Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)

Part 29

Chapter 293,250 wordsPublic domain

Intanto da una parte il liberalismo, le società segrete e lo spirito d’insubordinazione dichiaravansi causa di tutti i mali; ma che essendo opera di pochi agitatori, colla forza potrebbonsi reprimere: dall’altra parte lanciavansi accuse assurde contro chiunque esercitava il potere o lo serviva; tutti doveano essere emissarj dell’Austria, ogni delitto, ogni sventura imputarsi a loro; uno era promosso a dignità o a carica? bastava perchè venisse gridato sanfedista e se ne dissotterrassero mille antichi e nuovi reati. Ogni tratto rinnovandosi qualche sommossa o clamorose dimostrazioni, e più spesso assassinj, detti politici, bisognavano la forza e gli spioneggi. Inoltre per tutto ciò bisognava levar prestiti, ipotecare, vendere, por tasse anche sui beni del clero, ritenere sul soldo degl’impiegati. Di riforme si cessò di parlare: se i potentati ne rinnovassero le istanze, opponeasi l’indipendenza che ciascun Governo deve avere nei proprj atti.

I mali furono accresciuti da un nuovo, il cholera, che non solo patimenti aggiunse ai patimenti degl’Italiani, ma ebbe importanza politica.

Nell’India serpeggiava da lungo tempo questa malattia, che talora manifestavasi fulminante con atroci coliche e tetano e pronta morte; talvolta comincia da prostrazione di forze, scioglimento di corpo, strazj allo stomaco, borborigmi, vomito; vi seguiva l’algore, con sete inestinguibile, affannoso respiro, spasmodiche contrazioni, color violaceo alla pelle, chiazzata di nero; intanto dejezioni e vomito, e sudori freddi e morte. Varie le opinioni sull’indole sua, incertissima la cura, e quasi sempre inutile dopo i primi momenti; e poichè gl’inglesi la trovarono somigliante al _cholera morbus_ del 1669 descritto da Sydenham, le applicarono quel nome, ahi presto ripetuto in tutte le lingue. Desolata l’India e principalmente il Bengala, invase l’Arabia, e colle ossa di migliaja di pellegrini segnò la strada che percorrono le carovane devote e le mercantili: per tredici anni corse micidiale l’Asia e l’Africa, sinchè nelle guerre contro la Persia gittossi sull’esercito russo che lo recò in patria, donde nella Polonia quando questo andò a sottometterla, e di là propagossi a tutta Europa per Berlino e Vienna, ove giunse il settembre 1831, mentre per Amburgo spingeasi in Inghilterra e a Parigi il marzo 1832.

Devastò le Americhe nel 1833; nel 34 e 35 la Spagna, gli Stati barbareschi, di nuovo la Francia: infine accostatosi a noi, nel luglio del 35 attaccò Nizza, di ventiseimila abitanti uccidendone ducenventiquattro; a Cuneo quattrocenventicinque di diciottomila; poi a Torino ducentosei; a Genova duemila cencinquanta sopra ottantamila abitanti, morendone fino trecento in ventiquattr’ore; sopra novantamila a Livorno mille centrentanove. Serpeggiò poi sul litorale Adriatico, e nelle Provincie di Venezia, Padova, Vicenza, Treviso, Verona, dallo ottobre del 1835 all’ottobre del 73, colpì quarantatremila quattrocento ottantadue persone, uccidendone ventitremila cenventitre; in Lombardia di cinquantasettemila che malarono, morirono trentaduemila. Di qui si comunicò al Parmigiano e Piacentino; poi alla riviera di Levante, mentre invadea pure il canton Ticino e la Dalmazia. Entrato in Ancona nell’agosto del 35, uccise settecentosedici persone; passato in Puglia malgrado la severissima quarantena, s’appigliò a Napoli in ottobre, facendovi cinquemila ducentottantasette vittime; ripigliò nel marzo del 37, uccidendo in un giorno fino quattrocenventicinque persone, e in tutto tredicimila ottocento; e per tutto il regno si dilatò in modo, che mentre la popolazione crescea di cinque per cento l’anno, si trovò diminuita di sessantamila settecento. Di peggio sofferse la Sicilia, e nella prima metà di luglio in Palermo perirono fino mille persone il giorno; milleottocento nel giorno 10; e di sessantamila abitanti in quattro mesi ventiquattromila, e duemila della guarnigione, sicchè presto mancarono impiegati agli uffizj, medici ai malati, preti alle esequie, sepoltori ai cadaveri. Messina restò immune, ma a Catania di cinquantaquattromila abitanti soccombettero cinquemila trecensessanta; e sui due milioni di tutta l’isola, ben sessantanove mila ducencinquanta. A Roma penetrò uscente luglio del 1837, e ai 29 agosto contaronsi ducentottantasei vittime; in due mesi cinquemila quattrocendiciannove, e i cencinquantaseimila abitanti trovaronsi scemi di ottomila. Altrettanto infierì ad Anzo, Civitavecchia, Tivoli, Subiaco, altrove, risparmiando Frascati, Albano, Velletri. A Firenze pochi guasti, gravissimi a Livorno: nè venner meno la costanza de’ medici, la pazienza di preti e frati, l’abnegazione dei Fratelli della misericordia e delle Suore di carità; persone derise e insultate nel tripudio, cerche e benedette nella sventura, per vilipenderle subito cessata.

Disputavasi sulla natura di quel morbo se fosse contagioso od epidemico; e se il progredire suo naturale e la provata derivazione de’ primi casi faceano crederlo propagato per contatto, si vedea poi spiegarsi col furore e coll’intrepidità d’un’epidemia. Da qui incertezza sui ripari; alcuni paesi chiudeansi con cordoni militari e lazzaretti; col male entravano lo sbigottimento e il disamore, i medici, avvolti in cappe cerate, gli spedalinghi colle maschere, i sacerdoti con essenze odorose e aceto e cloruri, cresceano lo sgomento. Eransi vantate come un acquisto della civiltà le contumacie, per cui l’Europa potè relegare fra i Musulmani la peste orientale; ora il secolo che tutto calcola, trovava che esse rallentavano i commerci e la necessaria rapidità delle comunicazioni: quindi sosteneva non essere contagioso il cholera; fosse anche, peggior danno veniva agl’interessi dalle quarantene che non dalla perdita d’alcune migliaja di vite.

I Governi principalmente, avendo bisogno di mandare eserciti qua e là a spegnere le rivoluzioni, e di non istaccare dal centro amministrativo le estreme membra a cui non aveano lasciato altra vitalità, pendeano a dirlo epidemico. Ma mentre da prima si era imprecato contro i Governi che non metteano cordoni sanitarj, dappoi si esclamò perchè gli avessero messi quando impacciavano le fughe e le comunicazioni; se questi Governi onnipotenti non tennero indietro il morbo, fu a bella posta per decimare i sudditi, per deprimere gli spiriti; giacchè un potere senza limiti deve subire una responsabilità senza limiti.

La gente che si crede savia, diceva tali propositi per l’insito spirito di opposizione; ben presto li disse terribilmente il vulgo, che, quasi ad attestare come poco avesse progredito in ducent’anni e malgrado la diffusione d’un romanzo popolarissimo, volle subito vedervi morti procacciate ad arte. I sintomi del male, tanto simili a quei dell’avvelenamento, induceano siffatta credenza: gli ampollini che i medici ordinavano per guarire, i profumi di materie corrosive, credeansi veleni stillati a bella posta: a chi riflettesse che nessun motivo poteva spingere a tanta scelleraggine, rispondeano, troppo fitta essere la popolazione, i Governi volerla diminuire, e perciò avere ordinato ai medici d’attossicarli; o i medici stessi volerli spingere subito al sepolcro perchè il morbo non si propagasse. Da qui un sottrarsi alle cure, nascondere gl’infetti, e così fomentare la diffusione; poi a volte assalire i medici, obbligarli a bevere i medicamenti, batterli, ucciderli, se non altro guardarli con truce iracondia. Tali scene furono universali; i modi della manifestazione variati secondo il paese e il Governo. La Compagnia della misericordia in Toscana, ammirata per eroica carità in tutte le epidemie e in questa, si gridò che avvelenava, e fu aborrita, violentata. A Roma, dove nè ospedali nè soccorsi eransi preparati, si permise un’illuminazione per ottenere e per ringraziare d’esserne liberi, si espose un angelo che riponea la spada nel fodero, e poichè appunto in que’ giorni raffittì la mortalità, il popolo ne diè colpa a un Kausel maestro d’inglese e lo trucidò.

Nel Regno questo male esacerbò le ire contro il Governo e quelle degli isolani contro i continentali, inducendo che da Napoli fosse venuto il veleno e l’ordine di sterminare i Siciliani, tanto più dacchè, quando il cholera ebbe invaso Napoli, si sciolse la rigorosa quarantena fin allora tenuta. I Siciliani dunque si ostinarono a respingere le navi provenienti da Napoli, a non voler ricevere truppe perchè infette, a non mandar denari perchè erano quivi necessarj: le città chiudeansi come in assedio: guardie ai pozzi, ai forni, alle porte. Un vecchio fugge con suo figlio alla campagna, e i villici gridano all’avvelenatore, li battono, li arrostiscono; otto altri al domani, diciassette ne’ dì seguenti, poi trenta a Capace, ventisette a Carini, sessantasette a Misilmeri, trentadue a Marineo, fra cui il parroco e il giudice; molti altrove, alla fiera superstizione intrecciandosi le vendette e le passioni particolari. Taciamo del vulgo, ma il cardinale Trigona arcivescovo di Palermo, côlto dal morbo, non volle rimedj, come inutili contro il veleno; lo Scinà, fisico valente e buono storico, ai primi sintomi corse dal direttore di Polizia suo amico, scongiurandolo a dargli il contraveleno, che supponeva dovesse aver da Napoli ricevuto insieme col veleno stesso. Un farmacista, accusato d’attossicare, nasconde l’arsenico sotto il letto: la serva che vede, lo denunzia, e trovata la polvere, e fattane l’esperienza su cani, si vien nella persuasione ch’egli volesse assassinare. A Siracusa si trucidano l’ispettore di Polizia, l’intendente della provincia, il presidente della gran Corte ed altri fin a quaranta, e molti nel contorno. Un avvocato Mario Adorno, che a capo d’una banda promoveva il tumulto, pubblicò quel morbo aver trovato la tomba nella patria d’Archimede, essendosi scoperto che proveniva dal nitrato d’argento, sparso nell’aria da scellerati che n’ebbero degno castigo. Tal persuasione si mesce ai rancori politici: a Catania, spiegata la bandiera siciliana, si grida che il cholera non è asiatico ma borbonico, si abbattono le statue e le arme regie, si forma un Governo provvisorio, proclamando la costituzione del 1812; i cento uomini appena che stavano di guarnigione in una città di settantamila, vennero facilmente disarmati; Santanello, comandante di piazza, si offerse vittima espiatoria; ma inseguito come avvelenatore, a stento campò. I prudenti giunsero a reprimere quel movimento; e già era calmato quando v’arrivò il Del Carretto ministro di Polizia coll’_alter ego_, e cominciò a servire contro i sollevati; da settecencinquanta furono arrestati, cenventitre condannati a morte, centrenta a pene minori; passato per l’armi Mario Adorno; Siracusa privata dell’intendenza e dei tribunali provinciali, trasferendoli a Noto. Rimase l’odio, rimase la persuasione d’un’immensa scelleraggine[218], quasi a dare un’altra lezione di umiltà al secolo che si vanta di ragionevolezza.

Anche altrove si tentò profittare del disordine per ribellare i popoli, e massime in Romagna: Viterbo si ammutinò, e fu repressa con forza e condanne: a Penne, col pretesto si fosse attossicata una fontana, sventolossi la bandiera tricolore, e ne seguirono supplizj: in altri paesi di Calabria vuolsi che veramente alcuni spargessero veleni per confermarne la voce e lo scredito del Governo, e se ne eressero processi regolari, suggellati con supplizj.

Eppure il cholera coadjuvò non poco a chetar le rivoluzioni, giacchè da una parte i popoli, sgomentati dal nuovo flagello, restrinsero sulle vite minacciate l’attenzione che volgeano alle ambite libertà, e i Governi poterono trarsi in mano i mezzi necessarj a prevenire il male o a reprimere il disordine, rinvigorendo i rilassati loro ordigni, e coi cordoni sanitarj opponendosi anche al contagio delle idee, e compiacersi ancora una volta d’aver rimesso al dovere l’Italia senz’accondiscendere a’ desiderj di essa.

CAPITOLO CLXXXV.

Letteratura. Classici e Romantici. Storia. Giornalismo.

A questi movimenti politici accompagnavansi altri non meno notevoli nella letteratura. Sulla quale noi ci badammo sempre più che sulle scienze, perchè queste son d’ogni paese e al loro progresso tutte le nazioni contribuiscono, quella porge il carattere de’ popoli. Essa avea poco contribuito in Italia a preparare la prima rivoluzione, poco a impedirla, poco a propagarla, attesochè i giornali repubblicani erano polve quando non fossero sterco, e il Monti (1733-1828), unico che sopravviva, fece discredere alle bestemmie colle lodi e viceversa. In Roma abate ed arcade, primeggiando fra poetonzoli, simili a uccelli in muda che ogni rumore eccita al canto, egli preconizzava gli Odescalchi e i Braschi, i matrimonj e le feste, abituandosi a veder le cose da un solo aspetto e ad ispirarsi delle cose presenti, dal che doveano derivare tanta leggiadria alle sue produzioni, tante macchie al suo carattere. Nella _Visione d’Ezechiello_ e nei sonetti su Giuda parea smarrito nel mal gusto fra il Marini e l’Ossian, ma Ennio Quirino Visconti lo invogliò de’ classici; ed egli, che sempre s’informò sopra gli autori che ammirava, ne colse frasi d’irreprensibile eleganza, splendide immagini, artifiziose perifrasi, larga onda armonica, accoppiando la maestà de’ Latini, la limpidezza del Cinquecento, la pompa del Seicento, le immagini de’ coloristi, la fluidità de’ frugoniani. V’aggiungeremo l’arte di addobbare all’antica le cose nuove, alla poetica le positive, come fece nella _Bellezza dell’Universo_ e nell’ode per Montgolfier. Ma chi questa paragoni con quella del Parini a Silvia s’accorge quanto egli arretrasse dal punto ove la poesia era stata portata dall’austero Milanese. Nè in verità può dirsi che il Monti creasse e lasciasse alcuna maniera sua propria. Colla _Bassvilliana_ parve raggiungere il senso mistico de’ Trecentisti nel fare il mondo dei vivi stromento d’espiazione e riconciliamento ai morti; ma collo sviluppo di quella macchina e col riprodurla in cento occasioni senza amore nè fede, palesò che dal mondo postumo non sapea trar fuori che ombre.

Suo vanto lo splendore delle immagini; suo debole la scarsezza di senso morale, avendo ambito la lode di gran poeta più che quella di cittadino coscienzioso. Corso nella Cisalpina a farsi perdonare gli encomj dati ai re col bestemmiarli, di nuovo dovette farsi perdonare il repubblicanismo da Napoleone col cantarne tutti gli atti (pag. 172): poi quando Napoleone cadde, celebrò il _Ritorno d’Astrea_ in paese grondante sangue e fiele; ma «il sapiente, il giusto, il migliore dei re Francesco Augusto», ch’egli chiamava «turbine in guerra e zefiro in pace», gli sospese il titolo di storiografo e gli assegnamenti. Eppur egli «per secondare le generose intenzioni della illuminala superiore sapienza», scrisse la _Proposta_, e col Giordani e col mantovano Acerbi piantò la _Biblioteca italiana_, giornale governativo; mentre mancatigli i re, cantava gli Archinti, i Trivulzj, altri mecenati e un Aureggi che lo teneva a villeggiare. Giovane avea cominciato un poemetto _La Feroniade_, tutto diamanti mitologici per celebrare l’asciugamento delle paludi Pontine. Lo indirigeva al principe Braschi: ma nol compì, e sotto il regno d’Italia dedicollo ad Amalia viceregina; spodestata questa, pensò intitolarlo a Pio VII; infine si risolse per la marchesa Trivulzio, e così il pubblicò, e saranno forse i più bei versi di fattura mitologica, e probabilmente gli ultimi.

I tempi, strascinando a cambiare fra tanti cambiamenti, non lasciano se non da esaminare se l’uomo fosse di buona fede: ma a chi si pente, non rimane che ritirarsi in silenzio; conosciuto falso il sistema sostenuto, non può farsi apostolo del contrario; salvo in verità evidenti come le religiose. Il Monti metteva ingenuità nelle sue affezioni, forte sentendo comechè illuso, colorando con entusiasmo le immagini che gli attraversassero la fantasia; ma al termine di ciascuna composizione chiudea le partite: aveva empito le orecchie con torrenti d’armonia; domani verrebbero altre impressioni, e su quelle ordirebbe un altro componimento, cangerebbe la sonata sul suo istromento senza brigarsi di quella di jeri mentre ancora rimbomba nelle orecchie degli ammiratori. Difetto della scuola, la quale attendeva alla forma non all’essenza, a presentare una sola faccia; insegnava a cantare, non qual cosa si dovesse cantare; vagheggiava unicamente il bello, non la connessione dell’arte colla vita, del poeta coll’uomo e col cittadino. Allevato a lodare, il Monti lodò sempre, o bestemmiò per lodare; tutto occupato della forma, col fare largo e sicuro, colla sprezzatura maestrevole, colle reminiscenze così assimilate da parere spontaneità, conquistò il titolo di principe de’ poeti. Ma la primazia non fu indisputata; e durante la repubblica bestemmiavasi il cantore di Bassville da tutti quelli che aspiravano alla gloria col porsi ostili a un glorioso: Berardi celebre improvvisatore avventogli uno sconcio sonetto; con un sonetto infame, il Monti marchiò tutti i suoi avversarj, poi colle splendide contumelie della _Mascheroniana_. Le ostilità prolungaronsi durante il regno d’Italia; e massimamente il Gianni alleatosi col giornalista Urbano Lampredi, col Latanzio, col Leoni, attossicarono le lodi e le dignità conferite all’illustre: ma neppur l’ira li elevò a quella critica generosa, davanti alla quale affiocavasi la fama del Monti; ed esso ripagò ad usura nel _Poligrafo_, pur troppo col suo nome togliendo vergogna a’ manigoldi della letteratura, i quali ne appresero gli scherni, non quello spirito che fa parer meno acerbo il morso d’un’ape che d’una vespa. Eppure il Monti era onestissimo uomo, subitaneo all’ira ma pronto alla riconciliazione, volenteroso di giovare, capace di calde amicizie, prodigo di lodi anche a mediocri, che vivran solo perchè da lui mentovati, non disprezzatore de’ principianti, nè astioso a’ preveduti suoi successori.

Pari inconsistenza nelle opinioni letterarie. Egli ingrandito col celebrare gli avvenimenti giornalieri; egli che avea ridotto lirico il poema e fin la tragedia, redimendola dall’aridità alfieriana; egli che erasi agevolate le invenzioni con tante ombre e fantasmi, e ricalcato un poema intero sopra il falso Ossian, vecchio uscì a rimpiangere la mitologia bersagliata.

Fra i letterati interamente retori, e quelli per cui la letteratura era un’azione e un sacramento, stava Ugo Foscolo (1776-1827). Jonio, ma italiano di origine, di educazione, di studj, prese viva parte alle commozioni rivoluzionarie, poi allo sfavillante regno italico, fin dall’origine diviso tra generosi impeti e materiali istinti, tra elevatezza di parole e bassezza di fatti, tra forme rigorosamente classiche e pensieri nuovi. Dal _Werter_ di Göthe prese il concetto del suo _Jacopo Ortis_: ma mentre l’autor tedesco conserva rigorosa semplicità di passione, cioè un amore di fantasia più che di cuore, nudrito d’orgoglio e d’egoismo, Foscolo vi mescolò l’elemento politico, dividendo il suicida fra l’amore per Teresa e il disgusto della mal donata libertà italiana. Così svanisce l’interesse che uom prende a un carattere che spiega tutto l’accordo delle qualità molteplici, eppure conserva l’individualità propria; mentre la passione non è nobilitata dallo sforzo del resistervi. Il mondo non solo, ma egli pure identificò se stesso col suo eroe; e la vita di lui vi si prestò, nella quale ostentando eccellenza morale nell’atto di abbandonarsi a passioni procellose insieme ed effimere, piaceasi di affrontare lo scandalo e vantare le proprie debolezze; come que’ sensuali esaltati che godono filosofando, tradiscono moralizzando, mendicano bassamente con frasi pompose. Col titolo di soldato e coll’affettarsi spadaccino, tentava soverchiare chi se ne sgomentasse, pronto a recedere davanti alla risolutezza: caro alle donne, che facilmente sono attratte da ciò ch’è alto, affascinate da ciò che soffre, rinterzava intrighi sui quali non stendeva un velo prudente, anche prima che indiscrezioni postume li traessero al pieno giorno: bisognoso di catastrofi e di fuggir la noja mediante l’azione, la cercò col far della letteratura un campo di assalti e difese, della polemica una professione di dottrine. Fra gente dedita alla più comoda eresia, la noncuranza di principj, esso vuol averne; e poichè il cristianesimo era affatto fuor d’uso, egli si ricovera nello stoicismo, che quanto facilmente coincidesse colla pratica epicurea l’abbiamo potuto vedere nel tramonto dell’impero romano. Sentendo molto, poco ragionando, ha concetti sempre dedotti da altri, senza precisione e avvolti in nebbia; per paura del senso comune avventasi nel paradosso, mirando a un bersaglio, ma sempre travalicandolo; pure vede nella letteratura meglio che un trastullo, e la necessità di darle un fondamento più largo e più solido, sebbene non l’abbia egli fatto, e di non separare il letterato dal cittadino; coi _Sepolcri_ e colla prolusione costringeva a pensare, lo che non faceano i letterati di moda; sicchè gli scritti suoi sono tanta parte della storia contemporanea. In quell’anima sua «che domandava sempre d’agitare e d’agitarsi perchè sentiva che nel moto sta la vita, nella tranquillità la morte», fece specchio di tutti gli avvenimenti, e poichè non erano comuni, partecipò della loro grandezza. Dalle passioni e dalla moda tratto a sollecitare i favori de’ ministri, rifuggiva dal prostituirvi la dignità delle lettere: e qualche cenno, qualche illusione, fin la parsimonia della lode vogliono essergli contate a merito, perchè allora glien’era fatta colpa dalle sale dei grandi, dispensatori de’ pranzi e della gloria; dalla gioventù che scoteva colla potente parola, ottenne culto; la ciurma dei retori lo temette; i principi reazionarj ne perseguitarono la memoria: sicchè amici e nemici cooperarono a ringrandirlo, e la elevatezza di alcuni suoi concetti trasse sciaguratamente a imitarne cert’altri che più s’opporrebbero all’effettuazione di quelli.