Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 26
Tanti profughi ond’erano piene non solo Francia, Inghilterra e Svizzera, ma Barberia e Turchia, rodendo il pane dell’esiglio rinnovavano que’ tempi del medioevo quando le trame dei fuorusciti decideano le sorti della patria, e co’ loro scritti mantenevano l’irrequietudine, eccitando sdegni che pareano speranze. Giuseppe Pecchio descrisse i proprj viaggi e la vita di Foscolo e la storia dell’amministrazione finanziera del regno d’Italia e quella dell’economia politica nel nostro paese, adulandoci: Giovanni Arrivabene applicavasi all’economia e alla beneficenza pubblica: Camillo Ugoni continuava la critica letteraria, come il Salò: Santarosa ed altri raccontavano la rivoluzione di Piemonte, mentre Pepe e Carascosa duellavano su quella di Napoli: il capitano Bianco insegnava la guerra per bande: Giannone ordiva un poema l’_Esule_: il conte Alerino Palma sedeva nell’areopago della risorta Grecia, e in quella lingua scriveva delle viti e del vino: le romanze di Giovanni Berchet milanese rendevano popolare l’esecrazione contro l’Austria e contro Carlalberto. I libri che si faceano leggere, erano proscritti o di proscritto; le opere statistiche del Gioja, le giuridiche del Romagnosi, le mediche del Rasori, le filologiche del Giordani e del Foscolo, le storiche del Troya, del Colletta, del Sismondi, le poetiche del Pellico e del Rossetti, le filosofiche del Borelli, prediligeansi perchè d’autori perseguitati; voleano vedersi allusioni e condanne contro l’autorità che le proibiva, e il divieto aguzzava le voglie, e toglieva il criterio di sceverare il vero dal falso. Così crebbe la smania del leggere e scrivere, del ragionare e ragionacchiare di politica e d’economia; e si moltiplicarono i giornali.
Era anche questa un’imitazione di Francia, dove i Carbonari, non avendo potuto insorgere nel 1821, si erano diretti a preparare l’opinione sia alla tribuna, sia colle gazzette, lanciandosi in una politica avventurosa, com’è sempre quella che non ha il riscontro della realtà, ed esercitando quell’opposizione negativa, ch’è facilissima perchè ha bisogno solo di collocarsi in un punto di vista differente da quello del Governo, ed è insufflata dalle passioni invidiose e malevole. Di là quei giornali arrivavano in Italia: i Governi che ne capivano la potenza a segno di proibirli, non riuscivano ad opporvene alcuno, il quale alla savia moderazione che concilia anzichè irritare unisse la prudente franchezza che fa rispettare la ragione anche quando contraria, e all’elogio dà valore e dignità col saper disapprovare. Intanto sui Francesi formavasi quel poco di spirito pubblico, creando bisogni e affetti che non erano i nostri; lodando una beneficenza che storpia l’uomo per avere il vanto di dargli le stampelle; erudendosi a una storia tessuta con luoghi comuni e paradossi; allucinandosi ad un liberalismo che abbaja contro ciò che s’ha a distruggere, non ragiona sopra ciò che bisogna sostituire, e vagheggia una democrazia che sconoscendo le parti più vitali delle nazioni e degli individui, condanna ad abdicare ogni valore proprio ed inabissarsi nella così detta opinione pubblica, cioè volgare.
Quest’indeclinabile imitazione de’ Francesi, della loro scienza incompleta, della filosofia eclettica, della letteratura improvvisata, della politica rischiosa fu sempre una delle più funeste endemie degl’Italiani. Intanto i principi nostri credevano che i mali si rimediassero col negarli, e se la compressione materiale ristabilì l’ordine esterno, non si provvide all’interna agitazione, cresciuta anzi ne’ paesi dove non s’era dianzi sfogata, e dei quali or ci avanza a parlare.
Il papa era stato rintegrato ne’ suoi possessi, eccetto Avignone e il contado Venesino che Francia si tenne, e le fortezze di Comacchio e Ferrara a cavallo del Po, volute dall’Austria ad onta delle proteste pontifizie.
Roma aveva esultato nel ricuperare il Laocoonte, l’Apollo, la Corte, le solennità, l’aurifera affluenza dei forestieri. Pio VII, tornando ingloriato dal martirio, non ricercò alcuno per l’operato durante il Governo francese o nell’invasione di Murat; anzi il generale austriaco Stefanini, col fare qualche persecuzione, scemò la propensione che non piccola v’era per gli Austriaci. Col consiglio del cardinale Consalvi e del Bartolucci, il papa con motuproprio (1816 6 luglio) sistemò l’amministrazione pubblica in aspetto di legge generale che tenesse dell’antico senza ripudiare tutto il nuovo, tenendo all’unità e uniformità collo sbandire quelle amministrazioni molteplici, e ridurre a un centro le giurisdizioni. Lo Stato fu diviso in diciannove provincie, oltre la metropoli colla comarca; ogni delegazione in distretti ch’erano quarantaquattro: questi in seicenventisei Comuni sotto delegati prelatizj. Le Comunità regolavansi da un consiglio che deliberava, da una magistratura che amministrava, scegliendone i membri fra il clero, i possessori, i letterati, i negozianti, salva la conferma del delegato. Roma ebbe un senatore e conservatori; e così Bologna.
Ai fidecommessi poteasi rinunziare: abolite le servitù e le riserve; abolite le giurisdizioni baronali, eccetto quelle del cardinale decano in Ostia e Velletri, e del maggiordomo papale in Castelgandolfo; aboliti gli statuti municipali, se non in quanto concerne l’agricoltura. Si sistemò l’imposta, alleggerendola d’un quarto, e doveasi erigere il rendiconto annuo, compilare un catasto regolare, un registro di tutto il debito pubblico fruttante il cinque per cento, con una cassa di redenzione.
Abolito il codice civile e il criminale francese, le commissioni, i giudizj privati, si accentravano le giurisdizioni, determinando i tribunali collegiali e le loro gradazioni, con appelli a Bologna, Macerata e Roma, e una cassazione detta Segnatura; le cause trattate in italiano, motivate le sentenze criminali, difeso il reo e confrontato coi testimonj, abolita ogni guisa di tortura; indipendente l’autorità giudiziale, responsali i magistrati. Ma regolamenti soggiunti smentirono i preamboli, nè i codici promessi comparvero mai: i fôri vescovili impacciavano col trarre a sè ogni lite ove fosse implicato un ecclesiastico: rinacquero i vecchi tribunali della fabbrica di San Pietro che conosce di qualunque eredità a suffragio delle anime, e della congregazione de’ chierici di camera per le cause demaniali: la Segnatura non giudicava definitivamente, ma rimetteva alla sacra Rota, la quale cogli _opinamenti_ (del resto opportuni a raggiungere la verità) poteva eternare le cause, ripetendo l’_audiatur_ invece dello exequatur.
Alla francese continuarono l’ordinamento delle finanze, le ipoteche, il bollo, il registro: ma il commercio era incagliato da privative e protezioni; arbitraria la Polizia, diretta dal governatore di Roma, e che applicava fino la pena del cavalletto. I soldati raccoglievansi per ingaggio: privilegio dei chierici la istruzione e la censura, come a soli prelati la diplomazia, e le supreme magistrature amministrative e giuridiche, e fino il governo delle armi. Il papa ripristinò le accademie della Religione cattolica, d’Archeologia, di San Luca; malgrado le indomabili paure dei re, concesse ospitalità alla famiglia Buonaparte; rielesse cardinali; colle antiche cerimonie canonizzò molti santi, fra cui gl’italiani Andrea da Peschiera, Costante da Fabiano, Antonio da San Germano vercellese, Ranieri da San Sepolcro, Francesco Caracciolo, e le beate Angela da Desenzano, Caterina da Racconigi, Giacinta Marescotti, Bartolomea Bagnesi fiorentina.
Alla basilica di San Paolo, fondata da Costantino, arricchita dagl’imperatori e dai pontefici con quadri, musaici, porte di bronzo, cimelj, marmi, s’apprese il fuoco accidentalmente, e que’ tesori d’arte e di devozione e ventiquattro colonne di marmo frigio ne rimasero distrutte. Parve preludere alla fine del pontefice, il quale allora appunto cascando in camera, si ruppe l’osso del femore, e soccombette (1823 20 luglio). Eroe da che la prigionia pose fine alle sue debolezze, nè gradi nè ricchezze attribuì ai parenti; non commise crudeltà, ma non impedì le malversazioni; e inetto al governo, abbandonava il paese più povero, disordinato e bollente di ire. Gli fu dato successore Annibale Della Genga (28 7bre), col nome di Leone XII; il quale congedò il Consalvi, che lascerà buon nome fra i ministri di Stato per lo spirito conciliativo ed opportuna fermezza, e che poco dopo morendo, i molti donativi diplomatici destinò ad erigere una statua al pontefice, di cui era stato sostegno.
Leone XII, reputato per moralità non meno che per l’accorgimento politico mostrato come nunzio in Francia, proseguì le cure pastorali contro «l’irruente empietà, e contro la meticolosa politica, invasata dalla paura dei forti ed affettante alterigia coi deboli»; comprò la ricca biblioteca artistica del Cicognara, che l’imperator d’Austria avea ricusata; fece da giureconsulti esaminare il motuproprio del suo predecessore; nominò anche una congregazione di Stato, ma subito la risolse in mera assemblea consultiva. Parve anzi condiscendere ai retrivi col lasciar vivere gli arbitrj di ciascun dicastero: vennero estesi i diritti delle comunità; ma se ne’ consigli entravano tutte le classi, rimaneva separata la nobiltà, con le primogeniture e fedecommessi, credendo «influisca al decoro del principato»: volevasi anche ripristinare le giurisdizioni baronali «come l’unico mezzo di ridonare il lustro alla nobiltà romana», se il concistoro non si fosse opposto. Le femmine dotate furono escluse dalla successione; rimessi i giudizj a singoli, invece de’ collegi; aboliti i tribunali di distretto; introdotto di nuovo il latino ne’ giudizj, e nelle più grandi Università e nelle cinque minori; ad ecclesiastici affidato il condurre anche il processo dei laici; attribuito ai Gesuiti il collegio romano, il museo, e l’osservatorio, con dodicimila scudi di rendita sul tesoro pontifizio; ripristinato il Sant’Uffizio; estesi i privilegi della manomorta.
Forza era dunque dar torto al papa di prima o al presente, e facilmente si dava torto ad entrambi, cioè si perdea la fede nell’autorità. Commissioni di preti ed uffiziali sgomentarono le Legazioni, solcate da società segrete, che manifestavansi ad ora ad ora con assassinj di pretesto politico, e contro avversarj che denunciavansi per Sanfedisti: e un tentativo d’insurrezione nel 1825 in occasione del giubileo, costò la testa a un Targhini. Il cardinale Rivarola nella legazione di Ravenna in una sola volta, udito il parere de’ giudici, condannò (1825) cinquecentotto persone; poi ad un tratto perdonò a tutte, assegnò pensioni ai loro parenti, e cercò rappattumare Sanfedisti e Carbonari per via di matrimonj, che riuscirono come Dio vel dica. Essendosi poi attentato alla vita del legato, egli istituì una commissione severissima, moltiplicò le spie, lasciò andare alla forca sette omicidi (1828), che il pubblico compassionò come vittime politiche. Del resto, allorchè si promise perdono a chi _spontaneo_ venisse a far dichiarazioni, a centinaja vi accorsero. Tali erano i governati, tali i governanti.
Leone XII aveva divisato di riformare le regole ed il vestire dei frati, riducendoli a tre soli Ordini: uno di regolari, poveri, di scienza discreta e gran cuore, che servissero al popolo sussidiando i parroci e prestandosi agli spedali. Il secondo, tutto all’educazione e istruzione della gioventù, e a sostenere gl’interessi della religione e del buon costume. Il terzo di contemplativi, che salmeggiassero, predicassero, e cercassero l’evangelica perfezione.
Non mancavano i Barbareschi di molestare le coste; ma peggior vitupero allo Stato Pontifizio veniva dai briganti. L’antico paese dei Volsci, fra gli Appennini, le paludi Pontine e i monti d’Albano e Tuscolo, fino al 1809 appartenne alla famiglia Colonna, che all’armi addestrava quelle popolazioni per ajutarsene nelle sue emulazioni cogli Orsini e coi papi. E i papi non vi poteano nulla; se non che, alle persone probe dando un brevetto di cherico, le sottraevano alla giurisdizione territoriale. I Francesi abbatterono questa feudalità; ma gli eccessi della coscrizione del 1813 tornarono in armi la popolazione, e bande di _politici_ vi si formarono in opposizione di re Gioachino. Sotto il debole Governo sottentrato crebbero di baldanza: obbedienti a capi quali De Cesaris e Gasparone nelle provincie romane, Furia e Vandarelli nelle napoletane confinanti, e carichi d’armi e di reliquie, a torme fin di cento scorrazzavano la campagna spopolata, e rendeano pericolosissimo il tragitto da Roma al Napoletano; assalirono e taglieggiarono un collegio alle porte di Terracina, i Camaldolesi presso Tuscolo; molte famiglie ridussero sul lastrico; guastarono i commerci, l’agricoltura, la pastorizia. Chi avrebbe osato negare ricovero e vitto a questi formidabili? Assai volte il Governo dovette scendere a patto con essi, pure beato quando qualcuno tornasse a penitenza, e venisse a sospendere a una Madonna il coltello insanguinato. Il Consalvi, fisso di sterminarli, s’accontò col Governo napoletano acciocchè non li ricoverasse nel suo territorio, arse le capanne e i villaggi ove annidavano, e potè consacrare una festa a commemorazione d’averli distrutti. Ma non lo erano così, che molto non restasse a fare. Leone XII spedì il cardinale Pallotti legato a latere con un editto, ove, cessata ogni misericordia o transazione, intimavasi morte immediata ai briganti côlti; pena cinquecento scudi ai Comuni ove succedesse un loro latroneccio. Di fatto si trovarono ridotti aventi, che a Sonnino capitolarono: ed essi furono mandati nelle fortezze, il paese distrutto.
Lo Stato romano si estendeva fra il 41 e il 45º parallelo per centrentadue miglia da Ancona a Civitavecchia e ducenquaranta dal Po a Terracina, con due milioni e settecensettantaduemila abitanti, e con fama di sterilità a terreni calcari e vulcanici, che sarebbero ubertosissimi. Il pendìo dell’Appennino che scende al Mediterreneo presenta vaste pianure, esercitate colla coltivazione grande; verso l’Adriatico le varietà della piccola trovansi nelle Legazioni, nelle Marche, nelle valli dell’Appennino. Le Legazioni partecipano della fertilità della Lombardia; e una popolazione intelligente e laboriosa prospera la coltura della seta, del frumento, del riso, del vino, della canapa. Altrettanta è la fecondità delle Marche, ma i possessori meno ricchi s’accontentano delle produzioni meno costose, quali il vino e la seta: il colono è a mezzerìa, non affittajuolo. Lo Stato guadagna assai dalle saline di Cervia e di Comacchio.
L’inameno Appennino verso settentrione vestesi di foreste; ma di sotto di Roma restò ignudo, dacchè Sisto V le fece distruggere per togliere il nido ai masnadieri: da quelle che sopravanzano verso il lago di Bolsena e le fonti del Tevere si taglia eccellente legname anche da navi. Le valli interposte si lavorano a piccola coltura, e bellissime quelle della Nera e del Velino: la scabra dell’Anio è atta appena all’ulivo: verso il Napoletano si allargano i piani di Sacco. Le rive del Tevere mostrano la piccola coltivazione fino al monte Soratte, ove comincia l’Agro romano, vastità di ducencinquantamila ettari ubertosissimi, ma che accumulati in possessioni non minori di trecento ettari, e fino di cinquecentomila, spesso con una sola casa rustica, la più parte rimane soda, o soltanto lavorata a lunghissimi intervalli.
Nel medioevo le famiglie romane viveano alla campagna e de’ prodotti di questa, e se le guerre private vi recavano guasti, adoperavasi però ogni cura a farle fruttare come unica ricchezza. Quando i papi cominciarono a impinguare i nipoti, questi comprarono i beni de’ piccoli proprietarj, che volentieri li cambiavano contro _luoghi di monte_, oggi diremo azioni di banca, molto fruttuosi. Nel 1470 Sisto IV permise a qualunque avventiccio di seminare per proprio conto un terzo del terreno che fosse rimasto sodo: tale idea avevasi allora della proprietà! Sisto V nel 1585 con un milione di scudi stabilì una cassa di credito agricola a favore de’ proprietarj dell’Agro romano; ma ben poco vantaggiò. Intanto i Borghesi vi comprarono da ottantamila terre, e Paolo V le decretava immuni da confisca: i Barberini altrettanto, impiegandovi, si disse, cento milioni di scudi. Così sparve la proprietà suddivisa, e molte famiglie di Parma, Firenze, Urbino lasciavano le proprie terre per venire a Roma a goder le rendite dei Monti; ma non tardarono ad accorgersi d’aver ceduto il certo per l’incerto. Alessandro VII cominciò le riduzioni d’interessi: onde il credito ebbe una scossa tanto maggiore perchè la cosa era inusata, i capitali si ascosero o sparvero, e così la terra appartenne a proprietarj cui mancavano i capitali da utilizzarla. Scemata la produzione, si dovette assicurare il vivere alle popolazioni col proibire l’asportazione; laonde l’agricoltura si restrinse a produrre soltanto quant’era necessario per l’interno.
Oggimai quell’ampiezza era posseduta da centredici famiglie e sessantaquattro congregazioni: i Borghesi davano a fitto ventiduemila ettare, i Chigi cinquemila seicento, i Cesarini Sforza undicimila, e così via, cavandone da otto a diciotto franchi l’ettare: e i grandi fittajuoli sopperivano alle spese cui non basterebbero i proprietarj. Nella stagione che l’aria è men micidiale, si fa ressa ad ottenere le ricchezze del suolo; centinaja d’aratri, a quattro, a sei, a otto paja di bufali di fronte lo solcano; quella che credevi una sodaglia incolta, in pochi giorni trovasi arata e sementata; poi si dimentica fino all’ora della messe, quando un nugolo di montanari scende alla mietitura; e dove parea un mare di biade ondeggianti, in pochi giorni non rimane spiga in piede, e sottentra aspetto di deserto. La gente degli Abruzzi, compiuta l’opera, riporta a’ suoi monti pochi denari e le febbri. Il resto si abbandona alla pastorizia che frutta senza spese nè pericolo, ed offre un cibo sano e nutritivo alla città: ma neppur le mandre si pensa a moltiplicare, o introdurvi migliori specie di montoni e di cavalli, in modo da farne lontane asportazioni. Un pastore sceso dalla montagna, a cavallo addirizza i numerosissimi armenti, trafiggendo con un lancione il puledro o la bufala che scompigli il branco; e pochi bastano a migliaja d’animali. Di cui in tutto lo Stato contansi oggi quattro milioni ducentomila capi, dove seicentosessantatremila sono bovini, quindicimila muli ed asini, due milioni e mezzo di pecore, trecentoventimila capre, settecentomila majali. Ecco perchè delle 4,166,297 ettare dello Stato Pontifizio, 1,046,861 tengonsi a prati.
Le alture d’Albano che fanno cornice all’Agro romano, nutrono una popolazione robusta, e d’uva e frutti provvedono la capitale: ma neppur qui abbastanza si cerca migliorare le produzioni, e il vino e l’olio.
Di là da Velletri cominciano le paludi Pontine su quarantadue chilometri di lunghezza per diciotto di larghezza. Pio VI vi sanò ottomila ettare, che furono distribuite in enfiteusi coll’obbligo di coltivarle e mantenere i canali secondarj, ma non che adoprarvi tutta la cura, è assai se s’adempiono i contratti. Principali concessionarj sono le famiglie Massimo, Fiano, Gaetani, e la fabbrica di San Pietro, alla quale appartiene il Campo Morto di ottomila cinquecento ettare, dove, fra gli altri allettativi per attirar gente, i malfattori sono tenuti immuni dalla giustizia purchè subiscano la disciplina prescrittavi. Quel podere alla semenza di mille ettolitri di frumento e quattrocentoventi d’altre granaglie risponde l’annuo ricolto di quindicimila trecento ettolitri; quattrocento giornalieri lavorando alla seminagione, il doppio alla messe, oltre gli ordinarj; trecentoventi bovi con sessantacinque aratri alla coltura; ducencinquanta bovi sonvi ingrassati: ottocento vacche, cento bufali e duemila pecore pascolano nel maggese: cento cavalli servono ai sorveglianti e pei trasporti, oltre ducencinquanta giumenti e i loro piccoli. Eppure non si affitta che tredici franchi l’ettara.
Il sistema di far rendere senza intervento d’uomini nè spese di coltura, contentandosi de’ prodotti spontanei, non è dunque generale nello Stato; e la grande coltura è propria solo delle paludi e della campagna: ma insalubrità, spopolamento, mancanza di sfoghi sono reciprocamente cause ed effetti di danno, nè si può riparare ad uno in particolare; e vuolsi ben altro che decreti, fossero anche ben consigliati. Clemente XIII vietò di tagliar legnami nei possessi dei Comuni o della Camera apostolica senza licenza; nel 1789 Pio VI diede un buon regolamento pei boschi, e fece erigere un nuovo catasto; colla libera asportazione de’ grani ne sollecitava la produzione; nel conferire le doti si preferirebbero le figlie d’agricoltori; si stabilirono premj e pene che non ottennero effetto. La dominazione francese brevissima non ebbe tempo di spartire fra operosi proprietarj i latifondi di manomorta che traeva al fisco; e una commissione istituita nel 1810 per migliorare le paludi Pontine, nulla trasse a riva. Nel 1819 una società straniera offerse di prendere in affitto tutto l’Agro romano, retribuendo al fisco un canone annuo, e a ciascun proprietario un fitto pari a quello che allora godeva; e dopo cinquant’anni restituirgli i terreni migliorati: intanto la società avrebbe dissodato il fondo, rasciutte le paludi Pontine e quelle di Macarese ed Ostia, resi navigabili il Tevere e il Teverone per l’intero loro corso, aprendo così una uscita ai prodotti della Sabina; costruito villaggi con chiese, scuole, ospizj, strade; utilizzato le acque minerali e sulfuree; piantato modelli di podere dove introdurre produzioni nuove, l’indago, la cannamele ed altri; tutti questi lavori sarebbero fatti da indigeni, alloggiati in situazioni salubri, congedati ne’ mesi pestilenziali. Erano forse le solite lustre di speculatori: fatto è che la proposizione, dal nuovo papa accolta favorevolmente, fu lasciata cadere forse per opera di chi ne temeva scapito.
Il nuovo papa Pio VIII (Saverio Castiglioni) (1829 31 maggio), uomo austero e dotto, lodato del far poco, dopo che Leone XII avea fatto troppo; non arricchì parenti; usò a ministro il cardinale Albani, impinguatosi con appalti e speculazioni, inclinato all’Austria, nè troppo sottile in fatto di religione e amante i piaceri tanto più che non era prete. Di corto il papa moriva (1830 30 9bre), e nell’orazione solita recitarsi nel conclave _de eligendo pontifice_ il dottissimo cardinale Maj diceva ai radunati: — Dateci un papa che sia per la fede Pietro, per costanza Cornelio, per felicità Silvestro, per eleganza Damaso; abbia di Leone la nitida eloquenza, di Gelasio la dottrina, di Gregorio la pietà, di Simmaco la fortezza, di Adriano l’amicizia dei principi; sia per la concordia delle Chiese Eugenio, pel patrocinio delle lettere Nicolò, per grandezza di consigli Giulio, per liberalità Leone, per santità Pio, per vigore d’animo Sisto; e per non ricorrere solo le prische età, dateci un pontefice che non manchino nè l’erudizione di Benedetto XIV, nè la munificenza del sesto Pio, nè la forza e benignità del settimo, nè la vigilanza di Leone XII, nè la rettitudine di Pio VIII».