Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 25
Re Vittorio Emanuele, si dicesse pur raggirato dalla moglie, dal confessore, dal confidente, palesava però intenzioni benevole; lasciava poc’a poco sottentrare le nuove idee e nuove persone; e dopo gli odiati Cerutti e Borgarelli, chiamò al ministero il conte Prospero Balbo, onorato per mente e per liberalità secondo i tempi e il ceto, che impacciato da tutto l’organamento burocratico, sperò alle urgenti riforme supplire con palliativi. Secondando la moda, si diè voce che stava in lavoro una costituzione, e se non veniva agli effetti, imputavasene l’Austria, la cui vicinanza impacciava l’indipendenza del regno; l’Austria, potenza preponderante in Italia, spauracchio universale, su cui i governanti versavano anche le colpe proprie. Rimedio unico, infallibile a tutti gli abusi acclamavasi la costituzione: questa al Piemonte attirerebbe l’attenzione e i voti di chiunque aspira al meglio nazionale, e d’un soffio diroccherebbe l’Austria, reggentesi solo sul despotismo: gli impazienti raddoppiavano d’attività nelle combriccole dei Carbonari, degli Adelfi, de’ Maestri sublimi; e quando scoppiò la rivoluzione di Napoli, più sorrise il desiderio d’emancipare il Piemonte dalla tutela austriaca, e metterlo a capo dell’Italia redenta.
Allora le società secrete abbracciarono moltissimi soldati, più avvocati e professori, e gl’impiegati fin nelle somme magistrature, e non pochi del clero, e tutti gli studenti; poi propagate nelle provincie compresero sindaci e parroci, legarono intelligenze colle lombarde e romagnole. L’antica lealtà savojarda repugnava dalle congiure; l’onor militare rifuggiva dal calpestare il giuramento di fedeltà; ma si fece intendere che non trattavasi di ribellarsi al re, bensì di salvarlo dalla congiura dei preti e dei nobili e dalla servitù, dell’Austria, che si spargeva volesse obbligare a ricevere guarnigione tedesca, e concorrere alla spedizione contro di Napoli; anzi, essa pensasse trarre in un arciduca il Piemonte, a danno di Carlalberto principe di Savoja Carignano.
Questo giovane rampollo del ramo cadetto reale, educato popolarmente a Parigi, erasi mescolato d’amicizie, di studj, di godimenti, d’intelligenze colla gioventù coeva; e poichè de’ quattro fratelli della Casa regnante nessuno lasciava figliuoli maschi, trovossi vicino al trono, e fu messo granmastro d’artiglieria. In quest’arma molti aderivano a’ Carbonari, ed essi gli posero indosso la febbre di divenire illiberatore d’Italia. Il conte Santorre Santarosa spingeva a venire ai fatti, mentre sollevata Napoli, incalorite le menti dalla rivoluzione greca e dalla spagnuola, imbarazzate le Potenze; Francia commossa parlava di vessillo tricolore, di costituzione del 1791; la Germania, reciso il nervo austriaco, volea rialzare il liberalismo; Italia esser matura; leverebbesi come un uomo solo per acquistare la libertà, l’unità, l’indipendenza. Quando poi gli Austriaci mossero verso Napoli, certo (diceasi) gli eroi popolari terranno testa lungamente (1821); i monti sono le barriere della libertà, nè i briganti furono mai domabili: intanto l’insurrezione in Piemonte si compirà senza ostacoli, Milano seconderà, Romagna e i piccoli Stati non tarderanno, e tutta l’Italia superiore si troverà costituita prima che gl’Imperiali tornino a reprimerla; Francia, se anche non favorisse, non permetterà mai che l’Austria entri armata in paese che confina con essa.
Si cominciò al solito dalla stampa clandestina, e girò un reclamo, in cui pretendeasi strappare al re la benda postagli da’ suoi cortigiani, rivelandogli esausto l’erario, il denaro stillato dalla fronte del popolo è prodigato a impinguare le più alte e inutili persone dello Stato; gli uomini a cui è affidata l’economia pubblica sagrificano all’egoismo personale gl’interessi della patria. — Maestà, se invece di cumulare i poteri in una classe sola, aveste chiamato il consiglio di tutta la nazione, i lumi generali avrebbero riparato a questi mali, nè voi avreste il rimorso d’aver condotto a rovina lo Stato. Il vostro Governo avversò sempre la dottrina; l’istruzione primaria è abbandonata all’ignoranza e all’impotenza dei Comuni; l’educazione media è tiranneggiata dai Gesuiti; gli studj filosofici involti nella ruggine monacale; i legali, disordinati per mancanza di legislazione; l’Università condotta da uomini o inetti o stupidi o maligni, gl’ingegni migliori vanno a cercare un pane altrove, o vivono sprezzati. I favoriti hanno il monopolio dei diritti e dei privilegi, pesando sulla classe industriosa della società. Le provincie dai governatori delle divisioni sono rette come paese di nemici. Le amministrazioni civiche e comunali cascano in disordine per l’indolenza, l’incapacità, la discordia dei capi. La religione, in mano dei Gesuiti, è strumento d’ambiziose voglie e di tenebrosi raggiri. La legislazione civile ha l’arbitrio per base, la criminale il carnefice per sostegno. Uno strano ed informe accozzamento di leggi romane, di statuti locali, di costituzioni patrie, di editti regj, di sentenze senatorie, di consuetudini municipali, hanno tolto la bilancia alla giustizia, e lasciata la strada al despotismo dei tribuni. L’esercito non ha forza morale, perchè composto di elementi contrarj, di corpi privilegiati, di brigate varie tra loro di dottrine, di lingua, di diritti, comandati da capi promossi non per merito ma per favore. Dei militari una parte è avvilita, perchè si vede preclusa la strada ai gradi maggiori; tutti indignati ai maneggi del vostro Governo, il quale medita di trafficare la loro vita col gabinetto d’Austria. No: il nome de’ soldati piemontesi non si confonderà mai col tedesco; essi sono e saranno italiani».
L’11 gennajo 1821 alquanti studenti dell’Università comparvero al teatro d’Angennes con berretti rossi alla greca. Arrestati, in onta del privilegio che li sottoponeva al magistrato degli studj, furono messi in fortezza: i condiscepoli irritati si asserragliano nell’Università, a gran voce domandando la scarcerazione de’ colleghi: il reggimento Guardie mandato a calmarli trova resistenza, e fa sangue. Tali manifestazioni sogliono chiamarci primizie di martiri; e ne rimase una cupa irritazione. Se n’incaloriva la faccenda delle società secrete; ma quale costituzione adottare? la francese, la spagnuola, o l’inglese? perocchè sempre si stava all’imitare, anzichè fondarsi sulle basi storiche e nazionali. Per risolvere si mandano tre deputati alla vendita suprema di Parigi, alla quale faceano centro i Liberali di Spagna, i Radicali d’Inghilterra, gli Eterj di Grecia, i nostri Carbonari; e vien data la preferenza alla costituzione spagnuola, come scevra d’elementi aristocratici e tutta popolare. Ma il Governo, istruitone forse dalla Polizia francese, intercettate le lettere del principe La Cisterna e del marchese Priero, conobbe partecipi gl’impiegati e i militari, cioè quelli che doveano opporsi, onde non sapeva o non poteva impedire. Il conte Moffa di Lisio e il marchese Sanmarzano, uffiziali sospetti, invitati a partire da Torino, ricusano, e con Giacinto Collegno, ajutante di Carlalberto, con Santarosa, Morozzo, Ansaldi, Bianco, Baronis, Asinari ed altri uffiziali prendono concerto di rivoltare l’esercito, sorprendere Alessandria, acclamare Vittorio re costituzionale dell’alta Italia.
I cospiratori non si erano intesi co’ Napoletani, onde non fu nè contemporaneo il sollevarsi, nè uniforme l’intento; poi i preparativi erano impacciati dal tentennare del principe di Carignano fra la gloria e la fedeltà. Ma la rivolta scoppia fra i militari a Fossano ed Alessandria (9 marzo), costituendo una _giunta della Federazione italiana_; fra il restante esercito corre il grido d’Italia, di francare dall’Austria il re, sicchè possa seguire i moti del suo cuore italiano, di porre il popolo nell’onesta libertà di manifestare i proprj voti al trono, come i figli a un padre; e scritto sui vessilli, _Regno d’Italia, Indipendenza italiana_; e gridando, _Viva la costituzione, Morte agli Alemanni_, i sollevati s’accostano a Torino. Quivi gli studenti e alquanti militari col capitano Ferrero attruppatisi a San Salvario, che allora giaceva un pezzo fuor di città, gridano la costituzione; altri uccidono il colonnello Raimondi che li richiama al dovere; ma non secondati dal popolo, con disastrosa marcia sfilano come vinti verso Alessandria, il cui comandante fu ucciso[184].
Il re non osa ricorrere alla forza, ma espone lealmente la dichiarazione fatta dai re a Troppau contro ogni novità, mostrando come ne resterebbe pericolata l’indipendenza; e non volendo nè promettere quel che non è disposto a mantenere, nè autorizzare atti che agli stranieri diano pretesto d’invadere il suo paese, depone una corona (13 marzo) ch’egli non potea conservare se non colla guerra civile.
Il Carignano, da lui nominato reggente, esitava a palesare le sue intenzioni, sicchè schiamazzi, poi armi. Dalla cittadella sorpresa gl’insorgenti minacciano far fuoco sulla città: molti soldati lasciano le bandiere, considerandosi come sciolti dal giuramento dato al re; l’anarchia sottentra; quando il Carignano proclama la costituzione spagnuola, gli applausi vanno al cielo, e al nome di Carlalberto si accoppia quello di re d’Italia.
In Lombardia avea preso piede la setta della Federazione italiana, e da un pezzo tramava nelle sale del marchese Gattinara di Breme[185] e del conte Federico Confalonieri, mascherata sotto il velo d’imprese benefiche o progressive, come una distilleria d’aceto a Lezzeno, un battello a vapore sul lago di Pusiano e sul Po, l’illuminazione a gas, il mutuo insegnamento, un bazar, il giornale del _Conciliatore_, apostolo del romanticismo. L’Austria, avutone fumo, arrestò Silvio Pellico, giovane saluzzese educatore in casa Porro, la cui _Francesca da Rimini_ avea fatto sperare all’Italia un secondo Alfieri. Allo scoppiar della rivoluzione piemontese si rinserrarono le file in mano del conte Confalonieri, principale nella sciagurata insurrezione del 1814, poi nei suoi viaggi legatosi co’ primarj liberali, e che si mise attorno Demester e Arese antichi uffiziali napoleonici, Giuseppe Pecchio economista, Pietro Borsieri letterato, i marchesi Giorgio Parravicini e Arconati, Benigno Bossi, i fratelli Ugoni di Brescia, il cavaliere Pisani di Pavia, il conte Giovanni Arrivabene di Mantova, l’avvocato Vismara novarese, Castiglia, altri ed altri. Essi aveano già disposta sulla carta una guardia nazionale, una giunta di Governo; neppur l’inno mancava, opera d’un sommo poeta; e appena l’esercito piemontese varcasse il Ticino, insorgerebbero Milano, Brescia, le valli, le campagne, occupando le casse e le fortezze di Peschiera e Rôcca d’Anfo.
I Lombardi spedirono al Sanmarzano, generale degli insorgenti piemontesi, con numerose firme esortandolo a venire. — Cominciate ad insorgere voi», ci diceano i ministri piemontesi; e noi rispondevamo: — Da soli non bastiamo a vincere; ma senza noi, voi non bastate a difendervi». Il vero è che Sanmarzano contava appena ducento dragoni e trecento fanti; ma poichè coll’audacia dominansi le rivoluzioni, risolvea ritentar l’impresa, massime che gli Austriaci, collo sgomento di chi accampa in terra nemica, aveano ritirato ogni truppa dal Ticino, e il vicerè lasciavasi vedere a incassar mobili e vendere vasellame. Ma il ministro piemontese Villamarina disapprovò quella temerità; e il reggente che, come dice il Santarosa «voleva e non voleva», mandò quel reggimento ad Alessandria. Così la rapidità degli avvenimenti, la inconcepibile mancanza di concerti, la titubanza dei capi, la paura che Torino cessasse d’essere capitale del Regno, elisero il moto della Lombardia, donde sol pochi giovani corsero in Piemonte ad aggregarsi al battaglione di Minerva.
Binder ambasciatore austriaco, insultato fin nel suo palazzo, parte lasciando una nota minacciosa. Il duca del Genevese che, per la rinunzia del fratello, diventava re col nome di Carlo Felice, da Modena dichiara ribellione ogni attenuamento della piena autorità reale, e punibile chi non torni all’ubbidienza; ed ordina le truppe si concentrino a Novara sotto il generale La Torre. Carlalberto, anche dopo giurata la costituzione, non si era risoluto a convocare i collegi elettorali, bandir guerra all’Austria, entrare in Lombardia. Udita poi la dichiarazione del nuovo re, e che questo avea invocato l’Austria, dicendo minacciata la propria vita, e sè incapace di padroneggiare la rivoluzione, fugge all’esercito regio a Novara, e di là pubblica che «altro ambir non saprebbe che di mostrarsi il primo sulla strada dell’onore, e dar così l’esempio della più rispettosa obbedienza ai sovrani voleri».
Era il 23 marzo, il giorno stesso d’un altro proclama ventisette anni dopo.
Quella fuga toglieva agl’insorgenti ogni apparenza di legalità: ma risoluti di non cedere, creano una giunta provvisoria[186]; sparigliano proclami e bugie. Intanto ogni cosa va sossopra; la Savoja si chiarisce pel re; la brigata che porta quel nome, ricusa disertare, onde fu dovuta rimandare in patria; i carabinieri in arme si recano all’esercito regio; a Genova il governatore Des Geneys, che annunziò la defezione di Carlalberto, è assalito, trascinato per le vie, e a fatica salvato dai generosi che non voleano contaminare con violenze la rivoluzione; i Liberali medesimi discordano, quali caldeggiando la Camera unica, quali la duplice, quali unitarj, quali federalisti. Santarosa, fatto ministro della guerra, cerca destare il coraggio colle speranze, e collo spargere che gli Austriaci furono disfatti dai Napoletani, e le valli Bresciane insorsero furibonde; ma ecco giungere certezza della disfatta degli Abruzzi, e che centomila Russi sono in mancia; poi addosso ai Liberali muovono i Realisti col generale La Torre e gli Austriaci col generale Bubna (9 aprile), che in Lombardia aveva, se non alle trame, partecipato alle speranze de’ Carbonari; presso Novara succede un’affrontata, e la rivoluzione piemontese è finita.
Carlalberto ricoveratosi a Milano, è dal generale austriaco beffardamente presentato come re d’Italia: Carlo Felice a Modena lo tratta come uno scapato, e la lettera di lui getta in viso al suo scudiere: egli si ritira a Firenze a digerire l’obbrobrio, confessare i suoi torti e farne scusa, solo appoggiato dall’ambasciatore francese per rispetto alla legittimità[187].
La società de’ Maestri Sublimi, raffinamento della Massoneria, e che professava il regicidio, fu dalla Francia trapiantata a Ginevra dal fiorentino Michelangelo Buonarroti, antico adepto di Babœuf, che v’istituì un congresso italiano per diffonderne i dogmi nel nostro paese. Alessandro Adryane, che n’era diacono straordinario, fu spedito qui per rannodare le rotte fila; ma a Milano lasciossi cogliere con tutte le carte, le quali diedero a conoscere la trama, senza bisogno che la rivelasse Carlalberto, come si ciancia. Da nove mesi era finito il parapiglia di Piemonte quando si cominciarono i processi contro i Lombardi, parte a Milano, parte a Venezia[188], da una commissione speciale, alla cui testa il tirolese Salvotti. In quelli l’imputato si trovava all’arbitrio d’un giudice, senza difensori, senz’avere sott’occhio le sue e le altrui deposizioni; durava interi mesi di solitudine nel carcere fra un esame e l’altro; e qualche volta l’inquirente, fattosi mansueto, gli diceva: — Ecco, ella è interamente nelle mie mani. Qui non siamo in paese di pubblicità compromettente. Confessa ella quel che del resto noi sappiamo? l’imperatore le fa grazia, ella torna a casa sua onorato. Persiste al niego? sta in me il diffamarla, e spargere che ha tutto rinvesciato, che tradì i compagni, e così torle quel ch’ella mostra valutare tanto, la pubblica opinione».
Ad arti di simil genere, piuttosto che a torture fisiche, non tutti resistettero; vi fu uno che, per generosità di salvare un amico, corse a denunciare se stesso, poi accortosi dell’errore si finse pazzo, e per mesi sostenne la straziante simulazione; altri credette scagionarsi col provare che aveva dissuaso i Piemontesi dall’invadere la Lombardia; altri ammise di quelle tenui concessioni che conducono ad altre; tanto che si potè raccogliere onde condannare Confalonieri[189], Adryane, Castiglia, Parravicini, Tonelli, Borsieri, Arese e molt’altri a Milano, dove furono esposti sulla gogna il 24 gennajo 1824. E già a Venezia, la vigilia di Natale, giorno di gratulazioni e feste ecclesiastiche e civili, erasi letta la sentenza di Pellico, Maroncelli, Solera, Villa, Oroboni, Foresti, Fortini ed altri e, cosa insolita in quella stagione, l’accompagnarono tuoni e ruggito del mare sotto un insistente scirocco, onde al domani la città fu invasa dall’acqua, e tutto il litorale ne patì fin alla Spezia e a Genova. Furono portati allo Spielberg, ove alcuni soccombettero, quali il conte Oroboni, il veterano Morelli, il Villa; Maroncelli perdette una gamba; altri poterono dopo molti anni uscire ancora a narrare i proprj patimenti[190]. E mentre alcuni li esagerarono, o posero in evidenza se stessi, o denigrarono altrui, Silvio Pellico li raccontò senza rancori, senz’arte; e tutto il mondo lesse le sue _Prigioni_, e la pietà per quei sofferenti partorì esecrazione a colui che così facea soffrire: e che pure non avea mai lasciato che l’applicazione dell’estremo supplizio gli togliesse di esercitare il diritto più prezioso pei re, il ripiego più nobile pell’uomo, la grazia e la riparazione.
Gioja, Romagnosi, Trechi, Mompiani, Visconti e altri fur on rilasciati senza condanna[191]. I quali poi restavano in condizione tristissima, chè, mentre la Polizia perseverava nell’adocchiarli e vessarli, quasi a giustificarsi dell’averli perseguitati, il pubblico (troppo solito complice degli oppressori) dubitava di loro perchè non condannati, e accogliendo le sinistre insinuazioni sparse d’alto luogo, finiva per temere e odiare quelli ch’erano temuti e odiati dal Governo.
In Piemonte si fecero 92 sentenze di morte, 432 di lunga o perpetua prigionia[192], ma tutti in contumacia, essendosi lasciato partire chi volle; il notajo Garelli e il sottotenente Laneri furono messi a morte, e in effigie La Cisterna, Caraglio, Collegno, Lisio, Morozzo, Regis, Santarosa; di seicennovantaquattro uffiziali inquisiti, dugenventi furono destituiti, e così molti impiegati civili.
Anche negli Stati Pontifizj i cospiratori abbondavano: e il Puccini, direttore della Polizia toscana, scriveva al Corsini plenipotenziario al congresso di Lubiana: «Nelle Marche e nelle Legazioni sono assai numerose le sêtte, e grandi mezzi adoprano per diffondere l’odio contro i Governi monarchici, e sperano nei torbidi d’Italia, comunque arrivino. L’odio di questi partiti si sfoga colle maniere dei tempi del duca Valentino. Molte uccisioni vennero commesse negli anni scorsi sopra ecclesiastici ed impiegati pubblici a Forlì, Ravenna, Faenza; altre in maggior numero modernamente, certo per odio di parte». Istantemente aveano chiesto che le truppe sarde si avvicinassero al confine, ma non ne fu nulla; e quel Governo, ripigliata forza, cominciò gli arresti; di quattrocento processati, molti, principalmente per opera del Rusconi legato di Ravenna e del Sanseverino di Forlì, condannò alla pena capitale, che il papa commutò nella reclusione. Il granduca non credette necessarj i processi perchè non ebbe paura. Maria Luigia li lasciò fare, e vi furono involti Ferdinando Maestri e Jacopo Sanvitali professori; ma commutò le pene in esiglio. A Modena nel 1817 erasi formata una società della Spilla nera per rassicurare i Napoleonidi: e al tempo stesso i Massoni, gli Adelfi, le Chiese dei sublimi maestri perfetti aveano adepti, e s’erano ascritti i dottori Carlo e Giuseppe Fattori di Reggio, nella cui casa teneansi le adunanze, il capitano Farioli di Guida, il dottore Pirondi, Prospero Rezzio e molti ebrei[193]. Tutte le Società aveano statuti proprj, ed alcune v’univano l’obbligo di farsi vicendevoli correzioni e di non vagheggiare la moglie dell’amico: comune era quello di uccidere chi fosse condannato o avesse rivelato il segreto: pagare una certa somma, manifestare a tutta la società le operazioni del Governo.
Sconfitti su tutti i punti, i Liberali rifuggono in Ispagna a fiancheggiare una causa che sentiano dover soccombere, ma che era la loro; e a mostrare, colle generose morti, che non erano colpevoli delle fughe di Rieti e di Novara. Altri crociaronsi in ajuto della Grecia, dove a Sfacteria perì il Santarosa, eroe all’antica.
Gli alleati, all’udire l’inaspettato successo, esclamano «doverlo attribuire non tanto ad uomini che mal comparvero nel giorno della battaglia, quanto al terrore onde la Provvidenza colpì le ree coscienze»; e protestando di lor giustizia e disinteresse, annunziano all’Europa d’aver occupato il Piemonte e Napoli, e nella lora unione «una sicurezza contro i tentativi de’ perturbatori». Insieme partecipano ai loro ministri presso le Corti «essere principio e fine di loro politica il conservare ciò che fu legalmente costituito, contro una setta che pretende ridurre tutto a una chimerica eguaglianza»; annunziano altamente che «i cambiamenti utili o necessarj nelle leggi o nella amministrazione degli Stati, non devono emanare che dalla libera volontà di quelli che Dio rese responsali del potere[194]. Così essi erigonsi custodi e dispensieri unici della verità, della giustizia, delle franchigie: e i Liberali ebbero servito agl’interessi dell’Austria, dandole occasione di estendere l’alta vigilanza e quasi l’impero su tutta la penisola, da lei sottratta ai tumulti o al progresso.
Poi a Verona (1822) s’adunarono a congresso i re di tutta Europa colla grandezza loro e cogli avanzi di loro miserie: e i diplomatici più vantati dichiararono che «resistere alla rivoluzione, prevenire i disordini, i delitti, le calamità, assodar l’ordine o la pace, dare ai Governi legittimi gli ajuti che aveano diritto di chiedere, fu l’unico oggetto degli sforzi dei sovrani; ottenutolo, ritirano i soccorsi che la sola necessità avea potuto provocare e giustificare, felici di lasciare ai principi il vegliare alla sicurezza e tranquillità del popolo: e di togliere al mal talento fin l’ultimo pretesto di cui possa valersi per ispargere dubbj sull’indipendenza dei sovrani d’Italia». In fatto l’Austria si persuase a sgombrare il Piemonte e abbreviare l’occupazione del Napoletano; della Grecia non si ascoltarono tampoco i deputati, benchè il papa gli avesse accolti ad Ancona e raccomandati; si convenne dei casi in cui i re si dovrebbero sussidj reciproci; si stabilì soffocare la rivoluzione anche in Ispagna, e l’incarico ne fu commesso all’esercito francese, che tra le grida di _Muoja la costituzione, Viva il re assoluto_, procedette senza ostacolo fino a Siviglia. Carlalberto, combattendo al Trocadero, aveva in faccia ai re lavato la macchia dell’essersi lasciato salutare re d’Italia[195].
La facile caduta di rivolte militari o di popolari sommosse, fecero persuasi i re d’essere sicuri, e che niuna reale efficacia possedesse lo spirito liberale, che amavano confondere col rivoluzionario; bastasse affrontarlo per vincerlo; e pesarono sull’Italia con una taciturna oppressione non ricreata da verun lampo di speranza.
CAPITOLO CLXXXIV.
La media Italia. Rivoluzioni del 1830.
Nei Liberali questo momentaneo agitarsi sotto le bajonette de’ padroni lasciò scontentezza, ma non sconforto: e poichè, invece di studiar le vere cause della ruina, la spiegavano colla plateale ragione del tradimento, altra lezione non se ne traeva se non d’esecrare i traditori, e non isperare nei principi.