Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 28
Al primo annunzio della sollevata Romagna, la Corte mostrossi disposta a larghi patti, volendo il Bernetti prevenire l’invasione austriaca; intanto erangli venute assicurazioni non solo dall’Austria ma e dalla Francia, dove quel non-intervento che offriva il tema di mille variazioni alla tribuna parigina ed ai giornali, due campi dell’eroismo parolajo, or sottoponeasi ad interpretazioni da casisti: che l’imperatore d’Austria poteva bene prender parte alle vicende della duchessa di Parma sua figlia; anche a quelle di Modena, ducato a sè riversibile; ma quanto alla Romagna, mai non gli si permetterebbe. Per verità, se i Francesi non ajutavano la Polonia col pretesto della lontananza, per l’Italia sarebbe bastato affacciarsi al ciglio delle Alpi. Ma Metternich, che vedeva pericolare o le provincie austriache o l’ingerenza sul bel paese, negò alla Francia il diritto d’impedirgli di ripristinare il dominio papale; — Se si ha a morire, tanto vale un’apoplessia, quanto la lenta soffogazione: faremo la guerra»; ed entrò sul territorio pontifizio. Allora la fragorosa Francia a gridare vilipesa la dignità nazionale e traditi i patrioti, e volersene vendetta; l’ambasciadore Maison da Roma incalzava a gettar il fodero, e spedire un esercito in Piemonte: ma il casismo soccorse di nuovo mostrando che l’Austria non v’interveniva per proprio conto, sibbene a richiesta del papa; e che del resto, guaj a lei se pensasse invadere il Piemonte[205], il quale in fatto non n’avea bisogno. L’ardore esalò in magnanime ciancie, e i Romagnoli videro non poter sostenersi che da sè. «Italiani, all’armi! chi ha un fucile, una spada, una falce, la prenda e venga con noi, che la vittoria non ci può fallire»; ebbero raccozzato un esercito di circa settemila uomini; ma vedendo presa Bologna, si ritirarono innanzi agli Austriaci, che procedeano a passo di carica sulla via Emilia: a Rimini tennero testa (25 marzo) quel tanto che bastasse perchè la loro bandiera fosse vinta, non macchiata; e avendo con quel fatto protetta la ritirata sopra Ancona, lasciato molti morti sul campo e trasportatine i feriti, si rassegnarono ad evitare una resistenza disastrosa quanto inutile.
Il Governo, ridottosi in Ancona, dichiarando non essersi mosso se non per fiducia del non intervento, dai Francesi proclamato in pubblico e promesso in particolare, rimette in libertà il legato Benvenuti; il quale promette l’oblio di qualunque atto della rivoluzione, e firma il passaporto de’ capi. Questi s’imbarcano; Ancona è resa pacificamente dal generale Armandi (29 marzo): ma la convenzione viene dichiarata nulla a Roma, giacchè il Benvenuti avea cessato dalla sua carica col divenire prigioniero; s’istituisce processo contro quelli che avessero firmato l’atto di decadenza, o violato il giuramento militare, o pubblicato scritti empj o sediziosi; agli altri intero perdono. Il colonnello Sercognani, ch’era proceduto fin a Rieti, udito quel rovinío, volta per la Toscana, e ben accolto dal popolo e soccorso dal Governo rifugge in Francia. Tre navi portarono altri profughi in Francia, in Inghilterra, a Corfù; ma una fu arrestata da due golette austriache, e ventun pontifizj e sessantasette modenesi che vi stavano furono gettati nelle prigioni di Venezia. Poco poi i pontifizj, più tardi i modenesi furono rimessi in libertà; processati gli austriaci, e Zucchi, come disertore, sottoposto a giudizio militare e condannato in fortezza per tutta la vita. Paolo Costa di sessant’anni e malato della pietra, andò a Corfù ad insegnare filosofia, come l’archeologo Orioli; Pellegrino Nobili di settantasei anni, dopo una fuga piena di pericoli, raggiunse in Francia suo figlio, insigne fisico fuggente anch’esso, sinchè ottennero di ricoverarsi in Toscana. Questi e il filosofo Mamiani, i fisici Amici e Melloni, il medico Sterbini, il poeta Pepoli ed altri colla loro civiltà e sapienza cresceano la pietà per le sventure d’Italia in quella Francia dove i nostri ricevettero ospitalità benevola, stentati sussidj e fallaci promesse[206]. Napoleone Buonaparte era finito di morte violenta: suo fratello Luigi dall’amorevole madre Ortensia fu campato a preparar nuove trame, che doveano portarlo alla prigionia poi al trono. Gli Austriaci tennero occupati i ducati della media Italia e le Legazioni; in Lombardia spaventarono con processi rigorosi, pure mondi di sangue; e Metternich fu decorato dall’imperatore d’Austria «per aver tanto contribuito a mantenere l’indipendenza degli Stati italiani».
Maria Luigia, non avendo destinato alcuno a governare in sua vece, non poteva far colpa a chi erasi assunto gli affari; tornata a Parma, presto bandì generale perdono, eccettuandone ventun profughi. L’odio concentravasi sul Mistrali ministro, più ambizioso che tristo[207], sul Sartorio, capo della polizia, che poi fu accoltellato; sui Gesuiti annidati nel collegio di Piacenza, e contro i quali si fece poi una chiassosa dimostrazione; mentre l’arciduchessa pensava a goder la vita, e i resti d’un corpo ch’era stato di Napoleone diede al conte di Bombelles che la ridusse e parca e devota.
Francesco di Modena, più irritato perchè avea previsto eppur non ovviato, e persuaso che «i settarj si ostinano a voler abbattere altari e troni, e che un sovrano è responsabile in faccia a Dio se tollera il trionfo dell’irreligione» mandò al supplizio Vincenzo Borelli e Ciro Menotti, il quale salì al patibolo esclamando — Italiani, non lusingatevi a promessa di stranieri»[208]. Coll’editto 18 aprile 1832 sopprimeva le formole giuridiche contro i rei di Stato, abbandonandoli agli sgherri e alle spie; e sparsasi voce d’un attentato contro la vita di esso, i soldati giuravano, «Se l’inferno vomitasse un’anima capace di rinnovare le ribellioni, noi renderemo i concittadini responsali sulla vita loro della sicurezza di Francesco IV con giustizia militare pronta sicura». Da tremilacinquecento volontarj estensi rimanevano alle proprie case ma in armi, vigilando alla pubblica tranquillità, e pronti ad accorrere quando bisognasse. Il duca non curossi che Francia e Inghilterra interrompessero le relazioni diplomatiche con lui, lasciava stampare contro di esse e contro il liberalismo, e francamente si collocava campione de’ Governi assoluti, alla riazione pretendendo imprimere il carattere religioso e patriarcale, dopo sei anni di processi, furono condannate a gravissime pene cenquattro persone, ma tutte contumaci e due morte; e quelle pene stesse ebbero mitigazione. Giuseppe Ricci, guardia nobile del duca, al quale era rimasto fedele nei movimenti del 1831, e che passava pel favorito di esso, accusato che cospirasse ad assassinarlo, fu fucilato: vittima forse d’una ingiustizia, ma non eroe politico.
Quel Canosa, che, parendo eccessivo a Napoli, n’era stato rinviato con doni e mortificazioni, viveva oscuro a Genova, allorchè il duca di Modena lo chiamò a capo della sua Polizia, dove per molti anni fu lo spauracchio de’ liberali di tutta Italia. Più tardi ritiratosi a Nizza, si congratulava seco «d’aver processato, imprigionato, frustato, ma non impiccato; d’aver prevenuto le colpe collo sbigottire, ma non ucciso un solo per crimenlese nè stando governatore militare a Ponsa, nè ministro di polizia a Napoli; mentre dappoi abbondarono congiure, sêtte, mandati di morte, e in conseguenza commissioni militari, e un numero estesissimo di esiliati, vera e bestiale misura per chi conosce il mestiere»[209].
In Piemonte Carlo Felice poco avea fatto per rimarginar le piaghe del suo paese; pieno di sè, nè cerimonie volea nè malinconie, ripetendo — Non son re per essere seccato». Ad un capitano di bastimento che avea durato fatica nel salvarlo in una procella, volea dare qualche centinajo di scudi, ma il ministro gli suggerì avrebbe meglio aggradito la croce di san Maurizio e Lazzaro. — Oh che zugo! (esclamò) dategliela subito». Intanto la giustizia era pessimamente amministrata[210], sospetti i pensatori, mesto il paese pei tanti profughi e per gli arbitrj della Polizia. Il re, disgustato di Torino come covile di faziosi, sene teneva lontano; non raccoglieva regolarmente i consigli di Stato, puzzandogli di costituzione, e lasciava far ai ministri e principalmente al Latour. Avrebbe rinnegato la tradizione di tutta la sua stirpe se si fosse accordato coll’Austria, delle cui spoglie par destinata a ingrandire: onde avendogli questa offerto soccorsi contro i faziosi, egli ricusò risoluto, e represse qualche tentativo de’ Savojardi.
Non ebbe figli, e con lui terminato (1831 27 aprile) il ramo primogenito di casa di Savoja, appunto nel bollore delle sommosse gli sottentrava il ramo cadetto di Carignano[211] nella persona di Carlalberto, quel desso che vedemmo nella rivoluzione del 1821. Giovane, allevato in mezzo alle armi, partecipe delle speranze se non delle trame liberali, avea subíto gl’insulti dell’Austria, che diceano si fosse adoperata a farlo credere indegno del trono per le macchie del 21, mal lavate al Trocadero, e surrogargli il duca di Modena. Tanto bastava perchè, dimenticando il passato, sopra di lui si fissassero le speranze de’ Liberali, e girò l’indirizzo di un Italiano (Mazzini), il quale gli mostrava come non gli restasse che essere tiranno ed esecrato, o farsi costituzionale e italiano francamente rompendola coi potentati; parziali riforme gli nimicherebbero l’Austria senza amicargli i popoli, mentre con una parola libera e sincera potea ricreare l’Italia, riunirne le membra sparte, e se pronunziasse, «È mia tutta e felice», venti milioni d’uomini esclamerebbero, «Dio è nel cielo, e Carlalberto sulla terra! — Respingete l’Austria, lasciate addietro la Francia, e stringetevi a lega l’Italia; ponetevi alla testa della nazione, e scrivete sulla vostra bandiera, _Unione, Libertà, Indipendenza!_ proclamate la santità del pensiero, liberate l’Italia dai barbari, date il vostro nome ad un secolo, siate il Napoleone della libertà italiana. Or che temete? il Tedesco? gridategli guerra, ardite guardar da vicino questo colosso eterogeneo, forte solo perchè altri è debole. Una voce ai vostri, una voce alla Lombardia, e avanti. Là, nella terra lombarda hanno a decidersi i fati dell’Italia ed i vostri; nella terra lombarda, che non aspetta se non un reggimento ed una bandiera per levarsi in massa: ma siate forte e deciso; rinnegate i calcoli diplomatici, gl’intrighi de’ gabinetti, le frodi dei patti. La salute per voi sta sulla punta della vostra spada... Se voi non fate, altri faranno, e senza voi e contro voi...».
Carlalberto re vedeva altrimenti che l’antico granmastro d’artiglieria, e conobbe che un movimento avrebbe posta in compromesso l’indipendenza del suo paese, determinando una nuova invasione austriaca. Nonchè parlare di costituzione, nemmeno l’amnistia concesse; nominò un consiglio di Stato, esprimendo che volea fare miglioramenti, ma «senza scostarsi dagli esempj lasciati da’ suoi maggiori», e «conservando inalterata la dignità della Corona». Si disperò dunque anche di lui; onde molti s’affrettarono a ricoprire la polvere di carbone colla polvere delle anticamere, altri si annoiarono nelle società secrete.
Perocchè, mentre le rivoluzioni del 31 eransi fatte a pieno giorno confidando nell’iniziamento del Governo francese, allora i novatori si ridussero a trame sotterranee; e appoggiatisi ai radicali, meditarono sommosse invece dell’insurrezione. Giuseppe Mazzini, nato a Genova nel 1808, ivi fondò l’_Indicatore genovese_; soppresso questo giornale, andò a piantare l’_Indicatore livornese_; poi a Genova processato nel 30 e sbandito, ricoverò a Marsiglia, e con Bianchi piemontese e Santi di Rimini istituì la società della _Giovane Italia_. Suo simbolo un ramo di cipresso; parola d’ordine _Ora e sempre_. Direttosi a «tutti quelli che sentivano la potenza del nome italiano e la vergogna di non poterlo portare francamente», escludeva ogni uom maturo; confidava nell’insurrezione armata; accennava anche ad una religione da surrogare al cattolicismo, di cui dicea finito il tempo; e d’accordo coi Carbonari nel volere sbrattar la patria dai forestieri, ne discordava nel non chiedere più costituzione ma repubblica, abbattere ogni privilegio, confidare nel popolo a cui quelli non erano ricorsi. Venne sistemata a modo delle guerriglie, giacchè derivava dalla solita fonte; e la dirigevano da Londra Mazzini, da Malta i modenesi Giovanni e Nicola Fabrizj; stampava le sue declamazioni e i suoi intenti; e fin dai primordj apparve una sentenza di morte, eseguita col pugnale contro un preteso traditore.
Anche questa società parve più diretta a generare martiri che ad assicurare la vittoria, mostrando perseveranza di moto più che evidenza di meta. Il primo atto importante ne fu la spedizione di Savoja. I nostri rifuggiti comprarono una mano di que’ Polacchi che erano scampati dalla loro patria quando fu anch’essa abbandonata e vinta, e sotto al generale Ramorino, genovese che avea combattuto in Polonia, mossero dal lago di Ginevra e da Grenoble verso la Savoja (1834 gennajo). I proclami dicevano, dovunque è despotismo, essere sacro dovere l’insurrezione; delitto il non seguire la bandiera di questa allorchè il momento sia giunto; non concepire essi l’Italia che repubblicana, una dall’Alpi al Faro, non federativa; aspirare a fondare una Roma del popolo, centro d’una grande e libera unità religiosa, politica, sociale.
Ma parte furono arrestati sul territorio svizzero; alcuni entrati in Savoja non incontrarono il minimo assenso nel popolo, nè disertori dalla truppa, e pochi gendarmi li dissiparono. Malissimo concepita, peggio condotta; pure volle spiegarsi colla solita bubbola del tradimento, affisso al Ramorino.
Carlalberto avea già prima istituito corti marziali sotto di uffiziali inesorabili, come il generale Galateri governatore d’Alessandria e il Cimella nizzardo, e di cavillosi curiali; processati sessantasette militari dal sergente in giù, dodici furono fucilati, anche alle spalle, trenta alle galere «per aver avuto notizia della congiura, per aver letto o fatto circolare un libro contrario ai principj della monarchia». Coll’avvocato Andrea Vochieri d’Alessandria il Galateri insisteva perchè rivelasse, promettendogli grazia; ed esso gli rispose: — La sola grazia che desidero è che mi liberiate della vostra presenza». Il generale gli dà un calcio nella pancia, e l’inquisito gli sputa in viso. Galateri esacerbò la morte di lui facendolo traversar le vie dove abitava, sicchè la moglie e i figliuoli lo vedessero, e alla fucilazione assistette in grand’uniforme, pippando appoggiato a un cannone[212]. Giacomo Ruffini genovese si ammazzò in prigione: suo fratello fuggì in tempo per narrare, più tardi e ricreduto, le trame e le speranze. E molti furono gli esigliati[213], molti i dolenti, molte le decorazioni al Galateri e ad altri zelanti.
Dopo la spedizione di Savoja furono fucilati Volonteri e Borrel caduti prigionieri in quella, ed altri processati; e il non sospetto Gualterio assicura che Carlalberto ne provasse poi dolore e rimorso, e dal bisogno d’espiazione cominciasse la sua vita ascetica. Certo quel re assentiva ai concetti e ai comporti del duca di Modena[214], e lasciò rinnovarsi l’onnipotenza della Polizia: in conseguenza tornò odioso ai Liberali, che gl’imputavano di favorire a Gesuiti e missionarj, aver cercato la beatificazione d’Umberto di Savoja e di Bonifazio arcivescovo, dato ricetto a un prelato Pacca, già direttore della Polizia di Roma, poi scacciatone per sozzure; favoreggiato alla fazione che in Ispagna ed altrove contraddiva alle costituzioni: garantito un prestito di seicentomila lire fatto dai Pallavicini di Genova alla duchessa di Berry per tentare una controrivoluzione in Francia, dove su bastimento genovese sbarcò infelicemente[215]: sicchè Carlalberto fu denunziato per sanfedista con tanta giustizia, quanto una volta per Carbonaro.
Anche l’Austria cominciò processi, dove il tirolese Zajotti, già partecipe alle cospirazioni o alle speranze italiche, nel 1815, fu chiamato a tradurre in requisitorie criminali i suoi epigrammi da sala e le sue critiche di giornale: molti furono condannati a morte, a tutti commutata in carcere temporario, poi nella deportazione in America.
E di nuovo ne usciva un effetto opposto di quel che i Liberali aveano sperato, crescendo l’influenza dell’Austria sulla penisola. Che essa mirasse a ingrandire di territorio è una baja, accettata da quella credulità ch’è propria de’ tempi di rivoluzione; ma è vero che, sentita necessaria dai principi, e ai popoli non suoi men odiosa, che i principi proprj, essa poteva dirsi arbitra dell’italiche sorti. Nesselrode, Fiquelmont, Ancillon, rappresentanti della Russia, dell’Austria, della Prussia, a Berlino convenivano che i loro sovrani cercherebbero far adottare, che un principe, nel cui dominio scoppiasse una rivolta, ha diritto di chiamar in soccorso il sovrano vicino che sia in grado d’ajutarlo a ristabilire la tranquillità, senza che verun altro Governo possa opporvisi o rimostrare. Francia dichiarò non lascerebbe applicare questo dogma di diritto pubblico al Belgio, alla Svizzera, al Piemonte, ma Metternich incaricava il conte Appony, ambasciadore austriaco a Parigi, di chiarire quel ministero che il suo imperatore era risoluto di portar soccorsi anche al re di Sardegna qualora li domandasse, quand’anche dovesse seguirne una guerra. A ciò risolveasi il proclamato non-intervento.
Che che ne blatterino i caffè, la politica pontifizia fu sempre gelosa del predominio austriaco; Leone XII non meno che Pio VII ne stettero in guardia; molto più il cardinale Bernetti, segretario di Stato di Gregorio XVI. S’adoprò egli vivamente perchè gli Austriaci uscissero al più presto: e di fatti non rimasero in Bologna che fino al 15 luglio 1831, quando le varie potenze si furono obbligate a conservare il dominio temporale della santa Sede. Ma persuase che non si otterrebbe mai tranquillità se non adattando il Governo ai tempi, chiesero al papa v’istituisse assemblee comunali e provinciali di elezione popolare; una giunta centrale sindacasse gli uffizj amministrativi; secolarizzate le cariche pubbliche; con cittadini notabili si componesse un consiglio di Stato[216].
Tali promesse arrisero ai Romagnuoli, e confidarono nell’êra nuova che il Bernetti aveva preconizzata pubblicamente: ma ben presto fu disdetta, e negate le riforme che era bello attuare quando non avevano aria d’essere strappate a forza. L’editto del 5 luglio 1831 la nomina de’ consigli comunali e provinciali attribuiva non al popolo, ma al preside di ciascuna provincia; esclusi i secolari dal Governo delle Legazioni; nè consentito d’aggiungere un Consiglio di Stato laico al sacro Collegio[217]. Prendeasi paura de’ moderati quanto de’ sommovitori, e forse più, perchè contro loro non si poteva invocare gli Austriaci.
Si dovettero aggravare le imposte, giacchè in que’ tre anni lo Stato ebbe a spendere otto milioni cennovantottomila scudi più dell’entrata: si comprarono due reggimenti svizzeri, il cui impianto costò cinquecentomila scudi, e trecensessantamila l’annuo mantenimento: si ordinò il disarmo delle Legazioni, alle guardie urbane surrogando corpi di volontarj, cerniti alla peggio, che diventarono tiranni e ladri atroci. Inveleniti gli animi, si ripigliarono le coccarde tricolori; la guardia urbana si fece deliberatrice, e fioccarono petizioni; una deputazione d’onorevoli cittadini andò a Roma a chiedere i miglioramenti cui il paese pareva maturo. Non ascoltati, l’opposizione prorompe; avvisaglie in molti luoghi (1832); a Cesena la guardia urbana sostiene giusta giornata; e le truppe pontifizie (20 genn.) sconfiggono, trucidano, saccheggiano Cesena e Forlì. Decentissimo titolo d’invocare gli Austriaci, che si schierarono da Bologna a Rimini, ricevuti con applausi e feste perchè terminavano l’anarchia. A governo delle sottomesse Legazioni stette l’inetto Albani, e a suo fianco il Canosa, minacciando forche.
La Francia si era fatto perdonare dalle Potenze le sue _gloriose giornate_, ma stava sempre in sospetti perchè le sapeva avverse; e il robusto ministero di Perrier, mentre reprimeva le sommosse interne, vigilava che altri non soverchiasse di fuori. Della libertà o dei diritti delle nazioni più non si discuteva: ma l’equilibrio gli pareva scomporsi quando l’Austria tenesse un esercito là dove le altre Potenze non recavano che trattative. Ecco dunque tre legni francesi, con rapidità inusata traverso il faro di Messina occupano Ancona (22 febb.), la cui fortezza, munita di trentasei cannoni e seicento uomini, non fece la minima resistenza ai mille ottocento Francesi, i quali professavansi amici della santa Sede. Il colpo inaspettato stordì noi e i nemici; il papa protestò e fece levare le proprie insegne; già si moveano Pontifizj e Austriaci per togliere in mezzo Ancona; e d’una conflagrazione generale si lusingavano quei che nella guerra ripongono le loro speranze. Ma anche questa volta la diplomazia sviò il nembo; e il papa consentì all’occupazione, che fu resa regolare sostituendo il generale Cubières a Combes e Gallois che aveano fatto lo sbarco.
Mentre in Ancona le parti agitavansi in modo che il papa scomunicò i capi e Cubières espulse i rifuggiti, condannò, represse, questa bandiera tricolore in Italia rimaneva iride pei molti, che non ancora s’erano disingannati degli esterni rinfianchi. Anche a Jesi un Riciotti, schiuso allora dalle carceri politiche, menava una colonna mobile a taglieggiare i facoltosi, assassinò il gonfaloniere Bosdari, e presentò una domanda di moltissime riforme; e di politica mascheravansi i latrocini e gli omicidj, fatti universali i sospetti e l’ire, il Governo ristabilito si trovò costretto a mantenere costose truppe, a seguire la politica straniera, e appoggiarsi ad una fazione che pretendeva poter abusare sia in violenza sia in denaro. Bernetti accattò reggimenti svizzeri, buoni e fedeli, sistemava le provincie e i Comuni a modo della antica libertà, sebbene quelle istituzioni, altra volta opportunissime, repugnassero all’accentramento, vagheggiato dai moderni: e un corpo de’ volontarj, che presto salì a cinquantamila uomini, divisi in centurie sotto capi conosciuti, col che il popolo si avvezzava all’armi, nè sarebbe stato difficile un giorno trasformarlo in esercito. Ma ciascun milite dovea dare giuramento, sicchè più che esercito, era una setta contro i Liberali, e che opponendo violenze a violenze sistemava la guerra civile.
Il Bernetti avea maggior pratica e accorgimento politico che tutti i cardinali, e proposito di conservare l’indipendenza dello Stato romano; del resto ignorava le particolarità dell’amministrazione, lasciò dilapidare le finanze e impinguare sue creature: ed esecrato dai Liberali come repressore della rivoluzione, dai Pontifizj come novatore, dagli Austriaci come quello che aveva dimezzato l’ingerenza data ad essi su tutta Italia dalla rivoluzione, Gregorio XVI lo congedò, procacciandosi così un’opposizione in lui e ne’ suoi.
Gli sottentrava (1836) Luigi Lambruschini genovese, nunzio in Francia sino alla caduta di quei re da cui era amato; dotto, leale, costumato, zelantissimo dell’autorità pontifizia e de’ diritti clericali, ma repugnante da’ Governi ammodernati, credendo l’assolutezza necessario riparo alla irreligione non meno che agli scompigli politici. Non curante delle ricchezze, ma gelosissimo del potere, non mitigava i comandi, locchè rendevalo esoso in paese di tanti orgogli e in tempi ove uno non si accontenta di abbassarsi se non per la certezza di essere tosto rialzato. Venne dunque imprecato per austriacante, come erasi imprecato il Bernetti all’Austria discaro.