Storia degli Italiani, vol. 13 (di 15)
Part 24
Perocchè i liberali di tutta Europa fissavano gli occhi sull’Italia, bollente di speranze; chi offre denari, chi la persona e soldati; si fanno prestiti al Governo nuovo; s’insegna a difendersi, a fare la guerra di bande, se mai l’Austria ponesse ad effetto le cupe minaccie che le poteano tornare in capo: ma da nessuna potenza venivano conforti[171], anzi si udì che il principe di Cariati, ambasciatore costituzionale, non fu voluto ricevere alla Corte di Vienna, la quale all’Europa dichiarò voler intervenire armata mano, ed assicurare ai principi italiani l’integrità e indipendenza de’ loro Stati. Ferdinando trasmette alle Corti una nota del suo operato (1 xbre); «libero nel suo palazzo, in mezzo al consiglio composto de’ suoi antichi ministri, aver determinato di soddisfare al voto generale de’ suoi popoli: vorrebbero i gabinetti mettere in problema se i troni siano meglio garantiti dall’arbitrio o dal sistema costituzionale? All’articolo segreto della convenzione coll’Austria nel tempo della restaurazione egli s’attenne fin qua: ora egli re e la nazione erano risoluti a proteggere fino all’estremo l’indipendenza del regno e la costituzione»[172].
L’alleanza perpetua delle quattro Potenze costituiva una specie d’autorità suprema per gli affari internazionali d’Europa, attenta che nessun cambiamento degli Stati attenuasse le istituzioni monarchiche. Or dunque che novità erano minacciate in tutte le tre penisole meridionali, i principi alleati si raccolsero a Troppau. Alessandro czar, che erasi sempre mostrato propenso alla libertà, che in nome di essa guerreggiò nel 1814, che nella pace avversò ai calcoli freddi ed egoistici, che fece dare la Carta alla Francia, ispirato anche dal ministro Capodistria, trovava che i Napoletani erano nel loro diritto, e repugnava dal violentarli. Ma alla politica di sentimento ne opposero una positiva Metternich ministro dell’Austria, e Francesco IV di Modena[173], i quali, mostrandogli in pericolo la pace d’Europa, e sgomentandolo delle rivoluzioni militari, lo resero ostile alle costituzioni, e persuaso d’essere dalla Provvidenza chiamato a difendere la civiltà dall’anarchia, come già l’avea salvata dal despotismo.
A quel congresso pertanto si stabilì il diritto d’intervenire armati negli affari interni di qualunque paese, ogni rivoluzione considerando come attentato contro i Governi legittimi. Metternich dichiarò all’ambasciatore napoletano, unico scampo pel Regno sarebbe il rimettere lo stato antico; gli uomini meglio pensanti andassero al re, e lo supplicassero d’annullare quanto avea fatto; se occorresse, centomila Austriaci li sosterrebbero nel comprimere la rivolta. Russia e Prussia secondano quel dire: ma l’Inghilterra vedea d’occhio geloso l’intervenimento austriaco in un paese che tanto le fa gola; Francia sentiva spegnersi l’influenza che la parentela le dava, onde s’interpose, promettendo che gli Alleati soffrirebbero la rivoluzione, se, invece della spagnuola, si accettasse la costituzione francese. I Napoletani persistettero per la Camera unica, la deputazione permanente e la sanzione forzata del re: ma avessero anche ceduto, la loro sorte era decisa, in nulla volendo prescindere i sovrani del Nord[174]. Da questi invitato (7 xbre), Ferdinando chiese al Parlamento di andare per «far gradire anche alle Potenze estere le modificazioni alla costituzione, che senza detrarre ai diritti della nazione, rimuovessero ogni ragione di guerra». I Carbonari proruppero in tutto il regno per impedire quest’andata, esclamando contro il re che fin allora aveano glorificato; alle proposizioni non si rispondea se non, _La costituzione di Spagna o morte_; d’ogni parte venivano armi, e d’armi si muniva la reggia. Questa è opportunissimamente situata sul mare: in rada stavano la flotta napoletana e legni francesi e inglesi per impedire ogni violenza, sicchè il re trovavasi pienamente arbitro della sua volontà: e i giuramenti che, con espansione di sincerità, egli ripetè alla costituzione, e di volere, se non potesse altrimenti, venir a sostenerla in armi a capo del suo popolo, gli ottennero di partire fra benedizioni e speranze, lasciando vicario il figliuolo (14 xbre), al quale scriveva in sensi di padre più che di re.
Trovava egli il congresso trasferito a Lubiana, dove erano stati invitati i ministri degli Stati italiani per discutere sulle pretensioni dei popoli. Ogni concessione si sapeva «diverrebbe pretesto a domandare innovazioni, e ogni esempio un motivo d’agitazione negli spiriti»[175]; una novità introdotta in un paese sarebbesi desiderata in tutti, poi voluta: onde parve più spediente il negar tutto; escludere ogni partecipazione del popolo al governo, e ogni confederazione di Stati italiani, che seminerebbe gelosie fra essi; nessun principe d’Italia innovi le forme di governo senz’avvertirne gli altri acciocchè provvedano alla loro sicurezza; i turbolenti sieno deportati in America; intanto si assalga Napoli senza aspettare i centomila Russi, che muoveano un’altra volta dal Nord per rassettare il freno all’Italia[176].
Castlereagh, ministro inglese, non vuole s’intervenga a nome di tutti gli Alleati; però lascia libera azione all’Austria[177]. La quale, malgrado l’unico dissenso di monsignor Spada inviato pontifizio, annunzia che, d’accordo colla Russia e Prussia, manderà un esercito di 50 mila uomini capitanati dal generale Frimont ad appoggiare il voto de’ buoni Napoletani, qual era il ristabilimento dell’ordine primitivo; e se trovasse ostacolo, poco la Russia tarderebbe. Re Ferdinando, cambiato tenore, scrive minaccie eguali (1821 9 febb.); volere svellere un Governo imposto con mezzi criminosi, dare stabili istituzioni al regno, ma quali a lui pajano e piacciano; e rimesso nella pienezza de’ suoi diritti, fonderà per l’avvenire la forza e stabilità del proprio Governo, conformemente agl’interessi de’ due popoli uniti sotto il suo scettro.
Il Parlamento ripudia quell’atto, come di re non libero, e accetta la sfida di guerra con quel fragore che sembra coraggio ed è rispetto umano; armansi fino i fratelli e amici del re; i veterani tornano volenterosi alle bandiere, che ricordavano recenti vittorie; i giovani vi sono spinti dalle mogli, dalle madri, dall’esempio; trentaduemila vecchi e quarantaduemila soldati nuovi sono in armi, si restaurano le fortezze, preparansi bande a guerra paesana, difendesi il mare; eppur si vieta agli armatori del pari che all’esercito d’uscire dai confini per non parere aggressori. Se poco era mancato perchè Murat riuscisse nella guerra offensiva, quanto più facilmente basteranno ora alla difensiva?
Ma l’esercito costituzionale era nuovo, e scarso di disciplina come avviene nelle rivoluzioni; insufficienti l’armi e i viveri; impacciate le operazioni dal rispetto al confine forestiero, e dalla discrepanza dei due generali Carascosa e Guglielmo Pepe. Il primo mena un corpo sulla strada di Roma fra Gaeta e gli Appennini, donde più probabilmente aspettavansi gli Austriaci; ma accortisi quanto le parole distassero dalla realtà, consiglia di patteggiare cogli Alleati. Pepe, con disordinate e sprovvedute cerne ch’egli supponeva eroi, munisce gli Abruzzi, per dove appunto si accostano i nemici, secondati dalla flotta dell’Adriatico, e dietro a loro Ferdinando, ingiungendo ai sudditi (27 febb.) d’accogliere gli Austriaci come amici. O per baldanza di far parlare di sè almeno un giorno, o spintovi dai sellarj di cui era stromento, Pepe, quantunque tenesse ordine di limitarsi sulla difensiva, e senz’avere nè concertato con Carascosa, nè preparato i rifugi da una sconfitta, fa una punta sopra Rieti, sperandosi secondato da insorgenti Papalini: ma un corpo di cavalleria austriaca accorrendo gli rapisce la sua posizione; quando vuole riprenderla è battuto (6 marzo), e i Tedeschi occupano le gole di Antrodoco e Aquila, porte del regno.
È insulto gratuito il trattare da vili le truppe napoletane. Non aveano coraggiosamente combattuto in terra e sul mare a Tolone e in Lombardia ne’ primordj della rivoluzione? se nel 1798 furono sbaragliate, la colpa ricade sul generale Mack, straniero, presuntuoso e troppo fidente in reclute, malgrado gli ammonimenti di Colli e di Parisi. Ritiratosi in fuga l’esercito, cedute le fortezze, il popolo, i lazzaroni teneano testa a Championnet, se i loro capi non gli avessero quietati. L’assedio di Gaeta e di Civitella del Tronto nel 1806, i briganti delle Calabrie, i tentativi realisti della Sicilia fecero costar caro ai Francesi l’acquisto del Reame; uniti poi ad essi, i Napoletani combatterono con buona sentita in Ispagna e in Russia. Perchè sarebbero stati vili soltanto all’Antrodoco? Ben vuolsi avvertire che sempre mutabili governi aveano ad ogni momento introdotto cangiamenti di disciplina e di tattica, sicchè l’esercito, stato alla spagnuola fino al 1780, barcollò poi fra la tattica prussiana e la francese; tornò francese sotto Murat; pigliò dell’inglese dopo unitovi il siciliano, sotto lo straniero Nugent; tirocinio continuo che togliea vigore, oltre che la gelosia de’ realisti aveva rimossi molti uffiziali muratiani.
Qui poi erasi creduto che una rivoluzione tutta interna ed unanime non abbisognerebbe d’armi; come il vanto più bello cantavasi il non essere costata una stilla di sangue[178]; col restare inermi voleasi e mostrar fidanza nella propria causa, e togliere ad altri il pretesto d’intervenire col togliere la paura che s’invadesse il paese altrui, perciò ricusando, non solo di eccitare i vicini Stati, ma neppur d’accettare Benevento e Pontecorvo, insorte contro il dominio papale. Quindi il precipitoso armarsi dopo che il pericolo si manifestò, gli scarsi provvedimenti, le rivalità fra i due capitani, la persuasione dell’inettitudine della proclamata costituzione e dell’inutilità del resistere, comunicatasi dalla moltitudine all’esercito, l’inesperienza d’un Governo improvvisato, a fronte d’uno che procedea con fine determinato e colle spalle munite, bastano a spiegare le rotte, senza ricorrere al solito macchinismo de’ libellisti, tradimento e viltà, apposti anche a nomi onorevoli.
Quel popolo vivo, chiassoso, scarso di bisogni, lieto di starsi contemplando lo splendido cielo e il mare ondeggiante, e che considera libertà il non far nulla, come avrebbe inteso queste metafisiche liberali, che cominciavano con una menzogna, e sospendeano a mezzo le conseguenze? Poi tali scosse di popoli traggono sempre alla superficie la feccia, e questa è la più attuosa; oltre coloro che del nome di libertà fansi un talismano con cui guadagnare e dominare. Nella breve durata, il Parlamento avea mostrato facondissimi oratori, principalmente Poerio, Borelli, Galdi, e qualche pensatore, come Dragonetti e Niccolini: valenti ministri parvero Tommasi e Ricciardi: proposizioni savie non erano mancate: non si sciupò il denaro pubblico, e più d’uno del governo dovette andarsene pedone, e ricevere le razioni dell’Austria per arrivare ai luoghi ove questa li relegava.
Il Parlamento in agonia dirigesi al vecchio re, supplicandolo «comparire in mezzo al suo popolo, e svelare le sue intenzioni paterne senza intervenzione di stranieri, acciocchè le patrie leggi non rimangano tinte dal sangue de’ nemici o de’ fratelli»; ma gl’invasori non si arrestano, ed entrano in Napoli (24 marzo); il Parlamento, per l’eloquente voce del Poerio, protesta avanti a Dio e agli uomini per l’indipendenza nazionale e del trono, e contro la violazione del diritto delle genti, e si scioglie.
Pari sorte corse la Sicilia. Soli i Messinesi risolsero sostenersi e il generale Rossarol che comandava la guarnigione, prendea parte con loro (28 marzo); ma non secondato dalle altre città, egli andossene a combattere in Ispagna e morire in Grecia; e Messina cedette. L’occupazione austriaca costò trecencinquanta milioni di franchi[179]; un milione fu regalato al generale austriaco Frimont col titolo di principe d’Antrodoco; e con enormi prestiti bisognò coprire le enormi spese.
Allora cominciansi i processi; e ad una commissione speciale sottoposti quarantatre, principali nel movimento di Monforte; cioè in un fatto innegabile, ma sancito dalla posteriore adesione del re e della nazione, dopo molti mesi si condannano trenta a morte, tredici ai ferri. Morelli e Silvati, presi a Ragusi nel fuggire e consegnati, sono uccisi; agli altri grazia; condannati molti in Sicilia a cagione degli assassinj; poi dall’amnistia eccettuati alcuni capi profughi come Pepe, Carascosa, Russo, Rossarol, Concili, Capecelatro, il prete Minichini; moltissimi andarono esuli. L’esercito fu sciolto, molti uffiziali degradati, altri chiusi nelle fortezze austriache; e il re soldò diecimila Svizzeri, con laute convenzioni e con diritto di codice loro proprio. Il pensiero fu messo in quarantena mediante un gravoso dazio sopra le stampe forestiere, dal che fu rovinato il commercio de’ libri, colà fiorentissimo. Canosa, tornato ministro della Polizia, l’esercita inesorabile; pubblicamente applica la frusta per mezzo alla città; empie le prigioni, moltiplica le spie; molti unisconsi in bande, consueto postumo delle rivoluzioni; lo stiletto risponde spesso alle detenzioni e alle condanne; e l’anno corre sanguinoso, quant’era stata incruenta la rivoluzione. Ferdinando stabilì che Sicilia e il Napoletano, sotto un solo re, si reggessero distintamente, con imposte, giustizia, finanze, impieghi proprj; le leggi e i decreti fossero esaminati da consulte separate in Napoli e Palermo.
La rivoluzione di Napoli non sarebbe caduta sì di corto se le fosse ita di conserva quella di Piemonte. Colla caduta dell’impero francese ricuperato l’indipendenza, il nuovo re dichiarava abolita la coscrizione e la tassa sulle successioni; Torino da capo dipartimento tornava capitale d’un regno di quattro milioni e mezzo d’abitanti: qual meraviglia se, quantunque ricevesse il regno da soldati austriaci, la Liguria da inglesi, fu accolto con tripudio il re[180] quando da Cagliari passò all’antica reggia, in vestire e contegno modesto che facea contrasto collo sfarzo del Borghese? «Non v’è cuore che non serbi memoria soave del 20 maggio 1814: quel popolo s’accalcava dietro al suo principe, la gioventù avida di contemplarne le sembianze, i vecchi servidori e soldati di rivederlo; grida di gioja, spontaneo contento dal volto di ciascuno; nobili, persone medie, popolani, contadini, tutti legava un sol pensiero, a tutti sorrideano le stesse speranze, non più divisioni, non triste memorie; il Piemonte doveva essere una sola famiglia, e Vittorio Emanuele il padre adorato». Queste parole d’un caporivoluzione[181] possono indicare che i Piemontesi erano ancora realisti, come quando l’Alfieri si lamentava che non s’udisse a Torino parlar d’altro che del re.
Beati i principi che sanno profittare di queste disposizioni! Vittorio che non avea patteggiato col forte, nè s’era avvilito a’ suoi piedi come i gran re, potea meglio di qualunque altro operare il bene: ma si conservò re patriarcale, persuaso che il regnante è tutto, ed ogni novità un male, e che i popoli devono credere altrettanto; ingannato dai soliti camaleonti, che si misero vecchie decorazioni, e calzoni corti e code, non seppe riconoscere che alcune ruine non si devono più riparare. Non punì; stracciò una lista sportagli di Framassoni e Giacobini: ma ostinandosi a ripristinare il passato, anche dopo cessate e la fiducia reciproca e l’economia d’una volta, abolì tutte le ordinanze emanate dai Francesi; ripristinò quanto essi aveano disfatto, i conventi, la nobiltà, le banalità, le commende, i fidecommessi, le primogeniture, i fôri privilegiati, gli uffizj di speziale e di causidico, le sportule de’ giudici, l’interdizione de’ Protestanti, i distintivi degli Ebrei, le procedure secrete colla tortura e le tanaglie e lo squartare e l’arrotare. L’editto 21 maggio 1814, che ripristinava le antiche Costituzioni del 1770, turbava persone e sostanze; cassati fino i grossi affitti che s’estendessero oltre il 14; sbanditi i Francesi che qui aveano preso stanza dopo il 96. Coll’ajuto del conte Cerutti e dell’almanacco 1793 rimettea persone e cose com’erano avanti la rivoluzione. Fin nell’esercito si richiamarono alle bandiere i coscritti del 1800, e poichè erano morti o invalidi, si supplì coll’ingaggio; poi si dovette tornare alla coscrizione, pur conservando gli antichi pregiudizj, escludendo l’esperienza di chi conoscea la tattica nuova sol perchè avea servito coi Francesi, e proibendo di portarne le decorazioni meritate, mentre si davano i gradi ai cadetti delle famiglie patrizie. Ma a quel suo ritornello d’aver dormito quindici anni, Potemkin segretario dell’ambasciatore russo, rispose: — Fortuna che non dormisse anche l’imperatore mio padrone, altrimenti vostra maestà non si sarebbe svegliata sul trono».
Il non aver servito a Napoleone, che spesso era indizio d’incapacità, diveniva merito ad impieghi, dai quali escludeansi i meglio abili, perchè giacobini o framassoni: buoni professori dell’Università furono cassati, fra cui l’abate Caluso amico d’Alfieri, il giureconsulto Reineri, il fisico Vassalli Eandi, il botanico Balbis, il chimico Giobert. Le ipoteche, le riforme amministrative, la regolata gerarchia di giudizj cessarono: alle provincie s’imposero comandanti militari: i giudici mal pagati, erano costretti a trarre stipendio legale dalle sportule dei litiganti, illegale dalle lungagne e dalla corruzione.
Abbatteasi il Governo napoleonico, ma conservavasi l’istituzione più repugnante ai Governi paterni, la Polizia, esercitata da carabinieri e da uffizj che decidevano in via economica, cioè fuor delle forme giuridiche. Il risparmiare, studio supremo de’ Governi antichi, abbandonavasi per moltiplicare impiegati; conservavansi i dispendiosi statimaggiori, perchè d’illustri famiglie. In conseguenza bisognò stabilire le imposizioni alla francese; alle disgrazie naturali di carestia e tifo, all’invasione di lupi e di masnadieri, si aggiunse la fama di enormi malversazioni nel liquidare il debito pubblico, e fu duopo ricorrere a prestiti forzati.
I senati di Torino, Genova, Nizza, Ciamberì aveano diritto d’interinare gli editti del re, ma si lasciò cader in dissuetudine; di maniera che al potere assoluto non restava barriera alcuna, e un ministro potè dire: — Qui vi è soltanto un re che comanda, una nobiltà che lo circonda, una plebe che lo obbedisce». La legge non era sovrana, potendo il re con un suo biglietto cancellare o sospendere le sentenze; e centinaja di lettere regie circoscrissero contratti, ruppero transazioni, annullarono giudicati, per sottrarre alla ruina la nobiltà impoverita, a’ cortigiani dar dilazione al pagamento dei debiti, concedere la rescissione di vendite antiche, obbligare ad accomodamenti gravosi. Il conte Gattinara, reggente della cancelleria, nel 1818 confessò che da questo turpe traffico egli ricavava non men di duemila franchi al mese[182]. Avendo il re decretato che la regia autorità non si mescolerebbe più a transazioni private, gli si fece vergogna dell’aver messo limiti alla propria onnipotenza, ed egli revocò l’editto. Maria Teresa, moglie del re, mostravasi dispotica; ed un intendente che esprimeva d’esser venuto colle autorità della provincia a inchinarla, essa lo interruppe dicendo — Ove è il re non avvi altra autorità»; al ministro Valesa che faceale qualche rimostranza sui milioni che mandava in paese estero, disse: — il ministro non è che un servitore», ond’egli si dimise.
Di poi si confessò la necessità di migliorare, s’abolì la tortura, si ricomposero l’Università con cattedra d’economia politica e diritto pubblico, l’Accademia delle scienze e la Società agraria, e gli studj sottentrarono alla bravería guerresca: l’istruzione non era sfavorita, sebben nelle scuole si desse piuttosto l’abitudine dell’assiduità meccanica e della sommessione irragionata[183]. Plana scandagliava gli abissi dello spazio col calcolo e coi telescopi: Grassi e Napione zelavano a disfranciosare il linguaggio: Casalis, Saluzzo, Richeri, Andrioli poetavano, e meglio la Diodata Saluzzo, mentre di Edoardo Calvi divulgavansi versi in dialetto rimasti popolari: Alberto Nota esibiva le sue commedie che pareano belle interpretate da Carlotta Marchionni.
Ma questo destarsi del pensiero facea viepiù dolere il vederlo sagrificato all’assolutezza del Governo e alle pretensioni dell’aristocrazia, che quivi rimaneva qualcosa meglio che un nome, provenendo da origine feudale, cioè da case che erano state sovrane quanto quelle di Savoja e d’aspetto militare, separata dal popolo e sprezzandolo, e che fece sua causa la causa della Casa regnante, difendendola e ingrandendola col proprio sangue, e perciò sola a dar uffiziali alle truppe e aver privilegi, che la faceano astiosa a progressi. Rimanea dunque malvista alla classe media che allora veniva su, e che se ne vendicava coll’ira e col sarcasmo; neppure riconoscendo che sempre i re ebbero fra i ministri qualche popolano o di nobiltà inferiore, che molti nobili primeggiavano per ingegno e virtù, e che anche ignobili studiosi poteano farsi strada, massime se preti e penetrati nell’Accademia.
I Gesuiti, reputati l’argine più robusto alle idee rivoluzionarie, doveano essere aborriti o venerati all’inverso di quelle. Una società senz’armi, senz’impieghi, senza tampoco una cattedra nell’Università, non potea avere quella tanta efficacia che si asserisce; se affollatissimi i suoi collegi: se nelle case de’ grandi erano i bene accolti, consultati negli affari, interrogati sulle persone da mettere negl’impieghi, di chi la colpa?
I Piemontesi erano un popolo savio e calmo, sicchè li chiamavano gl’Inglesi d’Italia; non chiassi, non risse, silenziosi i caffè, contegnosi i passeggi, la conversazione signorile regolata da cerimoniale aulico e con impreteribili esclusioni; pochi i delitti; della morale rispettate almeno le apparenze. Riverenza ben rara in questi tempi otteneva quella dinastia che non s’era logorata in vizj, e veniva considerata come tutrice dell’indipendenza della patria, nome che restringevasi al Piemonte.
Il malcontento fermentava negl’impiegati destituiti, negli antichi uffiziali, ne’ Buonapartisti, negli aggregati a società segrete, più nei Genovesi, che careggiando le reminiscenze repubblicane, trovavansi non uniti, ma sottoposti a un altro popolo eminentemente realista. Fin quando i nobili Piemontesi esultanti e plaudenti corsero a Genova incontro ai reduci reali, i Genovesi non si espressero che col silenzio; molti si ritirarono in campagna, come fecero poi ogniqualvolta il re vi tornava, e ben pochi s’attaccarono alla fortuna del nuovo signore. Mentre la nobiltà ribramava l’antica dominazione, le persone colte stomacavansi d’un assolutismo non palliato dalla gloria; la plebe rimpiangeva i tempi in cui non pagava nulla; e a guarnir la città, non tanto contro i forestieri come contro i cittadini, bisognava tenere più soldati che non ne desse il Genovesato, ed erigere fortezze minacciose.