Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)

Part 34

Chapter 343,434 wordsPublic domain

E in questi, e più nella commedia, anzichè le festive ispirazioni della critica morale e urbana che si propone abusi veri da correggere, attuali ridicolaggini da colpire, troppo comune si sente l’imitazione; colpa del recitarsi quasi sole composizioni francesi, e dell’accontentarci alla pittura triviale della vita, senza i grandiosi prospetti di chi guarda da ben alto. Dalla lepida vivacità del Goldoni quanto non distano i compassati dialoghi del Nota! Dallo spiritoso Avelloni, dall’ingegnoso Gherardo de Rossi, dal Giraudi, dal barone di Cosenza, dal Brofferio, dal Bon, dal Fambri, dal Gherardi del Testa, dal Ferrari, dal Servadio, dal Gualtieri, dal Giacometti, dal Fortis... si potrebbe cernire un repertorio da reggere a petto de’ forestieri, se l’accattar da questi non ci avesse svogliato dei nostri, se non si scrivessero o nel francese italianizzato che parlano le botteghe, o in quel gergo freddo e povero che si chiama lingua letteraria. Io non so che alcun dramma nostro sia passato nella lingua e ancor meno sulla scena di stranieri.

Entrata la febbre politica, anche il teatro ne venne invaso, adulterando perciò la storia, e all’azione supplendo colla declamazione, e aprendolo all’ira, alla beffa, alla denigrazione: ma stiamo tuttora osservando se, coi misfatti d’Aristofane, ci si presenti qualcuna delle immortali sue bellezze[247].

L’avvocatura non avea mai taciuto in Italia, e principalmente rinomata era l’eloquenza de’ Veneziani. Il regno d’Italia, indi i paesi dove sopravvisse o rivisse la pubblicità de’ giudizj, continuarono ad offrire esempj di quello stile prodigo che designa per avvocatesco, e che trovò poi a sfoggiare nei Parlamenti, ancora contaminati dalla retorica.

L’eloquenza evangelica, usata nelle missioni e nelle istruzioni improvvisate, non si scrive; e la fama del Quadrupani, del Devecchi, del Valdani, del Branca appartiene alla pietà più che all’arte: la scritta eccitò ad ora ad ora applausi e rinomanze, che poi il tempo e la lettura cancellarono, Giuseppe Barbieri da Bassano, che più di tutti ebbe encomiasti e detrattori, cominciò con tono filosofico, non opposto ma scevro di teologia; si mise poi ai dogmi, ma l’unzione gli mancò sempre: quand’è eloquente, l’è in maniera ingegnosa, non mai ingenuamente e di slancio; sempre l’arte lascia sentire anzichè la santità; e la frase lambita, ridondante, il periodo pretensivo non possono che nuocere all’effetto di quella parola santa, che vuol essere ornata sol di se stessa.

Della letteratura nostra molti scrissero le vicende; e trasandando le compilazioni del Maffei, del Cardella, del Salfi, del Levati, vuote d’ogni concetto, pinze di nomi e date, e rassegnantisi ad oracoli altrui ed ai pregiudizj, Antonio Lombardi modenese continuò quella del Tiraboschi per tempi la cui vicinanza risparmiava la fatica d’indagini; eppure, invece di pronunziare in testa propria come chi lesse, si adagia fino alle peggiori autorità, quelle de’ giornali e delle necrologie. Giambattista Spotorno non compì la storia letteraria della Liguria, e mostrò scienza ed ira nell’asserire a Genova sua la cuna di Colombo. Pezzana illustrò la parmense, laboriosamente supplendo all’Affò; Vermiglioli la perugina, Fantuzzi la bolognese, Cesare Lucchesini la lucchese, Vallauri la piemontese, Boccanegra, Sorio, Barbieri la napoletana, Carbone la sicula, Marini e Audifredi la romana, Nannucci quella de’ primi secoli. Camillo Ugoni continuò i _Secoli della letteratura_ del Corniani con maggior franchezza di stile e di sentenze. Emiliani Giudici si propose di «dedurre le vicende della letteratura dai grandi avvenimenti della mente umana»; pur rimase dispettoso alle novità e ai maggiori moderni; sebbene venisse dopo tanti emendatori dell’opinione vulgare, dopo sì copiosa eruzione di documenti, scrive di Manfredi, di Corradino, del Vespro siciliano, di Federico II, di Bonifazio VIII colle favole del secolo passato; accampa orribilità di vizj politici, non temperate da virtù private, onde suona ragionevole quel suo desiderare che la stirpe umana venga sterminata. Diede anche una storia de’ Comuni: ma arrivato a Enrico VII, la cui fine egli considera come la maggior disgrazia d’Italia perchè diroccava le speranze de’ Ghibellini, fu costretto accorciare il resto, levando le annotazioni e intere parti, «affrettandosi come pellegrino traverso un orrido deserto».

E come dagli stranieri si accettarono le storie de’ fatti nostri che vennero più divulgate, dal Laugier e dal Daru quella di Venezia, dall’Hurter, dall’Hock, dal Ranke, dal Rohrbacher, dall’Henrion, dall’Artaud quelle dei papi, dal Roscoe quella de’ Medici, dal Leo la generale d’Italia, perfino dal duca di Dino, dal Ballaydier, dal Monier, dal Brunner, dal Goureau, dal D’Arlincourt quelle delle ultime vicende, così fu applaudita la storia letteraria del Ginguené (1748-1815) (tom. VII, pag. 358), il quale non avea veduto il nostro paese oltre Milano, e la tesseva accademicamente senza idee ferme nè proporzione, talchè compito il terzo volume, vide la necessità di restringersi, e presto la morte gli troncò il lavoro.

L’erudizione troverebbe natural campo in Italia, dove è parte del patriotismo, e dove ad ogni mutare di passo urtiamo in monumenti e cimelj. Quella di gergo ciarlatanesco che accumula testi anche su punti già consentiti, ed appoggiasi all’autorità invece di indagare la verità, resta abbandonata a qualche prete e a qualche segretario. Quando il Monti volle sfoggiarne intorno ai cavalli di Arsinoe, buscò le beffe: e si dubita sia uno scherzo lo studio di Foscolo intorno alla chioma di Berenice: nessuno ignorando quanto dai lessici e repertorj sia facile accatastare erudizione. Il Forlanetto di Padova mostrossi molto addentro nel latino con particolari illustrazioni e colle aggiunte al _Vocabolario_ del Forcellini; opera compita col Dizionario epigrafico di Michele Ferrucci, e con quel delle lingue anteromane del Fabretti. Il Marchi côrso diede l’etimologia de’ termini scientifici, abbandonando ai curiosi quella dei termini vulgari, che il Borelli pretese ridurre a teoria nel Dizionario del Tramater, abusando della cognizione di qualche lingua parziale e non distinguendo la maternità dalla fraternità. Il Morcelli, prevosto di Chiari, salutato principe nell’epigrafia latina, ne porse anche le teorie (_De stilo inscriptionum_), colle quali non pochi sputarono a formarne, e forse meglio di tutti lo Schiassi. A Torino ebbero bel nome Costanzo Gazzera, il Boucheron latinista di prima forza, il Vallauri, il De Vesme che potè dare un’edizione più compita del _Codice Teodosiano_. Tutti han compreso che l’erudizione non deve essere fiaccola piantata alla poppa, la quale non illumini se non gli spazj già trascorsi.

Nessuno fu fortunato di trovamenti più che Angelo Maj bergamasco (1782-1854). Già nella biblioteca Ambrosiana avea da palimsesti raccolto brani di sei orazioni di Cicerone e otto di Simmaco, la corrispondenza tra Frontone e Marcaurelio, molti scrittori greci e scoliasti, la versione di Ulfila delle epistole di san Paolo in mesogotico, e alcune parti della _Repubblica_ di Cicerone; altre ne trovò dopo chiamato bibliotecario della Vaticana, e opere greche e latine, e frammenti legali e cronache, e libri sibillini, onde formò lo _Spicilegium romanum_, la _Nova bibliotheca Patrum_, ed altri numerosi volumi d’aneddoti. Fatto cardinale e segretario della Propaganda, pubblicò il _Diritto canonico caldaico_ di Ebendiesu, il _siro_ di Abulfaragio, l’_armeno_ d’un anonimo.

Moltiplicaronsi traduzioni dal greco, come l’_Erodoto_ dal Mustoxidi, italiano d’adozione, in maniera arcaica; e gli altri che formano la _Collana_ del Sonzogno. Più vantate sono le poetiche, l’_Iliade_ dal Monti, l’_Odissea_ dal Pindemonti, ed entrambe dal Mancini; i _Tragici_ dal Bellotti, il _Pindaro_ dal Borghi e dal Mezzanotte, l’_Aristofane_ dal Cappellina, il _Callimaco_ dallo Strocchi, l’_Apollonio Rodio_ dal Rota; ai quali vanno aggiunti l’_Orazio_ da Gargallo e Colonnetti, il _Virgilio_ da moltissimi, facilmente superiori al Caro in fedeltà, non in impasto e candore. Da noi lo studio delle forme è ancora sì riputato, che alcuni salsero in fama con null’altro che col ben tradurre.

Lo studio filosofico sulle lingue chiarì che non sono risultanza del caso, ma prodotto normale e necessario dell’intelligenza e dell’organismo umano; le variazioni da popolo a popolo, i cambiamenti d’età in età hanno cause intime, che coll’attenzione possono ridursi a leggi generali. È questo il proposito della filologia comparata, sorta può dirsi colla grammatica tedesca di Jacobo Grimm nel 1819, e che gl’idiomi aggruppa sotto varj capi, e ne coglie le somiglianze e le differenze. In tal genere, a tacere le compilazioni, quali l’_Atlante etnografico_ del Balbi e le promesse del Biondelli, a vasti intenti si elevarono Janelli nelle _Lingue criptiche_ e nell’_Ermeneutica jeroglyphica_, il Vegezzi, il Marzolo ne’ _Monumenti storici rivelati dall’analisi della parola_: ma ci resta troppo ad imparare dagli stranieri. Da Samuele Luzzato professore a Padova, che nel _Giudaismo illustrato_ (1838) portò gran luce sulle dottrine e le credenze ebraiche, nacque Filosseno (1829-54), che indagò l’elemento sanscrito nelle lingue assira ed egizia, studiando le iscrizioni di Persepoli e Korsabad, e illustrò varj punti della letteratura giudaica; ma morì giovanissimo. Ne ereditò i meriti l’Ascoli, il quale nella piccola Gorizia maturò studj linguistici, ove poi divenne maestro, e quasi fondatore della nuova filologia che studia il linguaggio nelle sue relazioni col pensiero e le lingue nell’interna loro struttura e nelle analogie e dissomiglianze loro. Le ardite interpretazioni bibliche proposte dal romano Lanci, caddero con esso. Su quelle esposte dal Tiboni nel _Misticismo biblico_ pendono i giudizj, che da noi sogliono venire tardi, e per lo più di riporto[248]. Il milanese Ottavio Castiglioni (1785-1849) s’approfondò sulle medaglie cufiche e sul gotico antico. I Lazzaristi faticano intorno agli autori armeni, letteratura che da Venezia fu rivelata all’Europa. Rosellini ebbe gare col Chiarini professore a Varsavia intorno ai punti vocali del testo ebraico, ch’egli crede antichi ed autentici. La festa delle lingue che si fa ogni epifania alla Propaganda di Roma, cresce sempre il numero di quelle, in cui si porge sperimento agli attoniti e non competenti spettatori.

Portentoso poliglotto fu il Mezzanotte, ed ancora più il bolognese Mezzofanti (1774-1849), che la meravigliosa facilità a imparare le lingue sviluppò versando negli ospedali pieni di soldati d’ogni nazione nel 1799, poi cogliendo ogni occasione di parlare con missionarj stranieri e d’avere dizionarj, e così acquistò moltissime lingue, e i loro dialetti. Però in lui la potenza di generalizzare fu piuttosto d’istinto che di ragione, nè indagò per qual meccanismo arrivasse a tanta cognizione, nè studiò quel ch’egli potea meglio d’ogni altro, la parentela fra gl’idiomi, e ingenuamente diceva: — Il Signore mi concesse grazia di capire; è Domenedio che mi ha data tanta memoria».

Più proprio del nostro paese fu l’illustrare le antichità, che qui abbondano e che sempre nuove si scoprono, seguitando le traccie di Ennio Quirino Visconti (t. XII, p. 525). Sulla storia romana si moltiplicarono indagini parziali, massime dacchè il Niebuhr aperse orizzonti così arditi alla congettura. Contro di lui l’Orioli sostenne la genuinità dei re di Roma, e pretese trovare nella loro successione un ordine speciale cognatico. Bartolomeo Borghesi da Savignano, assiso nella piccola repubblica di San Marino, acquistò fama di primo archeologo, principalmente nell’illustrare i fasti consolari. Labus descrisse i musei di Mantova e di Brescia sua patria, singolarmente perito nel supplire le lapidi mutilate e in un metodo di asseverare le parentele fra gli antichi.

Luigi Canina di Casal Monferrato (-1856), che diede la storia dell’architettura greca e romana, delle basiliche primitive, della via Appia, tolse a «dimostrare la Campagna romana nello stato antico, cominciando dal tempo in cui si ebbero memorie storiche dei popoli primitivi, sino a tanto che la sede imperiale venne trasferita in Oriente», e conservossi devotissimo agli antichi, a costo d’essere tacciato di credulità. M. Nicolai molto si occupò dell’Agro romano, non solo chiarendone la geografia antica, ma cercandone i miglioramenti, e soprattutto discorrendo delle paludi Pontine[249]. Gaetano Pinali, oltre le fabbriche del Sanmicheli, illustrò le molte anticaglie di Verona, Aldini le epigrafi comasche, Kandler le triestine. Il romano Guatani proseguì i _Monumenti_ del Winckelmann, e pubblicò i sabini; come quelli della Sardegna ebbero luce da La Marmora, da Martini, da Spano. Ogni paese ebbe qualche studioso che dalle ruine dedusse più ampia cognizione del passato.

Sulle antichità ecclesiastiche è a dolere sia rimasta in tronco l’opera del padre Marchi intorno alle catacombe, animata da ben più eccelso sentimento e da scienza più profonda che non la divulgata di Raoul Rochette: superato anch’egli dal De Rossi.

L’erudizione ebbe a rinnovarsi totalmente mercè le grandiose scoperte di monumenti, siano artistici, siano scritti. Intorno ad Ercolano e Pompej proseguironsi dotte elucubrazioni, massime dall’accademia Ercolanense: ma l’attenzione de’ nostri e de’ forestieri si portò più arguta sulle mura ciclopiche, le necropoli, le città etrusche. Una società di corrispondenza archeologica, da Prussiani istituita a Roma, divenne centro di studj, e pubblicò anche una descrizione di Roma, con novità qualche volta paradossali, ma spesso correggendo errori canonizzati dai ciceroni e da quelli che su di essi farciscono le guide. Francesco Inghirami, ritiratosi nella badia fiesolana, vi allevò giovani nella tipografia e calcografia e nel disegno, e con questi sussidj compì l’opera de’ _Monumenti etruschi_ in dieci volumi, e le _Pitture de’ vasi fittili per servire allo studio della mitologia ed alla storia degli antichi popoli_, oltre la descrizione del museo Chiusino e la storia della Toscana in sette epoche distribuita. Giambattista Vermiglioli (1799-1855), uomo tutto degli studj severi e principalmente degli archeologici, trovò ampio pascolo nelle antichità che continuamente rivela la sua Perugia, sempre e unicamente fedele al sistema greco-latino. Secondo questo, interpretò le iscrizioni perugine, e quella scoperta nel 1822, ch’è il maggior documento di essa lingua; come il più importante cimelio di quella civiltà è il sepolcro dei Volunnj, aperto a Perugia il 1840, pure illustrato dal Vermiglioli. Lasciò lezioni elementari d’archeologia, dissertazioni sulla topografia perugina nel secolo XV, sugli storici perugini, su altre materie storiche talvolta offuscate da vanità di patria. Il Coltellini contraddisse a lui ed al Lanzi quanto alla lingua etrusca, che il gesuita Garucci vorrebbe spiegare coll’ebraica, e che, malgrado tante fatiche, e gli studj del Corsen, rimane arcana.

Bisognerebbe che i nostri dessero col fatto la mentita a quell’asserto del Niebuhr, che da noi si dissotterrano medaglie, si dicifrano lapidi, ma è la dotta Germania che di tempo in tempo ne fa la rivista, e le anima colle idee. E per verità nessuno ancora è comparso a trarre una sintesi dai lavori dell’Avellino, del Fabretti, del Momssen, dei gesuiti Secchi e Marchi, di Pietro Visconti, del Garucci, del San Quintino, del Guarini, dello Zanoni, del De Rossi, del Minervini, del Conestabile, del Promis..., e a darci una storia de’ primitivi tempi italici, ove la congettura sia appoggiata da quanto l’erudizione offre di positivo. Giuseppe Micali (-1844) la tentò nella _Storia degli Italiani avanti i Romani_ (1810), ma nella _Storia degli antichi popoli italiani_ (1833), era mero divulgatore; cresciuta la messe, dopo molti anni dovette rifonderla: l’entusiamo patriotico non lasciogli ponderar bene le divergenti opinioni; e qui pure noi generalmente camminiamo sulle orme altrui, echeggiando le novità che ci vengono di fuori, e che spesso non consistono che in una più compita monografia, in una definizione più precisa, in una denominazione calzante.

L’Egitto, aperto dalla spedizione di Buonaparte agli scienziati europei, dopo la pace destò interminabili ricerche, sino a credersi d’avere alfine trovato il modo di leggere quelle enormi pagine di granito, esposte da quaranta secoli agli occhi di tutti, quasi ad insultare l’umano orgoglio, che non riuscì ancora ad accertare la lezione d’una sola. Belzoni (1778-1825), figlio d’un barbiere padovano, perlustrò quel paese aprendo alcune piramidi, e descrisse con verità, sebbene insufficiente di erudizione e di quella penetrativa che somiglia a divinazione. Mentre cercava la misteriosa Tomboctu, egli morì al Benin. Il piemontese Amedeo Peyron, inesauribile nell’erudizione classica, indovinò che il copto era la lingua antica degli Egizj, e che ad esso bisognava ricorrere per interpretare i geroglifici, il cui studio di molto egli fece progredire; e dicifrò i papiri del museo torinese, impreziosito dai monumenti vendutigli dal piemontese Drovetti. Quando il Governo francese mandava Champollion ad esplorare l’Egitto, la Toscana gli associò Ippolito Rosellini di Pisa, col naturalista Raddi e dieci disegnatori; il frutto di loro indagini si espose nei _Monumenti dell’Egitto e della Nubia_. Il Valeriani, il Segato ed altri divulgarono su tal conto le nozioni esposte dai Francesi. Salvolini di Faenza, allievo del Mezzofanti, nell’_Analisi grammaticale de’ varj testi antichi egizj_ (Parigi 1836) tentò spiegazioni diverse dal Champollion.

Più in là sta l’India, terra di misteri, e che sotto una maestosissima lingua involge le origini e i primordj della civiltà di tutto l’Occidente. Ad essa ed a quei libri sacri e poetici si rivolsero alcuni nostri, come il Flecchia, il Maggi e principalmente il Gorresio, che, secondato dal Governo sardo, fece un’edizione e traduzione del _Ramayana_.

L’erudizione è lavoro preparatorio indispensabile, e lo sprezzarlo è come sprezzare la chimica e l’anatomia: ma deve condurre al frutto suo più elevato, la storia. Sì strepitosi eventi e tanto cumulo d’esperienza doveano elevar a considerare gli avvenimenti umani non più come una successione fortuita, ma come la manifestazione di leggi costanti, ove le perturbazioni, vale a dire gli accidenti e il capriccio, hanno parte tanto più piccola quanto più grossa è la moltitudine su cui operano; mentre nella genesi delle istituzioni sociali si procede da un avvenimento all’altro per forza d’evoluzione. Eppure in Italia ottengono lode di storia mere esercitazioni letterarie. Carlo Botta da San Giorgio nel Canavese (1766-1837), narrando l’indipendenza dell’America[250], della quale gli erano estranei e gli uomini e le cose, procedette senz’ira e partito; e diffidente ancora di sè, non trinciava a baldanza, nè giudicava per epifonemi, rispettando se stesso e i lettori[251]. Mescolatosi nella invasione francese e presto disgustatone, collocossi a Parigi, dove campò tanto da vedere suo figliuolo Emilio (-1870) raccomandarsi alla posterità per le antichità di Korsabad che scoperse sul presunto posto dell’antica Ninive. Carlo, per ispirazione borbonica avea scritto la storia d’Italia dal 1790 in poi. Già vecchio, in soli quattro anni dettò la continuazione del Guicciardini, per due secoli e mezzo pienissimi di eventi, ciascuno dei quali esigerebbe diuturne ricerche; ma egli, già sicuro della propria fama, lavorò di seconda mano, nè tampoco correggendo materiali falsità, nè accordando due autori qualora di uno non si contenta, «dilatandosi ove trova materiali già disposti»; eccellente dipintore delle esteriorità, dilungasi in marcie[252], battaglie, tremuoti, fami; e non istà a vagliare quando gli capitano avventure straordinarie, orribili, pittoresche; pago di recamare su altrui orditura frasi galanti, colle quali e colle aggiunte arbitrarie guasta le particolarità caratteristiche; e nella impreveduta composizione riesce sproporzionato. Tale compilazione scarsa e illaudabile pel contenuto, anche per la forma resta inferiore alla precedente. Avea cominciato cogli arcaismi ripescati nel vocabolario, finì col neologismo più sbadato, eppure non mondo di affettazione: la brevità del periodare solo dagl’inesperti può farlo giudicare un Tacito, mentre è appena uno Svetonio. Quanto alle cose, il medioevo ritrae come età pazza, scarmigliata, degna delle cronicacce di frati e di castellani ignoranti; un «misero tempo, in cui le promesse e le minaccie della vita futura regolavano la macchina sociale». Vi porta qualche barlume il gran triumvirato italiano, poi la luce si effonde mercè della insigne famiglia dei Medici. Come a questa grandezza venisse o compagna o seguace la servitù d’Italia, non ebbe egli a raccontare, nè mostrò comprendere; ma descrisse i patimenti indecorosi della nazione dal 1534 fino alla rivoluzione. L’unica grandezza superstite all’Italia non conosce; anzi i papi ne considera come la peste; sul sinodo Tridentino celia, come il Sarpi che copia a man salva; nei frati vede soltanto oziosi mascalzoni, o gabbamondo. Alla fine i principi, ispirati dai filosofi, dai Giansenisti, da quegli insigni che caldeggiarono la _libertà del principato_, avviavano a meravigliosi progressi l’Italia, quando sopraggiunse un’orda di Giacobini, guidati da un fortunato che, sbagliando sempre, sempre vinceva. E il lato orrido e lo schifoso unicamente ravvisa il Botta della rivoluzione; s’adira alla ghiotta prepotenza delle amministrazioni militari e ai pazzi imitatori delle pazzie francesi: eppure della descrizione di quegli effimeri delirj empie la sua opera, ben dieci libri consumando attorno a un anno solo; a qualche festa d’un giorno, alle mattìe d’un esaltato concedendo lunghissime pagine, mentre sorvola alla creazione d’un regno, meravigliosa fino ai nemici; non nomina o appena tanti letterati e scienziati che rabbellirono, e il prode esercito; se impreca alle prepotenze forestiere, anche nei nostrali non riconosce che vigliaccheria e ferocia; sol quando vengano a soccombere li largheggia di compassione, scuse, elogi. Vero è che diffuse sugli Italiani piuttosto beffa che infamia, come si piacquero altri dappoi; sentesi ch’egli ama la nazione, quantunque non mostri stimare che i Piemontesi; benchè il fosse non solo senza pericolo ma per condiscendenza, tiene del liberale quel parlare del Buonaparte con un’ira che somiglia disprezzo, e il continuo protestare contro la forza in quella Francia, dove ben presto una colluvie di storie, di canzoni, di pitture, di opuscoli popolari ed elementari dovea rinnovare quel fascino della gloria, che è il dissolvente della libertà.

Ma la libertà il Botta non intendevala alla moderna; professa di «non amare gl’imperj dimezzati»; si accanisce contro le costituzioni fino ad esclamare che in Italia «le nazionali assemblee sono pesti»; l’Europa chiama «feroce, miseranda»; non crede che «paese più matto di essa sia stato al mondo» (lib. XXXII); sprezza l’umanità, sprezza l’uomo, questo «verme in cui la formazione ha fallato..., razza gladiatoria ove chi non accoltella è stimato goffo»; nè crede a perfezionamento, a ragione o a compassione; «un anelito ferino l’umana razza conserva, e il diavolo la trae»; e «pazzo chi vuole seminare, tra gli uomini odierni, semi salutiferi».