Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 35
Di ciò sarebbe a domandargli severo conto s’egli mostrasse quell’unità che rivela un autore serio, un intento ponderato. Ma il suo bestemmiare o deridere è vezzo di scuola; chè del resto il fondamento di soda politica, il criterio morale, la chiara intelligenza dei tempi gli mancano, del pensare dispensandosi mediante comodissime frasi, «il fato, la fortuna, ritirare verso i principj». Amplificazioni dove prevale l’accessorio e nelle particolarità si perde ogni senso degli universali, dove non sia nè amor del vero, nè studio di cercarlo, nè critica di distinguerlo, nè lealtà di esporlo, non costano sforzo all’autore nè fan profitto al lettore; e nessuno certamente vorrà imparare dal Botta le vicende patrie: ma poichè quel libro sarà raccomandato sempre per la pulizia del dettato e la varietà di modi e il dire italianamente tante cose inusate, e la serenità dell’esposizione, e la spiccata evidenza di ciascun fatto, quale appena si trova nel Boccaccio, converrebbe con sobrie note avvertire degli errori di fatto, e delle opinioni illiberali, acciocchè, ammirandolo come arte, non se ne assorbano falsità e sconsideratezze. È vero che bisognerebbe annotare quasi ogni periodo; ma è pur vero che tuttodì ai giovinetti si porgono autori latini, pieni d’inesattezze di fatto e d’errori di giudizio, che non potrebbero darsi i peggiori quando si trattasse non di educarli, ma di pervertirli[253].
Lusingati da quest’esempio, molti ingegni diedero frondi d’elocuzione ove chiedeansi frutti; niun peggio dell’Angeloni nell’_Italia_, e del Drago nella _Storia della Grecia antica_, ridicoli per frasi rugginenti. Della Grecia nuova scrisse con toscana semplicità Luigi Ciampolini. Lazzaro Papi da Lucca (1763-1834) si perigliò al gran dramma della rivoluzione francese, ma al modo che si narrerebbe quella di un popolo antico; inoltre fece lettere sulle Indie orientali, una traduzione del _Paradiso perduto_ ed altre dal greco. Il duca di Lucca lo fece bibliotecario e precettore di suo figlio; e quando poco dopo morì, voleva erigergli una statua.
E per l’origine sua pisana, e per la lunga dimora, e più per l’affetto onde guardò le cose nostre vuol qui menzione Carlo Sismondi da Ginevra (1773-1842). Nel _Quadro dell’agricoltura toscana_ (1801), ai vasti poderi e agli uniformi ricolti che avea visti in Inghilterra paragona quella suddivisa coltura, dove ogni arboscello è accurato dal padrone, e dappertutto trovasi luogo a un gelso, a un fico, a un olivo, mentre la vigna s’arrampica sulle nude pendici, e ad ogni svolta d’angolo una coltivazione diversa, e piccole cascine modello di pulitezza, dove un proprietario lo accoglieva ospitalmente, e dall’aja, ch’è il piano più vasto dell’esigua tenuta, gli mostrava il sorriso di quella natura, e i sudanti villani che talvolta sospendeano i lavori per ricrearsi al canto, e le forosette che riposavansi novellando sotto all’arancio e ai pergolati di gelsomino. Il Sismondi ammirava l’agiatezza così diffusa; quelle fatiche il cui eccesso non rapiva la bellezza nè prostrava le forze; quella diuturnità di possesso o di coltivazione, che faceva fratelli tutti i conterranei; quel culto cattolico, che ogni tratto raccoglie alle stesse pompose cerimonie il ricco col povero, l’ignorante col dotto, ed eccita l’immaginazione e moltiplica i riposi. A Pescia comprò un poderetto, coltivato da un mezzajuolo; e quest’associazione del capitale col lavoro, del possidente col colono, il Sismondi continuò tutta sua vita a invocarla per tutti, e ripetere che la terra è la cassa di risparmio ove il povero deposita a frutto ogni istante di libertà, e su cui fonda il riposo e la prosperità fra le vicende politiche. Solo lagnavasi che gl’incrementi economici degradassero la condizione del contadino, e il monopolio invadesse non solo la campagna di Roma in poche mani restringendo i latifondi, ma anche la Toscana col sostituire grandi bigattiere all’individuale operosità de’ villici.
A queste idee filantropiche si conforma l’amore dei Governi popolari. Con madama di Staël, che cercava impressioni pel suo romanzo _Corinna_, egli percorse la nostra penisola, rintracciando documenti e ispirazioni per la _Storia delle repubbliche italiane_. La pubblicò dal 1808 al 18 in sedici volumi; ed era una protesta contro gl’incensi che alle idee militari e assolute prodigava la letteratura. Scrivendo del paese ch’è centro all’unità cattolica, dell’età organata sopra la Chiesa, e dove la potenza prevalente erano i papi, e manifestazione lo splendore delle arti e del culto, fu pregiudicato dall’aridità calvinica e dal razionalismo: e noi, riconoscenti a un amico che confortò i primi nostri passi come avea ispirato le prime nostre concezioni storiche, dovemmo spesso contraddirne le asserzioni, più spesso i giudizj (tom. VII, pag. 355).
Anche per la _Biografia universale_ del Michaud egli dettò articoli che concernono gl’Italiani; e nella _Letteratura dell’Europa meridionale_ ragionò dell’italiana con franchezza non ispassionata e colle intenzioni romantiche. Volentieri egli tornava in Italia e nella sua Toscana: stabilitosi poi presso Ginevra, che piacevagli come «ultimo rifugio ove l’amor della città si confonde coll’amore della patria», passò vent’anni amato, riverito, ospitale ai forestieri, largo di conforti e di pietà alle vittime delle rivoluzioni italiane del 1821; esultò a quelle del 30 profetizzando l’_avvenire d’Italia_, poi compianse ai disinganni; e pure guardando la Francia come «il solo paese su cui possa farsi conto per mettere barriere al despotismo», deplorava il mancarvi stabilità. Sebbene considerato come gran liberale, e applaudisse i tentativi verso più larghe condizioni politiche, egli professava che «nelle rivoluzioni i ciechi poteri delle bajonette e della ghigliottina surrogansi a tutta la forza che l’ordine desumeva dianzi dal rispetto o dall’abitudine»; crede alla sovranità del popolo, ma s’eleva contro la tirannia della maggiorità, ch’e’ distingue dalla volontà nazionale. Quando poi vide Ginevra mettersi in fuoco per proteggere le tresche di Luigi Buonaparte, si oppose, e n’ebbe scherni e minaccie dal vulgo subornato. Poi venuta su una gente nuova, ci toccò di vedere il venerabile vecchio escluso dagli affari pubblici, che sono tanta parte della libertà cittadina, e vilipeso come aristocratico.
Il Sismondi aveva saltata a piè pari quistioni cardinali della storia nostra, la condizione de’ natii sotto i Barbari, e l’origine de’ Comuni. Questa era stata piuttosto tocca che discussa fra noi, i più col Pagnoncelli derivandoli dai Piomani: ma un discorso del Manzoni intorno ai Longobardi fece conoscere qui la distinzione che Agostino Thierry diffuse[254] in Francia, tra il popolo vinto e il vincitore, e così un nuovo modo di valutare la condizione degl’italioti nelle età barbare. Secondo il qual modo furono meditati quei tempi da Carlo Troya napoletano, autore d’una _Storia del medioevo d’Italia_ così ampiamente divisata, che non era a lusingarsi di vederla inoltrata. Analizzò egli scrupolosamente ogni parola degli scarsissimi documenti dell’età lombarda, dispensandoli in un ordine cronologico che bastava a dissipare cento vecchi pregiudizj, invano rimpellati da articoli e opuscoli che improvvisavano la confutazione d’un lavoro di lunga fatica e di austera coscienza. Allora tal quistione e quelle che ne derivano furono agitate da molti, principalmente con idee venuteci dai Tedeschi[255], i quali, poniamo che esagerassero, convinceano che molto doveva attribuirsi all’influenza germanica.
A dare cognizione del medioevo contribuì la passione invalsa di pubblicare documenti. In alcuni paesi un villano sperpero e un turpe mercato n’era avvenuto allorchè furono aboliti i conventi; poi s’ammucchiarono in archivj, senza quelle cure che alcune corporazioni vi avevano applicate nel secolo precedente. Altrove se ne trasse profitto, e principalmente del ricchissimo archivio di Lucca si cominciarono a pubblicare gli atti, regnante Elisa e colle vedute d’allora, sicchè i primi volumi sono lontani dall’elevazione ora raggiunta dalla storia; nei posteriori il Borsacchini ed altri mostrarono intendere l’erudizione nuova, sia in fatto di governo, sia di filologia. Delle scritture riferentisi all’Italia nelle biblioteche parigine, fece un catalogo il Marsand con iscarsa intelligenza, e preziose lettere ne ricavò Giuseppe Molini. Eugenio Albéri, autore d’un’apologia di Caterina de’ Medici, stampò le _Relazioni d’ambasciadori veneti_, tesoro di cognizioni positive intorno ai varj Stati nostri e forestieri, continuata da Guglielmo Berchet e Barozzi. A Firenze l’_Archivio storico_ del Vieusseux raccoglie opere, sconosciute la più parte, scelte con senno, bene edite, e con que’ sobrj e savj avvertimenti che ne agevolano l’uso a chi una volta avrà potenza di ridar vita alle aride ossa.
Il Piemonte, che sentì il bisogno di mostrarsi italiano più che nol potessero le avite tradizioni, cercò sollecito nel suo passato; il Cibrario per ordine regio trasse dagli archivj nostrali e forestieri _I sigilli della monarchia di Savoja_, una storia di questa, una di Torino, una di Chieri, una dell’economia del medioevo, una delle finanze del regno: lavori che desidererebbero migliore forma. Gli atti dell’Accademia torinese ridondano di dissertazioni intorno a monumenti o a punti speciali della storia dell’alta Italia. Gli archivj di quel paese rimasero chiusi alle istanze del Muratori e agli studiosi fin quando Carlalberto non istituì una deputazione che gli indagò, pubblicandoli con intelletto e con amore. L’istituzione fu poi imitata in tutte le parti d’Italia. Nè vogliamo dimenticare i lavori del Muletti sulla città e i marchesi di Saluzzo, del Carruti su Amedeo II, del Sauli sulla colonia di Gálata, del Bottazzi e del Carnevale su Tortona, del Promis sulle monete ossidionali e quelle dei principi di Savoja e Piemonte, di Leone Menabrea sulle Alpi, di Novellis su Savigliano, di Vallauri sulla letteratura, di Sclopis sulla politica e la diplomazia, del La Margarita sui trattati pubblici della Casa di Savoja, del Manno e del Martini sulla Sardegna, dell’Adriani sui Fieschi di Lavagna e su altre famiglie. Fanno casa a parte quelli di Genova: Girolamo Serra ne racconta la storia civile fino al 1483, ove comincia il Casoni; cercatore coscienziato e lucido spositore, scevro di forestierume e di arcaismi, ma senza genio; e la costante ribrama della patria libertà, che avea tentato rialzare nel 1814, fa che giudichi gli avvenimenti con parzialità municipale. Dalla quale traggono anima i recenti lavori del Canale sull’intera storia, e del Celesia sull’episodio del 1747, e la storia popolare del Bargellini.
Dagli archivj di Roma, i più ricchi del mondo, principalmente gli stranieri poterono trarne o i registri interi di alcuni pontefici, o di che riformare alcuni parziali giudizj. Laonde, se la podestà prevalente nel medioevo trovò sempre detrattori, massime fra i pedissequi dei Francesi, da altri fu considerata da più alto punto, come dal Trova nel _Veltro allegorico_, da Cesare Balbo nella _Vita di Dante_ poi nel _Sommario della storia d’Italia_, libro di circostanza e perciò molto diffuso. A chi lo tacciava di avere in esso blandito al papato perchè tale correva la moda dopo il 1843, rispondeva che «un Manzoni, un Pellico, un Rosmini, un Cantù, un Gioberti, gli scritti di tutti i quali palesano almeno un lungo e indigeno studio delle cose patrie, hanno fatta italiana la moda nostra da vent’anni, cioè prima che fosse straniera»[256].
Il cassinese Tosti nella _Vita di Bonifazio VIII_ e nella _Storia del Concilio di Costanza_ e _dello scisma greco_ applicò gl’intendimenti moderni. Quella della Lega Lombarda risente i tempi, invocando che Pio IX impugni la bandiera italiana, eccitando i fratelli a osare perchè «la storia degli uomini è compita, e beato chi scriverà la prima pagina della storia dell’umanità». Guelfo di fondo, caldo nell’esposizione, non evita sempre le pedanterie, nè cerca carte inedite[257]. In senso diverso Antonio Raineri napoletano, amico ed ultimo ospite del Leopardi, tessè la storia de’ primi nove secoli, nella cui introduzione annunzia che «l’uomo è un’anima incastrata in questo pianeta detto terra, la quale i veri filosofi considerano essa stessa come un grande animale, incastrato esso stesso fra le forze eterne... Come la terra è soggetta fatalmente alle leggi terrestri e universali. Ma fra la certezza dell’ordine materiale e intellettuale dell’universo, egli ha la libertà di operare in un modo piuttosto che nell’altro. E questa libertà non di sostanza ma di modo, non di azione ma di passione, non assoluta ma rispettiva, è bastante a salvare le ragioni della virtù».
E quanti non hanno almeno cominciato la storia d’Italia! e quanti non la interruppero perchè non trovaronvi un concetto unico, un’idea predominante! Il canonico Luigi Bossi di Milano (1758-1835), nella rivoluzione avuto incarico di spogliare archivj, formossi una ricca suppellettile di documenti e monumenti, ed una altrettanto ricca n’avea nella memoria. Di quella fece traffico, di questa abuso, giacchè fino lavori d’erudizione che impongono scrupolosa esattezza, tesseva a memoria, e mentre i vulgari stupivano a quello sterminato sapere, gli eruditi compassionavano. Certe vite beffarde di santi dovette sospendere; le molte storie che compilò perirono; ed anche la voluminosissima d’Italia, transunto di pochi libri, senza proporzioni, senza vedute, senza sincerità, senza stile.
Giuseppe Borghi, traduttore del Pindaro e autore di poesie encomiastiche e religiose, cominciò un discorso sulla storia d’Italia, amplificazione sempre in tono declamatorio e senza critica: e non trascese il ix secolo. È onorevole ricordare come gli apprestassero i fondi molti profughi, poi i generosi Siciliani. D’alta levatura è quella intrapresa per la parte antica da Atto Vannucci, per la moderna da G. La Farina, con viste politiche.
Sarebbe un non finir più il voler numerare le storie municipali; e fra quelle che ci passarono sott’occhio, a titolo di lode ricorderemo i _Carraresi_ del Cittadella, la milanese di Carlo Rosmini per contraddizione alla filosofica del Verri; quella di Mantova del D’Arco, di Pavia del Robolini, di Valtellina del Romegialli; del Ciani sul Cadore, del Bianchi sul Friuli, la toscana dello Zobi, la bergamasca del Ronchetti, la lucchese del Mazzarosa, la comense di Maurizio Monti, del Rebuschini, dell’Arrigoni, di Cesare Cantù, la brianzuola del Redaelli e di Ignazio Cantù, la bresciana dell’Odorici, una di Lodi del Vignati, una di Todi del Leonj, due veneziane del Capelletti e del Romanin. L’affetto repubblicano appare nei lavori sul Canton Ticino e sulla Svizzera di Giuseppe Curti, di Stefano Franscini, lodevole uomo di Stato. Gaetano Milanesi pubblica documenti sulle arti in Siena, e annotando il Vasari avanza la storia, così importante e allettativa delle arti. Ed ogni città può dirsi abbia avuto uno storico; ma pochi che intendessero l’ufficio delle municipali, qual è di rivelare la vita del Comune, connessa colla nazione eppure avente glorie, dolori, turpitudini, interessi suoi proprj[258].
Di Chiese parziali s’occuparono l’Aporti per la cremonese, il Nardi per l’aquilejese, il Morcelli per l’africana, il Capelletti per le venete e in generale per le italiane, l’Emanuel per la nizzarda, il Semeria per quella di Torino oltre i secoli cristiani della Liguria; per quelle del Piceno il Lanzi, il Compagnoni, il Turchi, il Catalani, il Wogel, il Lancellotti.
La _Storia del regno di Napoli_ del Vivenzio, il _Progetto della Storia universale_ del Mazzarella, la _Storia del regno sotto i Borboni_ del De Angelis, il _Regno e la città di Napoli_ del Rosselli, il _Dizionario storico del regno_ di Oliviero Poli e la _Biografia degli uomini illustri del regno_ da una società di letterati, non vissero che il tempo d’essere lodati da giornalisti. Il duca di Ventignano nella _Scienza della storia_ confutò leggermente la leggera del Delfico. Nella _Storia della rivoluzione di Napoli_ Vincenzo Coco ha il calore di chi ne fu parte e il senno di chi profittò degli errori, non discredendo alla libertà, quantunque lodi i Napoleonidi d’aver rimesso il freno. Tornato il paese a’ suoi re, egli rimpatriò, ma dopo otto anni di mentecataggine morì il 1823. Nicola Palmieri, morto del cholera nel 36, oltre una debole storia lasciava un _Saggio storico e politico sulla costituzione del regno di Sicilia fino al 1816_. Più divulgossi quella del generale Colletta, che tolto dall’attività de’ tempi e sturbato dalla patria, si pose in età matura a imparare a scrivere da Gino Capponi, dal Niccolini, dal Giordani, il quale ne rivide sei volte il manoscritto, e alcuni brani rifece[259]: così acquistò, se non uno stile, una maniera, che da facili amici fu qualificata tacitiana. Anzichè chiarire le verità e accertare i fatti, cercò piacere col blandire contemporanee passioni.
La Sicilia ebbe una storia generale dal Ferrara, che attribuì molta attenzione alle antichità (1814); delle quali si occuparono pure Leante, Capodieci, Maggiore, Avolio, Politi, Judica, e più il duca di Serra di Falco. Napoli Signorelli ne fece la storia letteraria, poi il Narbone con troppe generalità, autorità cumulate e male discusse, divagazioni interminate, arrogando alla Sicilia glorie straniere, appoggiandosi al Ragusi, al Mongitore e simili, e sconoscendo i più moderni acquisti dell’archeologia e filologia. Domenico Scinà di Palermo (1765-1837) nel 1803 pubblicava un’introduzione alla fisica, dividendola in tre epoche, di Galileo, di Newton e l’odierna quando fisica e chimica formerebbero una scienza sola; divinazione notevole; nella _Topografia di Palermo_ insegnò ad applicare tutte le scienze naturali allo studio speciale d’un paese; meglio ancora riuscì studiando Archimede, Maurolico, Empedocle, poi la storia letteraria della Sicilia nel XVIII secolo. Fautore del Governo costituzionale, avverso alla unione coll’Italia, onest’uomo ma superbo, intollerante e litigioso, nulla sperava, ripetendo, — Siamo birbi», e morì del cholera credendosi avvelenato.
Pompeo Litta milanese (1781-1852) nelle _Famiglie celebri_ avviò un’opera di pazienza e spesa, la quale comechè inesatta per la cronologia e la genealogia, si distingue per giudizj non vulgari e passionati e per epifonemi. Opere fastosissime, come il _Costume di tutti i tempi e di tutte le nazioni_ del Menin di Padova, e peggio il _Costume antico e moderno_ che va col nome di Giulio Ferrari di Milano, sono compilazioni di nessun vantaggio alla storia. V’è qualcuno che scrisse cinquanta volumi storici senza meritare altro posto che nella bibliografia. Alcune biografie del Lomonaco piacquero per calore giovanile e per quelle passioni, alle quali poi indulgendo egli si uccise: alcune di Carlo Rosmini s’allargano all’importanza di storia. Gli _Uomini illustri di Ravenna_ di Filippo Mordani tra frasi compassate e generiche non danno giusto concetto del lodato nè il fanno amare[260]. Sono più vivi il Fabretti ne’ _Capitani dell’Umbria_, il Ricotti ne’ _Capitani di ventura_, il Promis negli _Architetti militari_, e pochi altri che in tali lavori sanno far convergere que’ fatti minuti, privati e pubblici, che danno giusto criterio d’un uomo e della condizione d’un popolo[261].
Agli _Annali musulmani_ del Rampoldi scema fede il non avere egli conosciuto le fonti e valersi delle traduzioni francesi, perfino nella trascrizione dei nomi; cita senza lealtà, e fin dicendo l’opposto; millanta Amari, dopo avere illustrato i Vespri siciliani, con amore e cognizione tessè la storia della Sicilia sotto la dominazione araba, grandemente esaltando quegli estranei signori.
Qualcuno abusò della pietà con leggende indiscrete; qualche altro si pasce di idee antiquate o servili o irose, sconnesse dal popolo e senza educare gli avvenire nella scienza del giusto e dell’utile, nella fratellanza operosa, in cui sta tutta l’italica speranza. Coloro che ebbero mano nelle vicende, coloro se non altro che patirono immediatamente, amano rivelarsi ai posteri, giustificare sè, accusare altrui: donde fra gli stranieri quell’infinità di memorie e di racconti contemporanei, che riaprono la feconda sorgente delle reminiscenze. Pochissimi da noi, fra’ quali levarono fama il fiorentino Laugier e il milanese Vacani descrivendo le battaglie napoleoniche. Appartengono alla polemica più che alla storia i racconti parziali delle vicende del 1821, del 30, del 48, e le tante della successiva trasformazione.
Adulterare di proposito la storia non è che di pochi sicofanti; ma l’impressione che sul lettore è prodotta dalla vista delle cose attuali e la forza delle opinioni correnti, false o vere, generose od abjette, trasfigurano i fatti all’occhio che più vantasi spassionato: e chi abbracci abbastanza cose per essere imparziale, nutra virtù sufficiente per dar merito ai nemici e torto agli amici, e proclamare le virtù che giovino in ogni luogo e tempo, infondendo benevolenza e tolleranza colla certezza di non ottenere per sè nè questa nè quella, raro sorge fra noi. Ecco perchè al giorno della prova ci trovammo tanto minori di noi, e vagammo nelle astrazioni per difetto d’esperienza, disposti a gittar via le buone armi per afferrare le cattive.
Sulla filosofia della storia entrò di moda, principalmente fra’ Tedeschi, d’inventare sistemi, deducendone l’andamento dalle leggi dell’intelletto umano, talvolta sino a negare la libertà morale. Allora fu resuscitata la gloria del nostro Vico: alcuni vi tentarono qualche novità, e singolarmente il napoletano Janelli, e bizzarramente Giuseppe Ferrari.
Dall’indipendenza individuale, vagheggiata nel secolo scorso, il nostro era passato a proclamare l’importanza della sociale convivenza, nè fuori di questa potere effettuarsi le condizioni del progresso, mentre in questa anche i supposti disordini appajono o beni o il minor male. Quindi venerazione al senso comune; e quindi migliore intelligenza nelle varie età, tutte connesse colle antecedenti e colle susseguenti; quindi a fatti che sembrano stranianze ed eccezioni, trovata ragione nei tempi e nelle concatenazioni; i legislatori e i filosofi non essere isolati, non onnipotenti formatori d’una civiltà, ma efflorescenza naturale d’un dato stadio di forme civili e sociali, che gradatamente promuovono il progresso dell’individuo nel progresso dell’intera società. Nei fatti particolari non s’ha dunque a voler rinvenire il bene immediato dell’individuo, ma spiegare le vie per cui il genere umano anche errando s’avvicina alla migliore attuazione del vero, del bello, del buono, librandosi tra la violenza logica dei radicali riformatori, e l’ottimismo indolente de’ fatalisti. La storia non fermasi ad alcuna parte distinta dello spazio e del tempo, ma all’intero andamento del genere umano con certe leggi, non intese eppure intravvedute, per cui le quistioni più particolari si annettono alle supreme, e a quelle che pajono metafisiche speculazioni.