, come forse tutte le teorie patologiche, fosse dedotta da principj a priori; ma sì poco cercavansi le fatiche di forestieri, che sol dieci anni dopo pubblicata, Giovanni Rasori parmense (1766-1837) conobbe a Firenze quella teoria, e cominciò sua fama col tradurla e sostenerla con vivezza di parola, penna arguta, sprezzo del senso comune, irosa beffa di chi la credea pura moda. Eppure egli stesso la modificò, o piuttosto la invertì all’occasione della petecchiale di Genova nel 1800, dove, vedendo morire i malati che curava coll’oppio e cogli spiritosi, secondo il Brown che gli stimolanti adoprava in tutte le affezioni morbide e fin nell’apoplessia, tornò alla pratica del salasso e delle purghe. In allora al lemma di Brown che tutto stimola, oppose una fondamentale distinzione de’ medicamenti, appoggiandola sulla sua teoria, detta del controstimolo. Secondo la quale, fondamento della vita sono l’azione esterna e l’eccitabilità prodotta, modi della quale sono il senso, la contrazione muscolare, i fenomeni della mente e della passione; l’eccitamento ha un’unità, talchè non si deve curare questo o quell’organo ma l’insieme; i farmachi sono stimolanti o controstimolanti, e come tali si applicano alle malattie, che provengano da eccesso o difetto di stimolo. La flogosi deriva da sviluppo di vasi venosi ingorgati, nè distrugge nè genera parti organiche. Questo dinamismo trovò molti seguaci: e Rasori lo sostenne colla pratica degli ospedali; sebbene poi sul fine ammettesse l’azione specifica di qualche rimedio, come della china nelle intermittenti.
La teorica del controstimolo fu elevata e modificata da Giacomo Tommasini (1769-1846), che studiando la febbre di Livorno del 1804, la febbre gialla ed altre analoghe, diede chiare idee della diatesi, e formò una _Nuova dottrina medica italiana_, secondo la quale è negata la debolezza indiretta di Brown, proveniente da eccesso di stimolo; l’infiammazione è sempre stenica, cioè un processo vitale consistente in eccesso di stimolo; e a flogosi vanno attribuite molte malattie e febbrili e no, e acute e croniche, assegnate in prima a tutt’altre cagioni. Riduceva dunque le malattie a stimolo, controstimolo e irritazione; pure ne riconosceva alcune appartenenti ad entrambe le diatesi: e l’uso della digitale e del tartaro stibiato, e le prodighe cacciate di sangue resero famosa la scuola di quest’insigne.
La sua dinamica organica segna una transazione fra la dottrina dell’eccitabilità e quella del particolarismo o mistionismo, fondata da Maurizio Bufalini di Cesena, il quale, invece d’accontentarsi delle forze, come Rasori, ripudia tutto ciò che non sia materia e azione chimica, e deriva le malattie da profonda e molecolare alterazione dell’umano organismo; e così crea la _patologia analitica_. Più si generalizzò la dottrina del francese Broussais, derivata ancora dall’irritabilità halleriana, stimolata da agenti esterni, turbandosi le funzioni se lo stimolo sia o eccessivo o deficiente: donde la localizzazione primitiva delle malattie, il carattere stenico quasi generale, l’infiammazione degli organi digestivi, e in conseguenza la cura simile a quella delle infiammazioni esterne, cioè sanguigne, bibite, ghiaccio.
Anche altri contraddittori ebbe il Tommasini, quali Giuseppe Giannini da Parabiago (-1818), capo della clinica di Milano, che scrisse sulla natura delle febbri (1805), contro queste raccomandò l’immersione nell’acqua diaccia[293], gli acidi e il mercurio: lo Speranza di Cremona, repugnante agli abusi del salasso, non meno che al misto organico, all’omiopatia ed al mesmerismo, per attenersi all’osservazione pratica: il Geromini, che attribuisce gli errori della medicina all’ontologismo, e fonda la patologia sull’irritazione. Il bresciano Giacomini alle dottrine della diatesi unì scientificamente quella dell’elettività de’ medicamenti. Francesco Puccinotti urbinate, clinico nell’Università pisana, proclamò la Scuola ippocratica italiana o degli etiologi, unendo le dottrine positive dei vitalisti e dei mistionisti, conservando la validità clinica col decoro d’un’interpretazione scientifica, e accettando il progresso delle scienze ausiliari. Ai diatesisti, che fanno passivo il principio della vita, oppone gli atti spontanei naturali, e dalla natura medicatrice muove nella _Patologia induttiva_; studia assai le epidemie; divisa una filosofia medica, e traccia una _Storia filosofica della medicina_, versatissimo come è nella conoscenza degli antichi.
Questo variare di sistemi fa ridere i lepidi, e fremere gli austeri; ma in realtà la pratica riesce per lo più alle medesime conchiusioni, e chi esaminò gli ospedali avverò che generalmente il numero de’ morti sta a quel de’ malati nelle medesime proporzioni, sia quando si svena, sia quando si lascia morire di pletora. Il ripetere che la scuola italiana s’attiene all’osservazione più che alle teorie, crede molto ai fatti, pochissimo alle opinioni, studia i fenomeni naturali, va cauta ne’ giudizj, indaga semplicemente il vero, e sfida abbastanza nelle forze medicatrici della natura, esprime un desiderio più che non formoli una teoria. I savj s’attengono all’osservazione, ajutata dai progressi della chimica e dell’anatomia patologica, dall’uso dello stetoscopio, modificando il trattamento a norma de’ sintomi e dell’individuo: che se alla diatesi generale prevale la localizzazione, questa si fissa men tosto sopra un organo che sopra qualche sistema. Certo è che nei medici si fa sempre più indisputata la dignità[294] ed estesa la coltura, molti occupandosi oltre la pratica, in ricerche proprie e in conoscere le altrui; la diagnosi e il trattamento sono d’assai migliorati; donde una quantità di medici buoni, mentre si deplora manchino que’ famosi, che un tempo capitanavano od anche tiranneggiavano la scienza salutare.
Fra i quali Siro Borda da Pavia gran fautore del controstimolo, moltiplicò sperienze sull’acido idrocianico, sull’acqua coobata di lauroceraso, sulla digitale e altre sostanze; Locatelli da Canneto, ricusando le teorie per la pratica, combattè i Browniani; Antonio Testa (1746-1814) da Ferrara, insigne per l’opera sulle malattie del cuore, studiate pure dal piemontese Giacinto Sachero (1787-1855) che professò la dottrina de’ polsi organici, introdotta in Italia dal Gandini. Giambattista Monteggia di Laveno (1762-1815), autore delle _Istituzioni chirurgiche_, il Paletta da Montecretese, che nelle _Exercitationes patologicæ_ moltissimi fatti e vedute nuove bellamente espresse, onorarono lungamente la clinica di Milano, dove poi il Verga approfondò le malattie mentali; nelle quali, dopo Chiarugi, Baccinelli, Calvetti, Ferrarese, si esercitarono Gualandi, Bonacossa, Monti, Bini. Lodasi il trattato di Brofferio sulla emormesi. Brera migliorò la medicina jatroleptica, fondata sulla facoltà assorbente della pelle. Fossati, Pirondi e principalmente Rognetta sostengono in Francia l’onore della medicina italiana, come in Egitto Ranzi, Raggi, Grassi, Gaetani, Morandi, in Turchia, Mongeri, in Barberia Castelnuovo e Mugnaini. Eusebio Valli lucchese (-1886) studiò in Oriente il vajuolo e la peste bubonica, innestandosela; e al fine soccombette alla febbre gialla, che si procurò apposta all’Avana.
Rasori pel primo esperì una statistica medica dopo il 1712 nell’ospedale di Milano, per dimostrare la superiorità del proprio metodo; e subito crebbero annali clinici, rendiconti, prospetti; viepiù da che Tommasini, nella prolusione del 1821, parlò della necessità di sottoporre a una statistica i fatti della medicina pratica, divisando anche le classificazioni. Idea lodevole, ma nell’applicazione riducendosi spesso a provare soltanto una teorica prestabilita, diviene qui, come in altre materie, un giuoco di numeri.
La medicina legale ebbe ottime applicazioni; e vi attesero Speranza, Gianelli, Puccinotti, Barzelotti (1768-1739), di cui si lodarono il _Parroco istruito nella medicina_ e le _Relazioni della medicina coll’economia politica_; Omodei, autore del _Sistema di polizia medico-militare_; Buffini che ragiona sui trovatelli, piaga del secolo.
Nuovi farmachi sono esibiti dalla progredente chimica, e tutti semplificati, sbandendo le ricerche polifarmache; si voltano a sanità i veleni più tremendi. Dell’innesto del vajuolo vaccino (t. XII, p. 598), esteso per quanto contrastato, il ridestarsi delle epidemie vajolose mise in dubbio la potenza preservatrice. Lunghi e pur troppo inefficaci studj occasionarono il cholera e le migliari; e la pellagra, di cui scrissero Cerri, Strambio, Marzari, Frapolli, Ballardini, Carlo Gallo, Caldarini, Rizzi, Fanzago ed altri lombardi.
Gli stromenti chirurgici furono perfezionati, e molti ne introdussero l’Assalini di Modena per l’ostetricia, il Signoroni di Adro per le ernie e per avere primo tentato la demolizione della mascella inferiore. Il Donegani di Como e lo Schiantarelli di Brescia ebbero nome per operazioni intorno agli occhi. Paolo Mascagni sienese (1755-1815) volle passare in rassegna tutte le scoperte astronomiche d’antichi e moderni, e valutarne il merito; colle injezioni esaminò le parti tutte della testura umana, principalmente vasi linfatici; nell’_Anatomia per uso degli artisti_ offrì le più giuste proporzioni del corpo umano ben conformato e lasciolla postuma, come anche la _Grande anatomia_, dove con incomparabile esattezza sono rappresentati gli elementi del corpo. Si pretende volesse usurparsela quel côrso Antonmarchi, che assistette agli ultimi momenti di Napoleone nell’isola di Sant’Elena; e i professori Vaccà e Barzelotti si unirono al professore Rosini stampatore per terminarla e pubblicarla a grave dispendio.
Fra gli anatomisti il torinese Bianchi intorno al fegato dissentì da Morgagni; il Rolando pure torinese è arguto esploratore del cervello, il Bellingeri del sistema nervoso e del midollo spinale, il Lippi della comunicazione delle vene coi vasi linfatici, il Barbieri delle vescicole spermatiche, corretti e superati dal vicentino Panizza, che la gloria del Mascagni sostiene co’ suoi studj sui vasi linfatici, sul fungo midollare e la depressione della cataratta. Porta mostrasi indagatore sottile non meno che esperto operatore: il Corti esplora il magistero dell’udito; De Filippi, Gastaldi, Pacini volgonsi principalmente all’istiologia; Giuseppe Cantù cresce il museo anatomico torinese con bei preparati in cera.