Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)

Part 32

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Genere coevo delle lingue nuove, il romanzo aveva anche fra noi trasformato le imprese di Carlo Magno e de’ suoi paladini o della Tavola rotonda, e di Amadigi e di Guerrino Meschino e de’ Reali di Francia, ben tosto dimentico per la carnevalesca esultanza dei poemi romanzeschi: altri nel Seicento, sempre ad imitazione di Francia, confezionarono romanzi scipiti: nel secolo passato furono tradotti i tanti francesi e imitati con isguajato abbandono, e nè tampoco scintillarono di quella luce momentanea che sembra privilegio d’un genere, il cui principale intento è piacere, e perciò accarezzare passioni e abitudini che passano presto, e con esse il libro. Ma il _Don Chisciotte_, il _Robinson_, il _Gil Blas_, la _Pamela_, il _Tom Jones_, il _Paolo e Virginia_, la _Nuova Eloisa_ attestano che possono farsi opere durevoli ed efficaci sulla società anche in questo genere, atto a tutte le passioni del cuore, ai capricci dello spirito, alle ispirazioni serie e beffarde.

Tale fu ripigliato il romanzo nell’età nostra; e del _Werter_ di Göthe, che ebbe la trista gloria di spingere molti al suicidio, l’imitazione fatta da Foscolo acquistò voga quasi opera originale, e piacque il sentimento di nazione e di libertà ch’egli intarsiò al concetto tedesco[235]. Sulle traccie del Barthélemy, Luigi Lamberti descrisse i viaggi d’Elena, Ambrogio e Levati i viaggi del Petrarca, aridi e pesanti. Altri sentirono l’effetto della Corinna, del Pienato, dell’Atala; ma viepiù i romanzi poetici di Byron avvezzarono agli affetti smisurati, alle situazioni eccezionali, ai caratteri sforzati, alle evidenti descrizioni, in opposizione colle stereotipie e colle languidezze degli antichi. A quelli e ad altri inglesi e al D’Arlincourt francese s’ispirò Davide Bertolotti, i cui romanzetti erano, verso il 1820, la più ambita fra le letture leggiere. Intanto d’Inghilterra ci arrivavano i romanzi di Walter Scott, dove si descrive una data età o un fatto o un carattere storico, appagando così due passioni del nostro tempo, l’indagine erudita e l’attività romanzesca. Non analizza egli il cuore, non si eleva ardito sull’immaginativa, ma nell’inesauribile sua fecondità dipinge sensibilmente, dialoga con estrema verità, interessa artifiziosamente, e schivando le caricature troppo consuete in questo genere, procede naturale, limpidissimo, ma alla ventura, verso uno scioglimento che non premeditò.

Di là il Manzoni derivò evidentemente il suo romanzo, ma applicandovi quell’arte cristiana, che medita sull’uomo interno e segue gli andirivieni d’una passione dal nascere suo fino quando trionfa o soccombe. Walter Scott fece cinquanta romanzi, egli uno; l’Inglese tutto colori esterni, il nostro vita intima; quello per dipingere e divertire, questo per far pensare e sentire. Già nelle tragedie Manzoni avea mostrato come della storia non facesse un’occasione o un’allusione, pigliandone a prestanza un nome o un fatto per gittarlo in un componimento di fantasia. Ora quella indagine scrupolosa che ridesta i tempi e i loro sentimenti spinse egli fino alle minime particolarità, esattissimo anche quando non è vero. La potenza sua satirica, che gli dettò il primo componimento, e che poi fu virtuosamente temperata dalla mansuetudine, trapela grandissima dal romanzo; e singolarmente nella dipintura de’ caratteri, ciascuno de’ quali vive innanzi a noi come un’antica conoscenza, e diviene un tipo; perocchè, quivi come nelle poesie, ci offre sempre un’immagine netta e reale che più non si dimentica. Prima che l’ammirazione diventasse culto, noi divisammo lungamente dei meriti dei _Promessi Sposi_[236], e di quel fare così dabbene fino nell’ironia, così civile nella satira, così semplice nella sublimità, per cui divenne il libro della nazione.

Da Dante in giù la lingua nostra, se molto cambiò quanto a immaginazione e gusto, rimase identica quanto al fondo; sicchè, eccettuato il gergo pedantesco d’alcuni Quattrocentisti, i libri s’intendono correntemente, a differenza del tedesco prima di Lessing, e del francese di cui nel 1650 Pellisson diceva: _Nos auteurs les plus élégans et les plus polis deviennent barbares en peu d’années_. Eppure si continuò a disputare qual nome attribuirle, quali regole seguire nella scelta e disposizione delle parole, a quale canone appigliarsi ne’ dubbj. Alla lingua parlata? all’uso degli scrittori? e de’ soli scrittori del Trecento, o anche de’ Cinquecentisti, o fin de’ moderni? La scelta competerà a ciascuno, o bisognerà attenersi a quella fatta dal dizionario? O dovrà la lingua essere progressiva, ed arricchirsi di quanto le offrono l’immaginazione di ciascun scrittore, i dialetti di ciascun paese e l’importazione forestiera? Quest’ultima opinione era prevalsa nel secolo passato, scrivendosi come si parlava, senza riflettere che in Italia soli i Toscani e alquanti Romani parlano una lingua scrivibile, e che la mancanza di un centro politico o scientifico toglie di riportarci effettivamente all’uso di questo: laonde ciascuno si sarebbe valso o delle voci somministrategli dal proprio dialetto ridotte a desinenza toscana, o dalle scritture, le quali, destituite di norme fisse, e dipendendo dall’abilità o dal capriccio individuale, mancavano d’uniformità e durevolezza.

Per vero, qualora si tratti d’esprimere generalità di falli o di sentimenti, la lingua letteraria può bastare, giacchè tutti i paesi convengono in un gran numero, anzi nel massimo numero delle parole. Ma occorrano materie famigliari o tecniche, e quella precisione di termini che è imposta dal bisogno d’idee precise; vogliasi non solo ripetere sentimenti e idee comuni, ma darvi carattere e individualità, come è proprio degli intelletti originali; allora rampollano le difficoltà e il bisogno di regole indefettibili. La vanitosa rozzezza in cui era caduta la lingua nel Seicento, fu corretta nel secolo seguente, ma per cadere in una leziosa ricerca di ornati posticci, di vocaboli mozzi e peregrini emistichj, eleganzuccie, attortigliate rinzeppature e ridondanze, bagliore di frasi, cadenze sonore, periodo oratorio uniforme e nojoso; ammanierandosi insomma da accademia e da collegio, come avveniva della poesia, e pretendendo al vacillante pensiero dare per rinfianco vanità di forme.

Alcuni professavansi devoti alla lingua pura, ma per tale considerando la sola scritta dai classici; e in tale senso lavorarono il Corticelli, il Vannetti, il Bandiera. Quale scandalo non eccitò a Milano un Branda col preconizzare il dialetto toscano! Di rimpallo la lingua dei libri era proclamata dai liberali, sprezzatovi delle stitichezze grammaticali e del vanume retorico: ma poichè i libri che correano erano francesi di idee e di forme, queste irrompevano a pieno sbocco, e deturparono anche i migliori, come il Verri, il Beccaria, il Filangeri, il Denina. L’imbarbarimento della lingua non venne dunque dalla conquista francese, bensì da accidia innazionale; volle anzi ridurla a teoriche l’abate Cesarotti (t. XII, p. 250), pretendendo l’italiano abbia ringalluzzarsi continuamente colle ricchezze forestiere; alla quale dottrina consentaneo, s’imbratta di francesismi anche dove affatto inutili. Lo combattè il Napione[237]: ma allora l’invasione francese infistoliva questi morbi; e i giornali e gli atti e i trattati collo stomachevole francesume esprimono l’invalsa gracilità del pensiero.

Di sotto a questa rimbalzava il sentimento nazionale; e dacchè fu stabilita la repubblica italiana, con Governo e magistrati nostrali, per protesta contro il predominio francese, e perchè, avendo cose da dire, bisognava pensare al come dirle, si favorì lo studio della lingua. Fu allora ordinata un’edizione dei classici italiani, concepita largamente, meschinamente eseguita; con irrazionale e imitatrice scelta degli autori e dei testi, e inezia di prefazioni e note. Pure l’impresa buttò in giro molti autori, peregrini dalle biblioteche; e se non altro, all’uscire di ciascun volume, ne’ circoli e sulle gazzette biascicavansi i nomi dimenticati del Firenzuola, del Cennino, del Serdonati, del Varchi.

Allora fu proposto dall’Accademia italiana di «determinare lo stato presente della lingua italiana e specialmente toscana, indicare le cause che portare la possono a decadenza, e i mezzi per impedirla». Toccò il premio al padre Antonio Cesari veronese (1828), che vi combattè ad oltranza il Cesarotti, sebbene con fragili armi. Il Cesari, innamorato de’ Trecentisti nostri, molti ne ristampò con migliorate lezioni, e sempre intese a correggere la gonfiezza, l’affettazione, il barbarismo, l’improprietà: ma come avviene nelle riazioni, de’ classici ne portò il culto all’idolatria, considerando oro schietto tutto quello che apparteneva al Trecento, imitabile anche il Cinquecento in quanto a quello si attenne; e, quasi si trattasse di testi rivelati, non si credette in diritto di cernire fra le scritture, nè dubitò che una parte fosse antiquata; l’aveano detto essi, dunque era buono; quanto alla possibilità di secondare con voci e frasi loro il progresso delle scienze moderne, egli accettava la sfida di tradurre l’_Enciclopedia_ in italiano pretto.

Con tali persuasioni tolse a ristampare il Vocabolario della Crusca, aggiungendo un’infinità di termini e frasi ripescate ne’ classici. Il gran numero di quelli che poi seguitarono quello spigolamento convince che non richiede se non pazienza; ma il Cesari e i suoi collaboratori vi buttarono col vaglio rancidumi, storpiamenti, errori che gli accademici della Crusca aveano saviamente tralasciati, e non all’intento che il Vocabolario giovasse agli scriventi attuali, ma per impinguarlo, o al più perchè spiegasse gli autori antichi.

L’opera si prestava facilmente al riso, come chi si veste colle giubbe dei nonni; e il Monti nel _Poligrafo_ spassò il _glorioso italo regno_ alle spalle del buon prete. Eppure il Cesari in fatto di lingua potea menare a scuola il Monti; e assai scritture lasciò di cara limpidezza, avvicinantisi alla semplicità de’ Trecentisti, sebbene nessuna vada netta da arcaismi e dal vezzo retorico d’incastrare una frase per mostrare che la si sapeva[238]. Come i campi di biada dalle gramigne, così vuolsi tenere mondata la lingua, mediante l’intervenzione emendatrice dello scrittore; e all’arcaismo come correttivo dell’imbarbarimento moderno ricorsero alcuni: ma questo purismo astratto dava in fallo esagerando; e gli sbagli proprj del Cesari o de’ suoi, dal bel mondo che ama generalizzare furono imputati alla Crusca.

Nell’universale sovvertimento anche quest’accademia era stata scossa e riformata[239], ed assegnato da Napoleone un annuo premio di lire diecimila all’opera che essa dichiarerebbe più italianamente scritta. Carlo Botta, che come piemontese mancava dell’uso pratico, avea descritto la fondazione dell’indipendenza americana con voci antiquate, alcune delle quali frantese egli stesso, altre fu duopo dichiarare al fine del volume. Se prima condizione d’un libro è l’essere intelligibile, non potea la Crusca approvare questo musaico: ma ecco il bel mondo farle colpa di quello che era giusta illazione dei dogmi sul progresso della lingua, da lei professati non solo coll’aggregarsi i migliori scrittori della nazione, ma coll’attribuire autorità di testo a sempre nuovi, ogni qualvolta ristampò il Vocabolario.

Chi diviserà le vicende letterarie di quel tempo, avrà ad estendersi sulle contese nate in proposito. Perocchè il premio fu diviso tra il Micali per l’_Italia avanti i Romani_, il Niccolini per la _Polissena_, il Rosini per le _Nozze di Giove e Latona_. I letterati del regno d’Italia alzarono le grida contro il municipalismo di premiare soli toscani, tacendo che nessun’opera lombarda si era presentata al concorso; e cominciarono di qui le ire, che, quietato il turbine di guerra, vennero a sfogarsi nella _Proposta di aggiunte e correzioni al Vocabolario della Crusca_, intrapresa a Milano dal Monti. In questo convenivano tutti gli elementi di felice riuscita; era cresciuto in paese ove il buon italiano corre per le vie; avea fatto tesoro delle migliori maniere de’ classici; deliziavasi di Virgilio; cuculiando il Cesari come arcaico, pareva dar ragione a chi la lingua scritta vuole avvicinare alla parlata; laonde, affidatosi allo scrivere naturale, spiegò nella prosa quella ricchezza ed eleganza che nella poesia, con capresterie tutte vive rese ameno un trattato pedantesco, e Italia potè rallegrarsi d’avere un altro insigne prosatore, merito assai più raro che quello di buon poeta. Ma egli confondeva un’accademia, spesso fallibile, con la lingua stessa; gli scrittori coi parlanti; affollava arguzie in luogo d’argomenti; e soffiando nelle invidie municipali, resuscitava antiche e irresolubili quistioni. Gli errori che apponeva alla Crusca, erano in gran parte stati avvertiti dall’Ottonielli, dal Tassoni, da altri anche membri dell’Accademia; molti risultavano da miglior lezione de’ classici e dal buon senso; non pochi riduceansi a quelle fisicherie, che trova in qualunque libro chi si proponga unicamente di censurarlo. Quanto alla teoria, se una può dedursene dal balzellante raziocinio e dalle incoerenti applicazioni, esso preconizzava la lingua cortigiana, scelta, letteraria, o comunque la denominino; che insomma non conosce nè tempo nè luogo determinato, ma è il meglio di quello che scrissero i buoni autori in tutta Italia.

La _Proposta_ divenne arringo di elucubrazioni su tal proposito, molti aspirando alla gloria d’associare il loro nome a quello del poeta più lodato in Italia, molti a combatterlo. Giulio Perticari, genero di lui, con una gravezza che parve maestà, e un accozzamento d’autorità che simulava erudizione, rinfiancò le teorie del Napione, ripetè il paradosso del Renouard che il nostro derivi dall’idioma della Linguadoca ed entrambi da un idioma comune uscito dal corrompersi del latino; per disgradare la Toscana sostenne che l’italiano siasi parlato in Sicilia prima che colà, e all’uopo ne’ cumulati esempj alterava il provenzale e l’antico siculo, per mostrarli conformi al buon toscano; e ne conchiuse che nel Trecento scriveasi bene dappertutto, e perciò il buon vulgare s’ha a dedurre dagli scrittori d’ogni paese.

Ma questi scrittori si valsero forse dei dialetti natìi? o non cercarono imitare il toscano? ed egli stesso non li considera migliori quanto più s’avvicinano ai Toscani che scriveano come parlavano?

Quei che leggono solo per disannojarsi, e danno ragione all’ultimo che parla o parla meglio, decretarono alla _Proposta_ gli onori del trionfo; trionfo che si riduceva a dichiarare spesso fallace, spesso ignorante la Crusca. Ma alle teorie, ed ancor più alle applicazioni di quella si opposero Niccolini, Rosini, Capponi, Biamonti, Urbano Lampredi, Michele Colombo, il Montani, il Tommaseo; e ne originò una guerra, dibattuta con vivacità, con passione, con pazienza, con ingiurie, insomma con tutto fuorchè con quella filosofia che eleva le quistioni ad un’altezza, nella cui prospettiva si smarriscono le particolarità.

Quando il problema fu bene avviluppato, si disse risolto: ma non che terminare, si era invelenita la quistione della lingua; e l’esempio del Monti valse di scusa ad acrimonie inurbane e a quelle personalità da piazza, che fanno ridere la plebaglia e velarsi il buon senso. Sul modello del Monti ripigliò Giovanni Gherardini milanese il più vasto e paziente esame che mai si facesse della Crusca; poi con aggiunte, voluminose quanto il Vocabolario stesso, convinse che questo pozzo dei testi è inesauribile. Il quale Vocabolario, quando appunto era bersaglio a tante beffe, più volte si ristampò con variamenti, correzioni, aggiunte; accompagnato da altri speciali d’alcun’arte, o domestici, o di sinonimi; dove rimarranno memorabili, dopo i tentativi del Grassi e del Romani, il _Dizionario dei sinonimi_ del Tommaseo, perchè contiene molto di più che mera grammatica, e il _Prontuario_ del Carena, perchè francamente si rivolse alla lingua parlata a Firenze. Il Nannucci e il Galvani si affissero alle derivazioni provenzali.

Altri intanto stillava alcune parti della grammatica; e il Puoti, il Parenti, il Fornaciari, il Bolza, il Betti, il Mastrofini, l’epigrafista Muzzi, lo Zaccari, l’Ambrosoli, il Franscini, il Bellisomi davano teoriche o schieravano esempj: ma fa meraviglia l’incertezza delle loro regole, le quali del resto non varrebbero che per una sintassi pallida e astratta: nessuno ancora ci esibì una grammatica compiuta, nè tampoco generalmente accettata sia per concetto filosofico, sia per pratica applicazione. Alcuni rivolsero alle etimologie un’erudizione più estesa, non più concludente, talchè vengono considerate nulla meglio che esercizio e trastullo[240]. Intanto si rimane ancora indecisi quali siano coloro che scrivono bene. L’Accademia della Crusca sceglie i suoi membri in un modo che sembra fatto espresso per isgarrare ogni criterio; scrittori stenti, retorici, arcaici collegando ad altri limpidi, vivaci, toscani; badando all’impiego, alla dignità, all’opinione; onorando della sua fraternità quegli appunto che l’osteggiano. D’altra parte i premj suoi toccarono ad opere o di nessun merito letterario come il Micali, o per simpatie come il Botta. Questo vacillamento la impedisce di acquistare autorità presso la nazione; e i molti che trovano comoda la critica negativa e l’imitazione, la sobbissano d’epigrammi, a segno che pare destituito di spirito chi non la piglia in beffe.

E la beffa (sciagurato manigoldo di tutte le quistioni grandi e piccole nel nostro paese) cade su quello dove essa più ha ragione, o dove per avventura ha solo il torto di non aver tirate tutte le conseguenze. Perocchè essa credette non poter autorizzare che parole toscane, ma delle quali trovasse esempj in autori buoni. Ora chi li dichiara buoni se non ella stessa? e questi adoprarono forse ciascuno l’idioma della propria provincia? o da chi dedussero quel buono? Dal capriccio no: dunque o da altri autori, il che non farebbe che allontanare la quistione; o dai parlanti, e in tal caso perchè non ricorrere a questi direttamente?

Tali dubbj affacciavano coloro che questo studio assumevano conformemente alla filosofia e alla storia, comprendendo che la lingua è un organismo vivente, e perciò assume forme diverse secondo le età, cresce e decade, si combina con altre, può essere rigenerata mediante parole e forme nuove, portate dallo svolgersi della vita sociale, dai progressi delle scienze, delle arti, dell’industria, dai nuovi bisogni delle generazioni. Non può dunque servire di canone che una lingua viva; e nella nostra, come in tutte le altre, il legislatore deve essere il popolo che parla meglio, e che qui è il fiorentino. L’Accademia della Crusca, la prima che formasse un vocabolario di lingua vivente, lo fazionò al modo onde soleansi i dizionarj delle morte, cioè ripescando le voci dai libri, e rinfiancandole d’esempj. Ma perchè ricorrere ad un’autorità morta, invece della vivente? tanto più che, non scegliendoli se non da Toscani e da pochi che toscanamente dettarono, veniva a confessare un’autorità superiore e anteriore a quella degli scriventi; l’autorità che questi traggono dalla nascita e dalla favella.

Ciò non volle intendersi. Perchè in altre parti d’Italia sorsero scrittori insigni, si pretese dovesse la lingua essere cernita da tutte le provincie: quasi un uomo privato nè un’Accademia potesse sapere quali voci diconsi per tutta Italia, e confrontarle per iscegliere la migliore. Adunque si sentenziò arroganza de’ Fiorentini il volere il privilegio della buona favella; si confusero il parlare collo scrivere, lo stile colla lingua; e i popolari furono tacciati di pedanti da quelli che voleano si stesse ai libri, ai morti! Così da quistione rampolla quistione, nè risolversi potranno finchè, ricreata la Nazione, possa anche il popolo star giudice dove ora solo le accademie e i giornalisti.

Intanto si vaga alla ventura, e quel che sconforta un principiante, è il vedere gli autori stessi cambiar modo. Il Botta comincia arcaico, e finisce con isguajati neologismi: il Monti detta le _Prolusioni_ come un maestruccio, poi arriva alla vivezza della _Proposta_: il Tommaseo cambia tre o quattro volte, e pure venerando l’uso, per amore della forza e della concisione urta nell’epigrammatico. Abbiamo scrittori che tirano il discorso a fare sfoggio d’una frase, d’una parola; altri che rendono la lingua stessa materiale e meccanica[241]: pochi scrivono toscano come parlano, quali il Thouar, il Lambruschini, il Giusti, il Fanfani, il Tabarrini; ma i più pajono dimentichi del bel loro idioma per iscrivere come potrebbe fare qualunque studioso lombardo: di rimpatto qualche Lombardo ingegnandosi di scrivere toscano, inciampa in improprietà di cui ridono i bimbi. A quella naturalezza della base e semplicità dello stile che rendono necessaria la chiarezza e precisione del concetto e l’ordinata disposizione, aspirano molti; ma nei più riesce incolta o vulgare o superficiale, somigliante a sbozzo, non a quell’ultimo termine di perfezione che è il nascondere l’arte.

Parve a questo dirigersi il Manzoni, che, dopo le prime scritture pedestri e infranciosate, assunse il tono di bonarietà anche ad esprimere cose meditatissime; e (malgrado la parola talvolta troppo guardinga di sè) alcuni v’incontrarono il tipo della vera prosa. Ma altri gridarono allo scandalo, quasi avesse imbrattato il suo libro di modi lombardi, che autorizzando gl’idiotismi d’altri dialetti, introdurrebbero la confusione babelica. Non era vero, nè egli avrebbe voluto retrospingere la quistione fino a togliere l’unità della lingua; esibiva anzi di provare che tutti i pretesi lombardismi trovavansi in autori toscani: ma poi affinandosi nella ricerca, e in questo quanto in ogni altro punto abbisognando d’un’autorità competente e infallibile, venne a stabilire che, come negli altri paesi, così nel nostro si recidano le dubbiezze e le pedanterie coll’adottare per comune il dialetto che a confessione di tutti, è il migliore; che, come vivo, è compiuto, indefettibile, e seconda il progredimento delle idee. Sopra tali convinzioni ebbe pazienza di «lavare in Arno i suoi cenci», i cenci che erano tanto piaciuti; e vestire ai concetti suoi una lingua colla quale non erano nati, una ch’egli stesso dovea conglomerare di reminiscenze e di consigli, come altri già solea colle frasi racimolate dai libri; e mentre il Lombardo non vi riscontrava più la primitiva ingenuità, il Toscano lo riconosceva ancora per forestiero.

Pure quell’opera e quelle discussioni valsero potentemente a revocare dal ridondante, dal sentimentale, dal declamatorio, dall’eccesso del colorito e dell’immagine, al semplice, al vero, al popolare; convincendo che la forza non sta nella figura ambiziosa, bensì ne’ pensieri solidi enunciati in termini proprj, precisi, evidenti[242].