Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 30
«Anzichè un italiano moderno (dice Byron) egli è un greco antico»: e in fatto nell’Ortis, non che discolpare, santifica il suicidio; dalla mitologia vi deduce pensieri e affetti; all’amica legge l’odicina di Saffo; si volge per consolarsi all’astro di Venere; pagano nelle immagini e nei sentimenti, rinnega fino le speranze postume nel Carme ove alle tombe chiedeva rispetto e ispirazione. Ma all’Italia offriva uno sciolto, che non era quel del Parini nè di verun predecessore; grandeggiante di cose, variato di suoni, con oscurità affettata, e apparenza di voli lirici ottenuta col sopprimere le idee intermedie e col surrogare alla prova le immagini, l’amor delle quali e l’osservazione materiale aveva egli sviluppati nella vita avventurosa. Il proposito d’uscir dal comune imprime al suo verso una selvaggia grandezza; ma la prosa gliene riesce contorta, anelante, impropria, cadendo nella gonfiezza per cercare l’eloquenza, sebbene di conoscere il pregio della naturalezza siasi mostrato capace nella traduzione del _Viaggio sentimentale di Yorik_. Lamberti, Lampredi, il ministro Paradisi lo bersagliavano, scuola meramente retorica, ed egli ripicchiava, — Odio il verso che suona e che non crea»: non dissimulava il disprezzo pel_ Bardo della selva nera_; e lanciò al Monti un epigramma invidioso più che arguto; Monti ne rispose uno nè da poeta nè da uom civile[219], e minacciava di «sperdere fin la polve de’ suoi _Sepolcri_»; il Governo «s’era fatto incettatore universale delle gazzette, per notare sommariamente d’infamia gli uomini che non ardiva opprimere sotto la scure», e Foscolo avventò l’_Ypercalipsis_ contro quella consorteria, donde trapela un orgoglio che par dignità e non salva da bassezze, che, non domanda i favori del Governo ma invidia quei che gli ottenevano. Avendo arrischiata qualche allusione alle stragi napoleoniche, dovette uscire dal regno: ma più che de’ Governi si lamenta de’ nostri «sciagurati concittadini, che gli uni sospettano, gli altri si fanno merito a provocare sospetti; nè la prudenza giova quando v’è chi, o per rimorso o per mestiere, interpreta le parole e i cenni e il silenzio»[220]. Ricoverato in Toscana, e meglio accetto quanto men grata v’era l’amministrazione francese, vi godeva pace e nuovi amori, quando udì che crollava il colosso; e non parendogli conveniente che i casi italiani si risolvessero senza di lui, tornò esibendo la sua spada, e procurò imporre coll’urlo suo agli urli plebei nella sordida giornata del 20 aprile. I nuovi padroni esibirono di assoldar lui come militare o la sua penna come giornalista; ed egli, esitato alquanto, preferì andar ramingo in Isvizzera, e la calunnia ve lo inseguì fin a dirlo spia tra i profughi, e incaricato dall’Austria d’indurre i Cantoni a estradire gli uffiziali rifuggiti. Ond’egli potè applicare a sè quello che già nel 1798 scriveva in difesa del Monti: «Coloro che hanno perduto l’onore, tentano d’illudere la propria coscienza e la pubblica opinione dipingendo tutti gli altri uomini infami. Quindi oppresso l’uom probo, sprezzato l’uomo d’ingegno, si noma coraggio la petulanza, verità la calunnia, amore del giusto la libidine della vendetta, nobile emulazione l’invidia profonda dell’altrui gloria. Taluno, cercando invano delitto nell’uomo sul quale pure vorrebbe trovarne, apre un’inquisizione sulla di lui vita passata, trasforma l’errore in misfatto, e lo cita a scontare un delitto di cui non è reo perchè niuna legge il vietava. Lo sciocco plaude al calunniatore, il potente n’approfitta per opprimere il buono, il vile aggrava il perseguitato per palpare il potente. Vecchia italiana consuetudine di mietere e ricoltivare a sole splendido le calunnie politiche che certi vostri uomini di Stato, offerentisi ad ogni straniero, vanno seminando di notte; e a chi poi se ne lagna e gli accusa e gl’interroga, lo consolano o lo confondono con l’abominare i calunniatori, e col dire Nol so... Forse col restringervi ad arrossire del livore, dei vituperj scambievoli, de’ sospetti inconsiderati, del malignare le generose intenzioni, del presupporre impossibile ogni virtù, del cooperare delirando fra i traditori, i quali col tizzone della calunnia rinfiammano nelle città vostre le sêtte che sole smembrarono le vostre forze, per lasciarle a beneplacito di qualunque straniero, ed oggi pure vi trascinano a straziarvi l’onore, onde siate, non che incatenati, ma prosternati, perchè essendovi schiavi infami sarete più utili... adempierò all’assunto mio principale; ed è il persuadervi che non vi resta partito, o Italiani di qualunque setta voi siate, se non quest’uno, _di rispettarvi da voi, affinchè s’altri v’opprime, non vi disprezzi_»[221].
Caratterizzando gl’Italiani, soggiungeva che «mentre quasi tutti aspiriamo all’indipendenza, cospiriamo pur tutti alla schiavitù... Questa setta è contenta dell’onore di bramare a viso aperto l’indipendenza, e lascia ad altri il pensiero e i pericoli d’affrettarla, e, per giunta, si lusinga d’impetrarla quando che sia dalla commiserazione delle altre nazioni... Voi siete accanniti in battaglia, accorti a discernere l’arti della tirannide, concordi a dolervene, e inerti ogni sempre, e odiosamente diffidenti a sottrarvene: e presumete di non vivere servi?»
Queste voci di petto quando non se n’udíano che di testa, spieghino ai retori la costui grandezza, e l’influenza che ebbe sulla generazione seguente, e il rincrescimento che si prova di non poterne altrettanto ammirare il carattere. Fermatosi in Inghilterra, adoperò la penna per vivere e per domandare, com’era costretto da un improvvido lusso e da costosi vizj, i quali lo trassero a curvarsi alla fortuna in guisa, che di gran lunga appajono a lui superiori le donne che amò, e che lo ammansarono e nutrirono. Scrisse a difesa della Grecia sua; dell’Italia compassionò più che non ammirasse le libertà infelicemente tentate; e dopo i moti del 1821, i profughi giudicava o fanatici senza ardire, o metafisici senza scienza, e deliranti dietro a cose impossibili; «diffidenti calunniatori, avventati contro chiunque per carità della loro e dell’altrui quiete, si prova a persuaderli di non assordare i paesi forestieri con vanti, querele, minacce, le quali alla miseria dell’esiglio aggiungono il ridicolo». E schivava costoro «i quali, e come oziosi e come Italiani, sono indiavolati anche qui dalla discordia calunniatrice, loro fatale divinità avita, paterna e materna, che li segue e li seguirà perpetuamente in tutti i paesi e che temo rimarrà eterna eredità a tutti i nostri nipoti». E a coloro che imputano gli stranieri dell’infamarci con calunnie, delle quali in realtà siamo noi gli artefici, intonava: «Quando il tempo e la violenza dei fatti vi desta, voi vi guardate d’attorno colla sonnolenza dell’ubriachezza, ad esecrare Francesi e Tedeschi, e missionarj di sante alleanze, e ambasciadori che hanno versato sospetti e scandali a disunire e infamare l’Italia ed ogni Italiano. Pur da che vi soggiogano senza spandere sangue, hanno merito di prudenti. Ma se voi non voleste ascoltare, nè credere, nè ridire sospetti e scandali; e se aveste fede gli uni negli altri; e se non vi accusaste fra voi d’essere nati, allattati ed allevati figliuoli di patria lacerata da dissensioni; e se non vi doleste che ciascheduno di voi sta apparecchiato a prostituirla per oro o per rame alle libidini di tutti gli adulteri; e se non nominaste oggi l’uno, domani l’altro, a fare Tersiti de’ vostri Achilli, credo che la prudenza de’ vostri oppressori tornerebbe in ridicola furberia, e l’avrebbero oggimai pagata del loro sangue; sareste servi, ma non infami nè stolti. Se non che voi sciagurati non lasciate nè lascierete mai che neppure i fatti, i quali fanno ravvedere anche gli stolti, assennino voi, che pur siete scaltrissimi ed animosi».
Cerniamo queste parole dalle lettere sue, raccolte a pericolo della sua reputazione morale, ma a grande acquisto della letteratura, giacchè saranno la più letta, forse la sola letta delle prose di lui dopo il _Jacopo Ortis_; e dove, ritraendo in sè le malattie del secolo, pare sottrarsi anche al definitivo giudizio della posterità, incerta se fu un angelo o un demonio, un franco pensatore o un servile mascherato.
Terzo a rappresentare quella fase della letteratura viene Pietro Giordani di Piacenza (1774-1848), che animato «da furiosa passione e da violenta necessità di vivere studiando», ostinandosi sui classici nostri e sui latini, faticosamente raggiunse uno stile lindo ma non vivo, una frase naturale ma scarsa di concetti. Innamorato dell’arte, l’applica accuratissimamente a tenui argomenti, ove le idee accessorie soverchiano le principali; qualche grandioso soggetto gli balenò, come la storia della lingua nostra, ma ricascava a descrizioncelle, ad elogi, ad articolucci di circostanza, ove appena fra la retorica dà qualche baleno dell’erudizione portentosa e del sicuro giudicare per cui faceasi ammirare nella conversazione. In questa appariva abbondante di parole, arguto di concetti, a volta fin eloquente, largo di consigli, riboccante di benevolenza: eppure nelle epistole, invece di abbandonarsi al sentimento, le stillava a segno, che tre o quattro se ne trovano rigirantisi attorno a un pensiero stesso, o affinchè vi ricorra una stessa frase; il pensiero e la frase di quel giorno. Egli avrebbe voluto che tutte fossero distrutte[222]; invece se ne pubblicò un’improvvida congerie, dove preziose sono le poche, le quali trattano dell’arte, cercando sempre condurre i giovani «a studiare ne’ sommi autori con qual sottile artifizio si lavori e si pulisca lo specchio de’ pensieri», ad ottenere la semplicità, la facilità, la chiarezza, la collocazione naturale. E certo merito suo è l’avere, dall’infranciosamento o dalla pedanteria, rialzata la prosa italiana verso quel ch’essa dovrebbe essere veramente per esprimere con sembianza propria le idee e i sentimenti moderni, e d’avere proclamata l’italianità. «Finchè scrivemmo italiano, le altre nazioni traducevano i nostri libri; finchè dipingemmo italiano, venivano di là dai monti e dal mare a imparar a casa nostra la pittura. Chi ci legge ora? chi ci studia? chi ci prezza? E _questo è pure dappoichè_ non siamo per nulla Italiani. Mi si dica che colpa è delle guerre? che insolenza di vincitore? Quale spada ci minaccia, quale editto ci sforza a tanta servitù?»
Secondo il diapason in uso, egli _adora_ il Canova e Michele Colombo, Gino Capponi e il Dodici; gli è _divino_ Napoleone come il Cicognara, come il Leopardi e molte signore; e del pari secondo lo stile corrente affetta disprezzare tutto e tutti[223]; ne’ giudizj seconda la passione più che il vero[224]; non rifugge dallo scrivere contro animo per ordine del governatore austriaco[225].
Fra i molti che gli dirigeano espressioni di venerazione e domande di consigli, fu Giacomo Leopardi di Recanati (1798-1837). Il conte Monaldo suo padre, autore di scritture contro i progressi del secolo e la falsa carità, avea copiosa biblioteca, di cui profittò Giacomo a segno, che a quindici anni sapeva già tanto di greco e latino da comporre un inno, che gli eruditi credettero antico; come fu creduta del Trecento una da lui finta relazione di santi padri. Struggendosi del desiderio di fama, scrisse al Giordani; e questo ne indovinò il valore, e scarco delle invidie troppo solite nei già celebri, lo confortò, lo ammirò, lo diede a conoscere ai famosi d’allora. Sventuratamente il Giordani poteva invaghirlo della forma, non istillargli idee; e tutto fu in persuadergli lo studio de’ classici, mai in elevarlo a pensieri nazionali e religiosi, e al bisogno dell’originalità.
Era un altro vezzo di quella scuola il dir ogni male del loro paese e del loro tempo: Foscolo lo bestemmia continuo; fino il buon Cesari chiamò _miterino_ il secolo; e il Monti che gliene fece severo ripicchio, disse tanto male del suo tempo quanto niun mai; il Giordani si proponea di far un libro onde mostrare «per che gradi si siano le lettere italiane condotte a questa barbara confusione, che ha sommesse tutte le buone parti dell’arte di scrivere»: all’inesperto Leopardi parlava sempre di mondaccio, di tempacci, di armento umano, dove un buono e bravo è un’eccezione casuale e mostruosa, dove «non resta che sopportare tacendo, e andare dal doloroso silenzio breve all’insensibile riposo eterno».
Il Leopardi, predisposto all’ipocondria da una corporatura disgraziata e da tale salute che diceva non fare movimento, non passar istante senza dolore, sorbiva così la scontentezza di sè, degli altri, d’un mondo che non conoscea, ma credeva tutto ribaldo. Impetrato dal padre di vedere Roma, vi era consultato da grandi eruditi, i quali sapeano applicare vitali faville ai materiali ch’egli non facea se non raccorre; cercava qualche impiego, e mai non l’ebbe; venne a Milano a lavorare pel librajo Stella; e intanto diede fuori poesie, che ringiovanivano le forme di Dante e Petrarca, piene d’immagini, eppure nutrite di sentimento. Il Monti, il Perticari, il Maj, stimolati dal Giordani, gli sorrideano: ma deh! avesse trovato chi gli mostrasse la sublime destinazione dell’uomo; gli eccelsi fini della letteratura, la santificazione per mezzo del dolore, quell’affetto delle alte cose ch’è principio della poesia! Pagano d’idee come quel Foscolo «che pur faticando sull’orma del pensiero moderno, s’ostinò nelle forme greche» (Mazzini), il Leopardi soffriva in sè e desolavasi, mentre Ugo bestemmiava e godeva: questo sapeva la Bibbia non men che Omero; inorgoglivasi della grossa voce, delle membra torose, vanto dei tempi napoleonici; mentre nella pace meditabonda che succedette, il Leopardi, logoro dagli studj e tossicoloso, stillava la quintessenza delle angosce senza rassegnazione, mandando talvolta fin all’anima un gemito, simile ai gridi idrencefalici. Per stile fermo, spontaneità di prosa pensatissima, verso pieno di cose, Italia lo colloca fra i migliori antichi, mentre era degno di sedere fra i primi scrittori moderni; ma il Gioberti, suo grande ammiratore, riflette argutamente com’egli fosse antico soltanto a metà, perchè al genio antico toglieva la fede per surrogarvi la miscredenza moderna. In fatto, abbandonavasi alla desolante filosofia che ci avvilisce sotto pretesto d’analizzarci, e che esprime il rantolo d’una società agonizzante, non i potenti aneliti della risorgente (dei risorgimenti egli si beffava); e col pensiero scettico avvelenando un cuore che riboccava di affetto, Leopardi si sgomenta «alla vista impura dell’infausta verità», nella vita trova «arcano tutto fuorchè il nostro dolore», piange sull’infinita vanità del lutto, e dispera. A Leonardo Trissino scrive che «la facoltà dell’immaginare e del ritrovare è spenta in Italia... è secca ogni vena di affetto e di vera eloquenza»: nella _Ginestra_, che danno per la miglior sua poesia, insulta quelli che credono al progresso: e nel guardare la «mortal prole infelice», non sa se ridere o compatire, giacchè natura «non ha al seme dell’uomo più stima o cura che alla formica», conchiudendo che la ginestra è «più saggia dell’uomo, perchè non si crede immortale».
Così uno de’ più nobili ingegni che Italia abbia partorito, passò rapidamente gemendo sui mali, proverbiando le follie e i vizj degli uomini, senza conoscere le virtù nè credere alle generosità; in lotta coi sofferimenti proprj e colla pubblica trascuranza, e negligendo «le frivole speranze d’una pretesa felicità futura e sconosciuta»[226].
In coda a questi veniva la solita turba, devota a quell’antica maniera stereotipa, composta d’un poco di immaginazione e un poco di forme, con idee vaghe, espressioni esagerate, i fronzoli d’un genere verboso e sterile, da cui fummo impediti d’avere fin ad oggi una prosa nazionale; vagheggiavano gli stili mollicichi, prodighi di epiteti generici e di classiche intarsiature, e privi di fisionomia come donne imbellettate: pure discosti oh quanto dalla maestà e dalla squisitezza del Monti! A Luigi Lamberti, al Paradisi, al Cerretti, agli altri imperialisti mancarono l’elevazione di anima, la nobiltà e costanza di pensiero, senza cui non si merita nome di poeta. Abbondarono applausi al Biondi, al Betti, al Cassi che tradusse Lucano più prolissamente dell’originale; al Mordani, al Perticari, ad altri inzuccherati, che per darsi aria austera, rimbrottavano il secolo con grosse ingiurie in classico stile, abbastanza indeterminate per non irritare nè correggere. Paolo Costa ravennate (1771-1836), che non si lasciò abbagliare dalla luccicante libertà[227], cercò trarre le regole dell’elocuzione non dai precettori ma dall’indole dell’intelletto e del cuore umano. Salvator Betti (1768-1830), buono perchè provveduto di scienza, rivendicò molti vanti patrj nell’_Italia Dotta_. Il Biagioli da Vezzano, buttatosi nella rivoluzione, nel 1799 si accasò a Parigi, e vi aprì un corso di letteratura, a cui attirava gente col dare due concerti musicali il mese; devoto alla scuola retorica, prendeva entusiasmo per tutto, e fece non commenti, ma giaculatorie sopra Dante e Petrarca. Anche Giovanni Ferri da San Costante di Fano prese parte alla rivoluzione di Francia, poi vedendola eccedere rifuggì in Inghilterra; reduce, è mandato a Roma a impiantare le scuole; al 1814 si ritira, e scrive _Ritratti e Caratteri_ e _Lo Spettatore italiano_, ove profitta della cognizione dell’inglese per darci novelle, cui la forma stentata scema l’allettamento. Anche molti traduttori, per l’importanza che in Italia si attribuisce allo stile, acquistaron nome a paro cogli originali; eppure non un solo ve n’ha forse che abbia tolto la speranza di fare meglio.
Ippolito Pindemonti veronese (1753-1828), anima pura e inattivamente gemebonda in estri «melanconici e cari», declama ora contro il viaggiare, or contro la caccia, or contro i rivoluzionarj; esalta la campagna, gli amici, le pie ricordanze de’ morti; a Foscolo fece rimprovero di non saper «trarre poetiche faville» da oggetti men lontani che Troja; lottò con Omero nel tradurre la difficile _Odissea_; e palpitò di libertà nella tragedia dell’_Arminio_, nobile carattere d’un difensore della patria indipendenza. Cesare Arici (1782-1836), secretario all’ateneo di Brescia, ottenne fama estesa per molte liriche mediocri, per una povera epopea sulla caduta di Gerusalemme, per migliori didascaliche sulla pastorizia e sulla coltivazione degli ulivi. E la didascalica, che un pensiero prosastico orna poeticamente, apriva bell’arringo alle immagini, la ginnastica più consueta di quella poesia; la quale fermava l’attenzione sulla frase, e colla forbitezza delle parole, col cumulo delle metafore, col vezzo della perifrasi, la sottigliezza de’ concetti, la peregrinità delle figure, la lambiccatura de’ sentimenti, il rimbombo de’ suoni palliava la vulgarità del fondo. Vi ottennero lode molti, nessuno raggiunse l’efficace parsimonia di Mascheroni e di Foscolo, alla descrizione della natura mescolando sempre i pensieri dell’uomo.
Mentre nei più l’allettativo delle fantasie sceveravasi dalla convinzione delle anime, altri aveano esteso lo sguardo e veduto un intero mondo di là dal serraglio accademico, e leggiadrie e sublimità di poesia, ed elevatezza di sentimenti, e profondità di ragione, convincendosi che la ricerca del bello non vuol essere limitata ad un tempo, ad un paese, ad una forma. La Spagna si presentava coll’immensa ricchezza drammatica, e colla cristiana e incondita originalità de’ comici e de’ romanzieri: l’Inghilterra col sentimento profondo e la penetrazione della natura umana nel gigantesco Shakspeare e ne’ moralisti: la Germania con una folla di cantori ironici o passionati, religiosi o scettici, tutti vibranti all’unissono delle idee umane, alla cui testa Schiller, Göthe, Tieck, Schlegel, emancipavano l’arte affinchè rappresentasse l’uomo, i tempi, la natura, cercavano il ritorno estetico verso l’antica bellezza, meglio valutata e sotto forme nuove e potenti, non isgomentandosi della trivialità purchè naturale; dappertutto poi una poesia popolare, qual frutto spontaneo di ciascun paese, di ciascuna età, che ha la verità non della storia, ma della passione, che evoca le potenze della vita, dolore, piacere, onore, virtù, voluttà; e in tutta la società moderna un movimento lirico coll’ardore della libertà, col disgusto del presente, coll’inquietudine intima e la speranza tormentosa, col tumulto delle idee nuove e il presentimento delle loro metamorfosi.
Con ciò alla critica negativa, che stitica i difetti dei grandi, o le bellezze ne misura a tipi prestabiliti, sottentrava l’iniziatrice, laboriosamente profonda nell’esercizio del pensiero, paziente nella pratica, colla potenza idealista che discerne il fondo della forma, che coglie l’unità dello spirito sotto la varietà della lettera, che indovina bellezze originali, che getta la congettura sul mare del possibile, e da quel che fecero i genj più diversi impara ove potrebbe arrivare un genio nuovo, mediante l’intima cognizione d’ogni bello; che infine colle dottrine eccita sentimenti ed azioni.
La civiltà nostra non deriva soltanto dalla greca e romana, ma anche dalla germanica; gloriose e più dirette antecedenze abbiamo nell’età romantica, cioè nel medioevo, e il viver nostro è conformato al sentimento e alle dottrine cristiane. Perchè dunque rifarci sempre ad Ilio e a Tebe, e tessellare frasi di classici, e invocare un Olimpo di cui deridiamo le divinità, aborriamo i costumi?
Più che i Tedeschi, maestri di tali novità, qui si divulgavano i libri francesi della baronessa di Staël, che obbligata da Napoleone ad esulare da Parigi, avea concepito ammirazione per gli autori tedeschi; e dai loro critici, principalmente dallo Schlegel, aveva dedotto il sottilizzare la critica non tanto ad appuntare gli errori, come a presentire le bellezze, non tanto a censurare un autore di ciò che fece, come a scorgere cosa e come avrebbe dovuto fare; e considerando l’arte per la più alta manifestazione dello spirito, non fermarsi alle diverse forme delle varie letterature, ma penetrare la ragione della vita e della durata[228]. La _Corinna_ di lei, il _Genio del cristianesimo_ di Châteaubriand, l’entusiasmo de’ tanti che visitavano la riaperta Italia (p. 308), venivano a modificare i criterj poetici antichi: Stendhal, la Morgan ed altri ripudiavano il senso comune per affettare spirito e novità: lord Byron, elegante inglese, che volontario esule e volontaria vittima, atti e sentimenti epicurei traeva in pompa per l’Europa, e principalmente in Italia, e dopo cominciato coll’elegia, finì con satira amarissima, faceva stupire di tanta realtà unita a tanta fantasia ne’ suoi poemi, dove, anatomizzando ironicamente la società, dipingendo le attrattive del vizio e l’eroismo degli scellerati, sostituendo l’eccezione alla regola, esistenze tempestose, situazioni violente, paesi diversi dai poetici, uomini audacemente ribellati al dovere, staccavasi ricisamente dall’arcadico concetto che s’avea della poesia, per cogliere la natura sul vero, insegnando a non permettere nessuno degli spedienti dell’arte, ad erudirsi ed ispirarsi in quanto fu fatto, per far poi diversamente.