Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 38
In generale fra noi furono discusse e svolte le dottrine economiche di Malthus, di Say, di Smith, anzichè surrogarne di originali. Ben vollero intitolare italiana una scuola, della quale Blanqui darebbe per contrassegno il riguardar le questioni in maniera larga e complessa, e la ricchezza non in modo stretto ed assoluto, ma in relazione col ben essere universale: e il napoletano De Luca il dedurre le verità economiche dai principj del diritto e della morale, richiamandole a sintesi giuridica e di pubblica moralità, non precipitarsi agli estremi, ma tenersi a un giusto mezzo, e mirare al miglioramento della classe più numerosa[281]. Non troviamo che questi caratteri siano nè comuni ai nostri, nè speciali ad essi; i quali in generale propendono ad una libertà di commercio moderata, si occupano molto della popolazione, poco del credito pubblico, delle grandi industrie, delle macchine, e spesso mancano del senso pratico di chi vide e provò.
Il Gianni avea già proposto[282] una moneta di carta che nessuno potesse ricusare, e di quantità equivalente all’imposizione; l’erario non pagherebbe e non riceverebbe che in questa specie; sicchè non estenderebbe nè il commercio nè la circolazione de’ metalli, dando fuori solo quanto ripiglia; e con ciò si cesserebbe d’avere e imposizioni e spese pubbliche. Quel pensiero sviluppò il siciliano barone Corvaja, stabilendo un banco-governo che stampasse tanta carta quanta ne domandano i cittadini a contanti; non sarà una banconota che rappresenti un atto di fede, sibbene un certificato di rendita; l’interesse del denaro frutterà per tutti i cittadini indistintamente, variando a norma del cumulo di tutti gli utili. Da principio il denaro affluirebbe verso gli Stati ove più alti i fondi pubblici; quando fosse livellato in tutti gli Stati, si conoscerebbe che trascende i bisogni giornalieri, e quest’eccedente diverrebbe oggetto di lusso. In questa banca universale, dove tutti i proventi diventerebbero accomandatizj, si raccoglierebbero tutti i fondi pubblici, tutto il metallo: laonde se mai fosse stata possibile, avrebbe recato un tale accentramento governativo, da assorbire ogni attività individuale, e spegnere la libertà a nome dell’eguaglianza come nel comunismo. Anche Rusconi (_La rendita e il credito_) si vale delle idee di Proudhon per suggerire un banco-governo, i cui frutti paghino il prestito. Vi arieggia la banca nazionale di Gabriele Rossi, poco diversa da quella di Law. Anche altri si piacquero ai concetti socialisti, che alla debolezza degli individui vorrebbero rimediare col ridurre la società ed una massa unica, nella quale l’individuo andrebbe affatto perduto. E massime in questi ultimi tempi, dopo cresciuta la libertà e pubblicità, molti studiarono i modi di crescere la rappresentazione de’ valori e la circolazione dei capitali mobili ed immobili[283].
Nel campo pratico è a ricordare il genovese Luigi Corvetto (1756-1822), che fu nel Consiglio di Stato di Napoleone, e contribuì a formare il codice di commercio e il penale, sotto Luigi XVIII fu ministro delle finanze, e uno dei fondatori della società per migliorare le prigioni. Anche il côrso Antonio Bertolacci, fuoruscito nel 1793, in Inghilterra s’applicò agli studj economici, fu adoprato al Seilan come amministratore; scrisse varj trattati, e specialmente il progetto d’un’assicurazione generale sulla vita, che dovrebbe amministrarsi dal Governo in modo di avvincere i popoli allo Stato e viceversa.
Pellegrino Rossi pretende l’economia politica abbia teoriche certe quanto le matematiche; e le assegna per oggetto la ricchezza, e per termine gl’interessi materiali; il che la discerne dalla politica. Teorie proprie egli non posa, ma prepondera pel metodo; ben sceglie fra i predecessori, concatena e deduce con un rigor logico che non irriti il buon senso. Attentamente distingue la scienza pura, indipendente nei canoni e nelle dimostrazioni, dall’applicata che deve lottare coi fatti esterni, ed egli attese piuttosto a questa; sempre ebbe in vista l’uomo, e più nell’ultima parte, pubblicata postuma, e che concerne la distribuzione delle ricchezze. Ma neppure qui elevandosi dall’eclettismo, produce una scienza troppo liberale per essere di Stato, troppo razionale per piacere ai socialisti. Scrisse sempre in francese, come pure Giovanni Arrivabene di Mantova, posto nel Belgio fra i migliori cultori di queste discipline.
De’ vecchi economisti italiani una raccolta stampò il barone Custodi a Milano, erudizione poco concludente alla scienza, per quanto esso li magnifichi colla passione d’un editore. Un succoso estratto ne fece Giuseppe Pecchio (_Storia dell’economia politica in Italia_), col solito andazzo di arrogare ai nostri ogni merito perchè abbiano enunciato qui e qua alcuni veri, che traggono vigoría unicamente dall’essere provati, e connessi in un sistema efficiente; eppure asserì che, ne’ primi trent’anni del secolo, l’Italia non avea nulla prodotto in tale scienza.
Con altro ingegno il Marescotti esaminò gli economisti italiani del secolo nostro, pretendendo cambiare il centro dell’economia politica, come Galileo e Newton fecero della planetaria, e coll’esposizione scientifica di tutte le scuole economiche non solo, ma delle morali, religiose, sociali, risolvere i problemi più dibattuti, mostrare che quel centro non è lo Stato, bensì l’uomo, e intorno a questo deve acconciarsi e moversi il Governo. Fedele pertanto alla tradizione religiosa degli alti intelletti italiani che attesero a dar vigore alle leggi naturali e divine, mira a ristabilire il diritto della creatura autonoma, oppressa dalla violenza artifiziale, al contrario de’ consueti nostri economisti che l’individuo avviluppano nella sovranità legale. L’uomo ha un’esistenza subjettiva e indipendente, e di lui bisogna fare la pietra angolare dell’economia e del diritto universale se vogliano ridursi a scienza. La libertà sia intera, come dritto non come concessione, per ottenerla abbiasi una tassa unica, semplice, proporzionata, in ragione aritmetica diretta sopra ogni unità che rappresenta un valore netto pel contribuente, vale a dire una tassa unica sopra la rendita netta. La giustizia artifiziale emanata dal Governo, cioè dalla forza, non deve preponderare alla naturale, dettata dalla ragione dell’uomo; chè al vertice della società non siede un Governo umano, bensì la coscienza e la ragione per dirigere le morali e le fisiche inclinazioni.
Insomma egli incolpa la scienza economica d’essersi fatta servile all’onnipotenza governativa, e di tendere ad annichilare le individualità, abolendo le corporazioni dei piccoli artieri, mentre si applicavano quelle de’ grandi capitalisti. Dopo di che non resta che un passo per arrivare ai teoremi de’ Socialisti, che, vedendo l’adulterio introdotto all’ombra del matrimonio, la corruzione all’ombra della politica, la mediocrità all’ombra dello intrigo, l’ozio e la miseria all’ombra della ricchezza ereditaria, scalzano e rimpastano l’ordine sociale odierno; premettendo rendere felice l’uomo, ma di felicità passiva, indipendente da’ proprj sforzi, quasi condannato alla beatitudine terrestre, e a virtù che sono fuori dei nostri istinti. E a deplorare che, mentre una volta l’economia sociale studiavasi per elevare le anime, ora non badi che a soddisfare gl’interessi materiali, e a farsi mezzo all’indipendenza dello Stato, favorendo la sete dell’oro e la febbre di speculazioni che arrestano lo slancio delle intelligenze e la moralità.
CAPITOLO CLXXXVII.
Scienze matematiche e naturali.
Parve che il turbine politico scotesse le menti, sicchè repudiando la belante letteratura, l’abitudinaria industria e le barcollanti teorie, spinsero le scienze a tal volo, quale mai in verun tempo, munendole coll’osservazione e col calcolo preciso degli spazj e della quantità.
Alla geografia poco ajutammo noi Italiani, giacchè non si può tener conto di libri compilati su libri, degli atlanti, delle tabelle; lavori di pazienza, di cui scorgesi l’inutilità quando occorra di valersene, non concordando tampoco nei dati positivi, quali sarebbero la popolazione o la qualità dei terreni. Il _Compendio di geografia_ del Balbi, arrivando primo, fu adottato come manuale anche dai forestieri. Utili vennero alcuni dizionarj geografici di paesi speciali, come quello del Bergamasco pel Maironi, del Modenese pel Ricci, del Piemonte pel Casalis e lo Stefani, e principalmente del Repetti per la Toscana, dove, valendosi delle ricerche già fatte dal Targioni Tozzetti, non porse solo la corografia e la statistica, ma tenne conto de’ monumenti, delle carte, della storia civile come della naturale di ciascun paese. Ebbero passaggera lode l’_Atlante statistico d’Italia del Serristori_, la _Geografia d’Italia_ del Marmocchi e dello Zuccagni Orlandini, l’_Annuario_ cominciato dal Ranalli.
Quanto a viaggiatori, Giuseppe Acerbi mantovano giornalista pubblicò _Viaggi al capo Nord_, dove si asserì non essere egli mai arrivato. Antonio Montucci di Siena (1762-1829), ito con Macartney alla Cina, di quella lingua fece il dizionario più comodo per Europei: insegnò a Londra, a Berlino, a Dresda, infine a Roma, ove a Leone XII cedette i libri e manoscritti suoi, e i tipi da stampa cinesi. La storia naturale del Chilì, stampata in italiano a Bologna il 1810, è dell’americano Molina. Il milanese conte Fagnani dettava lettere sopra la Russia, troppo personali. Dal Belzoni e dal Brocchi avemmo notizie sull’Africa, oltre le aneddotiche del Pananti. A Venezuela e alla Nuova Granada portò sue ricerche il Codazzi di Lugo (1785-1830), colonnello del genio nell’esercito muratiano. Carlo Vidua di Casal Monferrato cercò notizie civili ed erudite per tutta Europa, in Crimea, in Egitto, nel Deserto, in Terrasanta, alle isole; nelle due Americhe raccolse moltissime curiosità; altre nella Cina e nell’India; ma a Lachendon accostatosi troppo a una solfatara, si scottò una gamba, e ne morì in vista di Amboina. Molti suoi scritti smarrironsi, altri furono pubblicati da Cesare Balbo, tra cui uno sullo stato delle cognizioni in Italia.
Giovan Raimondo Pacho di Nizza 1749-1829 corse l’Arabia, l’Egitto, la Cirenaica, raccogliendo fatti importantissimi, e reduce voleva compilarli; ma trovandosi sprovvisto di denari, si uccise. Costantino Beltrami bergamasco lungamente percorse l’America, e risalì alle fonti del Mississippi, investigando i monumenti che chiariscono le origini di que’ popoli. Omboni perlustrò rapidamente l’Africa e l’America; Moro, Beltrami, Codazzi crebbero le cognizioni sull’America; sull’Africa il Della Cella. Altri paesi videro e descrissero il marchese Carlotti, il duca di Vallombrosa, i lombardi De Vecchi, Dandolo, e più ardito l’Osculati. Vi si vogliono aggiungere le _Lettere Edificanti_, dettate dai Missionarj, e le _Memorie sull’Australia_, pubblicate a Roma il 1854 dal vescovo di Porto Vittoria. I _Viaggi al Polo_ di Francesco Manescalchi veronese appartengono alla storia, lodati di esattezza[284].
Giuseppe Piazzi benedettino (1746-1826), natìo di Ponte in Valtellina, montato l’osservatorio di Palermo, ampliò il catalogo delle stelle fisse di Flamsteed e Wollaston, e le portò fino a seimila settecenquarantotto. Valendosi di un pensiero di Galileo, adottato dall’inglese Herschel, osserva il piccolo angolo formato tra una stella brillante e una minore che la accompagna, e dal variare dell’apertura ogni sei mesi argomenta la distanza degli astri. Nell’applicazione non riuscì così felice; e meglio studiò l’obliquità dell’eclittica, sebbene l’irregolare refrazione del sole in inverno gl’impedisse di precisare i due solstizj. Mentre in tutta l’antichità conosciuta non erasi scoperto alcun pianeta nuovo, primo nel 1789 Herschel trovò il pianeta urano: poi Piazzi al 1º giorno del 1801 la cerere ferdinandea; scoperta che destò rumore perchè prima, e perchè parea verificare l’ipotesi di Keplero che i pianeti fossero disposti intorno al sole nelle distanze di 4, 7, 10, 16, 23, 52, 100, dove mancava il quarto fra marte e giove, vuoto che restava empiuto da cerere. Ma dopochè l’Accademia di Berlino, diviso il cielo in XXIV ore, ne affidò una a ciascuno de’ più valenti osservatori, in modo da formare esattissime carte, divenne cura più ch’altro meccanica lo scontrare altri asteroidi fra marte e giove, che passano già il centinajo.
Oriani (1752-1832), povero fanciullo d’una terra suburbana di Milano, raccolto dai Certosini e divenuto frate Barnaba, poi messo alla specola di Milano, la amò passionatamente; quando Napoleone esibivagli onori, esso gli cercava qualche stromento, e morendo lasciolla erede. Risolse difficoltà dichiarate irresolubili da Eulero col trovare tutte le relazioni possibili fra i sei elementi di qualsiasi triangolo sferoidico; e precisò gli elementi di urano.
Giovanni Inghirami da Volterra 1779-1854 scolopio continuò la gloria dell’osservatorio Ximeniano di Firenze; con somma lode eseguì una delle ore per la gran carta uranografica; seguì le giornaliere occultazioni delle piccole stelle sotto la luna con metodo semplicissimo, sicchè con mere addizioni e sottrazioni possono effettuarsi difficilissimi computi astronomici: laonde l’Accademia di Londra lo dichiarò ingegno meraviglioso, e le principali nazioni marittime vollero che alle loro effemeridi astronomiche fosse aggiunta la planetaria dell’Inghirami. Illustrò difficili opere di calcolo sublime, pubblicò un corso di matematiche e i Principj idromeccanici, e nel 1817 misurò una base di cinque miglia sopra cui fu eretta la triangolazione della Toscana. A simile operazione la matematica celeste fu applicata in tutta la penisola per servire di norma alle operazioni del censo; nel che bella lode meritarono gli astronomi di Napoli[285].
Giovanni Plana da Voghera colla profonda analisi portò innanzi le idee di Laplace, trattando della costituzione atmosferica della terra, delle refrazioni astronomiche e delle perturbazioni planetarie, e del movimento della luna, dedusse le tre coordinate dall’unico principio dell’attrazione universale. Tracciò un meridiano attraverso il Piemonte insieme col milanese Carlini, il quale trovò un nuovo metodo per costruire le tavole astronomiche; e va posto fra i buoni osservatori col Colla di Parma, il Calandrelli e lo Scarpellini di Roma, il De Cuppis, il Cappocci, il Nasili di Napoli, lo Schiaparelli, il Respighi, il Bianchi di Modena, il Santini d’Arezzo, allievo del celebre Paoli, poi professore a Padova, diede una teoria degli stromenti ottici. Del novarese Mossotti sono vanto il lavoro analitico sulla determinazione delle orbite dei corpi celesti, e il metodo per dedurre gli elementi d’un pianeta o d’una cometa da quattro osservazioni con equazioni di primo grado; il Cavezzini anch’esso piemontese, inventò le tavole geocentrica ed eliocentrica. Il gesuita Francesco De Vico di Macerata, direttore dell’osservatorio romano, studiò le nebulose e principalmente quella d’orione e le comete, e pel primo vide in Italia quella d’Halley nel 1835, e ne calcolò il ritorno; esaminò venere, precisandone la rotazione, e l’anello e il sesto e settimo satellite di saturno. Benchè ungherese, dobbiamo nominare il barone di Zach, che diresse la costruzione degli osservatorj di Napoli e di Marlía presso Lucca, e dal 1816 al 26 pubblicò a Genova la sua importantissima Corrispondenza astronomica, geografica, idrostatica e statistica.
Il perfezionamento degli stromenti molto giovò all’astronomia, e se i migliori telescopj ci vengono di fuori, quelli del modenese Giambattista Amici non iscapitano da quelli d’Herschel[286]; fece camere lucide, microscopj a riflessione e catadiottrici; e osservazioni celesti moltiplicò dopo che, profugo, ricoverò a Firenze. Molto si esaltarono pure i telescopj e i cannocchiali del piemontese Porro, inventore del Cleps.
I varj osservatorj pubblicano annuarj e memorie, estendendo le osservazioni anche a’ fenomeni magnetici pei quali un osservatorio apposito venne piantato sul Vesuvio. Il gesuita Secchi vorrebbe aver riconosciuto la legge che regola i bizzarri movimenti di declinazione e inclinazione dell’ago magnetico, trovando che il sole opera su di esso come fosse una potente calamita, situata a somma distanza dalla terra, e avente i poli omonimi dei terrestri, dirizzati alla medesima parte del cielo. Egli stesso potè pel primo valersi a Roma delle comunicazioni elettriche per istabilire la contemporaneità delle osservazioni metereologiche, sperata fonte di molte utilità pratiche[287] e scrisse sull’unità delle forze.
Nel più potente stromento d’analisi, la matematica, quali nomi opporremo al nostro Lagrangia e agli stranieri?
Lorenzo Mascheroni (1750-1800) (p. 576) morì profugo e povero in Francia, ove fu consultato intorno al nuovo sistema di pesi e misure, a cui collaborarono Lagrangia, Vassalli, Fabroni, Balbo e il lucchese Pietro Franchini (1768-1837), autore d’un corso d’analisi, della scienza del calcolo, di risoluzioni delle equazioni algebriche d’ogni grado; e che fu dell’Istituto di Francia e senatore dell’Impero. Come il veneto Collalto, così il Brunacci di Firenze sostennero fra noi il metodo lagrangiano, mentre i Francesi preferivano quello di Liebniz, o piuttosto li fuse. Il Mossotti suddetto, professore di fisica, matematica e meccanica celeste a Pisa, i lombardi Mainardi, Frisiani, Bordoni, Brioschi, Turazza, Cremona, Ruffini di Valentano... continuano profonde ricerche matematiche, come i veneti Conti e Minich, e il Bellavitis sul calcolo sublime e sul metodo delle equipollenze, il vicentino Fusinieri sulla trisezione di qualunque arco di circolo, il savojardo Luigi Menabrea sulle vibrazioni.
Quando Wronscki pubblicò la _Filosofia della tecnica_, posando pel primo il teorema generale e il problema finale delle matematiche, delle quali riponeva il carattere distintivo nella certezza d’un principio unico trascendente assoluto, volle confutarlo il Romagnosi: ma oltre mancare il rispetto dovuto a un grand’uomo, si mostrò incerto anche nel maneggio della geometria.
Pietro Cossali veronese (1748-1815) nella Storia dell’algebra rivendicò contro Montuela alcune glorie all’Italia, ma stanca col rozzo stile e colle divagazioni. La Storia delle matematiche in Italia, scritta in francese dal toscano Guglielmo Libri, erudito che per la bibliografia concepì una passione divenutagli funesta, lo mostra esperto matematico più che buono storico, accumulando e divagando, e fino alterando i fatti per secondare le passioni sue e del momento. Nessuna cosa è meno nazionale della scienza, e un paese può offrirne un episodio, non mai quella concatenazione, che unica costituisce le scienze. Troppo facilmente poi vi si mescolano la passione e la boria fino al paradosso, s’arrogano alla patria invenzioni certamente forestiere, ed anche senza volontaria infedeltà si vagheggia come vero ciò che non è se non faticosamente trovato.
Il reggiano Giambattista Venturi (1746-1822), in Francia prese pratica coi migliori fisici, dettò articoli e dissertazioni, lavorò sui manoscritti di quelle biblioteche, e scrisse intorno a Lionardo, a Galileo, al Castelvetro, ed all’origine e ai progressi dell’agricoltura; uomo semplice fino all’avarizia, nelle tasche foderate di latta portava la scarsa prebenda nei viaggi che, per confrontare manoscritti, faceva alle diverse città.
Il vanto de’ nostri nell’idraulica fu sostenuto piuttosto con la pratica che con teorie; ma vanno nominati con lode i toscani Fossombroni e Brunacci suddetto, autore dell’_Ariete idraulico_, e il bergamasco Tadini, la cui teorica delle onde è invano usurpata dagli stranieri. Pessuti semplificò e ridusse intelligibile anche ai novizj la formola complicata di Laplace per l’attrazione capillare.
L’asciugamento delle maremme toscane e venete, le dighe ai fiumi e al mare, i canali di navigazione ed irrigui diedero grand’esercizio agl’idraulici. Giuseppe Bruschetti preparò una buona storia de’ canali di Lombardia; e dotte ricerche e sperienze sui nostri fiumi e laghi il Parea, il Lombardini, il Paleocapa, il Colombani, il Brighenti, il Possenti. Pietro Ferrari da Spoleto 1753-1825, architetto della Camera apostolica, oltre i progetti per prosciugare il lago Trasimeno e il Fúcino[288], lasciò quello d’un canale navigabile che dall’Adriatico sboccherebbe in due luoghi del Mediterraneo. Nè di progetti fu od è scarsezza. Ma gli è tempo che l’idraulica, l’economia e l’agricoltura si associno seriamente per riparare ad uno de’ peggiori guai della nostra penisola, l’irruzione de’ torrenti, cagionata dal diveltare e tagliare a vendetta le selve, onde i monti scollegansi e franano, e le dirotte pioggie non più rattenute dalle foglie nè dalle radici, colmano le valli e rovinano i colti.
In fronte alle scoperte moderne sta la pila del Volta (t. XII, p. 589), il quale però visse fino al 1826 senz’ajutare d’un passo i progressi che nella fisica e più nella chimica produsse quel suo trovato, divenuto ben presto non solo potentissimo stromento di decomposizione, ma fonte di luce, di forza, poi d’inesauribili meraviglie dopo combinatosi col magnetismo. Questi sono meriti degli stranieri; ma non vuolsi dimenticare il professore Brugnatelli che fino dal 1801 adoprò la pila a decomporre i sali, ottenne la doratura col precipitare il rame, l’oro, spiegò il fenomeno delle pile secondarie: splendidi veri, registrati negli Annali di chimica, che lo fanno predecessore di Davy, Nicholson, Jacobi, Kemp, sebbene non conosciuto[289]. Stefano Marianini piemontese sostenne con perspicaci osservazioni l’origine fisico-meccanica dell’elettricità, contro coloro che vi vedono un’azione chimica, come il genovese Botto, che studiò pure l’applicazione dell’elettromagnetismo alla meccanica. Matteucci forlivese (-1868) studiò il passaggio delle correnti traverso ai liquidi, e l’elettrofisiologia principalmente nella torpedine, e costruendo pile d’animali appena morti[290]; ma non pare intenda connettere que’ fenomeni alle funzioni dei nervi, se non indirettamente. Isolati i muscoli delle rane, scoprì che questi assorbono l’ossigeno ed emettono l’acido carbonico a guisa de’ polmoni, e da essi ottenne fenomeni chimici e correnti elettriche. Zamboni, repugnante alla teoria elettro-chimica, colle pile a secco fece un pendolo perpetuo.
Nel 1790 Romagnosi osservava che una bussola, posta sotto l’azione della corrente elettrica, deviava: annunziò il fatto sui giornali, ma nè altri vi pose mente, nè egli vi diede sviluppo o esattezza scientifica; sicchè al danese Oersted rimase intatta la gloria di questa scoperta, per la quale potemmo a fili metallici, colle correnti di induzione, comunicare tutte la proprietà d’un magnete, e a tal modo ottenere le calamite intermittenti, fondamento delle tante combinazioni elettro-magnetiche, per le quali si fecero e telegrafi e macchine locomotrici. Ottenere pile di sì lieve costo, che divenga economica la decomposizione dell’acqua, e così abbiasi a basso prezzo il gas illuminante e il calefaciente, è lo studio pertinace e la speranza del genovese Carosio.
La scienza del più bello e del più maraviglioso degli imponderabili, la luce, ch’è la più avanzata delle fisiche perchè la più indipendente, fu mutata di punto in bianco col tornare dalle emissioni di Neuton alle ondulazioni di Huygens, donde gli stupendi fenomeni dell’interferenza e della polarizzazione. Leopoldo Nobili reggiano (1823) studiò quest’ultima; e la metallocromia, la doppia calamita elettrica, la teoria delle induzioni prometteano in esso uno de’ maggiori fisici, se non moriva immaturo. La sua pila termoelettrica, ove il calore opera sul galvanometro, più di qualunque termoscopio è sensibile alle variazioni di calorico, potendosene dimostrare la velocità della trasmissione e la quantità d’irradiazione traverso ai corpi trasparenti, colla sensibilità fino di un terzo e di un quarto di grado.