Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 37
La filosofia sensista aveva avuto rinfianco da Melchior Gioja prete piacentino (1767-1829), che buttatosi alla repubblica, parve eccessivo fino ai demagoghi; poi dal Governo italiano fu destinato a coordinare le statistiche. «Cercare i fatti, vedere quel che ne risulti, ecco la filosofia», diceva egli: «le scienze non sono che risultanze di fatti, concatenati in modo che facile ne sia l’intelligenza, e tenace la ricordanza»; umile uffizio per una scienza! Conseguente al quale, raccolse fatti sconnessi e neppur provati, e fenomeni disgiunti dalla propria causa; e pretendeva dedurne verità generali. Così diede una filosofia e una scienza sociale affatto vulgare, dove spesso sagrifica la verità al sistematico spirito di contraddizione, al gusto di celiare e diffondere il dubbio. Per rendere quasi visibili le teorie, e offrire simultaneo ciò che nel discorso è successivo, moltiplicava i quadri sinottici, solo metodo, secondo lui, per «provare qualche cosa in morale ed in economia, rinvigorire le idee col mezzo della sensazione, e avere un esatto confronto dei diversi elementi». Ma questo formolare stanca l’attenzione, e aggrava la memoria di particolari, a scapito degli universali.
La tirannide amministrativa non ebbe campione più risoluto di lui, che domanda una direzione dispotica sopra l’esercizio delle arti e le professioni, e privilegi, tariffe, corporazioni; si scandalizza di Smith che disse, le passioni private abbandonate a se stesse tendere al pubblico bene; riduce tutta la grandezza nello Stato, tutte le cure allo sviluppare la forza amministrativa[267]; all’esperienza, alla libertà, alla dignità umana surroga decreti che guidino o frenino questo pazzo imbecille che è l’uomo, non esitando a introdurre l’occhio della Polizia fin nel sacrario domestico per valutare il merito e le ricompense, le ingiurie e i danni. Ma nel cercare le soddisfazioni dell’ingiuria cambia spesso di criterio; spesso lo desume dagli accidenti della natura umana, anzichè dalle sue leggi costanti e universali, o dal risentimento che nell’uomo nasce da passioni disordinate. Non crede la moneta possa servire di misura ai valori, nè che convenga al solo argento conservare la funzione di moneta[268]; combatte i Fisiocratici dove prendono la terra per unica sorgente della ricchezza, ma sconobbe l’ampiezza della dottrina di Beccaria e di Smith che la fanno nascere dal lavoro; delle politiche istituzioni non si diè briga, nè del nesso fra l’economia e la legislazione, nè delle finanze. Oltre la produzione e la distribuzione delle ricchezze, tratta anche della consumazione: ma volge il dorso alle moltitudini, della poveraglia non tratta, antepone i grossi manifatturieri ai minuti, i grandi possessi ai frazionati; si sgomentò della libertà di commercio e dell’aprirsi del porto di Odessa che svilirebbe le mercedi e porterebbe il pane a buon mercato, e loda l’Inghilterra che proibiva l’introduzione dei grani, cioè condannava molti a morire di fame[269]; le tariffe considerava come «mezzo di difesa dell’industria nazionale contro una concorrenza più potente»[270], ed esclama: — La libera importazione equivale a diminuzione de’ prezzi; diminuzione de’ prezzi equivale a diminuzione dei capitali della classe agricola; diminuzione di capitale in quella equivale a scarsezza o mancanza di mercedi; scarsezza o mancanza di mercedi equivale ad impotenza a comprare il pane a basso prezzo».
Abbiatelo a saggio del formulario matematico che indossava alle sue idee, per cui la felicità definiva il numero delle sensazioni gradevoli, sottrattone quello delle spiacevoli: e nel Merito e Ricompense e nell’Ingiuria e Danni riduceva a cifre e valore persino i fatti morali; e con Bentham asseriva che «leggi, diritti, doveri, contratti, delitti, virtù, non sono che addizioni, sottrazioni, moltipliche, divisioni di piaceri e dolori, e la legislazione civile e penale non è che l’aritmetica della sensibilità»[271].
«I mezzi primarj per accrescere la civilizzazione consistono nell’accrescere l’intensità e il numero de’ bisogni, e la cognizione degli effetti che li soddisfano[272]. I discorsi al pari delle azioni sono subordinati alla legge generale del maggior utile e del minor danno[273]; e una buona digestione val cento anni d’immortalità»[274]. La speranza di procurarsi i piaceri del lusso è pungolo potentissimo pel basso popolo, senza del quale egli si avvicina allo stato d’inerzia, e al vizio che l’accompagna[275]: per quello la donna si vende; ma l’uomo onde comprarla lavora, e così sviluppa l’industria, talchè il lusso conduce alla morale. E morale per lui è la scienza della felicità; la società è un mercato generale, in cui ciascuno vende le cose sue e i suoi servigi per ricevere gli altrui; anche quando si rendono servigi in apparenza gratuiti, gli è per procurarsi un piacere vivissimo, come chi spende per procurarsi un fuoco d’artifizio[276]. Vuole il divorzio, giacchè l’uomo non può rispondere de’ suoi affetti futuri; la prostituta ottenga onore qual ministra di felicità: impudenze che non han tampoco il merito dell’originalità, essendo levate di pianta da Bentham, dietro al quale poneva fra i delitti punibili il digiunare, il celibato, il mortificare la carne; fra le superstizioni il battesimo de’ bambini, la festa degli ulivi, il sonar le campane ne’ temporali.
Vanto di lui fu la statistica, scienza de’ fatti primarj e attuali, che si manifestano nei differenti dominj della vita sociale, e che servono di lume alla pubblica amministrazione, e di computo dei mezzi nazionali. Accentrati i Governi, dovette diventare importantissima questa scienza, che però molti riducono ad arte; mentre il suo creatore Schlözer voleva fosse l’applicazione del proverbio _La pubblicità è il polso della libertà_. Il Gioja, col definirla «descrizione economica delle nazioni», dispensa dal tener calcolo complessivo di tutte le forze politiche, mediante le quali misurare la vera potenza intima della società.
Nel Prospetto delle scienze economiche, il quale insomma è raccolta non di scienza ma di materiali, radunò «sopra ciascun oggetto d’economia pubblica e privata quanto pensarono gli scrittori, sancirono i Governi, costumarono i popoli». Poi nella _Filosofia della statistica_ insegnò a coordinare gli oggetti e i fatti sociali sotto sette categorie: ma è possibile mai ridurre tutto a numero e misura? è desiderabile una società, dove si tenga conto d’ogni uovo e d’ogni pensiero che nasce? Su quel modello molti secondarono la materialità dell’amministrazione, ove l’uomo non è considerato come un essere intelligente, ma come macchina da produr denaro.
In fatto ai grandiosi e inquietanti sobbalzi della Rivoluzione sostituivasi una nuova dottrina, il soddisfacimento degl’interessi, e a ciò mira l’economia pubblica; ma essa «riveste un’aria di gretta e tirannica sensualità, nella quale la parte più preziosa della carità e dignità della specie umana viene dimenticata». Così lamentava Gian Domenico Romagnosi piacentino (1771-1835), il quale pertanto non volle considerarla come puro studio della produzione, distribuzione e consumazione delle ricchezze, ma come l’ordine sociale di queste; e porla sotto al diritto pubblico, come questo sotto al diritto naturale. S’accorge egli che «ciò che rende sociale la ricchezza è il commercio», e disgrada l’inutile ingerenza de’ Governi; ma a ciò lo conduce piuttosto il buon senso pratico, che una logica deduzione dalle sue teorie, giacchè anch’egli inciampa allo scoglio comune, e nel mentre ripete «Lasciate fare, lasciate passare», all’autorità attribuisce poteri che assorbono la libertà dell’individuo; quasi fossero necessarj per dare unità, concordia, efficacia alle azioni e ai voleri singoli: insomma al posto del naturale surroga l’ordine artifiziale.
Da Wolf, testo filosofico nel collegio Alberoni dov’egli fu educato, trasse l’unità, la vastità, la concatenazione sistematica, la precisa distinzione delle idee, la ben determinata terminologia, ma anche un formalismo faticoso tra il procedimento matematico e l’argomentazione scolastica. Testa geometrica, faticò tutta la vita ad armonizzare principj in apparenza repugnanti, l’equità romana e il formalismo britannico, la virtù di Platone e l’utilità di Bentham, la giustizia metafisica di Vico e la necessità di Hobbes, l’amministrativa e l’attività privata, la stabilità e il progresso; coordinamenti troppo difficili. Romagnosi ripudia francamente il contratto sociale come base dei diritti e doveri, ma vi surroga una ragione presuntiva, una volontà generale e sovrana, una legge che tutta la forza deduce da legge anteriore, qual è il bisogno assoluto del viver sociale; e il diritto umano e pubblico fonda sulla necessaria tendenza dell’uomo a cercar il piacere ed evitare il dolore (§ 97) e sulla conseguente necessità del viver sociale (§ 415); di modo che il diritto deriva dal complesso degli attributi essenziali dell’uomo e delle relazioni co’ suoi simili, raccolti e tutelati nella convivenza civile, la quale è lo stato naturale dell’umanità. Ma fuori e prima della società non v’è nulla; «non esiste una potenza esterna superiore, illuminante l’uomo sull’ordine dei beni e dei mali, sui beni e i diritti. Dunque ha dovuto precedere un lungo periodo, nel quale, a forza di milioni di sperimenti, d’errori, di vicende, l’uomo grezzo e ignorante è passato bel bello allo stato di ragionevolezza e di lumi. Questo corso si può considerare come una legge di fatto della di lui natura»[277].
L’uomo dunque senza la società non sarebbe che un bruto, lo che riconduce alla primitiva bestialità di Rousseau, e a sagrificare l’individuo alla società, l’uomo non avendo che un valor sociale; e l’attribuirlo al maggior numero dei conviventi è lo scopo della scienza e dell’arte. Male non è che il nuocere alla società, «tanto che un uomo il quale per tutta la sua vita pensasse ed amasse il male, e operasse giusta l’ordine, non potrebbe essere chiamato ingiusto; anzi giusto sarebbe ad ogni modo»[278]: esclusione del concetto morale che genererebbe l’ipocrisia. Il suo confondere sempre il desiderio di sentire aggradevolmente coll’amor del bene, cioè il piacere coll’ordine, esclude ogni concetto morale superiore; nè vi rimedia col porre fine ultimo della società la pace, l’equità, la sicurezza, poichè ciascuna di queste importa una moralità, cioè pace nell’ordine, equità ma con giusta proporzione, sicurezza ma per la sola virtù. Costituito il diritto di proprietà sopra il diritto di sussistere, dovette dar in fallo discorrendo dell’eredità.
Fra i diritti della società è quello di punire; la necessità, come ne è la fonte, così ne è il limite. Sebbene nella pena introduca un elemento morale, facendo che colla colpa l’uomo decada dal diritto che aveva alla vita e sicurezza propria; non per questo si eleva sino all’espiazione, portata da tutt’altro ordine di idee, e si arresta alla difesa indiretta. Questa non è più necessaria quando il delitto è consumato; ma poichè alla società sovrasta la minaccia di rinnovata offesa, ella ha diritto di prevenirla punendo. Qui manca il nesso, giacchè pel nome medesimo, una punizione non può concernere che il passato; il padre punisce il figlio che percosse un altro, sebben nulla abbia a temere per sè; e Dio punisce anche quando l’essere misto cessò di poter delinquere. Scolaro degli Enciclopedisti, il Romagnosi trae da quelli molti pregiudizj, sebbene non ne accetti il gretto materialismo; da gran legista ripudia molte conseguenze, pure distingue le leggi come sono dalle leggi come devono essere; se ne’ particolari è spesso utilitario, nel complesso investiga il principio razionale: insomma ha il merito di mostrare gli sbagli del sistema vecchio, ma non ne erige un nuovo; e se anche se ne rifiutano i canoni, la mente è giovata dal suo metodo.
Nell’Introduzione allo studio del diritto pubblico universale vuol congiungere l’ordine dottrinale coll’operativo, la scienza della ragione con quella della volontà, troppo dimentica dai pubblicisti; la quale scienza si collega nel tempo col diritto d’opportunità, ch’è spiegazione della storia. Cercando dunque ajutare il triplice perfezionamento economico, morale, politico, formò una filosofia ch’egli intitolava civile, media fra la razionale e la scienza della legislazione. E come suo carattere udiamo attribuirgli l’insistere sulla fusione della giurisprudenza coll’economia, la quale altrimenti è scienza sbranata e disastrosa; sebbene non precisano la natura di questa relazione fra l’economia, la morale, la giurisprudenza, la politica. Anche quel suo ampliare l’oggetto dell’economia politica, nelle ricchezze comprendendo e il giusto e l’onesto, l’utile dell’individuo e della società, è un eccesso che, se impiacevolisce la scienza e corregge l’egoismo, scema però la precisione.
Nella giurisprudenza adoprò a sottrarre le materie legali dal grossolano e pigro senso comune, soggiogato dall’autorità. Tardi, quando rinasceva l’amor della storia e qualche scolaro oppose i fatti alle sue idealità, egli entrò in questo campo, ma con teorie preconcette. Allora ripudiò il passaggio spontaneo dell’uomo dalla barbarie alla civiltà, e «quei mal informati tessitori di civili società, i quali mediante fantastiche speculazioni pretendono far sorgere ove lor piace le città. La storia non ci fornisce verun esempio d’incivilimento nativo, e ricorda solamente il dativo... Le notizie rimaste dei primordj delle nazioni tutte, segnano uno stato anteriore di nativa barbarie, e la derivazione dell’incivilimento da gente straniera». E per conciliare questa contraddizione colle sue prische dottrine, ammetteva che «pel concorso di felici circostanze, in un paese unico spuntò, crebbe e si diffuse l’incivilimento; donde colla maniera sperimentata efficace fu trapiantata di fuori»[279]. È questo il sistema di Bailly; ma non fa se non allontanare la difficoltà.
Dal Rosmini la filosofia del diritto fu trattata in modo originale, siccome pur dal gesuita Tapparelli, entrambi il diritto subordinando alla morale, anzi il Tapparelli lo ridurrebbe alla rettitudine, in opposizione alla scuola filosofica tedesca che lo deduce dalla libertà, separandolo dalla morale, e guardandolo come un ragguaglio meramente esterno, il cui formale principio è riposto nell’autonomia morale. Non però confondono il giusto che è principio del diritto, coll’onesto che è principio della morale; esterno quello, questo interno; quello obbligatorio, questo spontaneo.
Il diritto naturale fu sospetto a molti Governi, quasi conduca al razionalismo e a sciogliere l’uomo da ogni vincolo di religione rivelata e fin di morale naturale. Antonio Bartoli Avveduti (1854) sbuffa contro quanti ne trattarono e fin contro la parola diritto, credendola manto de’ razionalisti utilitarj, atei, comunisti; non darsi diritto ma solo dovere, nè altro averne l’uomo che quello di compire il proprio dovere; Dio ha dovere di creare, felicitare, perdonare, punire (pag. 55); le bestie hanno «il diritto di essere governate, accarezzate, bastonate, ammazzate ed anche straziate, come si fa negli studj anatomici; Mirabeau, Robespierre, il diavolo hanno il diritto ad essere esecrati e maledetti (pag. 52-59); nè si danno opere lecite e non doverose (pag. 46)».
La giurisprudenza come arte trovò nobile campo dove era chiamata alla pubblicità; ma i più s’applicavano alla pratica, nella quale il diritto è il codice. La filosofica ebbe per altro qualche cultore, e qualcuno la storica, o sulle orme nazionali come fecero Romagnosi e Nicola Niccolini che applica la filosofia alla legislazione, o sulle tedesche come Capei, ma più sulle francesi. I napoletani Mario Pagano, Liberatore, Delfico, Giovine, Durini, De Thomasis, De Martire, Martinengo, Winspeare, Capone, Starace, Vecchioni, Lauria, Canofori, Raffaelli, Agresti, Mancini; i toscani Biondi, Poggi, Paoletti, Marzucchi, Galeotti, Giuliano Ricci; i romani Capitelli, Contoli; i lombardi Nani, De Simoni, Giuliani; i piemontesi Sclopis, Albini, son nomi che possiamo intonare ai forestieri quando troppo generalmente asseriscono che l’Italia non ha fatto nulla per la giurisprudenza.
Carmignani diede la teoria delle leggi della sociale sicurezza; Forti le istituzioni civili; Luigi Cappelli pistoiese insegnò legislazione civile, penale e canonica all’Università di Wilna, dove professò anche il filologo Sebastiano Ciampi. Emidio Cesarini (-1876) offrì i principi del diritto commerciale secondo lo spirito delle leggi pontifizie (1836). Come il Romagnosi, così il napoletano Manna adoprò a ridurre a forma scientifica il diritto amministrativo. Pellegrino Rossi (-1849) conobbe la necessità di legittimare il diritto di punire, contro le opinioni divulgantisi; confutò la scuola storica che alla ragione filosofica contende il diritto di far leggi, appropriandolo unicamente alla consuetudine, alla spontaneità popolare; cercò porre in sodo il fondamento razionale, già indicato da Kant, da Cousin, da De Broglie, e fabbricarvi sopra il diritto penale, e trovare l’arcano attacco della giustizia penale coll’assoluta. Unico trattato completo dopo il Beccaria, concepito con unità, dedotto con metodo, spinto con potente dialettica: ma non osando ribellarsi ai giudizj correnti, si tiene al giusto mezzo dei dottrinarj; sciogliesi dall’ideologia sensista, ma senza abbracciare francamente lo spiritualismo; non accorgendosi che il razionalismo non può produrre che la variazione.
Nel diritto canonico van citate principalmente le opere del novarese Scavini e del chierese Perrone, e in senso contrario quello del torinese Nuytz. La teologia da cinquant’anni discute se «nel conflitto tra due opinioni egualmente probabili, si deva stare a quella ch’è più sicura, perchè conforme alla legge, o possa pigliarsi la meno sicura e più favorevole alla umana libertà». Gli uni tengono doversi nel dubbio eleggere la parte più sicura (Probabilioristi o Tuzioristi). I Probabilisti assoluti, pei quali è lecito seguire l’opinione probabile anche quando sia in conflitto con altra più probabile appoggiata alla legge, oggimai son fuori di quistione; e Probabilisti moderati convengono non possa operarsi con dubbio pratico, bensì nel contrasto di due opinioni di equiprobabili potersi tener quella ch’è più conforme alla libertà umana, qualvolta nel dubbio speculativo l’operante si renda praticamente certo mediante alcun principio riflesso. Tali sarebbero, che la legge dubbia non sia sufficientemente promulgata, e perciò non obbliga; che la legge incerta non produce obbligazione certa; che nel dubbio si può attenersi al partito più benigno; che nel dubbio è migliore la condizione del possidente, sicchè nel conflitto tra legge e libertà può preferirsi quest’ultima, posseduta dall’uomo prima della legge. Quanto sieno solidi e quanto devansi estendere questi principj è controverso tra Probabilisti e Tuzioristi in genere; e nominatamente tra i Rosminiani e i teologi di cui fu sapiente compilatore lo Scavini.
Favorevoli alla legge apparvero tra noi, oltre l’antico Bellarmino, nel secolo passato i fratelli Ballerini, il Cóncina, il Fagnani, il Franzoja, il cardinal Gatti, il Patuzzi, lo Scarpazza, e modernamente il comasco Luraschi e il milanese Speroni. Quelli che nel dubbio propendono alla libertà, citano fra gli antichi sant’Antonino e Alberto Magno, poi i cardinali De Lugo e Pallavicino, Cristiano Lupo, il Possevino, il Segneri, lo Sfondrati, e recentemente il Tamburini. In capo a tutti procede sant’Alfonso de’ Liguori (tom. XII, pag. 182) che, seguendo le norme di Busembaum, e copiandolo tanto vigore vi pose, tanta copia di prove, tanta costanza di principj, da parer l’autore di questa dottrina, che fu adottata quasi universalmente, a segno che i trattati di morale posteriori riduconsi quasi ad un ricalco de’ suoi.
Ai progressi della teologia ermeneutica, che furono così segnalati di fuori, non abbastanza contribuirono i nostri, fra cui pochi sono provveduti di quell’alta filologia che eleva la critica ed invenzione[280]. Più larghi campi e battaglie più severe offre l’alleanza dello spirito di Dio colla ragione umana. Nè la filosofia potrà forse procedere se non ammettendo a titolo di postulato la coesione del finito coll’infinito, della libertà colla necessità, della creatura col creatore; invocando la fede ad attestare la permanenza del me, e dare al vero una sanzione superiore alla filosofica. Col coraggio della fede e la saviezza della speranza, ben meglio che colla presunzione individuale si compisce la saviezza de’ padri e si trasmette migliorata ai figliuoli, e si abbatte il nemico comune, lo scetticismo, separando le verità sperimentali da que’ disegni che Dio realizza nel mondo, e di cui vuole nasconderci il mistero.
Nelle leggi non men che nell’economia bel nome godrebbe Luigi Valeriani d’Imola (1758-1828), professore all’Università di Bologna, se la barbara esposizione nol rendesse a pochi accessibile, e se non avesse tirato che pochi esemplari delle opere sue. Scrisse del prezzo delle cose tutte mercantili (1815); e affatto geometrico, da pochi principj generali discende a spiegare i fenomeni e dimostrare i problemi e teoremi tutti. Dalla proprietà individuale sui mobili, poi sui semoventi, poi sugli stabili deduce l’origine della società civile e dei suoi tre grandi ordini, la divisione del lavoro, la maggior riproduzione, le permute estimatorie, le misure del valor delle cose, i loro baratti, l’amministrazione pubblica, la giustizia distributiva e la commutativa, i giudizj, la difesa, il tributo. Ricchissimo d’erudizione, forte di logica, volendo associare l’economia colla morale e la religione, saviamente discorse de’ cambj e della moneta reale e di conto: ma preoccupato dall’autorità de’ filosofi e dei Governi, col maggior numero antepone la pubblica alla sicurezza e comodità privata.
Il Mengotti di Feltre dissertava sul colbertismo; la sua memoria sul commercio de’ Romani; premiata dall’Accademia di Francia l’anno che scoppiò la rivoluzione, ebbe un successo di circostanza, perchè nei ladri proconsoli romani si volle vedere adombrati i provveditori veneti.
Il comasco De Welz diede qualche aspetto di novità alla sistemazione del credito proponendo una banca per la Sicilia, poi nell’operetta della _Magia del credito svelata_ (Napoli 1834). Aggiungiamo Carlo Bosellini di Modena (_Nuovo esame delle sorgenti della privata e pubblica ricchezza_, Modena 1816), il Fabroni, il Costanzo, lo Scuderi, il Longo, il Morreno, l’Intriglia, il Deluca, il De Augustini, il Rossi, il Meneghini, il Parisi, il Trinchera, il Poli (_Studj d’economia politica_); il Ferrara, che sovraintese a Torino a una raccolta d’economisti, tutti forestieri eccetto un volume; lo Scialoja, che più degli anzidetti inclina alla libertà, però legale e protetta. Di tali studj e delle loro applicazioni l’organo più longevo e perciò meglio opportuno alla storia furono gli _Annali di statistica di Milano_ compilati da Giuseppe Sacchi, che sopravvissero alla crisi del 1848, a cui soccombettero quelli di Napoli. Lodovico Bianchini, nella _Scienza del ben vivere sociale_, allargò a teorie quel che avea raccolto negli studj particolari sopra il reame delle Due Sicilie; conosce le imperfezioni di questa scienza, pure s’affigge anch’esso allo Stato, qual albero maestro della macchina sociale, e alle leggi arbitrarie e alle sociali contingenze.