Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)

Part 36

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Pertanto un Italiano, che da un pezzo guardava ai passi dell’umanità anche fuori di paese, si persuase che tutte le verità importanti alla vita si racchiudono nella storia, scienza generale e non isolata, e dapprima storicamente furono e possono essere enunciate; che nè un individuo nè una nazione si può conoscere appieno se non si studii in tutta la serie della sua vita; che la moralità de’ fatti privati e pubblici deriva dalla conoscenza delle circostanze, nè queste possono abbracciarsi se non nel complesso delle cose che precedettero e seguirono; mentre restringendosi a un punto solo, si distruggono la ragione storica e la ragione umana. Ebbe dunque l’ardimento o la temerità di riassumere in una storia universale quello che sui singoli punti di essa aveano discusso e pronunziato nostrali e forestieri, e darvi non solo esterna simmetria, ma intima unità, seguitando il genere umano che tutto insieme migliora di continuo, sotto la guida della Provvidenza: e quel progresso additò nelle idee, nelle dottrine, nei sentimenti, nell’acquisto di libertà e di dignità; perciò studiando in complesso le scienze, le religioni, le arti, le costumanze; procurando si apprezzasse il passato senza voglia di rifarlo, non si guardasse il medioevo come un grande abisso fra due mondi[262], negando conservasse e producesse germi di civiltà, ma non pretendendo trovarveli appieno svolti e maturati; insomma si riponesse l’uomo al posto dove i filosofisti aveano collocato delle astrazioni. In conseguenza notabili riuscirono i giudizj ch’ei portava sugli uomini, collocandoli in mezzo alle circostanze e alle idee del loro tempo, eppure in ogni età e luogo raffrontandoli alla morale indefettibile, e deducendone la ragione filosofica e il criterio morale. Anche artisti e letterati circondando di ciò che doveva ispirarli, non li valutava soltanto secondo la bellezza formale, ma stimando gli antecedenti passi dello spirito, le tendenze verso il futuro, il nuovo impulso che ciascuno aggiunse all’impulso continuo provvidenziale.

Chiedeano i grandi dottori: A quale scuola appartiene egli? è novatore o retrivo? perchè tanto rumore? come si elevò senza il nostro voto, senza incensare agli idoli che giorno per giorno noi gridiamo immortali e domani sotterriamo? porta un metodo o una dottrina? è una scoperta?

Era la perseveranza di cercare la verità, la buona fede in riconoscerla, la franchezza in esporla tutt’intera e complessiva, senza timore di nemici, e, ciò che più costa, senza connivenza ad amici. Considerata come evoluzione dello spirito universale nel tempo, e in particolare come progresso della coscienza della libertà, la storia diveniva opera di morale e politica più che di letteratura: e in fatto quelli che si proposero con dottrina e coerenza di mettere quell’opera nel fango o sul piedistallo, tolsero appunto di mira i suoi giudizj. Nuovi o no che fossero, giusti o meno, traevano vigore dall’essere per la prima volta applicati non a fatti e personaggi singoli e speciali, ma all’intera storia; la quale ordendosi sulla conoscenza della natura dell’uomo, sull’efficacia delle istituzioni e dei fatti nella condizione dei popoli, non destava minore interesse al tempo di Cesare e di Confucio, che a quello di Napoleone e di Saint-Simon.

A noi non pareva che, d’una scuola che ora udiamo compassionare come sfruttata e «immiseritasi nella religione e nella morale», riuscirebbe compiuto il quadro se non avessimo accennato a un’opera, la quale (non essendosi comprata l’impunità con forme elastiche ed espressioni mitigate a norma del giusto mezzo che si pretende) aperse campo a rumorosi dissensi, produsse critiche più voluminose di essa, ma i cui sentimenti e l’esempio non rimasero inefficaci neppure su quelli che la rinnegavano. Se non che l’autore, mentre conosceva come si abbia diritto di chiedere ad un libro la trasparenza d’ogni frase, la precisione d’ogni pensiero, la sicurezza d’ogni giudizio, affinchè, lucido e ardente, ispirato dalla passione, temperato dalla ragione, rechi lume all’intelletto, calore al sentimento, rinforzo alla volontà, sentiva quanto ad adempiere tali doveri lo rendessero impotente il suo ingegno, il suo isolamento, i suoi contemporanei.

Chi ci trovasse o ingrati agli antecessori o malevoli ai successori, voglia indicarci perchè, non dirò non li lodino, ma non se ne valgano gli stranieri; perchè quivi stesso si ricevano così scuratamente i lavori nazionali, mentre con deplorabile leggerezza si traduce ogni miseria che sgorghi di Francia[263]; perchè alcuni sfacciati od ignoranti osino asserire il falso, addurre testi bugiardi, documenti sfigurati, e ottengano assenso dai giornali e persino reputazione di eruditi; perchè sì rara s’incontri quella critica che ricostruisce il passato vagliando le sodezze del vero dalla pula dell’immaginazione e dell’arbitrio, dai miti e dalle frodi. Italia aspetta ancora lo storico, il quale la metta sulle vie che solo possono convenirsi all’avvenire, colle maschie melanconie; con quel coraggio tranquillo che sa dare torto anche alle persone ed ai partiti che venera; ed affrontando i pericoli della sincerità, maggiori in paese che non c’è avvezzo, e dove la tribuna è riservata ai sofisti, non guarda quali simpatie e quali rancori ecciterà, non teme applausi che gli varranno calunnie, nè dissensi che gli varranno la persecuzione dei forti o la denigrazione de’ gaudenti, de’ quali è legge l’esagerazione e vanto l’astrazione inapplicata.

CAPITOLO CLXXXVI.

Scienze morali e sociali.

E chi ci dirà che la precipua causa del poco bene scriver nostro e del non farci leggere sia lo scarso studio della filosofia, ci parrà uomo che nell’arte sa elevarsi dai canoni consueti della scuola.

Dalle meschinità di Francesco Soave uffizialmente adottate, l’Italia era stata buttata nel sensismo vulgare di Condillac, benchè serj filosofi il combattessero; come il Gerdil, che sostenne non poter l’idea dell’ente derivare dai sensi, eppure essere idea formata; il Falletti, che al canone della sensazione surrogò il leibniziano della ragione sufficiente e la generale idea dell’essere, dedotta dal _me_ pensante; il Draghetti, che divisò una più compiuta dottrina sulle facoltà dell’anima, fondandola sopra l’istinto morale e sopra la ragione; il Miceli che, ripulsando l’_Ontologia_ di Wolf, prevenne Schelling nel divisamento di un nuovo sistema delle scienze. Il padre Pino (1779-1823), nella _Protologia_, il principio e il fondamento d’una scienza universale trova nella natura divina, sorgente della ragione umana, ch’è distinta dai sensi; è una e identica in tutti gli atti del pensiero: ma a malgrado di quest’unità, noi siamo il soggetto e l’oggetto dell’intelligenza, e lo spirito intelligente che in Dio cerca la causa e il modello. Ogni luce e verità proviene da Dio; e la natura divina, cioè il dogma della Trinità, si riflette necessariamente in tutti gli oggetti che noi conosciamo, e diviene la base di tutte le scienze e della morale. Con ciò opponevasi all’incredulità irruente e alle inezie condiliachiane, e preveniva De Maistre e Donald nel professare che la parola non potè che essere rivelata. Al tempo stesso Palmieri e Carli combattevano le conseguenze del sensismo nella religione e nel diritto pubblico. Anche Pietro Tamburini bresciano (1737-1827), ripudiando il sensismo e la morale dell’interesse, traeva l’obbligazione morale dal bisogno della perfezione, pur confutando il progresso indefinito di Condorcet. Meno ascoltati, non impedirono che a braccia aperte si accettasse da noi la gretta ideologia del Tracy, cui il traduttore Compagnoni aggiunse un catechismo morale, prettamente empirico.

Così il sensismo si diffuse: e la sensazione essere l’idea fu sostenuto dal pseudo Lalebasque (Pasquale Borelli) nella _Genealogia del pensiero_. Pasquale Galuppi di Tropea (1770-1846), pur tenendosi alla filosofia sperimentale, diverge dai puri sensisti in quanto, cogli elementi objettivi della cognizione ammette anche lo spirito umano, che meditando ascende dal condizionale all’assoluto in forza dell’intuizione mediata del raziocinio stabilito sulle nozioni. Scrittore scorrettissimo e tutto infranciosato, pure chiaro, senza formalismo nè pedanterie, senza abbaruffamenti, e con aria di una persuasione dabbene e il tono d’amichevole maestro, si fece leggere più d’altri che di gran lunga il superavano; divulgò l’analisi psicologica della scuola scozzese; diede a conoscere la tedesca, poco conoscendola egli stesso; alle empiriche formole condiliachiane surrogò il linguaggio della scienza moderna, impastandola fra Locke e Reid. Ammette verità primitive di sperienza interna; non procedenti da mero empirismo o dai principj _a priori_ di Kant, bensì dalla subjettività stessa dello spirito, come sue leggi originali. L’ontologia confonde colla psicologia: mal procede nella logica; della filosofia, «scienza del pensiero umano», non scorge le attinenze colla morale, colla politica, coll’economia pubblica. Nell’estetica è affatto gretto: nella dottrina morale ammette giudizj pratici _a priori_, qual sarebbe l’imperativo _Fa il dovere_; e colloca la legge morale nella retta ragione che dirige la volontà al nostro ben essere, indicandoci quali atti possono produrre o impedire la felicità. Nel suo paese Mancini e Tedeschi vacillarono nell’eclettismo; Winspeare giureconsulto espose le teoriche di Kant, ma serbando venerazione per Reid, e in lontananza per Leibniz; De Grazia (_Sulla realtà della scienza umana_) sta fedele a Locke, pur attento ad ovviare le conseguenze del sensismo, e lasciava all’intimo senso il giudicare inappellabilmente la verità del metodo sperimentale, svincolata dal razionalismo.

Le teorie che Giuseppe De Maistre oppose alla filosofia sensista e alla storia enciclopedistica, parvero eccessive, e si tentò conciliare l’esperienza colla ragione, quasi soltanto dal loro accordo possa venire un accettabile sistema[264]. Con questo si scivolò in un eclettismo, pel quale Cousin non trovava ne’ nostri che un gretto raccogliere di ciò che i Francesi hanno già repudiato[265]; mentre Baldassare Poli volle rionorare la scuola italiana, seguendone le traccie attraverso ai secoli fino a noi, e correggendo l’eclettismo in modo che non si limiti a scernere ciò che v’ha di vero nei discordanti sistemi, ma metta in relazione fra loro i due supremi principj dell’empirismo e del razionalismo.

Per Terenzio Mamiani pesarese, sbrigliatosi dalle tradizioni religiose e dal formalismo scolastico, Filosofia è storia naturale dell’intelletto, e suo uffizio lo studio de’ metodi antichi; attesochè il metodo sia tutto, e ogni riforma nasca dal suo cangiamento; la scienza non sia che la verità metodica, e ogni discussione filosofica possa ridursi a quistione di metodo. Il tempo, cioè lo spirito umano, fa sempre una scelta; e di ciò che v’ha di vero in ciascuno accresce le proprie ricchezze; il resto porta via. Gli antichi Italiani conobbero il metodo vero, e chi lo rinnovasse integrerebbe la scienza, da cui si dedurrebbe che le estreme conclusioni della filosofia razionale devono coincidere coi dettami del senso comune: e col titolo di _filosofia italiana_ blandisce la boria patriotica: ma avvi nazionalità nella filosofia, cioè nella ricerca del vero?

In questo ristauramento del passato il padre Gioachino Ventura siciliano (-1861), all’opposto resuscita la scolastica per innestare la filosofia sulla rivelazione; mostra il valore del sillogismo e i meriti di san Tommaso, al quale s’appoggia per sostenere che la ragione abbandonata a sè è bensì dimostrativa, ma non inventiva, e nessuna verità può trovare, neppure l’esistenza di Dio. Nè però nega all’uomo la ragione, ma ne fa un’esistenza sostanziale, che ogni verità trae dalla ragione di Dio; sicchè, ammettendo un principio solo di conoscenza e per ciò una sola sostanza, cadrebbe nel panteismo se la fede nol rattenesse. Perocchè la filosofia cristiana sempre ammise due principj di conoscimento, la rivelazione e la ragione, essendo necessario discernere essenzialmente lo spirito dalla materia, l’individuo dalla specie, la specie da Dio.

Posto il qual canone, fa stupore come la taccia di panteismo si lancino a vicenda i due grandi filosofi cattolici. L’abate Antonio Rosmini di Rovereto (1797-1835) con logica irresistibile abbatte i sistemi dei precedenti, i quali, nel ricercare l’origine delle nozioni che sono indispensabili per formare un giudizio, o troppo negano o troppo suppongono; e dimostra che non è necessario ammettere d’innato se non l’idea della possibilità dell’ente, la quale, unita alla sensazione, basta a produrre le altre, e l’intelletto è quel lume della ragione pel cui mezzo arriva a conoscere. Pensare è sentire, dicevano i sensisti: pensare è giudicare, dice Rosmini; e comincia a distinguere nella conoscenza umana il materiale dal formale. Materia della cognizione sono soltanto gl’individui sussistenti d’una specie: ma la sussistenza non è conoscibile per sè, non entra nell’intelletto; mentre oggetto di questo non è che l’idea, la specie. La sussistenza viene percepita con un atto essenzialmente diverso da quello onde s’intuisce la specie; con un atto che per sè non è cognizione, attesochè un’azione dei corpi sopra di noi produce impressione ma non cognizione. Se poi alla percezione degli oggetti esterni noi applichiamo l’intuizione dell’idea che è in noi, diciamo che quella è la realizzazione di questa; e per tal modo la percezione diviene intellettiva. Quest’atto non è una semplice intuizione dell’idea; bensì un giudizio, un’affermazione che ci fa persuasi della realtà d’un ente, il quale corrisponde all’oggetto intellettivo da noi intuito. Tutte le qualità delle cose hanno la loro idea, e perciò appartengono alla cognizione pura e formale; solo la sussistenza è estrania alla conoscenza, e ne costituisce la materia.

Così ridotta la cognizione alle pure idee, ai possibili, alle essenze, egli paragona le idee fra loro, e vede che le più determinate rientrano sempre nelle meno determinate, sicchè, distribuendo le più particolari e molteplici prima, poi le meno particolari e meno numerose, via via si giunge a un’idea prima, che vale per tutte, e che in tutte si moltiplica mediante differenti determinazioni.

A tal modo coglie l’idea dell’essere possibile indeterminato, come fonte pura di tutto lo scibile; idea che esiste indipendente dall’uomo e da ogni realtà. Se l’uomo consideri tutte le cose sussistenti e da lui conosciute, s’accorge che in esse non trovasi nulla di ciò che si chiama la conoscenza. Eppure la conoscenza vi è, perocchè egli conosce. Quest’è segno che sono cose affatto distinte la conoscenza e la sussistenza; e la prima è una forma di essere, in opposizione alla sussistenza. Non può dunque formarsi da nessuna delle sussistenze cognite, nè dal mondo materiale, nè dall’anima, ma procede da qualche altro principio, la cui essenza mantiene tale opposizione a tutto ciò che esiste. Tale principio, che non è sostanza reale nè accidente, è l’ente intelligibile, la possibilità delle cose, l’idea; principio che si raggiunge ancora più col contemplare che col ragionare.

Questa prima percezione dell’ente, intuíto in universale, non possono neppure gli scettici dubitarla illusione; onde è fondamento della certezza, e genera la cognizione dei corpi, di noi, di Dio, della legge morale, il nesso del mondo ideale col reale, della vita teoretica e speculativa colla pratica. Sommo teorico del pensiero, sebbene usi una lingua pulitamente stentata, e più prolissa che non converrebbe a quell’irrepugnabile argomentare; e sebbene l’insistente dialettica, specialmente nella confutazione, sappia di cavillo, nuovo movimento impresse al pensiero filosofico, tolto dalle angustie dell’empirismo, e diretto ad abbattere il mondo della sofistica e dell’errore, per elevare il mondo della scienza e della verità. Indipendente di atti e di pensare, coerente nelle opere come nei principj, il ricco patrimonio erogava in opere pie e nel sorreggere i Sacerdoti della Carità (-1854), da lui istituiti per formare buoni ministri dell’altare.

Pure la vita eragli stata amareggiata da contrarietà, non solo per parte de’ materialisti ch’egli bersagliò in Gioja, Foscolo, Romagnosi, ma anche de’ religiosi, dai quali fu promosso avanti al pubblico un attacco d’inverecondi improperj, e avanti alla Congregazione dell’Indice un’accusa di errori teologici, ma la suprema autorità lo mandò irreprovato.

Suo antagonista il torinese Gioberti (1801-52) asseriva «che al dì d’oggi in Europa non v’ha più filosofi», colpa del metodo psicologico, al quale vuol sostituire l’ontologico di Leibniz, Malebranche, Vico; ultimi filosofi, la cui via fu guasta da Cartesio, «nuovo Lutero, che all’autorità cattolica surrogò il libero esame». Poichè questa ricerca dell’ente mena difilato al panteismo, sia l’ontologico che confonde il reale infinito col possibile, sia il cosmologico che immedesima Iddio col creato, Rosmini avea voluto garantirsene coll’asserire che l’intelletto non intuisce l’ente reale ma il possibile; Gioberti accetta l’idea dell’ente come primo psicologico, ma crede repugni il dedurre il concetto di realtà da quello di possibilità, e che precipita nel panteismo il supporre che questo esista senza di quello. Li distingue dunque per mezzo dell’atto creativo, mediante la formola _L’ente crea l’esistente_.

Questa formola è il primo filosofico, che comprende il primo psicologico e il primo ontologico, vale a dire la prima idea e il primo ente. Toglie dunque, nell’intuizione dell’assoluto, ogni intermedio fra lo spirito creato e l’ente in cui stanno objettivamente tutte le idee, e vuole che l’intuizione dello spirito umano sia nell’ente divino, ideale, reale, creante; mentre Rosmini fa l’intuizione per sua natura ideale, e il reale colloca come scopo del sentimento: laonde lo spirito nostro non intuisce direttamente Dio; l’idea dell’ente, rappresentandogli l’essere come possibile e universale, non gli discerne il necessario dal contingente, mentre il sentimento della realità divina appartiene ad uno stato soprannaturale. Se in Rosmini l’ente è possibile e indeterminato, in Gioberti è reale e creante; perocchè, in quella sua proposizione egli avvisa nel primo membro una realità assoluta e necessaria, nell’ultimo una contingente, e vincolo tra essi la creazione, atto positivo e reale, ma libero. Ecco tre realtà indipendenti dallo spirito nostro; ecco affermati il principio di sostanza, quel di causa, l’origine delle nozioni trascendenti, e la realtà objettiva del mondo esterno. Da quella deduce egli l’intera enciclopedia, divisa in tre rami; filosofia o conoscenza dell’intelligibile, fisica e matematica. La prima appartiene all’essere, la seconda all’esistenza, la terza alla copula, cioè al creato. Viene poi la teologia rivelata, dov’è l’ente che redime l’esistente.

È un tentativo di ricondurre all’ontologia gli spiriti, traviati dall’analisi psicologica, ripristinando la scienza in opposizione alle scuole tedesche, vergenti al panteismo. Ma Gioberti, declamando incessante contro i psicologi, ingombrò la dottrina con metafore e tono oratorio, con parole artificiosamente inintelligibili e sinonimi in mancanza d’idea precisa; con neologismi inutili e formole nuove indossate a idee anche comuni, mentre gli studj speculativi vogliono elocuzione chiara, precisa. Il razionalismo combattendo in Lutero che scosse l’autorità della Chiesa, in Cartesio che sconficcò l’infallibilità della Bibbia, in Kant che annichilò la validità della metafisica cristiana, ripone l’essenza del cattolicismo nel riconoscere l’assoluta sovranità della Chiesa nel definire il vero morale e religioso: sovranità che si annichila col negarne anche una minima parte. Lo avesse egli ricordato anche tra l’ardore della polemica, dove, fatto del vero un mezzo, non un fine, si prostrò davanti ai proprj equivoci, secondando l’opportunità.

Attorno a Rosmini e Gioberti si dibatterono le capitali quistioni dell’ontologia, della psicologia, dello scetticismo, del panteismo, dell’origine ed autenticità delle cognizioni, del valor logico della dialettica nel conciliare i contrarj, della natura dell’assoluto, dell’ideale, del reale, degli universali, del primo enciclopedico che spiega l’universo. Conciliava i due sistemi onde raggiungere la sintesi che meglio giovi alla vita individuale in relazione coll’universale civiltà. Tentarono Tommaso Mora e Francesco Lavarino nell’_Enciclopedia scientifica_ (1856), associando l’intuito dell’ente creato e quel dell’ente possibile non sequestrato dal reale, in modo che l’ontologia sia reale, ideale, mista, e il filosofo deva contemplarne tutte le parti, ma non gli sia possibile impossessarsene senza l’autorità della Chiesa, la quale è l’ontologia stessa fatta sensibile, e la sola che possa insegnare la realtà oggettiva delle cose; è il vero principio del mondo scientifico, dove la filosofia non è che il mezzo. I criterj filosofici usitati sono sempre arbitrarj e gratuiti, destituiti di valore enciclopedico, il cui supremo valore è quello della contraddizione: ed essi con logica serrata lo riscontrano attuato in tutte le cose, da Dio sino all’atomo.

V’ha altri cui viene paura che gli studj dell’ente e quelli dell’idea non conducano dalle universalità dell’essere alle universalità della sostanza, dall’unità ideale alla sostanziale, cioè dalla semplice unità ideale alla negazione delle realtà estrinseche. A tal pericolo si oppongono gagliardamente i filosofi religiosi, fra’ quali segnaliamo il gesuita Pianciani (-1876), che dopo avere colla molta sua scienza fisica commentati i sei giorni della creazione, volle con quella scienza stessa illustrare la metafisica.

Altri credono che la filosofia abbia fondamento in san Tommaso, giovata dalle ricerche de’ moderni; e tale è l’opinione del Liberatore, che i Gesuiti oppongono al Rosmini. Con quest’ultimo accampano Pestalozza, Curti, Sciolla, Manzoni...; con Gioberti stanno Bertinaria, Vittorio Mazzini e molti piemontesi. V’ha chi risale a Kant, pur declinandone gli errori, come Baroli; chi tiensi agli scozzesi, come Ravizza; Bertini nella _Filosofia della vita_, deriva la morale dall’amore disinteressato della bellezza morale degli atti virtuosi: il Centofanti con vigoria ed ardimento fino nell’erudizione tesse la storia de’ sistemi filosofici.

L’ontologia e le aspirazioni alla scienza assoluta sono combattute da Giuseppe Ferrari, il quale asserisce che con ciò non si fa che duplicare i misteri, trasportando la verità prima fuor della certezza descrittiva; e poichè non è data all’uomo che la descrizione, facile riesce abbattere i sistemi ontologici e, confutati questi, sembrano distrutti anche i fatti che essi spiegavano. Passaggio matematico non v’ha dall’ente ai fenomeni, dall’uno al vario, dalla sostanza alla creazione; sicchè fra tali ricerche la ragione isterilisce nel dubbio, mentre dovrebbe limitarsi alla descrizione de’ fenomeni, ripudiando come impossibile ogni dimostrazione di là dai limiti della certezza vulgare. Neppur alla morale dà fondamento l’ontologia, avvegnachè la virtù è una poesia, la morale un irresistibile impulso del cuore, la libertà e la responsabilità un fatto di coscienza, inseparabile dalla moralità e inesplicabile come questa[266]. Con Ausonio Franchi proclama i diritti della ragion pura, e che sol dopo ottenuta la libertà del pensiero potrà conseguirsi la libertà degli atti; sicchè è mestieri distruggere dogmi se vogliasi arrivare al riscatto politico della nazione.

Queste divergenze accertano il bisogno di dare un fondamento alla filosofia, la quale più non s’isfrivolisce coll’acquisto individuale di idee e di cognizioni, ma ricorre all’universalità, o chiamisi senso comune, o idea innata, o forme universali, o spontaneità della ragione, o indaghi nel linguaggio i depositi della comune, la sintesi dell’umanità; certo però collo spirito negativo non risolverà i grandi problemi della natura e della civiltà, nè ripristinerà nell’uomo l’immagine divina.