Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 31
Ed esso e i suddetti e i loro imitatori erano epicurei; eppure quell’ampia concezione dell’arte, il rispetto del passato, il sentimento dell’infinito che imparavansi alle loro scuole, disponevano i cuori alla fede. E già tra noi menti più serie aveano tolto a considerare i misteri della vita, e capito ch’essa non trae spiegazione se non da un primitivo mistero e da un postumo snodamento; e rinnegarono i miserabili trionfi dell’empietà, che dichiarate ipotesi l’ordine provvidenziale e l’immoralità, vi avea sostituito altre ipotesi, la fatalità e il nulla, e non lasciava all’uomo se non l’orgoglio d’un bugiardo sapere, le irrequietudini d’un’ambizione impotente. Che se la vita è un’espiazione e un preparamento, non le converranno la bacchica esultanza d’Anacreonte e la sibaritica spensieratezza di Flacco, ma una melanconia rassegnata, un ravvisare dappertutto l’ordinamento provvidenziale, un valutare le azioni dal loro fine o particolare o complessivo.
L’ampliarsi della democrazia facea fissare gli occhi sul popolo; esaminarne senza superbia i costumi; senza disprezzo gli errori; ascoltarne le leggende e le canzoni; nè tutto riferire ad un tempo, ad un luogo, ma le consuetudini e le opinioni considerare siccome un’efflorescenza di date circostanze, gli errori siccome viste false o imperfette della verità, sicchè al fondo la umana specie progredisce sempre verso un perfezionamento, che non si raggiungerà mai in questa bassa gleba.
Da tutto ciò nuovi criterj del bello: sgradite non meno le contorsioni dell’Alfieri, che la rosea prodigalità del Monti, e quello sfumare ogni tinta risentita, soffogare le fantasie sotto al convenzionale, la franchezza sotto pallide circonlocuzioni e lambiccature cortigianesche ed accademiche; rivendicavasi la semplicità adottata dai primi nostri scrittori; affrontavasi la parola propria, la maniera più schietta, raccolta di mezzo ai parlanti; voleasi interrogare i sentimenti e il linguaggio del popolo; scegliere sì la natura ma non cangiarla, portandole quell’amore rispettoso che nasce da profonda intelligenza delle cose; proporsi conformità fra le opere e la vita; tornar la poesia quale era in Dante, fantasia subordinata alla ragione geometrica. Che se la letteratura degli accademici erasi guardata come incentivo o sfogo di passione, un modo d’accattar piaceri e denaro con opere concepite a freddo, computate con pedantesche convenienze, e quindi astiosa, superba, gaudente; ora studiavasi surrogarne una d’ispirazione e meditazione, che prendesse per iscopo il buono, per soggetto il vero, per mezzo il bello. La storia non sarebbe più raccozzo di aneddoti, o galleria dove campeggiano solo gli eroi, i re, i fortunati, negligendo o celiando sull’umanità preda de’ forti o balocco degli scaltri; ma dovea contemplarsi come attuazione contingente di provvidenziali concetti, guardando il genere umano come un uomo solo che errando procede, e gli atti e i concetti dei personaggi conguagliando col loro tempo e colle idee correnti. Romanzi e novelle, anzichè frastornare con avvenimenti implicati, descrizioni sceniche, sfarzo della vita esteriore, esaminassero l’uomo interno e l’andare delle passioni in ciò che hanno di comune in tutti i tempi e luoghi, e di speciale a persone, a paesi, a età. L’eloquenza valersi della spettacolosa efficacia del momento per condurre a conoscere il vero, volere il giusto, accettare il sagrifizio. Divenuto riflessione attiva dell’uomo sopra se stesso, il dramma cambiavasi essenzialmente, e doveva empirsi d’azione, ritemprarsi a passioni meno strofinate, usar fatti, costumi, caratteri, linguaggio consoni colla storia; a tal uopo svincolarsi dalle unità precettorie, sconosciute ai Greci, consacrate dai Francesi per amor d’ordine, dall’Alfieri per amor del difficile. Ciò che più cale, il teatro non doveva traviare i giudizj e ubriacare le passioni, ma consolidare il buon senso e dirigere gli affetti, rappresentare la società e l’individuo quali sono, misti di bene e male, e divenire istruttiva intuizione di quella vita che non riceve spiegazione se non dalla morte.
Il pedante faccia in letteratura come il fazioso in politica, che giudica dietro a parole, non soffre opinioni contrarie, sentenzia non dando i motivi, arbitrario e intollerante: per noi le regole saranno una storia di ciò che fecero i migliori, non un ceppo per chi s’arrischia al nuovo; vera poesia non sarà se non quella che abbia alito e ispirazione propria, e l’ideale suo non tolga a prestanza, ma lo deduca da costumi, cognizioni, istituzioni, convenienze nazionali: s’immedesimi con tutti gli affetti, con tutte le solenni contingenze della vita; metta sott’occhio l’esistenza reale, ed ecciti l’esistenza più sublime del sentimento: sia mezzo di fede, di consolazione, di benevolenza.
Insomma verità del fondo, infinita varietà delle forme, bontà di scopo pretendeansi dal genere che fu detto romantico in opposizione a quello che s’intitolava classico; e che è caratterizzato interiormente da senso più profondo del presente in relazione al passato e col presentimento dell’avvenire; esteriormente da maggior lirica in ogni concepimento.
Io dico quel che pensavano i migliori: ma da una parte v’aveva i trascendenti e i vulgari, zavorra di qualunque innovamento, che voleano mostrarsi liberi col saltabellare da pazzi: dall’altra libri, articoli, improperj erano lanciati da quei tanti che esultano per ogni occasione di sfogare le passioni malevole all’ombra di un partito: la polemica, secondo è consueta, approfondiva l’abisso complesso delle cose, rinfacciavansi ai Romantici i fantasmi, le stregherie, l’anteporre alle decorose bellezze di Virgilio le rabbuffate di Shakspeare; e i nomi di classico e romantico fecero dimenticare quelli di buono e cattivo, come più tardi i nomi accidentali di repubblica e costituzione eclissarono il fondamentale d’Italia libera.
Osteggiava la novità _La Biblioteca Italiana_ giornale milanese, che, prodigo d’encomj alle mediocrità striscianti, non lasciava impunito verun lampo d’ingegno, ardimento di scrittura, integrità di carattere, elevazione di sentimento, originalità di concetto, speranza di giovane. Ai pochi rassegnanti a vendere la penna, il Gironi, direttore, diceva: — Eccovi questo libro da incensare, e questo da scompisciare»; ed essi vi metteano l’impegno della viltà; oltre quelli che per proprio zelo s’incaricavano di denunziare opinioni e pensieri che poi sarebbero essi chiamati a processare. Vi fu chi disse: — Mostrerò il Biava come un Ilota ubriaco, finchè gli sia tolta la cattedra»; vi fu chi disse a proposito dell’Ugoni: — Aprirò quei sacchi per far vedere che contengono carbone»; vi fu chi, per impedire che l’imperatore gli mandasse un anello destinatogli, tolse a provare che la storia di Milano di Carlo Rosmini «era pericolosa alla religione, alla politica, al principato». Da quest’afa di sentina tolsero esempj e scusa que’ diffamatori, la cui bassezza si ajuta di perfidia, e che sono operosissimi dove la libertà della parola e la franchezza de’ pensanti non la condannino al giusto vilipendio.
A tali vergogne animosi giovani opposero il Conciliatore, con cui Pellico, De Breme, Berchet, Borsieri, Ermes Visconti, Giambattista De Cristoforis cercavano introdurre anche qui la critica iniziatrice, che ispirandosi al sentimento e alla verità, le teoriche di gusto traduce in consigli di dignità e coraggio. Queste novità portavano franchezza d’esame, onde non è meraviglia se la rivoluzione letteraria parve rivoluzione politica, e il ribellarsi alle regole fu denunziato per ribellione alla legge; il giornale fu proibito, e i redattori o in carcere o in esiglio, ma la controversia continuò con armi buone o con cattive. Milano pareva il vivajo de’ novatori, mentre nel resto d’Italia i Classicisti, intitolavano romantico tutto ciò che fosse brutto, disordinato, pazzo, e asserendo che i novatori proscrivessero lo studio e l’imitazione degli ottimi. Il Pagani Cesa[229] definiva i Romantici persone intese a sovversioni e letterarie e politiche; folla d’avventurieri fortunati, di briganti politici, di gente d’arme, di giovinastri, non pratici che del disordine in cui sono nati. L’Anelli da Desenzano (-1820), in certe Cronache di Pindo grossolanamente lepide, denticchiava quella scuola, senza giungere al vivo. Gugliuffi (-1834) diceva ch’essi _emicant fortasse aliquando, sed more nocturni fulguris_; egli che sosteneva le scienze farebbero grandi progressi qualora adoperassero la lingua latina[230].
Più s’accannì Mario Pieri corcirese, che vagò assai per Italia, bene accolto dappertutto e come forestiero e come letterato; in gioventù godette la domestichezza del Cesarotti e del Pindemonti, e per loro mezzo conobbe nel Veneto il Lorenzi, il Mazza, il Barbieri, poeta allora e futuro oratore, l’abate Tália autore di una estetica, il padre Ilario Casarotti arguto autore di poesie bibliche e di molti opuscoli polemici, Francesco Negri traduttore di Alcifrone, l’abate Zamboni e Benedetto del Bene educatissimi ingegni, il Morelli, il Filiasi, lo Zendrini, il Cesari, e quelle coltissime adunatrici della migliore società che furono Isabella Albrizzi e Giustina Michiel in Venezia, Silvia Curioni Verza ed Elisabetta Mosconi in Verona, e così il fiore delle persone di Vicenza, Belluno, Padova e Treviso dove fu professore. Altri a Milano incontrava alla conversazione del ministro Paradisi, altri ne’ ripetuti viaggi, poi nella lunga dimora a Firenze, dove, oltre i suoi connazionali Mustoxidi e Foscolo, usò famigliaramente col Capponi, col Niccolini, col Pananti, coll’eruditissimo Zanoni, col Becchi succedutogli segretario della Crusca, col Rosini filologo di amenissima conversazione, quanto era nojosa quella del Micali, col Del Furia bibliotecario, rinomato per l’abbaruffata sua contro l’argutissimo Gian Paolo Courier[231], coll’incisore Morghen, col pittore Benvenuti, col matematico Ferroni, col numismatico Sestini, col dottor Cioni, col Benci, col Puccini direttore della galleria, e colle amabilmente dotte Teresa Fabbroni, Rosellini, Lenzoni. Qual piacere non darebbe a’ curiosi, quale istruzione agli studiosi il vedersi ricondotti a conversare con questi, che solo in parte vivranno ne’ libri! E il Pieri, oltre prose e versi, dettò la propria vita senza elevazione nè larghi aspetti, bensì osservazione triviale, lineamenti vacillanti, passioni piccole, idolatria di se stesso.
Questi e tutta la consorteria del Monti poneano in canzone i Romantici, quasi gente che insorgesse pel solo piacere d’insorgere; e sarebbero tutt’altro che condannabili se avessero avuto la mira d’opporsi al forestierume, e non dimenticato che, isolandoci, noi resteremmo sempre nel falso e nel meschino. Intanto l’averlo avvertito bastava per rendere ridicolo e vergognoso quell’inneggiare Venere ed Imeneo[232], e imprecare Atropo e il Fato, applaudire ai Giovi e alle Cintie, pregare salute da Igia, senno da Minerva, giustizia da Temi: il verso di mera sensualità, gli eterni ricalchi d’Orazio o del Petrarca, insomma le forme convenzionali perivano, più l’idea non volendo incarnarsi in esse, nè il sentimento contenersi entro ai vincoli antichi, o la lingua limitarsi alle parole autenticate: l’ambiziosa fraseologia abbandonavasi ai vecchi incorreggibili o ai novizj rassegnati a non maturare più: e se il Monti chiedea, com’è mai possibile senza mitologia lodare un principe, celebrare un imeneo? gli si rispondeva: — È egli necessario belare le nozze e i natalizj de’ re e dei mecenati?»
Vero è che anche nella scuola romantica affluirono astrazioni sentimentali e mistiche, la moralità si angustiò in picciolezze di sacristia, all’eleganza sparuta surrogaronsi fantasie dissennate; avemmo novelle con spettri, e leggende con magie[233] e gnomi e silfidi e ondine, ingredienti non meno convenzionali che le ninfe e le stelle e le cetre e le tede e l’altre fracide espressioni di concetti indeterminati; riponendo l’innovazione nella forma delle idee anzichè nelle idee, nella verità storica anzichè nella verità morale, si credette fare libero il dramma collo scapestrarlo; si pindareggiarono i medesimi affetti sebbene con parole nuove. Ma nelle campali battaglie non si contano le migliaja di gregarj, e chi decide sono i capitani: e di eccellenti ne ebbe la scuola nuova.
Tommaso Grossi (1791-1853), anima affettuosa, mente ordinata, vivrà come il primo o de’ primi che le idee romantiche qui applicasse non colla polemica ma colle due novelle della Fuggitiva in vernacolo, e dell’_Ildegonda_ in ottave italiane di ariostesco impasto, con semplicità colta e affettuose particolarità. Un’altra novella tesseva intorno alla prima crociata, quando il disprezzo che i suoi amici gli istillarono pel Tasso lo indusse a trattare come quadro di genere un soggetto che Torquato avea trattato alla grande. Sgraziato pensamento, che affogò nelle generalità il bell’insieme della sua favola domestica, convertì il flauto e la mandóla in tromba di battaglia, e l’ispirazione affettuosa in istudj d’erudizione, dove riuscì non meno infedele che il Tasso, benchè in maniera differente. Gl’invidiosi, che avrebbero perseguitato il Tasso, del Tasso si valsero per opprimere il Grossi come sacrilego, istituirono assurdi confronti, e ne derivò una capiglia villanissima, la quale in fondo riduceasi a dispetto ch’egli avesse trovato tremila soscrittori, cioè un guadagno insolito ai nostri letterati. Non si taccia che altrettanti difensori ebbe; ma egli stomacato lasciò la carriera letteraria per mettersi notaro. Cessata allora la paura di vederlo fare qualche altra cosa grande, cessò la malevolenza; lo ascrissero fra i grandi poeti; accettarono con indulgente simpatia altre produzioni sue di studio non di lena, ma rialzate da qualche pagina tutta affetto; e i censori poterono consolarsi che non diede a metà i frutti, aspettabili dal suo limpido e coltissimo ingegno.
Altrettanta pacatezza d’armonia e maggiore intelligenza critica ebbe Giovanni Torti 1773-1851, che togliendo ad esame i _Sepolcri_ di Foscolo e la debole risposta del Pindemonti, si pose a fianco loro; poi versificò la nuova poetica mostrando come, da qualunque siasi tempo si desuma un tema, vogliasi dargli la verità di colorito e di affetto. Avea cominciato del medesimo passo Giovanni Berchet; poi invelenito dall’esiglio, contro i tiranni avventò romanze, che per forme e per modi erano nuove all’Italia, e tutti i giovani le appresero, e molto valsero sui sentimenti non solo, ma e sui fatti successivi.
In mezzo a questi e ad alcuni minori lombardi giganteggiava Alessandro Manzoni. I primi suoi componimenti furono di dipinture, d’affezioni e d’ire profane, sopra un sentiero dove il Monti avea raggiunta tal perfezione, che, chi si accontentasse alla poesia di impasto classico, al verso armonioso, alle grazie mitologiche non potea che rassegnarsi a rimanergli inferiore. Il genio, che ha bisogno di vie intentate, domandava, — Non c’è un’altra poesia oltre quella delle forme? non c’è diamanti, oltre quelli già faccettati da’ gioiellieri precedenti? non ha l’arte un uffizio più sublime che quello di dilettare?»
Tali pensieri furono eccitati o svolti nel Manzoni da amici di Francia, ai quali l’opposizione al Governo napoleonico serviva di libertà; quando poi, dalle coloro idee volteriane ricoveratosi con piena sincerità alle credenze e alle pratiche cattoliche, sentì il dovere di coordinare ogni atto della vita e del pensiero all’acquisto della verità, all’attuazione del bene, al consolidamento della religione, potè dare saggi d’una poesia sobria, che subordina la frase al concetto, che gli abbellimenti deduce soltanto dall’essenza del soggetto, che sovrattutto si nutre di pensieri elevati e santi, e si crede un magistero, un apostolato. La semplice originalità degli _Inni_, quella sublimità di concetti espressa colla parola più ingenua, li fece passare inosservatissimi: il _Carmagnola_ e l’_Adelchi_ soffersero i vilipendi de’ giornali e l’indifferenza del pubblico, che solo al comparire del _Cinque maggio_, ode inferiore alle altre, parve accorgersi di possedere un sommo.
Lontano dalla felicissima agevolezza del Monti, egli stenta ciascuna strofa, incontentabilissimo; ma l’uno ha la fluidità de’ Cinquecentisti, l’altro la concisione tanto necessaria nella lirica, e quel contesto virile che non s’occupa de’ fioretti; l’uno dipinge più che non pensi, l’altro pensa più che non dipinga; nell’uno predominando il dono della fantasia, nell’altro la facoltà del riflettere, che è la coscienza dell’ispirazione; onde quello guarda le idee sotto un aspetto solo, questo vuol presentarle nella loro interezza di vero e di falso, l’uno lascia meravigliati, l’altro soddisfatti, e più soddisfatti i forti, che vedendo quelle maniere sì vive e profonde, avvertono meno al ben detto, che al ben pensato. Monti, il più insigne fra gl’improvvisatori, cerca il bello dovunque creda trovarlo, da Omero come da Ossian, ma senza connessione col buono e col vero; le ipotiposi, le apostrofi, le circonlocuzioni, le intervenzioni d’ombre o di numi ripete continuo, perchè non costa fatica l’aleggiare colla fantasia mettendo da banda il giudizio; la sonorità del verso e l’onda della frase surroga al sentimento e al concetto, le reminiscenze classiche all’emozione personale; crede che la poesia non abbia mestieri d’essere giusta, purchè ardente e passionata, donde l’enfasi e l’alta persuasione di sè, e la continua esagerazione, e il secondare l’impressione istantanea, e perciò frequente mutarsi. Manzoni vuol richiamare ogni asserto al cimento del giudizio, escludendo il declamatorio, deponendo nel lettore il germe di idee che sviluppano l’intelligenza e la volontà: onde l’uno è puramente poeta, e in ciò stanno la sua vocazione, la sua gloria, la sua scusa; l’altro è considerato piuttosto come argomentatore da quelli, che non avvertono quanto movimento lirico esondi nella _Pentecoste_ o nella _Morte d’Ermengarda_, e come la squisita verità gli detti di quegli accenti che risvegliano un’eco in tutti i cuori. Adunque del Monti è carattere il trascendere, sia che lodi, sia che imprechi; del Manzoni la mansuetudine, fin quando intima allo straniero di «strappare le tende da una terra che patria non gli è», e che Iddio non gli disse: «Va, raccogli ove arato non hai; spiega l’ugne, l’Italia ti do». Il Monti si erige signore dell’opinione, consigliero di re e di nazioni; l’altro dubita sempre di se stesso: quello non ha proposito più elevato che d’insegnare e praticare l’arte, laonde i fortunati che se ne divisero il mantello, fecero di belle cose; i seguaci di Manzoni cercarono piuttosto le buone: quelli l’ideale, questi il reale. Ambidue tentarono il teatro; e Monti cogli artifizj antichi riscosse applausi; all’altro venne meno l’abilità, che è tanto diversa dal raziocinio. Anche Manzoni sostenne polemiche; ma invece della critica provocatrice, più simile a schermaglia di partito che a discussione di sistema, offerse esempio di quella che, calma nella certezza dell’esito, richiede cuor retto, criterio sicuro e buona coscienza. Nè egli lottò per propria difesa o per un angusto patriotismo, ma tutte le volte ebbe l’arte di elevare il punto di vista, e trasformare sin la disputa letteraria in lezione morale.
La servilità alla legge rigorosa quanto capricciosa delle unità di tempo e luogo, i soliloquj, i confidenti, i lunghi racconti, la dignità inalterabile che ripudia le famigliarità così allettanti nel dramma greco, le espressioni altrettanto forbite nel principe come nel servo, erano difetti della tragedia alla francese; che se i grandi li redimevano con bellezze insigni, è natura de’ pedissequi l’esagerare i difetti; donde una nojosa eleganza, perifrasi per aborrimento al nome proprio, esilità di idee mal rimpolpata con fronzoli retorici, e frasi raggiranti entro un circolo di sensazioni fittizie e prevedute, in dialoghi tanto poetici, da non ritrarre la natura, tanto vaghi da non rappresentare un tempo e un luogo determinato; fatte insomma unicamente in riguardo de’ lettori o degli spettatori. A ciò richiedevasi studio anzi che genio, chi non vi si rassegnò risalse ai Greci, inimitabili per la naturalezza come inimitabile per la fatica era l’Alfieri: ma in generale la tragedia perseverò ad essere un’alternativa di parole non di azione, declamatoria non veritiera.
Ugo Foscolo accostò più di tutti il grande Astigiano per dignità e altezza di sentenze; ma la realtà della storia nè della passione non raggiunse mai, benchè nella _Riciarda_ esprimesse il concetto italico e il gemito sulle nostre divisioni. L’_Arminio_ d’Ippolito Pindemonti elevasi per sentimento e stile: eppure le incolte tragedie di Giovanni suo fratello sovrastano per abilità scenica; per la quale ebbe applausi anche il duca di Ventignano. Belle speranze destò Silvio Pellico colla _Francesca da Rimini_, per quanto debole. G. B. Niccolini di Firenze, erede dell’ira ghibellina di Dante, entrò sull’orme dei Greci fino a ritentare i loro soggetti; dappoi ne assunse di moderni, quali la _Rosmunda_, l’_Antonio Foscarini_[234], il _Giovanni da Procida_, o allusivi a moderni, come il _Nabucco_ e l’_Arnaldo_. Era un frutto della inclinazione morale introdottasi nella letteratura; e ne ottenne ovazioni da quella pubblica opinione, che egli mostrò sempre disprezzare; ma quando la vide ubriacarsi nel 48, quell’austero giudice apparve abbagliato dai vorticosi movimenti.
Per riuscire nella tragedia storica non basta la sceneggiatura e il vestire secondo le nazioni e le età fantocci di nome eroico, non basta conoscere qualche accidente, ma vuolsi abbracciare intera l’età ove si collocano gli attori; nè ciò si ottiene che con pazientissimo studio. Così fece Manzoni. I moralisti rigorosi riprovarono sempre il teatro, giacchè lo spettacolo delle passioni lottanti o lo svolgimento di una, incitano quelle dello spettatore; se non ne ispirano di criminose, vi predispongono; se non danno amore ed odio, vi aprono il cuore. Ma poichè il teatro sempre più invade la società, alcuni studiarono se fosse possibile ridurlo tale che non ecciti gli scrupoli d’un padre, d’un marito; che accheti e diriga, anzichè sopreccitare e spingere le passioni. Tale scopo si prefisse Manzoni come nel romanzo così nei drammi; presentando nel _Carmagnola_ l’uomo perseguitato ma non da feroci invidie, sdegnato ma non con violenza, e consolando colle domestiche affezioni l’ora fatale; nell’_Adelchi_ lo spettacolo d’un popolo dominatore vinto da un altro che alla sua volta si fa dominatore d’un vulgo innominato; prepotenze contro prepotenze, fra cui trovano luogo l’affanno di patimenti personali e la generosa proclamazione della giustizia, e dove la lotta umana finisce nella conciliazione religiosa, quando nell’anima sottentra il sentimento d’una felicità superna e inalterabile, rassicurata che sia contro la distruzione della sua terrestre individualità. Il secolo, avvezzo agli stimolanti e bisognoso di cacciare la noja, domanda emozioni, e trova più poetica la procella che non i murazzi da cui è frenata: ed è questa la sola parte dove il nostro o non fu inteso o non seguìto.